[1735-1749].--Seguirono una breve pace, una lunga e poco men che
inutile guerra. Durante la pace incominciarono, Carlo Emmanuele in
Piemonte, Carlo Borbone nel suo regno, que’ miglioramenti di che
diremo quando si compierono. Ma Toscana fu quella che migliorò piú
in questo intervallo. Morì [9 luglio 1737] Gian Gastone, ultimo e
forse pessimo dei degeneri Medici, e succedette, secondo i trattati,
Francesco marito di Maria Teresa, e primo di quella casa Lorenese, o
seconda Austriaca, che essa pure si italianizzò. E cosí s’italianizzino
meglio e davvero queste due famiglie di Toscana e di Napoli; io lo
ridico, dopo ed a malgrado gli ultimi e sì vari eventi. I quali, non
che mutare, hanno sancita la mia opinione, che dalla sola unione di
principi e popoli sia da sperare l’indipendenza italiana; i quali
hanno mostrato quanto vicini noi siamo a questa quando uniti, quanto
discosti appena disuniti; i quali, fra i numerosi e gravi insegnamenti
lasciati a’ posteri, lasciano questo sommo, che l’impresa o rivoluzione
dell’indipendenza non si debba complicare di niun’altra né di dinastie
né di territori che giá sieno materialmente indipendenti. Si gridò,
si griderà altre volte «indipendenza italiana!», ma non se ne ebbe
finora il concetto, l’idea, ed anche meno la passione vera. E finché
non si concepisca che non è paragone tra l’indipendenza e tutti
gli altri temporali doni di Dio; finché l’idea e la passione della
indipendenza non ispengano le altre idee o passioni nazionali, il
giorno dell’indipendenza non sarà venuto. Misere cose sono la mente,
il cuore umano; di rado potenti, quand’anche concentrano lor forze;
impotentissime sempre quando le distraggono, quando femminilmente,
fanciullescamente, od anzi animalmente, corron qua o lá dietro a
questa o quell’idea o passione.--Ma pensino i principi, che pur
troppo sovente e dappertutto, e massimamente in Italia, si fanno di
queste terribili fanciullaggini od animalità; e per amore, se non di
noi, di loro stessi, non vi si espongano.--Nel 1740, ai 31 maggio,
morí Federigo Guglielmo re di Prussia, e gli successe il figliuol
suo Federigo II, detto «il grande»; e morí, ai 20 ottobre, Carlo VI
imperatore, e gli successero negli Stati, Maria Teresa, sua figlia,
e Francesco di Lorena. Ma a malgrado la prammatica fatta per tal
successione da Carlo VI, e riconosciuta poi nei trattati successivi da
quasi tutti i principi d’Europa, sollevaronsi allora parecchi; Federigo
coll’armi, prendendo subito Silesia [dicembre]; gli altri, colle
trattative ed alleanze. Una ne fu fatta a Nymphemburg [18 maggio 1741]
tra Francia, Baviera e Spagna, a cui poscia s’accostarono Prussia,
Sassonia e re Carlo di Sardegna. L’esercito gallo-bavaro penetrò in
Boemia ed Austria [novembre]; l’elettor di Baviera fu proclamato re
di Boemia; e in breve imperator Carlo VII [24 gennaio 1742]. Austria
era agli ultimi; fu salva dal generoso amore de’ magiari alla giovine,
bella e virtuosa Maria Teresa, dall’alleanza antica di sua casa con
Inghilterra, e dal trattato da lei conchiuso [lº febbraio 1742] con
re Carlo di Sardegna. Fu detto allora di semplice neutralità, ma in
breve di vera alleanza. Può, deve far meraviglia questo accostarsi
di casa Savoia a casa d’Austria in tale occasione, che sembra essere
stata la migliore da molti secoli, di cacciar questa di Lombardia e
d’Italia. Ma il fatto sta, che Francia e Spagna sembrano aver voluto
allora dar Lombardia non a re Carlo di Sardegna, ma insieme con
Parma e Piacenza a don Filippo di Spagna, fratello secondo del re
giá spagnuolo di Napoli; e se ciò si fosse effettuato, casa Savoia
e Italia aveano a temere il ritorno della preponderanza spagnuola,
quasi un ritorno del Seicento. Per altra parte, non è dubbio che una
gran differenza sarebbe sorta dall’essere Lombardia e Parma e Napoli
non province spagnuole come nel Seicento, ma Stati indipendenti sotto
principi, che, spagnuoli o francesi d’origine, si sarebbero in breve
italianizzati; ondeché, in tutto, io non so s’io lodi come giusta, o
se forse io non biasimi come stretta e mal interessata questa prudenza
di re Carlo Emmanuele nell’accostarsi allora a Maria Teresa. Ad ogni
modo, bene o male istituita quella guerra, re Carlo la fece bene poi,
a modo de’ maggiori. L’aprì in Italia fin dal 1742, assalendo Modena
alleata di Spagna; e movendo quindi, per l’Emilia e la Romagna, contro
all’esercito venutovi di Spagna. Ma fu tra poco di lá chiamato per
l’invasione d’un altro esercito spagnuolo in Savoia [settembre]. Dove
accorso re Carlo, respinse dapprima, fu respinto poi, ed invernò in
