e succedutogli suo figliuolo Francesco II), si mossero gli alleati
contra Francia dal Reno. Ma furono respinti a Valmy, a Jemmapes, e
perdettero il Belgio e la riva sinistra di quel fiume fino a Magonza.
E in Italia, mentre erano per via gli austriaci in aiuto a re Vittorio
Amedeo III di Sardegna, furono tolte a questo d’un tratto, senza buona
resistenza, Savoia e Nizza [settembre].--Nel 1793 [21 gennaio] salí
sul palco Luigi XVI. Entrarono allora nell’alleanza molti principi che
non v’erano ancora, e fra gli altri il papa e Napoli; e si sollevarono
la Vandea, Lione, Marsiglia e Tolone, data poi in mano ad inglesi,
a piemontesi, a napoletani [27 agosto]. Quindi, i repubblicani
guerreggiavano infelicemente dentro e fuori; e perdean Belgio, Magonza
e la sponda sinistra del Reno, fino alla fin dell’anno, che sotto Hoche
ripresero le linee di Weissembourg e Landau. In Italia una flotta
francese tentò la Sardegna, ma fu respinta [24 gennaio]. Corsica si
sollevava contra Francia sotto Paoli, tornatovi da qualche tempo; e
vi venivan poi gl’inglesi, ed eran ricacciati all’ultimo; di che, come
di provincia oramai tutta francese, non diremo altrimenti. Intanto i
piemontesi ed austriaci tentarono riprendere Savoia e Nizza, e dar la
mano a Lione e Tolone. Combatterono non senza vigore [8, 12 giugno] al
colle di Rauss nelle Alpi marittime; ma furono respinti in ogni altro
luogo; e caddero poi Lione [9 ottobre] e Tolone [19 dicembre]. A questa
ripresa di Tolone, Napoleone contribuí come ufficiale d’artiglieria.
Quest’anno 1793 fu il bruttissimo della storia interna di Francia. Ma
confessiamolo a gloria di quel popolo; quella bruttezza fu ricompra
dalla magnifica difesa della indipendenza. Salvo i regi, tutti
s’unirono a tal difesa. Né serve attribuirla, come fanno alcuni, chi
a Carnot, chi al terrore di Robespierre e consorti; né Carnot né il
terrore non avrebbon valuto, senza quel sentimento d’indipendenza che
fu solo buono rimasto allora a’ francesi, che fu tanto piú forte forse
perché solo buono lor conceduto, e che bastò a ricondur poi la nazione
a poco a poco a tutti gli altri, salvo la costanza. Alla quale pure
essi verranno: ché quanto piú si scorron tempi o paesi, piú si vede
confermato che questo sentimento genera, tosto o tardi, tutti gli altri
buoni.--Nel 1794 poi, mentre cessava [28 luglio], per il supplizio di
Robespierre e de’ suoi complici principali, quella somma tirannia che
fu detta il Terrore, gli eserciti repubblicani uscivan di nuovo di
Francia da ogni parte, riprendevano Belgio e la riva sinistra del Reno,
invadevano Olanda e Spagna. In Italia s’avanzavan meno; trattenuti
dall’esercito piemontese, non prendeano che le somme Alpi al piccolo
San Bernardo, al Moncenisio, all’Argentiera. Ma tra l’Alpi marittime
e l’Appennino violavano [aprile] la stolta neutralitá di Genova, e
s’allargavano nella riviera di ponente, e né per questo si riscuoteva
Genova. Né si riscuoteva Venezia, l’altra decrepita aristocrazia.
Quindi, i francesi prendean Saorgio e il Col di Tenda ed altri
passi, e scendean qua e lá in Piemonte. Combattessi principalmente
[21 settembre] a Dego, destinato a maggior rinome. In quest’anno [23
maggio] a Valenciennes fu firmato tra Sardegna ed Austria un trattato,
che sarebbe stato fatale se non fosse stato stoltissimo allora ed
annullato da’ fatti poi; un trattato, per cui casa Savoia dovea disfar
l’opera de’ maggiori, riportar sua potenza in Francia, restituendo ad
Austria altrettante province verso Lombardia.--Nel 1795 finalmente,
quando i repubblicani francesi ebber riuscito a far una repubblica di
due assemblee legislative con un Direttorio esecutivo [4 novembre],
allora cominciarono a far paci colle potenze nemiche. E prima (brutto
vanto) con Toscana [9 febbraio], che non era mai entrata né avrebbe
potuto entrar seriamente in guerra; poi con Prussia [5 aprile], con
Olanda [16 maggio], con Ispagna [22 luglio]. Quindi, giá non rimanendo
essi in guerra continentale se non contro ad Austria e all’imperio e
Piemonte, incominciarono in Germania a passar il Reno; ed in Italia
ritentarono gli Appennini, e vinsero a Loano [23, 24 novembre], ma
furono pur trattenuti al di lá.--Ma l’anno 1796 vide mutarsi a un
tratto i modi e la fortuna di quella guerra, l’Italia, l’Europa, per
