29. Continua.--Ed ora, risalendo la penisola, veniamo a Roma. Pontificò

fino all’anno 1758 Benedetto XIV [Lambertini]; papa letterato,

protettor di lettere ed arti, restauratore ed edificator di monumenti,

non nepotista, pio, intenditor de’ tempi suoi, tollerante di essi;

e cosí tanto miglior capo di quella Chiesa, la quale appunto, per

esser immortale ed immutabile, debb’essere ed è adattabile a tutti

i tempi.--Morì nel 1758; successegli Clemente XIII [Rezzonico, 6

luglio], meno arrendevole, piú severo, piú acre difensore dei diritti

acquistati lungo i secoli dalla curia romana. Guastossi con Genova, con

Venezia, con Parma, colle quattro corti borboniche. Ma non era tutta

colpa sua. È vero che non erano piú tempi che tutte le libertá, tutte

le colture, tutte le liberalità fossero degli ecclesiastici, venisser

da essi; cosí venendo, fossero aiutate dall’opinione pubblica; è vero

che la liberalità giá s’era fatta secolare, che l’opinione favoriva

i principi alla ricuperazione di molti poteri tolti loro nel medio

evo; ed è vero che rilasciarne molti poteva esser bello e liberale ne’

papi moderni. Ma era forse poco merito, ed era certo poca liberalità

ne’ principi l’acquistarli: la liberalità (non si può dire e ripeter

troppo) sta nel dare, e non nel prendere o nel far dar da altrui; e la

vantata liberalità dei principi del secolo decimottavo fu tutta nel

prendere o far dare, prendere o far dare diritti feodali dai nobili,

prendere o far dare diritti ecclesiastici dalla Chiesa. Né dico che

questo non fosse in tutto un progresso: ma dico che non era liberalità

di principi; e che essi non diedero mai nulla del proprio, nulla dei

diritti o degli acquisti o delle usurpazioni della sovranità, nulla di

ciò che sarebbe stato ad essi liberalità e forse utilità il concedere.