Piemonte.--Nel 1743, combattessi a Camposanto sul Panaro una battaglia
dubbia tra gli austro-sardi e gli spagnuoli, e questi si ritrassero;
né segui altro fatto di conto colà od in Savoia. Francia, quantunque
avesse dato il passo all’esercito spagnuolo, non era ancora in
guerra con re Carlo. Ma avendo questi firmato in Worms un trattato
di alleanza oramai aperta con Austria [13 settembre 1743], Francia
gli dichiarò formalmente la guerra addí 30, ed entrovvi anch’essa
dall’Alpi. Ma, in breve, per la stagione avanzata, vi si posò.--Nel
1744, l’esercito gallo-ispano, sotto il principe di Conti e l’infante
don Filippo, assalì fortemente il Piemonte fortemente difeso da re
Carlo. Incominciaron da Nizza, la presero; e in varie fazioni [aprile]
ne cacciarono l’esercito piemontese. Poi, dopo molto dubitare e andar e
venire, scesero per Val di Stura e l’Argentiera, presero le Barricate e
Demonte, e assediaron Cuneo. Alla quale movendo re Carlo in aiuto, ne
seguí, addí 30 settembre, una gran battaglia che, da una chiesetta lá
in mezzo, fu chiamata della Madonna dell’Olmo, aspramente combattuta
dalle due parti, perduta da re Carlo in ciò che si ritrasse a sera dal
campo, ma vinta in ciò che fece entrar soccorso nella piazza. Dalla
quale poi e dal Piemonte si ritrasse l’esercito gallo-ispano oltre
Alpi prima dell’inverno.--Intanto il Lobkowitz, coll’esercito tedesco,
s’era avviato alla conquista di Napoli; ed erasi avanzato poco al di
lá di Roma, fino a Genzano. L’esercito spagnuolo e napoletano s’era
avanzato alla riscossa fino a Velletri; e quantunque cosí vicini,
erano rimasti mesi e mesi i due eserciti a guardarsi, a tastarsi con
piccole fazioni, che chiamavasi cent’anni fa un guerreggiar bello
e scientifico, or par goffo agli stessi ignoranti. Una notte [10
agosto] il Lobkowitz sorprese Velletri, e poco mancò non isbaragliasse
l’esercito nemico, ma fu ricacciato, e non ne seguí altro; fino a che
tra le malattie e la noia si ritrassero, l’uno in Romagna e Lombardia
e l’altro a Napoli, i due eserciti, derisi dalle popolazioni per via.
In tutto, salvo il gran Federigo, il maresciallo di Sassonia, e forse
forse il Maillebois, i generali della metà del secolo decimottavo,
esageratori, affettatori degli artifìzi tattici e strategici, si
potrebbon chiamare i seicentisti dell’arte della guerra.--Ai quali
ora succederebbero volentieri, se si desse lor retta, i romantici;
quelli che, pretendendo imitar Napoleone (il quale non hanno capito
né studiato), vorrebbero guerreggiare senza regola, senz’arte, senza
tener conto né di ostacoli naturali, né di fortezze, né di eserciti
nemici, anzi senza esercito proprio, con quello solo che chiamano
(senza conoscerlo) «entusiasmo». Del resto, costoro son conseguenti
nel non voler guerre lunghe né eserciti regolari; non vi vorrebbon
andare nemmen per ombra; mentre sorridon loro le guerre di entusiasmo,
sempre brevi, non faticose, e di che si ritrae ciascuno facilmente,
gridando:--Non v’è piú entusiasmo.--Nel 1745, Genova si alzò contro
agli alleati di Worms che abbandonavan Finale al re di Sardegna, ed
entrò nell’alleanza contraria di Spagna e Francia [1º maggio]. Quindi
unironsi meglio le mosse dei due eserciti gallo-ispani. Il Gages,
coll’esercito spagnuolo-napoletano, passando dal Panaro in sulla
Magra, si congiunse intorno a Genova con don Filippo e Maillebois
che venivan da Nizza; e guerreggiaron poi alcun tempo sul Tanaro e
la. Bormida, preser Tortona [3 settembre], Piacenza, Parma, Pavia,
vinsero re Carlo in gran giornata a Bassignana [27 settembre], e quindi
invasero Piemonte fino a Casale ed Asti, difendendosi solamente la
cittadella d’Alessandria; invasero il Milanese, entrarono in Milano [19
dicembre]. Insomma, eran precipitate le cose austro-sarde in Italia;
mentre crescevano anzi le cose austriache in Germania per la morte
dell’imperator bavaro Carlo VII [20 gennaio], l’elezione a imperatore
di Francesco I, il marito di Maria Teresa, e la pace conchiusa col
piú terribil nemico d’Austria, Federigo II [25 dicembre].--Ma qui,
contro all’uso impostomi dalla brevità, dirò d’un semplice negoziato
riuscito a nulla; perché, riuscito a suo fine, ei sarebbe stato il
fatto piú bello e piú importante di tutta questa storia; e il suo
fallire fu uno de’ piú lamentevoli. Re Carlo di Sardegna aveva, nel
trattato di Worms con Austria, introdotta una clausula (insueta sì, ma
che accettata dall’altra parte davagli un diritto certo ed onorato),
che potesse scostarsi dall’alleanza, avvertendo tanti mesi prima.
