39. Le sette etá di nostra storia.--La storia da noi percorsa

rapidamente, e quasi «con lena affannata», è la piú lunga e la piú

ricca di grandi e vari esempi, che sia di niuna nazione al mondo. Sono

intorno a tremila anni di fatti narrabili. Divisili in sette grandi

etá, noi vedemmo nella prima gli stanziamenti primari de’ tirreni,

degli iberici e degli umbri, e la prima invasione de’ pelasgi; e

sollevarsi poi in una bella guerra d’indipendenza que’ popoli antichi,

gl’itali ed etruschi principalmente; e ricacciati al mare que’ primi

intrusi, sorgerne il nome patrio d’Italia, e l’imperio degli etruschi,

imperio potente, famoso a’ suoi tempi, e oscurato per noi solamente

dall’estrema antichitá. E succedute primamente l’immigrazione lenta,

quasi pacifica, ed incivilitrice degli elleni nel mezzodí, poi quella

ultima tutto diversa de’ galli a settentrione; con questa terminammo la

lunga e primitiva.--Quindi vedemmo incominciar la seconda col generoso

accorrere alla riscossa contro ai galli della picciolissima Roma; la

quale in ciò appunto si fece grande, ponendosi capo a quel sentimento

di nazionalitá che è di tutti i tempi, antichi come nuovi, rozzi

come civili. E non prima, ma allora si ci parve attribuir a Roma il

pensiero di cacciar lo straniero dalla penisola, o di farvisi signora

essa, che a que’ tempi era lo stesso. Ed ella compiè tal disegno in

quattro secoli; e compiè intanto, insieme, quasi per aggiunta, quello

di farsi signora del mondo d’allora, di tutte le nazioni all’intorno

del Mediterraneo, e del Mediterraneo stesso, diventato lago italiano.

Questa fu la magnifica ricompensa del suo spirito di nazionalitá;

questa, dico, se il nostro pensiero ci trattiene in terra, si leva a

poco volo. Che se noi sappiamo abbandonarci a quelle considerazioni

soprannaturali, le quali innalzano il pensiero quasi tra terra e cielo,

noi veggiamo aver avuto que’ nostri padri una maggior ricompensa,

un magnifico destino: quello d’apparecchiare il primo campo della

cristianitá. Ma in ciò fare, Roma erasi fatta troppo grande per durar

repubblica; anche a’ nostri dí, ed inventata la rappresentanza de’

lontani ne’ grandi Consigli nazionali, sarebbe forse impossibile il

governo repubblicano a un cosí vasto imperio; ma impossibile era

certamente a que’ tempi, quando la partecipazione ai governi, ai

Consigli, la libertá politica, la libertá compiuta non s’estese mai

oltre alle mura o al territorio d’una cittá; impossibile era che la

cittá signora di tanto mondo non s’arricchisse sterminatamente e cosí

non si corrompesse, non s’arricchisse inegualissimamente e cosí non

si dividesse all’interno suo; ed impossibile poi che dividendosi, e

parteggiandone, e combattendone, non vincesse alla lunga la parte

dei piú contro ai pochi, e non sorgesse all’ultimo uno solo sopra a’

piú, un principe sul popolo, come quasi sempre succede. E allora si

compiè la rivoluzione della repubblica in imperio.--Viene dunque la

etá terza, o di questo imperio; e con poco diletto nella storia, poco

utile negli insegnamenti, essendo essa d’una cosí sfacciata tirannia,

d’una cosí sfacciata servitú, che non può rinnovarsi nella cristianitá;

non pericoli, non accrescimenti all’infuori, non divisioni, non

parti, non vita addentro, non operositá fuori né dentro, salvo che

di lettere al principio, ma per poco; finché tutto fu ozio e vizi e

corruzione, finché il popolo romano, che aveva vinte nazioni su nazioni

incivilite, prodi e grandi, non fu piú pari a difendersi contro alle

genti sparse e barbare che l’assalirono, l’invasero, lo distrussero.

Una consolazione, una bellezza sola ma suprema sorge in tutta questa

etá: il sorgere dapprima oscuro, poi a un tratto splendidissimo della

cristianitá; la cristianitá sollevantesi tra le rovine dell’imperio,

ed ivi aspettante i barbari.--S’empie quindi tutta di questi barbari

la quarta etá. E di nuovo, nulla quasi di bello; salvo forse Teoderico

gran re d’Italia e d’altre province all’intorno, che parea dover

essere gran fondatore d’una nuova nazione italiana, come furono le

contemporanee francese, spagnuola ed inglese; che non fu se non d’un

regno di pochi anni, grazie all’inquieto desiderio dell’imperio e

del nome di Roma che s’apprese agli italiani, che fece chiamare i

greci, cadere i goti, e sottentrare in un dieci anni i longobardi.