E dico che dei diritti feodali essi non fecero, non poterono far

rilasciar troppi, ché troppo era quanto ne rimanesse. Ma dico (contro

all’opinione di molti, lo so), che nella ricuperazione de’ diritti di

sovranità contro alla Chiesa, molti, quasi tutti i governi del secolo

decimottavo, principi o repubbliche, passarono il segno; come Genova,

quando non volle lasciar mandare dal papa un visitatore o riordinator

ecclesiastico nella Corsica sollevata; come Venezia, quando volle

regolar le relazioni tra ecclesiastici regolari ed ordinari; come le

corti borboniche, quando, sequestrando Avignone, rifecero esse ciò che

fu tanto e giustamente rimproverato ai papi, il mescolar le ostilità

spirituali e temporali. Col re Carlo di Sardegna, solo forse moderato

e rispettoso in tutto ciò, papa Rezzonico non si guastò.--Del resto,

tutte queste dispute ecclesiastiche erano inasprite, ingrossate da

un’altra, non so s’io dica maggiore, o se anzi non ne sorrideranno i

posteri un dí, da una disputa, una sollevazione quasi universale contro

a un ordine di frati, o monaci, o conventuali, o religiosi regolari

che voglian essere, ed importa poco, contro ai gesuiti. Se mi fosse

possibile schivar questo assunto, io lo schiverei, per non iscostarmi

qui da molti miei consenzienti ed amici, e non parer accostarmi a

coloro dai quali io dissento quasi generalmente. Ma io sacrificai testé

affetti e riconoscenze molto piú strette; e sacrificherò queste, se

mai, al dovere storico, di non omettere nella narrazione assunta ciò

che, bene o male, degno o risibile, fu pure l’affare che piú occupò

l’Italia, la cristianità in questi anni; ed al dovere conseguente di

dirne ciò che credo verità, ciò che, cessati gli interessi, le parti,

le passioni presenti, non parrà forse indegno del nome di «liberalità»,

ciò che sarà forse liberalità de’ nostri posteri. Io dissi gia la

bella idea di sant’Ignazio, la bella istituzione de’ gesuiti, fatta

per servire alla propagazione della cristianità tra gli infedeli,

alla difesa della cattolicità contro a’ nuovi dissenzienti. E fecero

i gesuiti l’opera prima magnificamente sempre intorno al globo, la

seconda con grande operosità ed utilità da principio. Ma in questa io

crederei che si guastassero prontamente: che portati dal loro zelo

ne’ paesi tiranneggiati dai dissenzienti, v’imparasser troppe arti di

nascondersi, di dissimulare o simulare; troppo ardore, troppa fiducia

in sé, troppa ostinazione nella lor parte, indubitalmente buona nel

suo scopo cattolico, ma soggetta a errori, come ogni umana cosa, ne’

mezzi, nelle applicazioni. Un cinquanta anni e non piú, giá il notammo,

durò il trionfo, l’ampliarsi della Riforma; ed un cinquant’anni cosí

la bella guerra difensiva dei gesuiti in Europa. Ma col fermarsi i

progressi della Riforma, collo scemare i pericoli che ci venivan da

lei, scemò l’utilità europea de’ gesuiti; e scemò la purità della loro

operosità. Certo, o mi pare, tra le vicende della lega in Francia essi

non furono giá incolpevoli. Né il furono quando, cessate le guerre

religiose, essi portarono le medesime arti, i medesimi fervori alle

corti di Luigi XIV, di Giacomo II, e in altre. I conventuali d’ogni

sorta furono chiamati per necessità nei pubblici affari, ai tempi che

essi erano soli colti, che soli quasi sapean leggere e scrivere. Ma

subito che altri furono a saper leggere e scrivere, e i religiosi ebber

cosí perduto questo vantaggio, essi furono naturalmente gli uomini

meno atti al mondo, meno educati e conformati a’ pubblici affari;

le loro solitudini, le loro educazioni, le loro occupazioni ne li

rendono incapacissimi. Molti ammirarono, or lodando, or esecrando, le

destrezze, l’abilità, la politica de’ gesuiti: ma essi furono forse i

piú impolitici, i piú mal abili degli uomini; mal abili in generale

agli interessi secolari che non poterono imparar ne’ loro collegi; mal

abili in particolare agli interessi politici che sono i piú difficili

della vita secolare; abili soltanto, o poco piú, che ai loro interessi

propri famigliari, cioè a quegli accrescimenti di sostanze, di fortuna,

od anche di credito e di fama, che sono, come si vede nel mondo, la

infima delle abilità. Se fossero stati abili, essi avrebbon fuggita

non che la politica, ma fin le apparenze della politica, che non era,

che non doveva essere loro ufficio, che doveva essere, che fu lor

perdizione. La loro inabilità politica li fece cadere in parecchi men

colpe che errori: la inabilità loro li fece parere caduti in piú errori

che non caddero; li fece parer colpevoli delle male intenzioni che non

ebber né poterono aver mai; li fece accattarsi gli odii, le invidie

degli altri ordini religiosi, di molti ecclesiastici secolari, degli

uomini di mondo e di lettere e d’affari, de’ magistrati, de’ ministri,

e de’ principi. Ne’ tempi poi di che trattiamo, s’aggiunse contra

essi un odio onorevole ad essi, quello de’ nemici della cristianità,

i quali, comunque si chiamino, certo furono allora molti e potenti.

Questi si valsero dell’invidie, delle divisioni interne nostre,

esultarono di rivolger cattolici contra cattolici; i ministri de’

