da quanto seguí. Il paese d’Italia piú importante senza contrasto in
Italia fu fin dal 1814 il Piemonte. L’Italia non è da rimproverare
di non aver ciò veduto; è piuttosto d’averlo veduto troppo, di aver
fidato nel Piemonte solo, non ciascuno pure in sé; non solamente tutti
i forti sperarono in lui, ma tutti i fiacchi si riposarono in lui,
e quasi tutte le mene de’ cattivi si volsero a lui. L’uomo poi, fin
dalla medesima epoca, piú importante in Piemonte e in Italia, fu senza
contrasto Carlo Alberto. E quindi a lui piú che a nessuno mirarono, lui
cercarono, circondarono, travagliarono e tormentarono variamente buoni,
forti, fiacchi, cattivi, d’ogni sorta; ed aggiugnendosi alla varietà
degli uomini la varietà della fortuna, n’uscí quella varia natura, che
tutti seppero, molti calunniarono, pochi conobbero, e piú pochi sanno
apprezzare. Il piú degli uomini perdono ad essere studiati; questi ha
bisogno d’essere studiato, per essere, cosa rara, compatito insieme ed
ammirato. E perciò, perché questo non può che guadagnare a ciò che se
ne parli, e come centro che fu d’Italia per trentacinque anni, val la
pena che se ne parli con qualche particolare, perciò mi scosto dal mio
proposito, e mi vi fermo. Nato nel 1798 d’un ramo staccato da presso a
duecento anni, e cosí discosto dal trono di casa Savoia, era di pochi
mesi quando cadde questo trono in Piemonte; e cacciata la famiglia
regia per Sardegna, suo padre e sua madre rimasero in Piemonte, privati
fra que’ repubblicani. E mortogli poco appresso il padre, e passata
alcuni anni appresso la madre a seconde private e feconde nozze, egli
s’allevò in quella nuova famiglia, ed in parecchi convitti di giovani
in Parigi, in Ginevra, tra cattolici, protestanti, repubblicani,
imperialisti; ed in quella condizione tra principe e privato, che è
giá ambigua e difficile per sé, che gli si faceva piú ambigua d’anno
in anno, non essendo nato e vivuto niun erede maschio a casa Savoia in
Sardegna, e rimanendo egli cosí erede a quel regno, e pretendente agli
Stati di terraferma. È noto come questa condizione di pretendente sia
la piú ambigua, la piú infelice in che si possa educar un principe.
Stava per uscirne ed entrar nell’esercito di Napoleone, quando questi
cadde. E chiamato allora a un tratto alla reggia retrograda ed assoluta
di Torino, e circondatovi insieme di vecchi assolutisti e di giovani
liberali, pendé facilmente, naturalmente a questi, e per le memorie
di sua educazione, e per la sua gioventù, e per il suo sangue stesso,
avverso ad Austria, ed avido d’imprese, ed anche venture militari,
di generazione in generazione. Nel 1820 e 1821, fu tra quelli che
avrebbero aiutata la rivoluzione liberale, se si fosse fatta co’ mezzi
legali, con riguardi agli obblighi suoi verso il suo re. Ebbe egli e
ruppe bene o male impegni presi? non è qui il luogo di chiarirlo; né io
scrivo un panegirico o una difesa. E sarebbero forse mal difendibili
tutti gli atti durante o dopo la sua breve reggenza, e il suo mutar
poi, o sembrar mutar opinioni e modi durante il regno di Carlo Felice.