Seguono dugent’anni di questi, incapaci di conquistare tutta Italia,

incominciatori del dividersi di essa fino a noi, fino ad ogni avvenire

prevedibile; incapaci di governar le province occupate, di serbarle,

contro ai papi capipopolo di Roma, ed ai loro patrizi ed amici,

i Carolingi di Francia. Poco rincrescimento rimane della caduta

di que’ longobardi, che, mischiati poscia con noi nella sventura

comune, lasciaron il sangue piú abbondante che sia forse in nostre

schiatte.--Segue la quinta etá, di Carlomagno e dei suoi discendenti

e successori, imperatori e re stranieri; imperatori, per lo stolto

piacer presoci di gridare un imperator romano; re, per quelle invidie

che ci fecero sempre parlare, piangere, adirarci contro agli stranieri,

ma in fatto anteporli a’ nazionali; quelle invidie di sotto in su,

e di sopra in giú che diedero l’Italia a quell’Ottone pur troppo

grande, dal quale in poi, salvo le due brevi eccezioni d’Arduino e di

Napoleone, sempre rimase tedesca la corona veramente ferrea d’Italia o

di Lombardia. E naturalmente, questa fu la peggiore, l’infima, la piú

corrotta delle nostre etá; corrotti principi e signori, uomini e donne,

sacerdoti e vescovi e papi, tutto l’ordine feodale secolare, e quasi

tutto l’ecclesiastico sottopostosi simoniacamente a quella feodalitá;

sorgente sí il popolo, che deve quindi credersi men corrotto; sorgenti

qua e lá alcuni monaci studiosi, zelanti, riformatori, riformati, e fra

e sopra essi Ildebrando, Gregorio VII.--E quindi, da questo pontefice,

non incolpevol forse, ma gran riformatore, gran santo, grand’uomo

politico, gran rivendicator d’indipendenza ecclesiastica, grande

aiutator d’indipendenza politica, e, senza saperlo, forse di libertá,

noi incominciammo l’etá sesta, la maggiore delle nostre moderne,

l’etá de’ nostri comuni, di quel nostro secondo primato che fu piú

veramente di colture che di civiltá; e cosí facemmo deliberatamente,

risolutamente, a malgrado gli odii giá vivissimi, or morenti contro

a quel grande; vivissimi al tempo che non si perdonava nemmeno a un

papa d’aver mancato di rispetto alle potenze temporali, e massime

all’imperiale; morenti, dacché s’apprezzano tutti i rivendicatori

di tutte le libertá. E continua quindi questa etá nostra, forte,

crescente, splendida, magnifica in tutto, in difesa d’indipendenza,

in progressi di libertá, in progressi di tutte le colture, tutti i

commerci, tutte le operositá, tutte forse le virtú pubbliche, salvo

una; salvo quella vera, somma ed ultima liberalitá che consiste in

vincer le invidie, dico anche l’invidie derivanti dalle condizioni

speciali di ciascuna etá. Nell’etá precedente, de’ grandi, i grandi

italiani s’eran invidiati tra sé, ed avean data la patria ai grandi

stranieri; in questa, nell’etá dei comuni, delle cittá, del popolo,

s’invidiarono cittá contro a cittá, cittadini contro a cittadini,

piccoli contro a grandi, grandi contro a piccoli, piccoli rimasti

soli tra sé; e cosí distratti da quella che è la piú inquieta e la

piú perseverante, la piú meschina e la piú tiranna, la piú operosa e

la meno operante delle passioni, non rimase tempo a que’ miseri, non

mente libera al pensiero, non cuore al sentimento dell’indipendenza;

non si compiè l’acquisto di questa quando s’ebber l’armi in mano a

propugnarla, non si mirò ad essa nelle paci, non si riprese quella

rivendicazione mai piú; s’attese a tutto, fuorché al piú necessario,

fuorché a ciò che fa una nazione; e cosí poi, meritatamente, sì

riperdette quella libertá interna a cui s’era sacrificata l’esterna:

si riperdettero quelle tirannie aristocratiche, democratiche, a cui

s’era sacrificata la vera, equilibrata e non invida libertá, si

riperdette ogni buona operositá militare o politica; e s’apparecchiò

la nazione a qualunque signoria o preponderanza straniera fosse per

venire.--Venne Carlo VIII, da cui dunque incominciammo l’etá settima

ed ultima, e che dura, delle preponderanze straniere; ma non istette.