l’elezione di Napoleone Buonaparte, giovane di ventisei anni, al posto
di generale dell’armata d’Italia [29 febbraio]. Giuntovi appena [26
marzo], si cacciò tra l’Appennino, al centro della linea di difesa
nemica, tra austriaci che vi stavano a sinistra verso Lombardia, e
piemontesi a destra verso Piemonte. Vinse or gli uni or gli altri
di qua, di lá, a Montenotte [11 aprile], a Dego [12], a Millesimo
[14], a Mondoví [22]. E lí presso a Cherasco [28], i piemontesi
abbandonarono la guerra, fecero una brutta tregua, mutata poi [18
maggio, a Parigi] in brutta pace; per cui lasciavano l’alleanza, cedean
Savoia e Nizza; davano in mano ai francesi le migliori fortezze dello
Stato, quelle fortezze vergini d’assalto, in cui e con cui avrebbon
potuto e dovuto resistere, e cui date, si facean servi. Fu incredibil
viltá, comparata alla virtú antica dei piemontesi, di casa Savoia;
ma essi avean fatte almeno quattro campagne, una brutta, ma tre
belle; avean tenuto lo straniero quattr’anni su quell’Alpi e quegli
Appennini, ove eran accorsi con essi pochi austriaci, non un altro
italiano. Conchiudiamo, che allora il migliore Stato italiano valea
poco, gli altri nulla.--Intanto Buonaparte proseguí sua invasione,
sue vittorie. Subito passò il Po a Piacenza [7 maggio], concedé una
tregua con multa al duca di Parma [9], combatté e passò l’Adda a Lodi
[9]; entrò in Milano [15] trionfante ed applaudito da’ repubblicani,
o, come li chiama Botta, gli «utopisti» italiani, esecrato dal grosso
delle popolazioni che si sollevarono qua e lá. Trattenutone pochi dí,
riavanzò, passò l’Oglio, entrò nel territorio della moribonda Venezia,
che per la terza o quarta volta deliberò non tra pace o guerra, ma
tra neutralitá armata o disarmata, e s’appigliò a questa. E vincendo
poi a Borghetto [28 maggio], entrò in quel campo di guerra tra Mincio
ed Adige, dove egli, il giovane ed arditissimo de’ capitani antichi
o moderni, vi si fece quasi un Fabio indugiatore, vi si fermò, vi si
piantò, vi aspettò quattro eserciti nemici, contentandosi di vincerli
in una guerra difensiva e lunga di otto mesi intieri, dove poi quella
devota vittima di Carlo Alberto non fu rimasto un mese senza che i
capitani di bottega, di setta, di piazza, od anche di piú autorevoli
assemblee, lo spingessero ad uscire, ad avanzare, a correr paese, a dar
la mano a chiunque si sollevasse, a guarnir l’Alpi, ad estendersi, a
perdersi, a perder la piú bella occasione che sia stata mai all’Italia.
Ed a piú dolore e piú vergogna si ritenga, che il gran capitano
francese aveva, lasciategli da’ veneziani, Peschiera, Legnago e Verona,
mentre l’infelice italiano aveva contro sé queste tre fortezze,
l’ultima delle quali accresciuta a tal segno da annullare in paragone
l’importanza di Mantova stessa, e da essere il baluardo, la piazza
d’armi, il palladio della potenza austriaca in Italia. Cosí dismessa
ogni altra impresa, ogni altra idea, ogni altro pensiero, avesse egli
assalito Verona seriamente, lentamente, destinandovi i mesi, gli anni,
qualunque tempo! Ma, sinceramente, era egli possibile ciò? Forse sí;
ma se mai, co’ due modi napoleonici: primo, lasciar dire, e ridur la
guerra a quell’impresa; secondo, minacciar di far fronte addietro,
contro ai perturbatori della patria. Ma non erano né dovevano essere
modi nostri. Vi pensi, sí, per un’altra volta, l’Italia. I campi di
guerra dati dalla natura non si mutano per andar de’ secoli; l’arte,
rinforzandoli, li fa anzi piú importanti. E da Mario e i cimbri,
o forse prima, fino a noi, quel campo di Mincio ed Adige fu, è e
sará quello ove si combatterá, se mai, la causa nostra. Diavi allora
la patria campo libero, e senza disturbi a’ suoi soldati. Chi sta
al terribile ed onorato gioco dell’armi è suscettivo, concitabile,
iroso, e, se sia lecito dire, nervoso. Rispettate i combattenti, non
disturbateli; non meno che le loro ire, temete le loro svogliatezze;
serbate loro alacritá, lasciateli vincere una volta; e ricompensateli
poi, se vi paia, coll’ingratitudine. Non sará il primo esempio; ma
intanto voi sarete stati liberati.--Sei giorni appresso, Buonaparte
accerchiò Mantova [3 giugno]. Cosí collocato, die’ alcuni giorni, e
gli bastarono, ad assicurarsi, a spalla, degli Stati minori italiani.