Questo dico e so, che le opinioni sue nel 1821 erano sinceramente
liberali; per la libertá, senza gran cognizione e discernimento di
essa; per la indipendenza, con quell’ardore, quel cuore, quella
devozione di sé e de’ suoi, fin d’allora, che gli vedemmo ventisette o
ventott’anni in poi. E quindi non rimane a me il menomo dubbio, che se
si fosse lasciato svolgersi ed afforzarsi da sé quell’ardore, quello
spirito, quell’animo primitivamente liberale, e che niuno oramai può
non dire naturalmente generoso; se non si fosse alienato con disegni,
che a ragione o a torto non gli parvero generosi; se fosse rimasto
duranti i due regni intermediari circondato da quegli uomini liberali
e generosi, che furono essi pure perduti in tutto quell’intervallo per
la patria; non è dubbio, dico per me, che il suo accedere al trono
nel 1831, subito dopo alle grandi rivoluzioni europee, sarebbe stato
principio di un regno fermamente, uniformemente liberale nel principe,
e liberalmente aiutato da’ compagni ed amici di sua gioventù. Fu invece
un regno di titubanze continuate fin presso al fine.--Incominciò con
alcuni atti liberali, ma piccolissimi, i quali dimostrano insieme,
e che il suo animo vero, i suoi disegni erano liberali, ma ch’ei
dubitava, voleva tentar quella ch’ei prendeva per opinion pubblica,
ed era solamente della corte, dei servitori, degli impiegati del
suo predecessore. I quali naturalmente si scandalezzarono di que’
principi, vi si opposero, lo fermarono, lo determinarono ad atti
opposti e via via cresciuti, fino a quelli deplorabili che accennammo
della repressione, giusta in sé, ingiusta nelle forme e negli eccessi,
della congiura del 1833. Si fece poi, e si fa un gran chiasso della
aristocrazia piemontese, quasi che ella fosse che producesse, nutrisse
e mantenesse questo pervertimento delle buone intenzioni di Carlo
Alberto. Ed io non mi faccio nemmeno difensore di quella aristocrazia;
ma mi par da osservare fin di qua, che quando in qualche storia distesa
si verrà ai particolari ed al novero dei nomi veri aristocratici
piemontesi, se ne troveranno molti piú nelle vittime del 1821, nelle
opposizioni legali dal 1821 al 1848, o nella parte che aveva nome
di liberale nella corte stessa, che non nella parte stazionaria,
retrograda o persecutrice di questa; e che i veri persecutori poi
furono di tutt’altro che di quella vera aristocrazia. Perché dar nomi
falsi alle cose pur troppo vere? perché non chiamare semplicemente
e veramente parte retrograda, residuo del regno precedente, effetto
delle tristi persecuzioni e purificazioni del 1821, quel cumulo di
governanti, che sviarono i primi anni di quel regno, il quale doveva
finir poi, forse ancora il piú utile, certo il piú glorioso che sia
stato mai, a casa Savoia, e, niuna classe esclusa, a tutta la nazione,
a tutto il nome piemontese?
Lo dicemmo; il 1833 fu l’anno piú basso, piú oscuro di tutto questo
periodo. D’allora in poi, piú o meno prontamente si risalì, si
rischiarò il cielo d’Italia. Gli storici distesi accenneranno essi
piú esattamente i fatti, i principi, le continuate opposizioni, le
nuove titubanze, le fermate, i ritorni indietro, la vittoria ultima
dell’opinione liberale, progressiva, giusta, naturale al secolo, alla
civiltá cristiana, ai decreti evidenti della provvidenza. Io accennerò
solamente quello che mi pare primo principio, e, se non causa,
occasione, mezzo usato da Dio, in tutto ciò. Carlo Alberto fu negli
ultimi anni suoi sinceramente pio, intimamente, forse scrupolosamente
coscienzioso. Ed io credo che la sua coscienza primieramente liberale
si sollevasse contro agli stessi atti suoi del 1833, fosse l’origine
di quell’austeritá de’ suoi atti, di sue parole, di tutti i suoi modi,
di tutta sua vita, che incominciò appunto negli anni che seguirono
l’origine del suo fermarsi nella via antiliberale, del chiamar uomini
meno estremi, massimamente in fatto di persecuzioni e polizia, del suo
camminar piú fermo nelle riforme. Fecene molte d’allora in poi; il suo
Stato era rimasto il piú retrogrado tra gli italiani; fecene il piú
progredito, il meglio ordinato. Riformò tutta la legislazione civile, e
ridussela in codici; riordinò, ampliò la magistratura; ordinò le opere
pie, le finanze dello Stato, che furono le piú fiorenti d’Europa; e con
cura speciale l’esercito; protesse le lettere, le arti, le scienze,
le societá d’agricoltura, le accademie, le universitá, i congressi.