Venne Luigi XII, e non istette nemmeno. Ma venne insieme Ferdinando

il cattolico, e stette in Napoli e Sicilia, e tramandolle a Carlo

V imperatore; il quale, come tale, diede a se stesso il ducato di

Milano, e cosí tenne Italia dal collo e dal piè, e tramandolla a’ suoi

discendenti di Spagna, coi Paesi bassi, con America, colle Flippine,

colonia anch’essa da farne pro per la madre patria. Ma, immenso

esempio, non fece pro di noi, piú che di quell’altre superfetazioni,

la madre patria; languí anzi e decadde tra esse. Non fecene pro nemmen

quella casa regia, che degenerò e cadde; non ne fu fatto pro se non

da pochi viceré, governatori ed impiegati minori. E cosí tra tutto

quel languire, languimmo noi pure, Italia quasi tutta, salvo talora

Piemonte, per li centoquarant’anni del Seicento, in nullitá politiche,

in corruzione di costumi, in cattivi gusti di lettere e d’arti, in ogni

cosa, salvo che in filosofia materiale sollevata da Galileo, martire

di essa. Finí poi quel marciume colla fine della marcia schiatta regia

austro-spagnuola all’anno limitrofo tra i due secoli decimosettimo e

decimottavo; e si sollevò questo per le guerre, che si fecero forti

e grosse ne’ dodici anni della contesa della successione di Spagna;

per li trattati di Utrecht, che fondarono un secondo regno italiano a

casa Savoia ingrandita; e piú per quella guerra della successione di

Polonia e quel trattato di Vienna, che liberaron da Austria e rifecero

indipendente l’antico regno di Napoli e Sicilia, non lasciando allo

straniero che Milano e poca Lombardia all’intorno. Ed allor tentò,

allora incominciò a risorgere Italia; e si riformò, migliorò, progredí

incontrastabilmente, benché non abbastanza pur troppo; non nell’essenza

dei principati italiani, che rinnovaron tutto salvo se stessi; non

nell’indipendenza, che rimase incompiuta. E cosí, mal apparecchiata

all’impreveduta occasione dell’invasione francese (come giá a quella di

Carlo VIII, di Carlo d’Angiò, di Federigo I e tante altre), si trovò

la lenta Italia del 1792. E come disapparecchiata, lasciò i piemontesi

combattere e succombere soli nel 1796, e si divise in parti di regii e

repubblicani, di francesi ed austriaci per diciott’anni; lungo i quali

caddero le ultime repubbliche del medio evo, caddero, si restaurarono,

ricaddero e si restauraron di nuovo i principati; e si finí collo

stabilimento raddoppiato, contiguo, piú sodo, piú forte che mai, almeno

in apparenza, del regno lombardo-veneto, dal Ticino all’Adriatico. Né

sia per nulla, poi, che abbiamo cosí ristretto a poche pagine questo

giá tanto, e forse troppo, breve sommario de’ fatti nostri. Sappiamo

restringerli anche piú nella mente nostra, sappiamo veder d’uno

sguardo le nostre sette etá, e discernere fra esse tre belle, grandi,

gloriose e virtuose, quelle dei tirreni ed altri popoli primitivi,

della repubblica romana e dei comuni; ed all’incontro, quattro brutte,

dappoco, corrotte e miserande d’ogni maniera, quelle dell’imperio

romano, de’ barbari, degli imperatori e re stranieri, e, quantunque

meno, essa pure quella delle preponderanze straniere. È ella caso tal

differenza? ovvero, ha ella cause moltiplici nelle diverse etá? ovvero,

forse una sola costante e comune?--Io vorrei non dirlo; i leggitori

saranno stanchi oramai di udirmi pronunciare in poche parole delle

maggiori questioni nazionali; e piú stanchi forse di udirmele risolvere

poco men che tutte in una sola conchiusione. Ma non è colpa di mia

volontá; sará forse del mio intelletto, se, quanto piú vario o combino

aspetti de’ fatti nostri, piú mi si riaffaccia quella conchiusione

stessa. E riaccolte qui in un pensiero le diverse etá di nostra storia,

io non so non vedere nelle tre grandi un medesimo fatto, nelle quattro

dappoco un medesimo difetto: il fatto o il difetto della indipendenza

rivendicata. E lascio trarre le conseguenze storiche od anche pratiche

a ciascuno.--E trentadue anni noi vivemmo d’allora in poi, il tempo

appunto che nelle storie si suol chiamar d’una generazione. E questo

è indubitabilmente principio d’un quarto periodo di quella lunga etá

delle preponderanze straniere. Ma appunto, una generazione non basta a

nominare, a qualificare un secolo, un periodo di storia; nome e qualitá

dipenderanno dalle due o tre generazioni che seguiranno, forse da una,

forse da questa che vien su dopo noi. Ad ogni modo, una distinzione

parmi potersi far giá in questi pochi anni, una quasi suddivisione di

capitoli della storia futura: noi avemmo un tempo di errori universali,

incontrastabili; ma mi par sorgere un tempo di ricominciati progressi.