Entrò a Modena [19], poi a Bologna, in Toscana [26]; gettò un presidio
a Livorno, e firmate tregue con Napoli e col papa, tornò dinanzi a
Mantova. Ivi egli era minacciato da un secondo e grande esercito
austriaco, che scendea sotto Wurmser per Tirolo, dai due lati del lago
di Garda. Al 29 furono assaliti i posti francesi. Al 31, quel giá sommo
de’ capitani moderni abbandonò l’assedio, si volse tutto alla guerra
campale; ed in sei dí, vincendo a Lonato [3 agosto] e a Castiglione
[5], rigettò Wurmser nelle Alpi tirolesi. Ma rifattovisi questo e
minacciando nuova discesa, di nuovo Buonaparte prese l’offensiva; e
combattendo dal 3 al 5 settembre, risalí Tirolo fino a Trento: poi, non
trovatovi Wurmser che scendea intanto per Val di Brenta, ve l’inseguí
con magnifica risoluzione, a Bassano, a Legnano, e lo ridusse a
buttarsi in Mantova [13]. Allora, libero di guerra campale, ricominciò
e spinse l’assedio.--Ma minacciava intanto dal Friuli Alvinzi con un
terzo esercito, la terza campagna austriaca dell’anno; bella costanza
da svergognare le debolezze italiane. Le virtú degli avversari son le
piú importanti a riconoscere, per prenderle e vincerle. Al 10 ottobre
Napoli, al 5 novembre Parma firmavan lor paci con Francia. Modena,
Bologna e Ferrara, occupate e sommosse da’ francesi, si dichiaravan
libere, formavano l’efimera repubblica cispadana [16 ottobre]. Il
medesimo dí, morto Vittorio Amedeo III, succedeva Carlo Emmanuele IV
figliuolo di lui, nel regno occupato ed asservito; nel regno che, egli
principe buono e pio, tenne pochi anni poi, quasi una sventura, una
penitenza, una croce. Il dí 1º novembre Alvinzi passò la Piave, ed
in vari combattimenti respinse l’esercito francese sull’Adige, fece
pericolar la fortuna di Buonaparte. Ma a un tratto, questi scende da
Verona per la destra d’Adige, il passa, prende in fianco Alvinzi, lo
sconfigge ad Arcoli [15, 16, 17 novembre], e torna quindi all’assedio
di Mantova. Tal fu l’anno 1796, che rimarrá famoso sempre nella storia
militare, per l’arte innalzata al sommo dalla giovanile e meravigliosa
facoltá inventiva di Buonaparte. In Germania gli eserciti francesi
avanzati oltre Reno, erano sforzati a indietreggiare dall’arciduca
Carlo, e facevano una bella ritirata sotto Moreau; ed anche queste
operazioni e questi capitani sono gloriosi.--L’anno 1797 s’aprí con
una quarta discesa austriaca, una quarta difesa offensiva e nuove
vittorie di Buonaparte. Alvinzi ridiscendea dall’alto Adige, Provera
assaliva sul basso [12 gennaio]. Buonaparte corre al primo, e lo vince
a Rivoli [14]; corre al secondo giá arrivato alla Favorita dinanzi
a Mantova, e vince lui e Wurmser uscito dalla piazza, e prende il
primo, e fa rientrar il secondo [16]; ondeché questi, ridotto agli
ultimi, in breve capitolò [2 febbraio]. Ed ora, ad uno solito ed anche
buon capitano sarebbe paruto tempo di riposar l’esercito; ma non a
Buonaparte. Mossosi contra il papa, firmava [19 febbraio] la pace a
Tolentino, facendosi cedere (oltre Avignone) Bologna, Ferrara, le
Legazioni, trenta milioni. Poi, addí 10 marzo, moveva Joubert per il
Tirolo, Massena per la Ponteba, se stesso al Tagliamento, per finir la
cacciata degli austriaci dall’Italia, per passare d’Italia ad Austria,
quell’Alpi tante volte passate a rovescio; un esercito francese
doveva venirne a dar l’esempio. L’arciduca Carlo, il piú grande de’
capitani che abbiano combattuto Francia fino a Wellington, comandava
quel rinnovato e forte esercito austriaco che era il quinto da un
anno. Ma addí 16 Buonaparte vinse al Tagliamento, addí 19 all’Isonzo;
varcate l’Alpi, si trovava addí 31 a Klagenfurth, riunito con Massena,
presso a riunirsi con Joubert. Intanto, a sue spalle sollevavansi
contro a lui Bergamo [12], Brescia [17], Salò [24], Crema [28]; tutte
quelle popolazioni veneziane che la vil repubblica non aveva sapute
usare contro all’invasore in faccia, che ora ella gli sollevava o si
sollevavano a spalle, opportunamente come poteva parer allora, piú
inopportunamente che mai, come si vide in breve. Buonaparte sentí il
pericolo, accresciuto dal non saper che gli eserciti francesi del
Reno avesser incominciate lor mosse; temé aver tutta Austria dinanzi,
tutta Italia addietro; propose negoziati [31]. Ma rifiutato, riavanzò
arditamente, combattendo a Unzmark [3 aprile], e fino a Leoben [7].