Tutto ciò indubitabilmente; tutto ciò, a parer mio, troppo lentamente,
insufficientemente, come se avesse a durar sempre il regno assoluto
o s’avessero secoli a far passi alla libertá. E quindi, quando venne
questa, ed insieme l’occasione dell’indipendenza, il suo Stato ed egli
stesso si trovarono apparecchiati all’una ed all’altra poco piú che se
non si fosse fatto nulla; e tutte le riforme fatte da lui ebbero od
han bisogno d’essere riformate; tutte le opere fatte con previsione,
mancanti nella mira principale, non poterono durare. Insomma, il
Piemonte non fu portato a segno d’entrare cosí bene come avrebbe potuto
nell’occasione, non o mal preveduta, del 1848. Ma il Piemonte, ultimo
degli Stati italiani dal 1814 al 1833, fu da quell’epoca all’incirca
portato da Carlo Alberto a segno d’entrar prima, piú e meglio degli
altri Stati italiani, quando scoppiò, quantunque mal preveduta,
quell’occasione.
Negli altri Stati non si progredí parimente per due ragioni; la prima,
che, qualunque sia la grandezza che la storia futura compiutamente
informata e scritta sará per concedere a Carlo Alberto, non è dubbio
gli altri principi assoluti contemporanei suoi furono di gran lunga
inferiori; e perché poi alcuni di questi altri Stati, meno male
restaurati nel 1814, erano fin d’allora a quel punto di bontá a cui
Carlo Alberto voleva portare e portò il Piemonte, a quel punto che è
compatibile col principato assoluto. Napoli e Parma avevano conservati
i codici e l’amministrazione di Napoleone con poche novazioni;
avevano ordine sufficiente nelle finanze; e Napoli aveva di piú un
esercito ed una marineria militare quasi fiorenti. La polizia v’era
dura, intrigante, preoccupata di sètte e controsette; ma quando le
prime non iscoppiavano, essa pure rimettendo de’ suoi rigori, ne
pareva tollerabile. Della Toscana giá dicemmo che fin dalla seconda
metá del secolo decimottavo essa era stata portata a vera perfezione
di principato assoluto, e fu restaurata in essa fin dal 1814; e
mantenutavi poi da due principi miti, ella sarebbe rimasto lo Stato piú
avanzato, il meglio governato, in tutto, che fosse in Italia, se non
fosse di quella negligenza ed anzi di quella repugnanza ad avere un
esercito, di che son forse ad accusare meno i principi che i popoli,
e forse i liberali, gli stessi, i migliori uomini di quell’imbelle
od avara regione.--Quanto a Roma e Modena, mal restaurate nel 1814,
elle rimasero peggio governate d’anno in anno in tutto questo tempo;
cattiva polizia e persecuzioni furono comuni ai due Stati; speciali
al pontificio i disordini di finanze, armi straniere, governo
ecclesiastico nelle cose piú laicali, ed in che il sacerdozio perde piú
di sua dignitá.--Finalmente, il regno lombardo-veneto, anch’esso (cioè
il suo nòcciolo di Lombardia) non mal governato come parte d’imperio
assoluto nel secolo scorso, non mal restaurato né mantenuto come tale,
avrebbe potuto vincere al paragone di Toscana e Piemonte, se in teoria
né in pratica fosse possibile far paragone tra qualunque governo anche
pessimo nazionale, e qualunque anche ottimo straniero. Se io scrivessi
per istranieri che hanno da secoli il sommo bene dell’indipendenza, e
non conoscono per prova il sommo male della dipendenza, io accennerei
almeno ad alcuni particolari che dimostrano la realitá di questo sommo
male, le differenze di schiatta, di lingua, di costumi, di sentimenti,
d’interessi; la lontananza del centro governativo, la lentezza d’ogni