Quindi egli aveva libertá di trattare con Francia. Trattò, e ne
risultarono una prima convenzione firmata a Torino [26 dicembre 1745],
un armistizio firmato a Parigi [17 febbraio 1746], ed un progetto
di pace definitiva, per cui dovevano rimanere Parma e Piacenza, con
alcuni accrescimenti all’intorno, a don Filippo; il Milanese a casa
Savoia, ed accrescimenti a Genova, a Modena, a Venezia; Toscana sola,
come rimase poi, a casa d’Austria; cosicché tutta Italia ne sarebbe
rimasta in breve tempo indipendente, e divisa tra principi giá italiani
o che sarebbero diventati italiani; e (per piú dolore) tutta Italia
doveva poi stringersi in lega a mantener quella indipendenza. Venne
il Maillebois, figlio del capitano di Francia, fino a Rivoli, a
cinque miglia da Torino, per volgere questi preliminari in trattato
definitivo; andò a Rivoli il Bogino, ministro e confidente di re
Carlo; ma non si conchiuse, e si ruppe. Fu pretesa prudenza politica
per serbar il contrapeso d’Austria? Vergogna, in tal caso! ché anche
queste ricercatezze, questi contrapesi sono seicentismi politici;
e l’Italia libera di stranieri, piena di principati nazionali, non
avrebbe avuto bisogno addentro, ed avrebbe trovati fuori piú utilmente
que’ due medesimi contrapesi di Francia ed Austria, e tutta Europa
poi interessata a sua indipendenza, quando fosse stata stabilita. Fu
timore, dubbio della sincerità di Francia? Noi non possiamo da lungi
giudicare se fosser giusti o no siffatti timori; ma la grandezza
dello scopo potea valere alcuni rischi. Fu onestà, impossibilità di
conchiudere, rispettando la fede agli alleati attuali? Rispondiamo,
abbassando il capo, come il giusto ateniese: non desideriamo, a costo
d’un tradimento, nemmeno l’indipendenza. Del resto, io scrivo qui d’un
principe, di cui, io piú di nessuno, m’allevai a venerar la memoria;
scrivo d’un ministro che venero quasi un grand’avo; ma perciò appunto
mi si stringe il cuore al rincrescimento, che le venerate destre non
abbiano, se era rigorosamente possibile, firmata, or son cent’anni
appunto in Rivoli, quella indipendenza d’Italia che non era piú stata
da dodici secoli, che non fu piú nel secolo corso d’allora in poi, che
tentammo noi invano pur troppo, che si ritenterà, ma Dio solo sa quando
e con qual successo. Povera Italia, non avesti finor ventura!--Continuò
poi re Carlo, ottimo alla guerra. Sorprese in bella fazione i nemici in
Asti, ripresela [5-6 marzo 1746], e liberò la cittadella d’Alessandria
[11]. I tedeschi vinsero in battaglia a Piacenza il Maillebois
[16 giugno] e ricuperarono Milano, Lombardia; e quindi austriaci
e piemontesi, uniti sotto il Botta italo-austriaco, rigettarono i
gallo-ispani nell’Appennino e poi nell’Alpi, si presentarono a Genova,
l’ebbero a patti [7 settembre] con vergogna di quel governo, e la
multarono di grosse somme, e l’oppressero di tirannie e di rapine non
pattuite, ma solite contro a’ vinti prostrati. Ma, addí 5 dicembre,
tirando alcuni tedeschi un mortaio de’ rapiti per una via che sfondò,
voller far violenza ad alcuni popolani per ritrarnelo, e dieder loro
busse all’uso patrio. Sollevaronsi lí i popolani, poi di via in via
in tutta la città. E per le vie, alle porte, alle mura combattessi
ne’ giorni seguenti tra tedeschi e genovesi cittadini, aiutati a poco
a poco da’ campagnuoli che accorrevano. Al glorioso dí 10 dicembre,
il popolo cacciò i tedeschi dalla città. E tra per sé e gli aiuti di
Francia e Spagna la difesero poi dagli assalti rinnovati lungo l’anno
seguente; finché, assalito re Carlo nel contado di Nizza, e perduta