Allora Austria, minacciata al cuore, domandò essa l’armistizio. Fecesi
di cinque giorni. Finiva addí 13 al mattino; arrivarono in quel punto
i plenipotenziari austriaci a trattar pace. Trattossi altri cinque dí;
e firmaronsi i preliminari lí a Leoben, addí 17. Austria cedeva il
Belgio e il Milanese da rivolgersi in repubblica; doveva compensarsi
in Germania coi principati ecclesiastici da abolirsi, in Italia col
territorio di Venezia fino all’Oglio; rimanendo Venezia da compensarsi
colle Legazioni e Modena, cioè colla efimera repubblica cispadana:
stranissimo riparto della schernita Italia. Ma il dí prima de’
preliminari [17], che era un lunedí di Pasqua, anniversario de’ vespri
siciliani, sollevavasi Verona, facevansi vespri veronesi. Ridiscese
quindi il gran vincitore e mal pacificatore dall’Austria in Italia;
mandò sue minacce, suoi ordini, sua vendetta a Venezia, ed egli, con
stupenda arte di perfidia, si scostò dall’esecuzione, fu ad aspettarla
a Milano. Addí 12 maggio, in gran Consiglio, la vile aristocrazia
veneziana abolí se stessa, restituí, diceva, la libertá alla nazione,
cioè a una repubblica democratica, cioè a una municipalitá alla
francese. Questa chiamò gli stranieri addí 16. E, al medesimo dí,
le medesime condizioni, i medesimi patti pattuivansi in Milano, tra
i plenipotenziari veneti e Buonaparte! Talmente a cenni, a dito del
vincitore fu consumata quella distruzione d’uno Stato di mille anni.
Seguirono moti in Genova, per cui anche quella repubblica fu mutata da
aristocratica a democratica francese, e prese nome di «ligure»; moti
nella Valtellina contro a’ grigioni, per cui Buonaparte, fatto arbitro,
tolse quella provincia a’ grigioni e diedela alla repubblica cisalpina,
che stavasi, come si disse allora, organizzando. E seguirono negoziati,
dapprima di pace generale in vari luoghi, e poi, rotti quelli, di pace
particolare tra Francia ed Austria presso a Campoformio; e Buonaparte
in persona li condusse, vi tiranneggiò Austria, Francia, Italia a modo
suo. Rigettato da Cobentzel il suo _ultimatum_, ruppe addí 16 ottobre;
e addí 17 fu accettato quello, e fattane pace definitiva. Francia
(giá accresciuta di Savoia, Nizza, Avignone) rimase accresciuta del
Belgio e della riva sinistra del Reno; e questi e gli altri ordinamenti
germanici rimandati legalizzare ed ultimare a un congresso futuro a
Rastadt. Venezia e la efimera repubblica cispadana sagrificate del
tutto; Austria compensata in Italia con Venezia e tutto suo Stato
(salvo l’isole) fino all’Adige. Una repubblica cisalpina (brutto
nome che sottintendeva «Francia») costituita a Milano, e formata di
Lombardia, Modena e le Legazioni.--Napoleone fu incontrastabilmente
il piú gran capitano di questo e molti, e forse tutti i secoli; e
l’anno non corso intiero, dall’11 aprile 1796 al 7 aprile 1797,
basterebbe a dargli tal vanto. Ma Napoleone fu, senza dubbio, mediocre
politico ad ordinare Stati internamente, pessimo ad ordinarli insieme,
a rifar quella carta d’Europa che egli tanto pur meditò e rimutò.
Negli ordinamenti interni, non badava a libertá, negli esterni, non
a nazionalitá; né in quelli né in questi, ai desidèri, ai voleri, al
potere dell’opinione universale. Nei tanti riordinamenti che fece
d’Europa, non badò mai a limiti, a schiatte, a lingue, a natura; non
ebbe mai l’idea, sola effettuabile durevolmente, di costituir nazioni.
Qui non pensò a costituir l’italiana che era pur sua, o del padre e
della madre sua: egli non vi lasciò solamente, vi accrebbe fin d’allora
la potenza austriaca; egli ve la stabilí in modo da far l’Italia
settentrionale campo inevitabile di nuove lotte tra Francia ed Austria,
campo di servitú alla prima di queste per pochi anni, alla seconda Dio
sa per quanti; egli fu il primo inventore degli ordinamenti del 1814
e 1815. Vero è che vi fu aiutato dall’incredibile stoltezza di quasi
tutta Italia, della rimbambita Venezia principalmente, e di quelle
popolazioni sollevatesi appunto appunto per autorizzar chi le voleva
sacrificare.