decisione, i cinquanta o sessanta milioni tolti annualmente al paese,
l’ozio naturalmente invadente, i vizi conseguenti, l’avvilimento
universale inevitabile. Ma scrivendo ad italiani, che han provato e
provano quel sommo male per sé, o nei compatrioti e vicini, ogni cenno
che io ne dessi qui, sarebbe inferiore al vero che ne hanno concepito
essi.--Insomma, a chi consideri ora tutta questa condizione comparata
de’ diversi Stati d’Italia, è chiaro che se mai doveva venire qualche
miglioramento vero, qualche impulso grande al progresso italiano, ei
doveva venire dal Piemonte: gli altri Stati erano, anche in ciò che
avean di meglio, stazionari; il Piemonte, anche in ciò che aveva di
peggio, progrediva, aveva giá il moto ascendente; e il moto ulteriore
non si poteva sperare se non dal moto. E cosí credevano, speravano
allora gli italiani; tutti gli occhi eran rivolti al Piemonte, a Carlo
Alberto. E le speranze comuni non furono ingannate.
Niuno di coloro che scriveranno la storia distesa, o qualsiasi
compendio di questo periodo, non potranno dividere, come facemmo noi
fin qui, la storia politica dalla letteraria. L’una e l’altra ebbero
sí sempre molte relazioni pur troppo; ma in questi ultimi anni elle
n’hanno tante, che ne rimangono continuamente frammiste.--Ne’ primi
anni dopo le restaurazioni, sopravivevano (tranne Alfieri, Parini e
Cesarotti) gli uomini principali delle rivoluzioni repubblicane e
dell’imperio, Foscolo, Botta, Monti, Denina, Lagrangia, Volta, Canova.
Ma lasciando qui le scienze e l’arti, che continuarono con isplendore,
ma senza grandezze comparabili a quelle; e delle lettere stesse
contentandoci a dir ciò che piú si connette colla politica, noteremo
che niuno dei nominati non produsse piú nulla di gran conto, tranne
il solo Botta. Il quale, all’incontro, rimasto in Francia, vi compose
e pubblicò le due storie d’Italia dal 1530 al 1789, e dal 1789 al
1814, le quali sono forse non solamente le due opere sue migliori, ma
i due piú lunghi e piú belli corpi di storia patria che sieno stati
scritti da niun italiano. Scritti, a malgrado i difetti, in istile
ammirabilmente chiaro, largo, vivo, caldo e naturale, si leggono come
una novella da chicchessia dotto od indotto, che è il sommo dell’arte
storica. Difettano sí di scienza storica, e piú di scienza politica, a
tal segno, che non solamente il vecchio liberale, anzi repubblicano,
vi comparisce scrittore scettico, indifferente alle diverse forme di
governo, e non persuaso se non della malvagitá degli uomini e dei tempi
in generale; ma che nell’ultime pagine da lui scritte in conchiusione
della storia dal 1530 al 1789, egli ci lascia quasi un progetto di
governo a modo suo, che non rimane né monarchico né repubblicano, ed
anche meno rappresentativo, ch’ei descrisse ma non intese né ammise.
E quindi l’opere sue contribuirono a mantenere sí, e diffondere, ma
non a determinare le opinioni liberali, anzi le indeterminarono e
dispersero peggio che mai. Una pubblicazione mensile pubblicata per
poco tempo in Milano, proibita poscia dalla polizia, ebbe, s’io non
m’inganno, il medesimo vizio, il medesimo effetto. Vennero poi due
scrittori, de’ quali non credo sia stato mai dacché si scrive niuno
piú amabile, piú simpatico ad ogni cuor gentile, perché niuno scrisse
con piú soavi tinte di gentilezza che questi due, Manzoni e Pellico,
ammirabili e parchi poeti amendue, e scrittori di prosa tanto piú
ammirabili, quanto piú seppero scrivere italianamente con semplicitá.