Da principio, i principi italiani restaurati, chi piú chi meno,

restaurarono i governi antichi, quali ei li avean lasciati un quindici

o sedici anni addietro: non tenner conto né de’ fatti intermedi,

né degli uomini, né degli interessi, né delle opinioni nuove; e fu

errore incommensurabile, riconosciuto ora da tutti, salvo forse pochi

sopraviventi a difendere ciò che fecero. E allora si sollevarono

l’opinione, gl’interessi popolari nazionali, contro a’ principi. E fu

naturale, fu giusto senza dubbio, ma fu infelicissimo, fu fatale questo

alienarsi di principi e popoli italiani tra sé; e fu piú fatale quando

scoppiò in congiure, che son sempre fatti immorali e pervertitori;

fatalissimo quando in sollevazioni, che son fatti impotenti contro a

governi forti, imprudenti contro a’ titubanti che fanno titubar tanto

piú; impotentissimi e imprudentissimi in faccia a uno straniero piú

interessato di gran lunga a comprimerle, che non gli stessi principi

nazionali; posciaché questi, in somma, resterebber principi, e forse

piú forti principi colle libertá cosí domandate, mentre i dominatori

stranieri san bene di non poter rimanere dominatori nostri cosí.

Questo, dico, fu un primo tempo d’errori vicendevoli di principi

contro a popoli, di popoli contro a principi; tempo fatalissimo di

divisioni, piú o meno simili alle consuete, vecchie, antiche ed

antichissime.--Ma da alcuni anni (e s’io m’ingannassi ei sarebbe non

solamente con sinceritá, ma a malgrado lo studio piú grave ond’io sia

capace), da alcuni anni sembrano indubitabili due progressi: quello

dei principi e governanti che vanno lentamente migliorando, secondo le

opinioni de’ popoli, i loro governi; quello de’ governati che vanno

lentamente smettendo le congiure e le sollevazioni contro ai principi.

Noi progrediamo da una parte e dall’altra, non parmi dubbio; ma noi

progrediamo da una parte e dall’altra molto, troppo lenti, non parmi

dubbio nemmeno. Ciascuna delle due parti vede, dice questa lentezza

dell’altra: io la dico di tutte e due; questa diversitá è tra me e

l’una o l’altra parte. Ognuna vuole che incominci l’altra ad accelerare

il buon moto. Ché non incomincia, come certo il può, ciascuna da sé?

Sembra agli uni aver tempo libero a’ miglioramenti, agli allargamenti

governativi, ad acquistarsi l’opinione universale; sembra agli altri

aver tempo libero a fare e finire congiure e rivoluzioni. Ma rimarrá

egli libero tal tempo? Questa è la questione, e tutta la questione

d’oggidí. Non pochi eventi sopravvenner giá nei trentadue anni corsi,

che avrebbon potuto esser utili, che furono inutili a noi disgiunti

e disapparecchiati. Altri ne sorgeranno indubitatamente prima che si

compia questo operosissimo fra’ secoli cristiani. L’Europa è ordinata,

è vero, ad occidente; ma è ella ad oriente? Non s’ordinerà ella pure

lá in qualche modo? cadendo turchi, o sorgendo slavi, o sfasciandosi

questo o quell’imperio? ché poco importa, insomma, se sappiamo

apparecchiarci, cioè se sappiamo unirci.--E finalmente, se qui pure

ci rivolgiamo dai fatti agli scritti, alle colture, di queste pure

noi osserveremo due tempi molto diversi negli ultimi trentadue anni.