33. Segue fino alla pace d’Amiens [1797-1802].--La condizione precaria
fatta da quella mala pace all’Italia era questa: Austria dunque fino
all’Adige; la novizia repubblica cisalpina, composta di antichi
sudditi austriaci, modenesi, papalini, divisa in parte antica e che
or diremmo legittimista assoluta, e parte democratica pur assoluta,
niuna di mezzo; esercito novissimo lentamente sorgente, e vituperato
di quel detto di Buonaparte che non avrebbe resistito ad un reggimento
piemontese; e quindi con tal pretesto e ragione, un esercito
d’occupazione francese, e generali e commissari dittatori, cioè insomma
dipendenza straniera assoluta. La monarchia piemontese rimaneva
ridotta e stretta tra le due repubbliche di Francia vera e Francia
cisalpina, ed occupata essa pure, attraversata da francesi. Parma
sopravviveva sotto lo scudo di Spagna, Toscana sotto quello d’Austria.
Roma travagliata tra suo vecchio governo e la vicinanza della nuova
ed invadente democrazia cisalpina, Roma pareva all’ultima agonia;
ed eravi per allora, e sarebbe stata per sempre, se non vi fosse il
poter temporale appoggiato allo spirituale. E finalmente la regina
Carolina ed Acton fremevano da Napoli contro alle novitá, cui non avean
saputo resistere nel farsi, cui fatte volevan disfare. Insomma, o per
vecchiezza mal sostenuta, o per nuova e cattiva costruzione, tutti gli
edifizi degli Stati italiani minacciavan rovina.--La prima fu quella
di Roma. Scoppiovvi una sommossa di repubblicani [28 dicembre 1797],
cosí dappoco che non resistettero ai dragoni del papa. Rifuggirono
al palazzo di Francia, dov’era ambasciatore Giuseppe Buonaparte
fratello di Napoleone, e a lui addetto un giovane generale Duphot.
Questi fu ucciso nel tumulto. Fecesene scandalo, grida, violazione
_iuris gentium_, e via via. Arrivò Berthier, generale in capo de’
franco-cisalpini, al 10 febbraio 1798, entrò, fu menato in trionfo a
Campidoglio; e lí sotto, a Campo Vaccino, dinanzi ad un notaio, fu
proclamata la repubblica romana. Non sarebbe pregio d’opera anche piú
distesa riferire le costituzioni, o peggio i subbugli, le parti, cioè
i pettegolezzi di questa e delle seguenti repubblichette efimere.
Piú seria, piú storica la resistenza del vecchio ed or dignitoso
e coraggioso pontefice; il quale ricusò ogni rinuncia, e fu subito
portato via a Toscana, ed indi a Valenza in Francia, dove morí [29
agosto 1799].--Intanto cadeva casa Savoia. La repubblica ligure
infrancesata dichiarava la guerra a Carlo Emmanuele. Intromettevasi
Francia, ed occupava la cittadella di Torino. E finalmente, a un
medesimo di a Parigi e a Torino, dichiarava la guerra (tirannica
derisione) al re giá spogliato d’ogni mezzo di resistenza; e questi
abdicava [9 dicembre] virtuosamente protestando, ed era poi portato via
a Toscana, e lá imbarcato per Sardegna. E cosí, dopo quattro anni di
difesa militare, e due di difesa diplomatica (sostenuta principalmente
dal Priocca ministro degli affari esteri e dal Balbo ambasciatore a
Parigi) cadeva anch’essa non senza dignitá casa Savoia. Questa e il
papa soli fra’ principi italiani ebbero, non avendo saputo resistere,
l’onore almeno di aver saputo soccombere. E del Piemonte pure fu
tentato fare una repubblica; ma non fu conceduto dai francesi, che
lo serbarono sotto un governo, come si diceva, provvisorio.--Napoli
poi cadde poco appresso, ma men bene di gran lunga. Carolina ed
Acton ministro, e Mack generale tedesco assoldato da essi, e Nelson
ammiraglio inglese trionfante della sua recente vittoria navale ad
Abukir, immaginarono decidere, romper essi dal loro angolo d’Italia
quella guerra, che si riannuvolava giá da tutta Europa. Apparecchiato
un grande esercito, i napoletani invasero la nuova repubblica romana,
entrarono in Roma [29 novembre], abbandonata dal piccolo corpo francese
di Championnet. Ma battuti i napoletani fin dal primo incontro ad
Otricoli [9 dicembre], lasciaron Roma; e rientrovvi Championnet, e li
inseguí ai limiti del Regno ed oltre. Ferdinando Borbone, spaventato,
salpò con la moglie e la corte sulle navi di Nelson per Sicilia [31
dicembre].--Al nuovo anno 1799, si avanzò Championnet contro a Capua
[3 gennaio], e firmò un armistizio [11] con Mack; ma sollevossi Napoli
contro a questo ed al governo del re, e la cittá rimase in mano a’
lazzaroni, sotto il principe di Moliterno, che finí quella confusione
chiamando i francesi [23 gennaio]. Ed ivi pure fu organizzata una
repubblichetta alla francese, la quale (perché non erano ancora di
moda le caricature del medio evo, ma sì quelle greche e romane) fu
detta «partenopea».--Scoppiava poco appresso la guerra della seconda
coalizione europea; da una parte, Inghilterra che non avea cessato
mai, Austria che ricominciava diciotto mesi dopo la pace mal fatta e
peggio eseguita di Campoformio, e Russia che entrava or per la prima
volta in guerra effettiva; dall’altra, Francia e le sei repubbliche
satelliti sue, olandese, elvetica testé rivoluzionata, democratizzata,
centralizzata e ribattezzata, ligure, cisalpina, romana e partenopea.