principi esultarono di tal aiuto contro a que’ religiosi faccendieri

incontrati ad ogni tratto; una regia meretrice, la Pompadour, esultò

di punirli d’una loro severità, che, rara o no, essi rivolser certo

una volta contra essa; i principi, piú o meno abbindolati, esultarono

di far questo passo di piú nelle riforme ecclesiastiche tanto allora

applaudite, esultarono di parer liberali, progressisti, o, come si

diceva allora, «filosofi», senza costo proprio, ed anzi incamerando

collegi, chiese, palazzi, masserie e masserizie, milioni. Insomma, i

gesuiti furono cacciati di Portogallo [1758, anno primo del pontificato

di Clemente XIII] da un Pombal, ministro assolutissimo anzi tirannico

d’un re tiranno e dissoluto, sotto accusa di aver partecipato a

una congiura contro alla vita di quel re, ove furono implicati e

suppliziati i nemici particolari di Pombal. Furono cacciati di Francia

nel 1764, al tempo aureo di Luigi XV e sue cortigiane maggiori e

minori, di Choiseul cortigiano di esse, e del parlamento allor

cortigiano di Choiseul; cacciati in séguito al fallimento d’uno di que’

padri in America ed al risarcimento negato dalla Compagnia, a molti

errori insomma di questa. Furon cacciati di Spagna nel 1767 da Carlo

III ed Aranda ministro di lui, sotto accusa di partecipazione ad una

sollevazione popolana fatta per serbare i cappelli ed i mantclli aviti.

E furono quindi cacciati nel medesimo anno, per impulso delle due corti

borboniche maggiori, dalle due minori ed italiche, Napoli e Parma. E

perché in Portogallo s’arrivò al sangue ed ai supplizi, e in tutti

gli altri paesi la cacciata si effettuò con modi subitani, arbitrari,

crudeli, avidi, segreti, e senza render conto pubblico di nulla, ei mi

par poco dubbio che i nostri posteri liberali compareranno tutta questa

cacciata a quella dei templari del medio evo, e si sdegneranno che

tanti loro predecessori abbiano accettate come liberalità o progressi

cosí fatte nefandità. Se non che, essi si sdegneranno forse anche piú

che dopo tanti progressi veri fatti dalla opinione liberale d’allora in

poi per tre quarti di secolo, e (che è piú o peggio) negli anni appunto

che l’Italia avea per le mani la somma opera della sua indipendenza,

ella quasi tutta, e non esclusi molti degli uomini maggiori suoi, si

distraesse a simili odii, simili faccende da frati e sacrestie. Né

rimarrà nome di «liberalità» o «progressi», nemmeno a quelle paure,

che fanno anch’oggi escludere i gesuiti soli dal diritto comune

di tolleranza e di libertá. Ad ogni modo, le cacciate dei gesuiti

occuparono tutto il pontificato di Clemente XIII; ondeché io non mi

so meravigliare, se mai in alcuni particolari, che non abbiam luogo a

cercar qui, egli oltrepassò i termini di una giusta resistenza.--Morto

esso quindi nel 1769, gli succedé Clemente XIV [Ganganelli, 18 maggio].