ivi Ventimiglia e minacciato in sull’Alpi Cozie, ritrasse sue truppe
d’intorno a Genova; e, a’ 3 luglio 1747, gli austriaci levarono le
loro; e cosí rimase Genova liberata per quel bello ed ultimo sforzo
di sua antica virtù.--Fu e rimane sventura che si trovassero colà
combattenti piemontesi insiem con austriaci contro a’ genovesi: ma
l’ingrata memoria dovrebbe rimanere piuttosto in quelli che furono
allor vinti, e non rimane. Così si cancelli questa ed ogni simile da
quelle due schiatte piemontese e ligure, le quali sono le due (per
non dir altro) piú operose d’Italia; le quali, quando unite davvero,
sinceramente, basterebbero non a compiere, ma a far immanchevole
il compimento de’ destini d’Italia.--Pochi dí appresso successe
il minacciato assalto pel Monginevra. Il cavaliere di Bellisle lo
conduceva. Addì 19, i francesi assalirono i piemontesi, trincerati al
colle dell’Assietta, capitanati dal Bricherasco. La fazione fu delle
piú belle e calde della guerra. I piemontesi vinsero; i francesi si
ritrassero oltre Alpi. La guerra continuò, ma languì d’allora in poi.
Tutti erano stanchi; Spagna stessa; dove, morto Filippo V [9 luglio
1745], e succeduto Ferdinando VI figlio di lui e di sua prima moglie
Savoiarda, era scemato il credito della Farnese, scemata l’ambizione
per don Filippo figliuolo di lei. Adunaronsi prima in Breda, poi in
Aquisgrana i plenipotenziari; e addí 30 aprile del 1748 firmaronsi
i preliminari, addí 18 ottobre il trattato di pace; per cui rimase
riconosciuta la seconda casa d’Austria, riconosciuto don Filippo duca
di Parma e Piacenza, accresciuta la monarchia piemontese dei due brani
dell’alto Novarese e dell’Oltrepò pavese, e Finale riconfermato a
Genova. Facendoci forza, e scartando dalla memoria ciò che avrebbe
potuto essere altrimenti, dobbiam conchiudere: che fu pace buona, fu
progresso all’Italia, scemando la parte straniera, accrescendo la
parte italiana di Parma, Piacenza, e de’ brani di Lombardia diventati
piemontesi.--Due guerre minori, una delle quali risibile, turbarono
altre parti d’Italia ne’ tempi or percorsi. L’Alberoni, cardinal
legato di Ravenna, invase la repubblichetta di San Marino [ottobre
1739]; ma fu disapprovato dalla corte di Roma, che restituì quello
Stato. E continuò, pur risibile in parte, feroce e funesta in tutto,
la ribellione de’ còrsi, aiutata dalle calamità narrate di Genova. Fin
dal 1736, approdò lá un Teodoro barone di Neuhof, tedesco, venturiero,
cavalier d’industria, come si diceva allora, che, trovato modo d’aver
denari e munizioni di guerra dal bey di Tunisi, venne a far il re di
Corsica. I poveri còrsi erano in cosí mal punto, in cosí poco senno,
che quasi tutti il gridarono re [15 aprile]. Ma, a novembre, il nuovo
Teodoro I lasciò i sudditi per andar a cercar nuovi soccorsi, nuove
venture. Girò Italia, Germania, Olanda, dove fu incarcerato per debiti,
ed onde pur uscì, traendo da quella buona gente nuovi aiuti, nuovi
apparecchi di guerra. Con questi tornò a Corsica [settembre 1738], fu
riconfermato re, ma cadde d’allora in poi, e partí in breve. Giafferi e
Paoli erano i veri capi. Venner francesi in aiuto a Genova, e fecesi un
nuovo accordo nel 1740. Ma ruppesi per la solita causa delle tasse nel
1741, e di nuovo si guerreggiò. Nel 1743, Teodoro tentò riprendere il
regno, ma non fu nemmeno lasciato approdare, e se ne fu per sempre. Nel
1744 vi fu nuovo accordo. Nel 1745, ardendo la guerra contro a Genova,
si ridéstò la sollevazione, aiutata da Sardegna ed Austria, combattuta
da Francia e Spagna, fino alla pace d’Aquisgrana.