Jourdan passando il Reno in Germania [1º marzo], Massena passandolo
in Elvezia [6], e l’arciduca Carlo passando il Leck [3], aprirono la
campagna. La quale fu condotta colá infelicemente per Francia, ma pure
serbando all’ultimo le due linee del Reno e della Limmath. In Italia
poi Scherer e l’esercito francese incominciarono essi passando l’Adige
[26 marzo]; ma battuti nei dí seguenti da Kray, si ritrassero [7
aprile] sul Mincio, e quindi precipitosamente sull’Oglio, sull’Adda.
Scherer avvilito lasciò il comando a Moreau, giá generale in capo
illustratosi in Germania, e qui semplice general di divisione. Intanto
arrivava l’esercito russo sotto Suwarow, capitano molto illustratosi
in Turchia e troppo in Polonia. E perché a Championnet, richiamato
dall’esercito di Napoli nell’Italia superiore, era succeduto Macdonald
buon capitano esso pure, fu bella guerra anche questa. Moreau battuto a
Cassano sull’Adda il dí appresso a quello in che prese il comando [28
aprile], si ritrasse lentamente a Milano, a Torino; e dato tempo cosí
alla fuga scompigliata de’ repubblicani cisalpini e piemontesi, passò
il Po, lascionne tutta la riva sinistra, ridisceselo sulla destra, e
si collocò al confluente del Tanaro tra Alessandria e Valenza. Suwarow
prese Torino, ma esso pure ridiscese il Po a manca, e, passatolo, si
collocò a Tortona in faccia a Moreau. Questi gli sguizzò di mano, e
posesi a Novi, tendendo la destra a Macdonald che arrivava da Napoli,
Roma, Toscana abbandonate. Verso la metá di giugno eran presso a
riunirsi i due. Ma fosse fretta di Macdonald o indugio di Moreau,
quegli si trovò impegnato solo contro a Suwarow bellamente cacciatosi
in mezzo. Alla Trebbia combatteronsi tre giornate [17, 18, 19]. E
battutovi Macdonald, si riuní allora a Moreau per l’Appennino; sul
quale fu cosí cacciato tutto l’esercito francese, rimanendo il resto
d’ Italia in mano agli austro-russi. E quindi si vede, come da altri
esempi numerosi antichi, nuovi e novissimi da Annibale fino a noi,
che ivi pure tra il Po, la Trebbia e l’Appennino è un altro campo
apprestato dalla natura, fortificato poi dall’arte variamente, alle
guerre italiane, un campo che è primo o secondo in importanza a quello
di Mincio ed Adige, secondoché le guerre ci vengono di Francia o di
Germania; campo poi difensivo principale, forse unico, al Piemonte
contro l’Austria. Vergogna a noi, a noi piemontesi dico, di non averlo
saputo adoprare nell’ultima nostra prova. Avrebbe bastato a ciò seguir
le patrie tradizioni, e principalmente gli ultimi esempi di Suwarow
e Moreau.--Seguirono restaurazioni degli antichi governi non meno
efimere, che le repubblichette testé cadute. A Napoli tornarono re,
regina e il resto, incrudeliti a vendetta dal recente avvilimento e dal
subitano e immeritato trionfo. Ivi Nelson sporcò la propria gloria e la
bandiera inglese, imprestandola ai supplizi. In Roma, in Firenze, in
Torino eran proclamati papa, granduca e re, ma assenti, e governarono
intanto gli alleati poco diversi da nemici, piú odiosi. Come
gl’italiani repubblicani poc’anzi, cosí ora i regii poterono imparare,
che sieno le difese, le protezioni, gli ordinamenti stranieri. Austria
aveva allora tutta Italia in sue mani; e mostrò l’intenzione di
serbarne molto o tutto; e perdette l’opinione de’ propri partigiani. In
Piemonte principalmente, crebbe allora l’antico odio ad essa. Che piú?