Il quale, pressato dalle quattro corti borboniche, come giá era stato

il predecessore, di abolire del tutto, dappertutto, l’abborrita

società, resistette, indugiò d’anno in anno. Ma non fu aiutato in

tal resistenza dalla società stessa, nella quale si pronunziò, si

pose allora quella massima fatale «_Sint ut sunt aut non sint_»,

quella massima forse irreligiosamente superba e non ignaziana, e

certo impolitica; irreligiosamente superba, perché la società sola

della Chiesa divinamente istituita è immutabile quaggiú, e mutabili,

riformabili sono le società istituite nella Chiesa, e cosí gli ordini

religiosi che tutti si riformarono, salvo questo; massima poi non

ignaziana, perché sant’Ignazio coordinò appunto meravigliosamente

la società al secolo suo, ond’è a credere la coordinerebbe ora e

si sdegnerebbe di non vederla coordinata ai secoli nostri; massima

impolitica finalmente, perché i tempi son sempre potentissimi a

respingere tutto ciò che non si coordina ad essi. Ad ogni modo, dopo

quattr’anni di peritanze, Clemente XIV diede il breve di abolizione

[21 luglio 1773]. Tale poi era l’andazzo assoluto, tirannico di quel

secolo, di quel fatto, che Clemente XIV, il quale lo compiè dubitando

ed invito, lo compiè pure tirannicamente e incarcerando il generale ed

altri de’ padri. Ma se ne addolorò, ma languí, e in breve morí [1774],

e fu detto di veleno. Portato a cielo dagli uni, esecrato oltre a ciò

che par conceduto dalla carità e dal rispetto cristiano dagli altri, fu

in effetto dottissimo, pio, virtuoso, sincero pontefice.--Succedette

Pio VI [Braschi, 1774], e libero esso della preoccupazione de’ gesuiti,

attese al miglioramento dello Stato. Ma, e per quell’indugio, e per

la duplice natura di quel governo spirituale, ed in ciò immutevole,

e temporale, e per quella compagnia poco mutevole, ed anche poi per

natura personale di Pio VI, che fu ne’ suoi principi papa nepotista,

protettor di lettere ed arti, splendido, elegante, pomposo e quasi

imitator de’ papi del Cinquecento; per tutto ciò le riforme dello Stato

romano furono molto minori, che non quelle degli altri d’Italia. Fece

musei, intraprese il risanamento delle paludi Pontine, fece un viaggio

a Vienna, per iscemar l’ardore delle riforme, eccedente lá quanto

facevasi da’ principi italiani. Ed interrotto poi dalle preoccupazioni

delle rivoluzioni di Francia e Italia (nelle quali il vedrem finire non

senza grandezza), tramandò cresciute poi a’ successori, anche presenti,

le difficoltà e necessità delle riforme di quello Stato. Noi lasciam

altri (dicevam noi al principio del 1846) invocare un Gregorio VII, che

non ci par né possibile né desiderabile a’ nostri dí, né a niuno futuro

e prevedibile, sulla Sedia romana; ma con tutto l’ardore d’un figliuolo

rispettoso e devoto, d’un italiano che desidera la conservazione di

tutti i principati italiani, noi invochiamo, noi preghiamo da Dio

la grazia d’un Sisto V o d’un Gregorio XIII, od anche meglio; d’un

riordinatore conforme ai tempi, di quello che è il piú antico, che fu

giá il piú glorioso, che fu e può esser ancora il piú benemerito della

civiltà cristiana fra gli Stati italiani.--E corsi pochi mesi, Dio

esaudì la preghiera italiana e cristiana; e l’Italia e la cristianità

alzarono un grido unanime di gratitudine e di amore. Poi, corsi pochi

anni, il gran dono di Dio fu sciupato dai soliti eccessi italiani:

eccessi d’ingratitudine e scelleratezza da una parte, eccessi di

rigore vendicativo dall’altra: vittime in mezzo, Pio IX, l’Italia, la

cristianità.