Un primo di compressione, maggiore forse che non sia stata mai, per

parte de’ governi; e quindi un tempo di nullità quasi universale negli

scrittori, salvo pochi che scrissero allora con incomparabile, due con

immortal mestizia. Ed un periodo secondo, in che dai nostri compatrioti

fuor d’Italia ci vennero dapprima parole esagerate e furenti, ma a

poco a poco parole forti di moderazione e sapienza; e in che poi i

nostri principi incominciarono a tollerar piú o meno che cosí pur si

tentasse scrivere dentro Italia.--Sappiamo riconoscere il bene anche

troppo lento, se vogliamo accelerarlo; sappiamo benedirne chi ce ne dà,

se vogliamo averne piú; sappiamo ringraziarne Dio, di cui non parmi

invocar invano il nome qui; sappiamo, come italiani e come cristiani,

pregar Lui che ha in mano gli animi italiani di unirli ad acquistare i

destini ch’Ei ci apparecchia; e sappiamo, come giá i maggiori nostri

di Legnano, risollevarci dopo la preghiera, ad operar per la patria

fino alla morte, ciascuno secondo tutte le proprie facoltà. Che se fu

in niun secolo mai, certo è evidente nel nostro, Dio suol proteggere

coloro che operano cosí.

APPENDICE

(anni 1814-1818)

40. Il periodo quarto dell’etá settima, o della preponderanza austriaca

[1814-1848].--Io dissi giá le ragioni che mi facevano nel 1846

terminare questo ristretto all’anno 1814. Ora poi, passati questi

anni in che avemmo tutti la parte nostra di opera e di dolori, ed

accresciuto sì naturalmente il numero degli uomini «a me non ignoti né

per benefizio né per ingiuria» (prefazione all’edizione terza, 1846),

sarebbe piú ripugnante che mai alla mia coscienza storica giudicar

di essi con questi modi brevi, epperciò assoluti, che non sono né

convenienti verso amici od avversari, né giusti poi verso coloro,

vivi o morti, di che non sia fatto ancora il giudizio in altre storie

piú distese, piú entranti nei particolari di ciascuno. Né, quando

io potessi vincere tal ripugnanza, mi sarebbe nemmeno materialmente

possibile il tesser qui una narrazione seguita degli anni corsi dal

1814 in poi, finché non sarà preceduta qualche storia piú distesa di

essi. Chiunque abbia mai messo mano a storie, contemporanee o no, ma

non iscritte da altri, sa quanti documenti sparsi, quante letture

diverse sieno indispensabili alla loro composizione. E (mi si faccia

lecito accennare ad un particolare a me personale, il quale, del resto,

può scusare il presente volume d’altri difetti lasciativi) la luce

degli occhi mi si è scemata poc’anzi a segno, da farmi materialmente

difficile lo scrivere, poco men che impossibile il leggere. E trovai

impossibile finora il supplirvi sempre coll’aiuto d’altri, quantunque

benevoli.

Servano questi cenni a farmi scusare da coloro che mi espressero il

desiderio di veder prolungato di questi trentacinque anni il presente

volume; e vogliano essi contentarsi delle poche parole generali,

con che estendendo i cenni preventivamente dati nel 1846, tento ora

collegare la nostra storia passata con quella contemporanea e futura.

I trentaquattro anni dal 1814 al 1848 furono all’Italia evidentemente

parte della sua etá settima delle preponderanze straniere, periodo

quarto, o della preponderanza austriaca indisputata. Mentre l’Europa

tutt’intiera progredí (lentamente, secondo è desiderio di quella

parte generosa, che appunto allora incominciò a chiamarsi «liberale»,

ma rapidamente, magnificamente, se si consideri l’andamento normale

delle grandi rivoluzioni umane), progredí, dico, nella restaurazione

continentale dei governi rappresentativi, estesisi cosí da Francia

a Spagna, a Prussia e quasi tutta Germania, ed a Grecia, l’Italia

rimase restaurata tutto contrariamente sotto ai governi assoluti,

sotto alla preponderanza dell’Austria, capo dell’assolutismo, capo

francamente professatosi della resistenza alla rivoluzione liberale

europea. I principi italiani restaurati tornarono tutti con affetti,

con pregiudizi di fuorusciti, cioè del tempo in che erano usciti; si

riadattarono quindi volentieri a quella preponderanza austriaca, che

consentiva con essi, e prometteva difenderli. Tutti restaurarono le

forme antiche, assolute; il buon re piemontese peggio che gli altri.

Promossero pochi progressi, o, come le chiamammo poi, poche riforme;

ne effettuarono anche piú poche da principio, per tutti que’ primi

vent’anni, che furono, bisogna dirlo, de’ piú oscuri o piú sciocchi

vivuti mai in Italia. Alcuni uomini non mediocri furono talor chiamati

al governo; ma pochi e per poco tempo; i piú, i soliti, mediocrissimi.