Per questa aviditá, Austria perdé la guerra stessa; per assicurarsi
del paese ridusse la guerra campale ad assedi; furon prese Alessandria
[22 luglio], Mantova [30]. Allora coll’esercito riunito, Suwarow
s’avanzò all’Appennino, e vinse in gran battaglia a Novi l’esercito
francese capitanato da Joubert, e, lui ucciso, di nuovo da Moreau
[15 agosto]. Quindi l’esercito francese si ridusse in parte dentro e
intorno a Genova, e in parte sul Varo a difendere Provenza. E giá,
passati in Isvizzera Suwarow e l’esercito russo [21 settembre], Melas
coll’esercito austriaco tentava Genova.--Ma mutavasi allora di nuovo a
un tratto e del tutto la fortuna di Francia per l’arrivo di Napoleone
Buonaparte dall’Egitto, che egli avea conquistato da due anni, e che
lasciava ora senza ordini, di proprio moto, per venirsi porre a capo
della mal condotta e da lui disprezzata repubblica. Addì 9 ottobre,
approdava a Fréjus; addí 9 novembre [18 _brumaire_], distruggeva il
Direttorio, e metteva invece un governo di tre consoli provvisori, se
stesso, Sièyes e Ducos. Elaborata quindi una nuova costituzione con un
primo consolo, che naturalmente fu egli, e due minori, Cambacérès e
Le Brun; entrarono in carica il dí di Natale 1799; mille anni, dí per
dí, dall’assunzione di Carlomagno all’imperio.--Quindi subito, e piú
poi ne’ primi mesi del 1800, seguí sotto a Napoleone quel ricalcare
i propri passi la rivoluzione francese, quella, come si diceva
allora, controrivoluzione, tanto temuta da tutti i rivoluzionari,
tanto immanchevolmente destinata a tutti, quel mirabile restaurarsi
e riordinarsi dell’amministrazione, della giustizia, delle finanze,
dell’esercito di Francia, che ci fu recentemente cosí ben narrato dal
Thiers; ben narrato, dico, perché nemmen egli, francese e napoleonico,
ma liberale, non tace né vela ciò che vi mancò, la libertá. Lo stupore
d’Europa a sì grandi mutazioni, gl’indugi degli austriaci che per otto
mesi dopo la battaglia di Novi non fecer quasi nulla né in Italia né
fuori, dieder agio a Napoleone ad apparecchiar la magnifica campagna
del 1800. Pose Moreau ed un forte esercito in Elvezia ed Alsazia sul
Reno, con ordine di passarlo; Massena e le reliquie degli eserciti
d’Italia a difesa di Genova e d’Appennino; e un terzo esercito di
riserva sotto Berthier nominativamente a Digione, di fatto qua e
lá, dove venivan raccogliendosi le divisioni, le brigate via via;
cosicché, tra il grido sparsone e il non trovarsene quasi traccia a
Digione, furono ingannate le spie nemiche, credettero finzione e vanto
la verità bandita. Gli austriaci apriron la campagna. Melas assalì
Massena addí 5 aprile, e fortissimo contra debole, lo rinchiuse in
Genova e lo separò da Suchet che si ritrasse quindi sul Varo, e vi fece
una lunga e bella difesa, mentre Massena fece la sua bellissima di
Genova. Quindi entrò in campagna Moreau [25], passò il Reno su quattro
punti da Strasburgo a Sciaffusa; e combattendo e vincendo a Stockach,
a Moesskirk, giungeva al Danubio, ad Ulma, dove riduceva l’esercito
austriaco di Kray. Posava quindi, staccata giá una forte divisione sua
al San Gottardo, per iscendere in Italia in aiuto a Napoleone. Questi
poi erasi mosso terzo [5 maggio] da Parigi; e attraversata Digione dove
erano appena alcuni depositi dell’esercito di riserva, n’avea raggiunto
il grosso sulle sponde, anzi al sommo capo del lago di Ginevra. Addí
14, aveva spinto Lannes e sue prime divisioni a passar il Gran San
Bernardo; poi l’altre ne’ dí seguenti fino al 20, che passò egli.
Lannes scendendo per Val di Dora, s’era abbattuto contro al forte di
Bard, che la chiude, e passato sulle balze a sinistra, come poté, era
pur progredito. Cosí fece a stento il resto dell’esercito, Napoleone.
Addí 22, Lannes sboccò da’ monti, e prese Ivrea; addí 28, dai colli,
e prese Chivasso sul Po. E raccolto lá alla pianura oramai tutto
l’esercito, Napoleone minacciò a destra Torino, ma piombò a stanca sul
Ticino [31], e passatolo, su Pavia e Milano [10 giugno]. Entrò egli
in questa il dí appresso; e pensi ognuno le meraviglie, le gioie dei
repubblicani, dei cresciuti nemici d’Austria, degli amici de’ francesi
e della libertá, pur cresciuti all’ordinarsi apparente di essa in
Francia. Né fermossi guari Napoleone costí. Partendo di Parigi aveva
accennato col dito in sulla carta la pianura tra Alessandria e Tortona,
come quella ove Melas preso a spalle raccoglierebbe probabilmente
l’esercito austriaco, per rompersi una via alla ritratta. E Melas,
sorpreso a Nizza mentre guerreggiava tranquillo contro Suchet, obbediva
ora al dito fatidico correndo egli e facendo correre sue divisioni
disperse al punto assegnato. Massena intanto era sforzato dal difetto