30. Continua.--Or accenneremo piú brevemente le riforme non dissimili

fatte altrove.--Lente e poche furono dapprima in Toscana, governata

da Richecourt in nome del signor lontano e straniero, l’imperator

Francesco I. Non passaron guari le materie ecclesiastiche. Ma morto

quello [18 agosto 1765], e succedutigli in Austria e nell’imperio il

suo figlio primogenito Giuseppe II, e in Toscana il secondo Pietro

Leopoldo, questi non solamente continuò le riforme ecclesiastiche, ma

nel 1787 convocò un sinodo di vescovi toscani che fu riprovato da

Roma. E fece insieme tanti e cosí vari ordinamenti civili, che sarebbe

piú breve dire le cose da lui tralasciate che non le ordinate. Ai

feudi, ai comuni, alle leggi civili e criminali, alle finanze, alla

libertá dell’industria e de’ commerci, all’agricoltura, all’istruzione

pubblica, a quasi ogni cosa si volse e provide cosí bene, che si

potrebbe dire esserne riuscita Toscana lo Stato meglio ordinato di

que’ dí, e modello perenne a qualunque principato assoluto. Ebbe sì

il vizio di tali Stati; una polizia, una smania di sapere e regolare

eccessiva, inquieta, incomoda, ficcantesi ad antivenire il male, non

solamente colle leggi generali, che è dovere e possibilità de’ governi,

ma colla prevenzione d’ogni caso, che è impossibilità. Ma questo fu

male piccolo e passeggiero di natura sua. Peggiore e durevole fu che

attese poco e male ad ordinar niuna milizia stanziale, che trascurò

o disprezzò questa quasi spesa inutile in uno Stato piccolo ordinato

ad economia e filosofia, e che tramandò questa trascuranza e questo

disprezzo a’ posteri principi e popoli, i quali n’han portate le

pene, e non se ne correggono perciò. Del resto, il Botta (libro L) ha

tolto da uno scrittore straniero il cenno d’un governo deliberativo,

che si pretende essere stato ideato da Leopoldo per Toscana; e non

vedendo effettuata tale idea, il Botta dubita poi, se Leopoldo l’avesse

veramente o se la lasciasse, «visti i mali prodotti da quelle assemblee

in paesi illustrati da sole caldo». Ma s’ei l’ebbe e la lasciò, io

crederei piuttosto ei la lasciasse per la solita ripugnanza che hanno

i principi, che aveano particolarmente quelli del secolo scorso, a far

concessioni. Ad ogni modo, morto Giuseppe II nel 1790, passò Leopoldo

ad Austria ed all’imperio, e gli succedette in Toscana suo figliuolo

Ferdinando III.--In Parma e Piacenza entrò a signoreggiar l’infante

don Filippo per la pace d’Aquisgrana [1748]; e governò sotto lui

Dutillot, un francese, de’ filosofi di quel tempo, che anch’egli fece

riforme ecclesiastiche e buoni ordinamenti civili, e chiamò letterati

d’altri paesi d’Italia e di fuori, fino alla morte del duca Filippo [18

luglio 1765], e poi durante la minorità del duca Ferdinando figliuolo

di quello. Ma cresciuto questo e preso il governo, cacciò Dutillot,

e rimutò ogni cosa; da grandi contese, a grandi arrendevolezze per

Roma; da progressi, a timiditá, immobilitá.--In Modena signoreggiò

il duca Francesco III fino al 1742, e gli succedette poi Ercole

Rinaldo ultimo degli Estensi, principe buono, e che solo forse de’

contemporanei non contese con Roma, ma che fu poco riformatore e

gretto principe.--Delle due repubbliche poi, Venezia oziava, poltriva,

marciva. Le contese con Roma erano solo moto che agitasse quella

paludosa tranquillitá. Del resto, pace, beato far niente, carnovale

quasi perpetuo, ozi e vizi. Non piú guerre continentali da due secoli

e mezzo, non marittime contro a’ turchi dal principio del decimottavo;

non riforme, non mutazioni, non miglioramenti di niuna sorta; commerci

cessanti, perché, da maggiori che erano stati giá, diventarono, non

progrediendo, prima pari, poi minori degli stranieri progrediti.

La smania di difender qualunque cosa d’Italia, anche i malanni,

fece difendere, lodare questa vergognosa decrepitudine veneziana; i

nipoti, se risorti, ne giudicheranno. Dicesi delle aristocrazie che

elle sono conservative; ed è vero; ma resta a sapere se sia bene o

male il conservar le decrepitudini, e se conservandole si conservino

gli Stati, o non anzi si precipitino.--Genova avea conservato piú

commerci in pace, piú partecipazioni alle guerre italiane, senza

dubbio; e l’ultimo fatto della propria liberazione era tale, che

parrebbe averla dovuta rinnovare. Ma anche di lei si mani festò la

vecchiezza all’incapacitá di saper reggere e serbare i sudditi.