I popoli all’incontro, i governati che avevano fatto poco o nulla

sotto a Napoleone, se non lasciarsi splendidamente governare da lui,

e si sarebbero adattati a lasciarsi governare da altri, per poco che

si fosse fatto con qualche splendore, od onore di liberalitá, si

adontarono fin dal 1814, e via via piú ad ogni anno di essere i popoli

d’Europa piú male, piú oscuramente, piú illiberalmente governati,

senza nulla di quella libertá e quell’indipendenza che udivano

lodarsi, vantarsi, estendersi altrove. Cosí fu e sará sempre, cosí

si adempiono i progressi umani decretati dalla suprema provvidenza;

ciò che non si pensava o pareva appena difetto ai padri, diventa

bisogno ai nepoti, e cosí appunto si desiderò, s’estese la libertá,

si desidera e s’estenderá l’indipendenza tra le nazioni cristiane.

Ed in Italia venivano crescendo sí tali desidèri, ma confusi tra sé,

indeterminatissimi ne’ mezzi di effettuarli. Confondevansi libertá

ed indipendenza nell’odio ad Austria, confondevansi le varie forme

di libertá ne’ desidèri indeterminati ed ignoranti delle monarchie

rappresentative all’inglese, o alla francese del 1814, o alla spagnuola

del 1812, o delle repubbliche a modo moderno americano, o del medio

evo italiano od antico greco-romano; era un caos di brame incomposte,

come succede tra ineducati ed inesperti, che non hanno a decidersi

né scienza né esperienza. Ed era poi un caos anche maggiore de’

mezzi immaginati. Di resistenze, o, peggio, conquiste legali, non ci

era idea; di sollevamenti popolari, molta; ma piú principalmente di

congiure, il modo piú ovvio e, pur troppo, tradizionale giá in Italia;

se non che, congiurare a modo del Quattrocento o Cinquecento, quando

gli Stati erano piccolissimi e mal fermi, non era possibile. S’inventò,

o s’era giá poc’anzi inventato, un modo nuovo, adattato al secolo; un

estendimento delle congiure, proporzionato all’estendimento degli Stati

e della civiltá; le sètte o societá segrete. E la terra classica delle

congiure rozze, diventò classica delle perfezionate. Vennerci di fuori,

per vero dire, le prime sètte del Settecento (o forse piú antiche, se

si creda alle loro genealogie), i franchi-muratori, gli illuminati,

e non so che altre. Poi sotto a Napoleone ed alle sue molteplici

polizie (parola nuova anche questa che bisogna ora introdurre) dicesi

fossero o quelle od altre sètte nel suo esercito. Ma la potenza di

tutte queste, se fu, non uscí guari dall’ombra, non produsse effetti

grandi alla luce del dí. Produssene sí quella detta Ingendbund, nata e

cresciuta in Prussia, negli anni di sua servitú a Napoleone, dal 1808

al 1812, trionfante dopo le sventure francesi del 1812, aiutante il

sollevamento e l’indipendenza di Prussia e Germania intiera nel 1813

e 14; rimasta poi lá con nomi e scopi mutati e minori. E sorse, con

iscopo simile, benché piú ristretto, in quei medesimi anni la setta

dei carbonari, fomentata, dicesi, contro ai Napoleonidi di Napoli da’

Borboni di Sicilia. Ma se è vero tal fatto, questi non tardarono a

portar la pena della pericolosa invenzione; ché restaurati nel 1815, la

setta amica diventò nemica loro e degli altri principi restaurati ed

assoluti, amica della parte liberale, di cui erano quasi vanguardia, o

bersaglieri, sregolati, ingovernabili, cui pretendevano anzi condurre.

Io non ho luogo, né notizie, né genio a dire di lor forme, lor modi,

loro divisioni e suddivisioni, e mutazioni e moltiplicazioni di nomi.

Questo solo noterò qui, che ho notato altrove, ed è piú importante:

che queste sètte o congiure nuove, non meno che le piú antiche,

si mostrarono al fatto sempre il peggior modo che possa essere ad

effettuare qualunque rivoluzione; il peggiore quanto a moralitá, perché

non è possibile avanzarle senza quei segretumi, quelle falsitá, quelle

insidie, e quei tradimenti che sono, insomma, l’essenza delle congiure;

ed il peggiore quanto ad efficacia e buona riuscita, perché appunto

quella immoralitá fa sí, che molti non vedendola vi si mettono, ma

vedendola se ne ritraggono, e i pochi rimastivi perdono la fiducia, e

si dividono, e chi fa una cosa, chi l’altra, nulla mai di unanime o,

peggio, di grande. Ancora, in questi convegni segreti, continui, e di

uomini cosí diversi, naturalmente si parla molto, piú che non s’opera,

e si prende il vizio del parlar senza pro; si fanno progetti fondati

non sulla pratica degli affari umani, che i settari non hanno, ma sulle

teorie; non sulle possibilitá, ma sulle desiderabilitá all’infinito:

ondeché appena incominciata l’esecuzione, salta fuori l’impossibilitá,

e tronca tutto. Insomma le congiure, quantunque progredite a sètte,

rimangono il mezzo di rivoluzioni piú contrario che possa immaginarsi

a tutti i mezzi della progredita civiltá; il loro segretume, alla

pubblicitá; la loro relativa pochezza, all’universalitá dell’opinione

pubblica; i loro disegni teorici, a quella pratica di governo che

si diffonde a poco a poco nelle stesse popolazioni; ed i loro mezzi

d’eseguimento, a quella moralitá, a quella mitezza, che essa pure,

essa piú d’ogni cosa si diffonde naturalmente tra la cristianitá.--Ad

ogni modo, questo grand’errore dei liberali (ché cosi chiameremo,

per abbreviare, anche le sètte delle quali se avessimo luogo noi

distingueremmo i fatti ultraliberali ed anzi illiberali), quest’errore

de’ governati liberali, figlio giá de’ primi errori de’ principi e

de’ governanti, ne produsse altri nuovi. E primamente, che questi

governanti assoluti imitarono questo stesso errore; fecero contro alle

sètte liberali altre e varie sètte governative, assolutiste, e, che

fu peggio, religiose: calderari, guelfi, ferdinandei, sanfedisti, e

che so io; alle quali poco o molto, esplicitamente od implicitamente,

in un modo o in un altro, in qualunque modo, parmi innegabile che

s’aggiungessero alcune congregazioni che avrebbero dovuto rimanere

religiose. E certo io credo, io son persuaso, che molti di tutti questi

non vollero adoperare, non si sarebbero piegati mai ad adoprare mezzi

chiaramente immorali, scelleratezze, peccati; ma, dal piú al meno, io

son persuaso che molti delle sètte liberali non vi si sarebbero piegati

nemmeno essi; e concedendo in ciò il vantaggio alle sètte pretendenti

nome e scopo religioso, io veggo in esse per altra parte un grande

svantaggio, un piú grave scandalo, quello d’avere abusato, piú che le

sètte liberali (le quali ne abusaron pur esse), della mistura delle

cose divine colle umane. Né bastò a’ nostri governi questo nuovo mezzo

contro i liberali; usarono e portarono al sommo quel modo giá vecchio,

che dicesi inventato o perfezionato da Leopoldo di Toscana, usato molto

da tutti i governi rivoluzionari di che parliamo, in tutta Europa,

ma forse piú che altrove in Italia, la polizia politica. Della quale

non occorre dire che è chiaro come sia l’esagerazione dello stesso

governo assoluto, come antipatica alla presente civiltá, come perciò

vano, inutile, o nocivo mezzo di quello in questa. Insomma l’esiglio

e il modo di restaurazione, e la preponderanza od anzi la prepotenza

austriaca nel 1814, produssero il primo errore de’ governanti italiani

del 1814, l’assolutismo retrogrado; questo produsse ne’ governati

la parte liberale, e contemporaneamente l’error secondo delle sètte

liberali, e queste poi furono madri, sorelle o figlie (ché non ne

disputerò) delle controsette assolutiste, austriache, e pretese

religiose, e le polizie giunte al sommo. E cosí di sètte, controsette

e polizie, e quindi di scoppi or falliti in sollevamenti di un giorno,

ora riusciti a rivoluzioni di poche settimane o pochi mesi, seguite

sempre di persecuzioni, purificazioni, esigli, carceri ed anche

supplizi, si riempiè la storia di trenta e piú anni che seguirono il

1814; è una brutta storia segreta, sotterranea, ma pur troppo reale, e

piú importante che non la pubblica e non bella nemmen essa; ed è storia

quasi unica de’ primi venti, fino al 1834 o 35.