assoluto di viveri in Genova, addí 4; e, fatta un’onorevole ed utile
capitolazione, sbarcava quindi a Savona dove dava la mano a Suchet giá
riavanzato. E Napoleone, lasciata Milano addí 8, raggiungeva l’esercito
suo che giá aveva passato il Po a Pavia. Addí 9, incontravansi i due
primi corpi nemici a Stradella e Montebello; e vinceva il francese
sotto Lannes, che n’ebbe poi il nome. Quindi seguendo e convergendo
a destra, tutto l’esercito francese trovavasi in Voghera e Tortona,
contro all’austriaco raccoglientesi ad Alessandria. Trovavansi cosí
i due eserciti in una di quelle posizioni dove forza è si decidano i
destini delle nazioni; l’esercito francese aveva l’austriaco tra sé
e Francia, l’austriaco aveva il francese tra sé ed Austria; ma con
questa gran differenza, che il francese cra venuto costí a posta e
credea tagliare, l’austriaco sorpreso teneasi per tagliato; ed ognun
sa, che anche in guerra l’opinione fa la forza. Tre dí passarono in
formarsi, assicurarsi l’uno e l’altro. Addí 13, Napoleone, passata
la Scrivia, e spiegatosi ne’ piani di Marengo e non trovatovi il
nemico, temettelo scampato. Ma all’aggiornare del 14, sboccò questo
dal ponte della Bormida, e si spiegò nei medesimi piani. E lí, da
mattina a sera si combatté quella lunga, varia, intensa battaglia,
vinta dagli austriaci quasi tutto il giorno, rivinta da’ francesi
nell’ultime ore per lor mirabile costanza, per quella principalmente
di Desaix che vi morí. Qui sorge piú che mai il rincrescimento di
non aver agio a descrivere, ammirare, lodare. Insomma, Melas e gli
austriaci furono fermati, rotti, disfatti, ricacciati, riaffollati
in Alessandria; e al domane [15] Melas firmava una capitolazione,
per cui gli fu conceduto ritrarsi dietro al Mincio ed al Po; ed egli
concedeva Piemonte, Lombardia, Liguria, Parma, Modena, le Legazioni,
Toscana; e cosí la restaurazione della repubblica cisalpina. Napoleone
ripassò trionfando a Milano, a Torino; ritornò trionfando a Parigi.
Allora Moreau, concitato da tanto esempio, assalí pur egli in Germania
i nemici, e li vinse e spinse fin dietro l’Inn, e firmò pur esso
un armistizio [15 luglio]. Poche nazioni, pochi uomini ebbero mai
un’epoca di gloria e fortuna crescenti, come questa che incominciò
qui a Francia, a Napoleone; e pochi uomini ne usarono bene, come egli
allora. Continuò, accelerò, svolse riordinamenti interni ed esterni;
ripropose paci, e rigettato riuní nuovi eserciti a nuovi trionfi. Addí
28 novembre, fu rotto l’armistizio. Addí 3 dicembre, Moreau vinse una
gran battaglia ad Hohenlinden, e passò quindi l’Inn e la Salza e firmò
poi un nuovo armistizio a Steyer [25 dicembre]. Ed intanto un secondo
esercito francese dalla Svizzera passava la Spluga [5 dicembre]. Ed il
terzo in Italia sotto Brunc passava il Mincio [25 dicembre] e l’Adige
[1º gennaio 1801], e firmava pur esso il suo armistizio a Treviso
[16 gennaio]. Finalmente [9 febbraio 1801] firmavasi a Lunéville la
pace tra Francia ed Austria, simile a quella di Campoformio: Austria
dietro l’Adige; Cisalpina formata, come giá, del Milanese, Modena e le
Legazioni; Piemonte e Toscana abbandonate alle ulteriori disposizioni
di Francia. E seguirono quindi, rapide, e quasi appendici di questa,
altre paci via via. Per un trattato fatto pochi dí appresso con Ispagna
[21 marzo] Napoleone facevasi ceder Parma e Piacenza, e innalzava
quella casa borbonica a un nuovo regno d’Etruria. Pochi altri dí
appresso [28 marzo], Napoli faceva pace, e cedeva Porto Longone,
Elba, i Presidi e Piombino. E finalmente, addí 15 luglio, firmavasi
il concordato tra Francia e Pio VII, nuovo papa eletto ultimamente
[14 marzo 1800] a Venezia, mirabilmente eletto, come uomo che s’era
giá mostrato intendente de’ tempi, da uomini che cosí mostrarono
intenderli. Poi, adunatasi a Lione una Consulta di cisalpini,
mutava sotto la dettatura dell’onnipotente vincitore e pacificatore
la costituzione della repubblica cisalpina, e gliene deferiva la
presidenza [26 gennaio 1802]. E qui un grande scrittor moderno accenna
a non so qual gioia e qual concorso dell’opinione italiana. Ma noi
vecchi n’abbiam ancor qualche memoria; e il fatto sta che, gioia o
no, questa Consulta fu poco piú che obbedienza al cenno straniero, e
cerimonie. Seguirono altre ed altre paci; ultimate, confermate tutte da
quella tra Francia ed Inghilterra firmata ad Amiens [27 marzo 1802].
La cristianitá era in pace; ma divisa essa tra due potenze prepotenti
una in mare, l’altra in terra; divisa l’Italia tra Francia prepotente e
crescentevi, ed Austria ridotta a soffrire, era chiaro a tutti che non
potea durare né questa ripartizione particolare, né quella generale.