[1792-1797].--Il nome che rimarrá nelle storie universali future alla
rivoluzione francese, quando altre passioni, altri interessi passeggeri
saran succeduti a quelli che reggono ora l’Europa, sará probabilmente
quello di restaurazione del governo deliberativo e rappresentativo
sul nostro continente. Tutte le nazioni figliate dal congiungimento
de’ popoli tedeschi co’ romani ebbero sí il governo deliberativo ma
non il rappresentativo, assemblee deliberative ma non nazionali.
Carlomagno si adattò al governo deliberativo, anzi lo restaurò; e fu
cosí grande poi, che potrebbe bastar l’esempio di lui a provare che
son compatibili tal governo e la grandezza personale del principe. Poi
da Carlomagno al secolo decimoprimo cadde tal governo imperfettissimo,
incapace di reggersi da sé. Sorti i comuni al fine di quel secolo,
ne risultò, nelle numerose cittá italiane, quel governo repubblicano
mal ordinato addentro e peggio fuori, di che abbiam notato a’ luoghi
loro le origini, le vicende, ed il triste fine; ma risultò, nello
stesso tempo all’incirca, quell’introduzione che pur accennammo de’
comuni, cioè dei loro deputati popolari nelle assemblee deliberative
delle monarchie europee, delle tre grandi di Spagna, Francia ed
Inghilterra principalmente. E allora si può dir fatta la grande
invenzione della rappresentanza, allora passato il governo deliberativo
a rappresentativo. Ma fu, come parecchie altre fatte a tempi immaturi,
invenzione precoce, incapace di produrre gli effetti suoi. Decadde
essa pure, fu negletta dai popoli quasi inutilitá, incommodo e carico;
tralasciata dapprima, abolita poi quasi intieramente dai principi come
difficoltá ed impossibilitá nel governo di loro Stati cresciuti. Tra il
primo terzo del secolo decimosesto e il primo terzo del decimosettimo
furono spenti tutti i governi rappresentativi, stabiliti governi
consultativi (in breve caduti in assoluti) in tutta Europa, tranne
Inghilterra. Nella quale fu fatto sí il medesimo tentativo, ma fallí;
e dal tentativo fallito, dalla vittoria del governo rappresentativo
riuscí questo nel 1688 finalmente quasi perfetto; e questa fu la prima
restaurazione di esso, appena attesa allora, appena studiata per
parecchi anni, sul continente europeo. Un lungo secolo, centun anni
dovetter correr prima che si pensasse a niuna imitazione. Vi si pensò,
se ne incominciò in Francia nel 1789; e pur troppo il pensiero fu
leggiero, l’imitazione breve, i pervertimenti molti, pronti e gravi e
non finiti in quella pur essa incostante, pur essa misera nazione. Ma
intanto, tra gli errori e le sventure di Francia, il gran pensiero, la
grande imitazione dell’Inghilterra, la seconda e maggiore restaurazione
del governo rappresentativo, s’è diffusa in Germania, in Spagna, in
Grecia, in Italia, in tutto il continente europeo, tranne Turchia,
Russia, e non so s’io dica alcuni principati italiani. Quindi non è
dubbio che l’anno 1789 è per tutto questo continente una delle epoche
piú grandi e piú atte a segnare e dividere le sue etá storiche, è
l’èra della sua libertá rappresentativa restaurata. Ma perché l’Italia
non entrò realmente in tal restaurazione se non cinquantanove anni
appresso; e perché poi in quest’Italia, che non ebbe in essi, che non
ha nemmen ora l’indipendenza, la stessa questione di libertá non è (per
chi senta e sappia virilmente) se non secondaria; e perché, se ciò sia
vero, noi abbiamo fatto bene, e se non sia, abbiamo errato con meditata
sinceritá, e non ci possiamo quindi ricredere; perché, dico, ad ogni
modo abbiamo da gran tempo divisa la storia italiana secondo questo
interesse primiero dell’indipendenza, e cosí chiamato quest’ultima
etá delle preponderanze straniere; perciò noi non possiamo se non
comprendere in essa, ed anzi nel periodo terzo delle preponderanze
francese ed austriaca, i venticinque anni corsi dal 1789 al 1814. Non