Continuarono dopo la pace d’Aquisgrana le parti in Corsica; rimastivi

i francesi per aiutar Genova a tenerla, incominciossi a parteggiare

per essi contro a Genova, e continuossi a parteggiar da altri per la

libertá. Capo di questi era il Giafferi; fu assassinato dal proprio

fratello [3 ottobre 1753]; crebbene, se n’inasprì sua parte; chiamò a

reggerla Pasquale figlio di Giacinto Paoli, esuli amendue al servigio

di Napoli. Natura forte, insulare, ma educata a civiltá, come quella

poi di Napoleone, Pasquale Paoli avea del grand’uomo; e intese a

liberar insieme e incivilire i suoi. Eppure (terribile insegnamento a

chi anche con buone ragioni cerchi a dividere, o, se si voglia cosí

dire, a liberare l’una dall’altra due parti d’Italia), or vedremo a

che riuscisse. Approdò a’ 29 aprile 1755; fu riconosciuto da gran

parte del popolo, rigettato, combattuto solamente da Matra, uno de’

capi che in breve fu vinto e passò a’ genovesi. Paoli ordinò un

governo rappresentativo repubblicano, lui capo, e quasi dittatore,

con titolo di «generale del regno e capo del magistrato supremo di

Corsica»; ordinò una milizia non permanente ma che accorreva ad ogni

cenno suo, ad ogni bisogno. Con questa mantenne la libertá del paese,

delle popolazioni, ma non riuscí a cacciare i genovesi da parecchie

delle cittá; e fa meraviglia il veder rimasti esso e i còrsi non pochi

anni in tal condizione precaria, in sulla difensiva, senza ultimar

la cacciata de’ lor nemici. E fosse in essi impotenza, o fiacchezza,

o lentezza, ciò fu lor perdizione. Due volte i genovesi richiamarono

i francesi: la prima, nel 1756 per due anni; poi, nel 1765 sotto

Marbœuf per quattro anni, ma fu per sempre. Addí 15 maggio 1768, a

Versailles, Genova cedette l’isola a Francia, serbandovi una sovranitá

nominale. Quindici mesi appresso [15 agosto 1769] vi nascea Napoleone;

e quindi per que’ patti, per cosí poco tempo frapposto, resta disputato

tra Italia e Francia il grand’uomo. Per tali patti la mala contesa

d’italiani contra italiani ebbe il fine solito, la soggezione a

stranieri; per tali patti resta divelta d’Italia quella nobil isola.

Paoli resistette, perdurò un anno ancora. Ma Francia guerreggiava ora

per sé; guerreggiò forte e grosso; e Paoli, vinto, lasciò l’isola addí

13 giugno 1769. Esulò in Inghilterra, onde il vedremo tornare, e di

nuovo inutilmente.--Ed ora (trascurando le repubblichette di Lucca e

San Marino e i principatuzzi di Monaco e Massa, che porterebbero a

dodici la somma degli Stati indipendenti italiani a quell’epoca), or

ci volgiamo all’ultimo e piú forte e vivo di essi, al Piemonte. Ma la

sua vitalitá speciale, e allor sola, stava nella guerra; e dal 1748

in poi sempre rimase in pace. Dicemmo che quando s’aprí tra Austria

e Prussia la guerra de’ sette anni, avendo Francia presa parte per

Austria, quest’alleanza novissima allora tolse a Carlo Emmanuele III

l’occasione solita di entrar in guerra. Fu sventura? Ad ogni modo fu

cessazione dell’operositá guerriera di Piemonte. L’esercito tenuto

in piè, riordinato, esercitato non vi supplí. Né vi supplirono le

operositá di pace, le riforme, i progressi civili fatti qui, del resto,

anche meno arditamente che non altrove. Furono in tutto progressi di

principato assoluto e non piú; riforme ecclesiastiche piú moderate che

altrove; riforme feodali contro a’ signori; uniformitá, centralitá di

governo; giustizia retta e severa; severo reggimento delle finanze; e

per la prima volta da molto tempo, severi costumi, severa corte. Fu,

in tutto, regno piú buono che grande, ed uno buono dopo uno grande

è forse giá decadenza. La Sardegna, rozza ancora, quasi barbara, fu

quella che si fece progredir piú, per portarla a quel segno delle altre

province che si voleva arrivare, non oltrepassare. Lá furono fondate

[1764, 1765] le universitá di Cagliari e Sassari. Ma in Piemonte

bastò il mantenere, non si vollero forse avanzare gli studi. Ad ogni

modo, avanzarono da sé; era giunto il tempo che Piemonte entrasse

nelle colture italiane, e v’entrò splendidamente, come vedremo. Fu

grave macchia di questo regno, Giannone esule da Napoli a Ginevra, e

di lá venuto a Savoia per far sua pasqua, e cosí arrestato e tenuto

poi prigione nella cittadella di Torino, dove morí il 7 marzo 1748.