Manzoni, milanese, s’illustrò con cinque canzoni, che riuscirono nuove
e forse superiori a tutto, dopo il canzoniero accumulato nei sei secoli
della poesia italiana; seguí con alcune tragedie storiche, o come si
diceva allora, romantiche, e con alcune note ad esse ed alle storie
del Sismondi; giunse al suo colmo in quel racconto de’ _Promessi
sposi_, che fu, che diede il genere del romanzo alle lettere nostre,
e lo portò d’un tratto a segno, da superar forse in fatto d’arte, e
certamente in utile morale, quanti furono scritti mai in qualunque
lingua antica e moderna. Pellico, piemontese, era giá amato per la
_Francesca_, ed altre tragedie, quando, implicato nello scoppio del
1821, fu tratto allo Spielberg, vi rimase intorno a dieci anni, n’uscí
poi per grazia implorata dall’Italia, dall’Europa intiera, e pubblicò
nel 1833 quel rendiconto delle sue prigioni, de’ suoi patimenti, che
diffuse in Italia, in Europa, nel globo intiero, i particolari della
tirannia austriaca, tanto piú scandalosi, quanto piú semplicemente
e pazientemente descritti. Ambi questi scrittori furono accusati di
rassegnazione politica; ma il fatto sta che questa era religiosa, e non
entrando in quelle distinzioni tra l’una e l’altra, che sono difficili
a farsi in pratica e piú difficili in teoria, lasciavan pure a ciascuno
la libertá delle applicazioni; e che anzi il sentimento profondamente
religioso insieme e liberale, che presedeva tutte le opere di Manzoni
e di Pellico, serví anzi molto meglio che niune delle contemporanee
a determinare anche politicamente il liberalismo italiano; serví
anzi, riuscí a tôrlo dalle vie empie e perciò stolte ed incivili del
filosofismo del secolo decimottavo, fece cattolici molti liberali, e
liberali molti cattolici, accrebbe cosí e rinforzò la parte liberale,
preparò la pace tra essa e la Chiesa, tra governati e governanti. Non
dirò de’ contemporanei che continuarono l’opera di questi due grandi;
vengo subito a chi l’accrebbe e determinò anche piú.
42. Continua. La rivoluzione delle riforme [1843-1848].--Dalla metá
del 1843 corsero all’Italia quattro anni e mezzo di operositá oramai
disusata, e che fu primamente non piú che letteraria, ma a poco a
poco pur di pratica e di riforme politiche, rapidamente crescenti
fino a quello scoppio del 1848, il quale, comunque sia per essere
giudicato, fu incomparabilmente dappiú che non tutti i precedenti da
trentaquattro anni, od anzi da parecchi secoli, il quale fu certamente
principio o d’un nuovo periodo, o forse d’una nuova etá nella storia
italiana. Parecchie delle rivoluzioni continentali moderne iniziarono
dalle lettere, quella di Francia del 1789, quelle della Germania
principalmente; ma nessuna forse cosí evidentemente come questa
italiana. Ma se vogliamo essere compiutamente sinceri ed imparziali
ne’ nostri giudizi, noi dobbiam dire che tra gli scrittori e gli
operatori di politica suol essere sempre un continuo intercorso, ma
di fatti crescenti a vicenda; ondeché poi chi cerca sinceramente
gli uomini iniziatori delle rivoluzioni, ne suol trovare due serie
diverse, una di scrittori, ed una di operatori. Nel caso presente poi,
le due serie sono rappresentate principalissimamente da due uomini,
Carlo Alberto, di che giá dicemmo, e Vincenzo Gioberti.--Torinese
questi, sacerdote, filosofo, teologo, di grande altezza, scrittore