è condizione piú anormale all’universale civiltá, che quella d’una
nazione senza indipendenza; e l’anormalitá della condizione trae seco
l’anormalitá della storia. E il fatto sta che la grand’èra europea
del 1789 non introdusse per noi niuna condizione, niuna mutazione,
niun fatto nuovo che sia rimasto grande e durevole. Ne preparò
alcuni, è vero; ora incominciamo a saperlo; preparò questa libertá
che incominciamo ad avere. Ma non possiamo dire che incominciamo ad
avere l’indipendenza. E finché non l’avremo, io sfido chicchessia a
dire se sia finita l’etá delle preponderanze straniere. Ad ogni modo,
il secolo decimottavo diede uno spettacolo duplice; da una parte,
Inghilterra sola progrediente ed in quel governo rappresentativo di
che ella aveva allora la privativa, ed in ogni sorta di felicità e
grandezze interne ed esterne; dall’altra parte, l’Europa continentale
incompiutamente progrediente in quelle riforme che noi accennammo
per l’Italia, riforme ecclesiastiche e feodali, ma non riforme del
principato, non restaurazioni di libertá. Molti dissero allora e poi di
queste riforme che elle furono imprudenti, ed io credo che dican bene;
imprudentissimo fu al principato riformar tutto, salvo se stesso; esser
liberale de’ diritti altrui e non de’ propri; insegnare a’ popoli tutte
le libertá, e negar loro quella civile e politica che essi desideran
piú e che comprende l’altre. Non ci è mezzo; o non bisogna educare i
popoli, o bisogna compier loro educazione; o non bisogna invogliarli,
o bisogna dar loro ciò di che si sono invogliati e che prenderan male
da sé; non bisogna voler parere, e non esser liberali.--Luigi XVI,
re di Francia, fu il solo principe del secolo decimottavo che abbia
voluto veramente essere e sia stato liberale. E fu detto e si dice che
ei fu imprudentissimo in ciò, ne portò la pena egli, la fece portar a’
popoli suoi. Ma io dico all’incontro, che Luigi XVI non fu imprudente
nell’intenzione, ma solamente nel mezzo adoperato, ma appunto nel non
dar da sé tutto quello che voleva dare, e nel lasciarlo prendere; fu
imprudente in quell’atto imprudentissimo fra tutti gli atti politici,
di dare o lasciar prendere a un’assemblea numerosa, popolare, l’ufficio
regio straordinario, dittatorio, di mutare lo Stato, di fare una
rivoluzione, una costituzione. Gli antichi repubblicani greci e romani,
tutti quanti, sospendeano la repubblica, il poter popolare, quando
aveano a ricostituir lo Stato; concentravano per a tempo il governo
legislativo in un solo uomo o pochissimi, un Licurgo, un Solone, un
dittatore, i decemviri. I repubblicani italiani del medio evo, benché
tanto dammeno, seppero pur sovente fare il medesimo, crear balie di
pochi, per le moltiplici mutazioni di Stato che vollero fare e fecero.
Fu riserbato ad un’etá, che era progreditissima sí in molte cose, e si
credeva ma non era nella politica interna dismessa da due secoli, il
cader nell’errore grossolano di dar a fare una mutazione di Stato, una
rivoluzione, una legislazione o costituzione ad un’assemblea popolare,
di creare, nome novissimo, un’assemblea costituente. Questo errore
trasse a tutti gli altri, alle colpe, ai delitti, agli scempi, alle
nefanditá che tutti sanno, che tutti i buoni aborrirono e vituperarono
giá, che ora è venuta una colpevol moda di lodare o scusare, o almeno
non vituperare. La bontá dello scopo ideato da principio, ed arrivato
all’ultimo, fa quest’inganno nelle generazioni presenti, dimentiche de’
fatti intermediari; e cosí noi liberali prendiamo quel brutto vizio,
che condanniamo pure in altrui, di scusar i mezzi dallo scopo. Ma, mi
si perdoni o no, io non mi vi arrenderò: brutto è giá l’arrendervisi
tra le concitazioni della pratica, ma piú brutto nella tranquillitá
dello studio; qui sarebbe premeditata adulazione per un po’ d’applausi.