Tutto ciò per mal compiacere a Roma, a danno altrui, dopo averle

dispiaciuto a profitto proprio. Morí Carlo Emmanuele III ai 20 febbraio

1773. Succedettegli suo figlio Vittorio Amedeo III, minore di lui. E

fu servito da uomini pur minori; sia perché ogni principe li cerca

pari a sé, sia perché gli uomini eran cresciuti dammeno in tempi piú

facili. Amò, curò, esercitò molto, anzi esageratamente, la milizia; e

per avere, nella pace non interrotta, un grosso ed allestito esercito,

scompose le finanze assestate dal padre, e gravolle di grossi debiti,

cattivo apparecchio alle guerre future. Istituí l’Accademia di Torino;

amò piú che il padre le lettere e i letterati, e volle proteggerli;

ma non dando loro libertá eguale a quella che giá cresceva per essi

altrove, fu vergogna del regno suo, che i maggiori uomini di esso,

Lagrangia, Alfieri, Denina, Bodoni ed altri, si facessero illustri o

grandi, trapiantandosi altrove. Del resto, fu principe buono, amato,

ma quasi compatito da sudditi e stranieri.--Finalmente, nella provincia

straniera, in Lombardia, incominciaronsi le riforme, i progressi

sotto l’imperio di Francesco I e di Maria Teresa. Poi, morto il primo

[18 agosto 1765], e succeduto lor figliuolo Giuseppe II all’imperio,

e fatto fin d’allora co-reggente degli Stati austriaci dalla madre

superstite, e succeduto a questa poi nel 1780, egli fu riformatore

piú ardito di tutti, principalmente nelle cose ecclesiastiche; né vi

si fermò, per le supplicazioni e il viaggio a Vienna, che dicemmo, di

Pio VI. Frati, monache, ecclesiastici ordinari, beni di chiesa, asili,

immunitá, a tutto mise mano. Del resto, migliorò ed ordinò in codici

le leggi civili, le penali e quelle di procedura; migliorò gli ordini

comunali, ordinò la pubblica istruzione, protesse dotti e letterati.

E cosí acquistò gran nome, fu posto in cima de’ principi riformatori

ed amici di libertá da que’ contemporanei di lui, a cui pareva esser

liberati, al cader di que’ privilegi signorili e religiosi che eran pur

diminuzione della potenza assoluta e straniera, al livellarsi di tutto

e tutti sotto questa. Il conte di Firmian fu ministro a ciò in Italia,

e fece Lombardia invidiata da quegli italiani troppo numerosi sempre, i

quali, non desti al sentimento dell’indipendenza, non si curan d’altro

che di vivere, tranquillamente amministrati, alla giornata.--E cosí

in tutto s’era progredito incontrastabilmente; i popoli godevano, i

letterati lodavano; gli amici stessi di quel progresso universale, di

che incominciavasi a concepir l’idea e pronunziare il nome, esultavano,

speravano. E come alla fine del secolo decimoquinto, cosí alla fine di

questo decimottavo, l’Italia, poco men che tutta indipendente, pareva

avviata a felici destini. Ma in breve si vide una seconda volta, che

non è fatto nulla quando non è fatto tutto in materia d’indipendenza;

che niun progresso nazionale dura, finché non è fatto quello il

quale solo è guarentigia di quanti son fatti, solo buon avviamento

a quanti mancano. E si vide che tutte le vantate riforme del secolo

decimottavo non erano apparecchi sufficienti a ben ricevere l’occasione

che s’avanzava, l’occasione che avrebbe potuto essere d’indipendenza

finalmente compiuta, che fu all’ultimo di cresciuta dipendenza.

Della storia d'Italia dalle origini fino ai nostri giorni, sommario. v. 2 · 第 11 / 26 段