Nel 1815, fu temuto e represso uno scoppio nel Lombardo-Veneto, non

saprei dire se anteriore, contemporaneo o posteriore all’impresa di

Murat. Il quale minacciato dal congresso di Vienna, ed allettato

dall’impresa di Napoleone, e probabilmente dalle sètte, uscí di

suo regno, invase l’Italia fino al Po, si fermò ai primi incontri

coll’esercito austriaco di Bianchi, retrocesse, combatté a Tolentino,

fu vinto, fuggí di Napoli, tornò fra breve in Calabria con pochi, vi

fu preso, giudicato e fucilato in poche ore dalla gente dei Borboni

cosí restaurati.--Nello stesso anno fece miglior figura il Piemonte,

che dicemmo il piú mal restaurato fra gli Stati italiani, ma dove

re, popolo ed esercito fanno sempre buona figura ad ogni occasione

militare. Furono i soli che prendesser parte alla guerra di tutta

Europa contro a Napoleone; ebbero un bell’affaruccio a Grenoble.--Dal

1815 al 1820, nulla, nemmen riforme, impedite dalla paura delle

sètte mal liberali, dall’influenza delle controsette illiberali e

lor alleati.--Nel 1820, scoppiata la rivoluzione militare di Spagna,

scoppiò una militare nel regno di Napoli, vi proclamò, vi stabilí

in fretta la costituzione spagnuola del 1812, cioè la francese del

1791: un re senza «_veto_» né libertá di re né di cittadino; una

sola Camera, una commissione permanente ne’ recessi di questa, una

cosí detta monarchia con istituzioni repubblicane; la peggiore delle

monarchie e delle repubbliche; la forma di governo rappresentativo

la piú contraria a tutta la scienza rappresentativa. Sicilia volle

serbare la sua costituzione all’inglese; si separò, guerreggiò, fu

vinta al solito. Al principio del 1821, scoppiò una rivoluzione

piemontese imitatrice dell’imitazione napoletana; durò un mese: fu

vinta dall’intervenzione austriaca, in poche ore; produsse la mutazione

del buon re Vittorio Emmanuele I, che da un anno o piú accennava

volgersi ad uomini e riforme liberali, in Carlo Felice; e intanto

un esercito austriaco, attraversando tranquillamente l’Italia dal

Po al Garigliano, disperdeva lá l’esercito napoletano, riconduceva

il re che avea giurata e stragiurata la costituzione, ed or la

spergiurava e distrusse.--Seguirono nove anni di pace e tranquillitá;

cioè, supplizi alcuni, carceramenti non pochi; purificazioni,

persecuzioni, esigli, moltissimi; sètte represse addentro, moltiplicate

fuori; controsette, polizie trionfanti, fino al 1830. In luglio di

questo, rivoluzione in Francia, cacciata dei Borboni; rivoluzione

in Belgio, separazione, indipendenza di queste province, di quelle

schiatte francesi, dalle tedesche d’Olanda; rivoluzione minacciata

nella vecchia e sapiente ed esperta Britannia che se ne salva con

una concessione della parte e aristocratica e conservativa, colla

riforma parlamentare: rivoluzioni varie in Germania, ed estensione

piccola della monarchia rappresentativa; rivoluzione in Polonia per

l’indipendenza, ammirabilmente propugnata coll’armi da quel popolo

armigero, perduta tra, e forse per le dispute di libertá. Ed in mezzo

a tanto moto dí rivoluzioni, quasi tutte buone e tutte vere, che fece,

che poté l’Italia? che poteron le sètte? Io non so. So che poterono piú

le polizie e controsette; so che il moto italiano si ridusse a scoppi

e sollevamenti piccoli qua e lá, in Romagna, nelle Marche, a Roma,

quetati in parte dal principotto di Modena e dal nuovo papa Gregorio

XVI, spenti da un’invasione austriaca giá terza in quelle province, e

da una prima francese. Furono male spenti, è vero; il fuoco uscì dalle

ceneri in fiammelle nel 1833 in Modena e Piemonte, ma, a spegnerle

di nuovo e piú durevolmente, bastarono colá poca truppa austriaca,

qua la polizia del paese; seguita poi l’una e l’altra di piú numerosi

supplizi che non si fosser usati fin allora. E questo fu il culmine, o

piuttosto il piú bassofondo di quella guerra, quella politica, quella

storia sotterranea; fu l’epoca della maggior divisione tra governanti

e governati italiani. Invece della quale, invece di stabilirla da

principio ed accrescerla sempre piú con orrori avvicendati, se avessero

saputo i governanti accostarsi ai popoli con riforme liberali; ovvero

i governati ai governi, per suggerire, insistere alle riforme ed

aiutandovi con mettervisi essi, non è, non può rimaner dubbio che que’

venti anni sciagurati, invece di essere di peggioramento, sarebbero

stati di un miglioramento, di un principio ed aiuto qualunque a ciò che

seguí.

Della storia d'Italia dalle origini fino ai nostri giorni, sommario. v. 2 · 第 17 / 26 段