fecondo e magniloquente oltre ogni esempio italiano, fu illustre tra’
compagni ed in sua cittá fin dai banchi universatari, fu implicato
nelle persecuzioni che seguirono la congiura del 1833; esigliato,
incominciò a scrivere opere miste di filosofia e politica, e tendenti
ad accrescere anziché guarire la divisione tra governanti e governati,
tra principi e popoli italiani. Ma tra per candore e grandezza
nativa, o per sinceritá o gravitá di studi, che gli fecero scorgere
insieme e la nuova moderazione di Carlo Alberto, e l’util diretto che
ne veniva all’Italia, e quello maggiore che ne verrebbe quando tal
moderazione di principato si contraccambiasse ed accrescesse colla
moderazione de’ popoli, il fatto sta che nel 1843 egli pubblicò quel
libro del _Primato civile e morale degli italiani_, nel quale, esule
generoso, egli si rivolse a lodare, a spiegare, a promuovere quella
reciproca moderazione, e farne nuovo sistema di politica italiana. Gli
si rivolsero contro naturalmente i piú degli esuli e perseguitati,
incapaci di accedere a questa bella iniziativa di perdono, il volgo
de’ liberali, le sètte principalmente invecchiate nel loro metodo di
congiure e sollevamenti. Carlo Alberto all’incontro protesse il libro,
lo lasciò correre ne’ suoi Stati, onde si diffuse in tutta Italia.
Seguirono altri libri, altri scrittori che io mi proverei forse ad
apprezzare con imparzialitá, entrando in particolari, ma che non
mi sento in poche e proporzionate parole; alcuni libri di Durando,
d’Azeglio, di Galeotti, e di nuovo di Gioberti e di me; oltre alcuni
scritti minori di Capponi e di altri nell’_Ausonio_ pubblicato dalla
Belgioioso in Parigi. Osserverò solamente che i primi in tempo e piú
fecondi di questi furono quattro piemontesi, due esuli e due tollerati
in patria da Carlo Alberto, ondeché si volse a questo piú che mai
ogni attenzione, ogni speranza. Le sètte erano soverchiate, respinte
nell’oscuritá, fuor del moto e de’ modi presenti. Provarono due
imprese: a Rimini ed in Calabria; fallirono, furono seguite quella di
persecuzioni ed esigli, questa di supplizi, al solito. Gioberti ed
Azeglio tuonarono contro ai persecutori, compatirono ma ammonirono i
perseguiti. Tutto ciò fino al principio del 1846, quando d’una contesa
di dogane prese occasione Carlo Alberto d’entrare in pratica di que’
principi d’indipendenza, che lasciava oramai predicare apertamente.
Austria domandava cessasse certo passaggio di sali per Piemonte a
Svizzera. Non ottenuto l’intento, raddoppiò, a rappresaglia, il dazio
de’ vini piemontesi in Lombardia. Carlo Alberto lasciò dapprima
discutere liberamente nella _Gazzetta ufficiale_; poi fecevi uscire una
dichiarazione governativa anche piú libera. Erano grandi novitá. Se ne
commosse a festa il popolo di Torino, e fu la prima di troppe simili
dimostrazioni fatte poi.--Ma come succede quando cresce un’opinione
buona ed universale in una nazione, sorse fra pochi mesi una nuova e
molto maggiore occasione, la morte di Gregorio XVI, l’elezione del
successore. Grande l’aspettazione, divise le parti, e brevissimo
tuttavia il conclave, fu eletto addí 6 giugno il cardinale Mastai,
Pio IX. Dubitavasi di che parte fosse; egli lo chiarí in breve: addí
16 luglio pubblicò la piú bella, la piú larga, ed anzi la sola che
meritasse il nome di «amnistia» fra le tante fatte in questo secolo,
fecondo d’ogni cosa buona, cattiva e dubbia.