L’assemblea costituente del 1789 discostituí lo Stato, se stessa;
fecesi governo solo, onnipotente, prepotente. L’assemblea, che le
succedé nel 1791 con nome diverso, di legislativa, e facoltá minori ma
poi esagerate, discostituí piú, fece o lasciò cadere quella monarchia
deliberativa che sola era voluta da principio. E, nuova vergogna di
quella nazione a’ que’ tempi, la terza assemblea, la Convenzione, abolí
poi la monarchia senza nemmeno costituir la repubblica. Dal 1792 al
1796 che si costituí il Direttorio o governo esecutivo repubblicano,
non vi fu né monarchia né vera repubblica rappresentativa; vi fu,
incredibile esempio in questo secolo, una gran nazione non costituita,
non governata, se non alla giornata, da’ pochi che si trovarono a caso
in Parigi; or quel comune, or le sezioni di esso, ora una pluralitá,
ora una minoritá dell’assemblea; or quelle di altre assemblee non
legali, or l’uno o l’altro membro delle une o delle altre; un vero
caos politico, un tal cumulo di scelleratezze e barbarie, da far forse
scusar l’error contrario a quello detto poc’anzi, di abborrire lo
scopo di libertá, in memoria de’ mezzi che l’instaurarono colá. Ma
il sommo e piú pazzo delitto di quella rivoluzione fu senza dubbio
l’uccisione del re. Non solo l’uccisione, ma il giudicio stesso d’un
re è sommo delitto politico in qualunque regno: in uno assoluto,
perché ivi il re è la legge viva, lo Stato; ma forse anche piú in uno
costituito ad assemblee deliberative, perché ivi il re è guarentito
irresponsabile, incolpevole, dalla legge. E quindi, senza dubbio, gran
delitto era stato giá nel secolo addietro il giudicio e la morte di
Carlo I d’Inghilterra. Ma Carlo I non era buono e virtuoso principe
come Luigi XVI; ma Luigi XVI era non solamente principe buono, ma
liberale, e solo liberale de’ tempi suoi; ondeché la morte di lui fu
insieme delitto di lesa maestá, lesa sovranitá, lesa nazionalitá, lesa
liberalitá, lesi progressi, lesa civiltá; la morte di lui ritardò, chi
sa di quanto tempo, i progressi di tutte le altre nazioni cristiane;
la morte di lui fece e fa scusabili le paure, se sono queste scusabili
mai, di tutti i principi d’allora in poi.--E quindi non solamente
scusabile ma lodevole, a parer mio, fu il sollevarsi e confederarsi di
tutta Europa, prime Austria e Prussia a Pilnitz [27 agosto 1791], poi
via via il resto di Germania e Russia, Svezia, Inghilterra, Olanda,
Spagna, Portogallo e pur troppo non tutta Italia, contro a quella
rivoluzione diventata antiliberale e anticivile. Ed anche qui so di
oppormi a molti, i quali giudicando da’ tempi presenti, da rivoluzioni
minori e tutto diverse, sentenziano non dover gli stranieri, né per
diritto, né per prudenza, frammettersi alle volontá di niuna nazione.
Ma lá non era, non dovea, non potea supporsi volontá cosí anticivile
in una nazione civile; oltreché, forse la civiltá e la libertá de’
popoli non iscapiterebbero nemmeno adesso o mai, se si venisse al
principio di non soffrire nella cristianitá niuno evidente e scandaloso
delitto, venga di giú o di su, di lesa civiltá o cristianitá. Del
resto, chiunque esaminerá (come si fará poi senza dubbio) attentamente
i fatti di que’ tempi, vedrá che le aggressioni vennero allora per lo
piú da’ rivoluzionari francesi, assalenti tutti i principi europei come
illegittimi o tiranni, tutti gli Stati come illegittimamente costituiti
finché non fossero liberi, cioè sconvolti, a modo di Francia.--Se
niuni poi, certo erano i principi e i popoli italiani in diritto, in
dovere di difendersi da tali assalti; aggiugnevasi, ad essi deboli e
vicini, il pericolo sommo che ne veniva a lor indipendenza nazionale.
Eppure, vergogna italiana simile a quella del 1494, come allora
era stata lasciata quasi sola Napoli minacciata dagli stranieri, ed
aveano titubato o barcheggiato gli altri, Savoia, Venezia, Firenze
ed Alessandro VI, cosí ora fu lasciato solo Piemonte all’aiuto
straniero austriaco, e barcheggiaron Genova, Venezia, Firenze, Napoli
e Pio VI; tutti quanti. Ciò i governi; né furono migliori, piú sodi
e piú politici i popoli nostri; gridaron gli uni pace, sempre pace,
cioè ozio, finché la guerra non si fu appressata a poche miglia, e
cosí affievolirono, invilirono i governi giá fiacchi e vili; e gli
altri, i liberali di quell’etá (e diciam pure a consolazion nostra,
che non portavano per anco tal nome, ma quelli di «repubblicani» o
«giacobini»), fecer turpe alleanza di desidèri, di grida e di congiure
colla turpe libertá, cioè colla mostruosa tirannia popolare francese.
Diciamolo d’un tratto, non fosse altro, per abbreviare, e non tornarvi:
principi e popoli, governanti e governati italiani della fine del
secolo decimottavo, furono (salvo pochissime e tanto piú onorevoli
eccezioni personali) insufficienti alla terribile occasione, mostrarono
l’insufficienza delle riforme fatte lungo il secolo.