28. Pace e progressi di quarantaquattr’anni [1748-1789].--Seguirono,
tra questa pace e la rivoluzione francese, due altre guerre europee,
anzi dell’intiero mondo. La prima, detta «de’ sette anni», s’incominciò
dall’Austria insolitamente unita a Francia, per abbattere la nuova
potenza di Prussia in Germania; ma s’estese in breve a guerra
d’emulazione marittima nelle colonie, e nell’Indie principalmente,
tra Francia ed Inghilterra; e finí colla conferma della potenza
prussiana in Germania, della britannica nell’Indie, destinate amendue
a molto maggiori accrescimenti. La seconda fu la guerra d’indipendenza
delle colonie inglesi-americane contro a lor madre patria; e finí
colla indipendenza compiuta. Narrata dal Botta in una storia, la cui
traduzione rimane in grande stima appresso a quegli americani, è gran
danno per noi che sia scritta con modi antiquati, i quali vi fanno
men popolare e meno utile lo studio di quel grande esempio. Ad ogni
modo, quelle due guerre apparecchiarono il mondo cristiano qual è al
presente, tanto e forse piú che non facessero poi quelle stesse della
repubblica e dell’imperio francese. Perciocché quella de’ sett’anni
fece la grandezza, cresciuta poi e crescitura, della Prussia; e
quella d’America fu la prima delle grandi guerre d’indipendenza, le
quali son succedute e succederanno alle guerre di libertá.--L’Italia
poi non prese parte a nessuna delle due; non alla prima, dove unite
Francia ed Austria non era facile, forse non possibile, a casa Savoia
il continuar ad accrescersi in Italia, non almeno co’ modi soliti.
E la guerra americana poi era troppo lontana, non fu continentale
europea.--Seguì dunque all’Italia una pace di quarantaquattr’anni,
la piú lunga cosí di quante si trovan rammentate da’ primordi della
storia di lei. E questa pace fu feconda a noi di riforme governative e
di progressi senza dubbio; ma anche d’indebolimenti. forse politici,
e certo militari. Perciocché, cosí va il mondo, cosí è la natura
umana pur troppo, che quando i tempi son facili e tranquilli oltre
al corso d’una generazione, la generazione che s’alleva in essi non
impari le difficoltà, e cosí non quegli atti di vigore, quegli sforzi
d’animo e di corpo che son necessari a vincerle; ondeché, quando poi
ritornano, ché sempre ritornano le difficoltà, gli uomini nuovi si
trovano disapparecchiati, incapaci ad esse. E quindi può essere fortuna
che sorgano, od anche arte de’ principi e governanti lasciare o far
che sorgano in mezzo alle paci prolungate, quelle operosità, quegli
esercizi od anche quelle difficoltà, le quali, senza porre gli Stati a
pericoli invincibili, tengano pure esercitate le generazioni novelle ai
casi futuri. E ciò sentirono forse, per vero dire, i governi italiani
di cent’anni fa; tantoché, anche senza aver chiara quell’idea, senza
pronunciare quella parola di «progresso», che sorsero solamente al
fine di quel secolo e si sono fatti ora universali, tutti operarono e
progredirono piú o meno, indubitabilmente. Ma non è dubbio nemmeno, e
i fatti posteriori lo dimostran pur troppo, che que’ governi nostri
non operarono, non progredirono abbastanza; che la generazione della
fine del secolo si trovò oziosa, languida, insufficiente a’ nuovi
casi. Innegabile insegnamento, incancellabile, irremovibile esempio
a que’ posteri dei settecentisti, che operano e progrediscono ora
non piú che come quelli, o men che quelli. La lentezza, l’andar
a poco a poco, sta bene; è prudenza, è virtù non contrastata. Ma
qui sta tutta la questione; vedere il punto giusto fino al quale è
virtù, oltre al quale è vizio, è paura. E come di noi giudicheranno
i posteri dai fatti nostri, cosí noi, giudicando degli avi dai fatti
loro, non possiamo se non conchiudere: che quelli non apparecchiarono
questi bastantemente.--Napoli fu quella che progredì piú nel secolo
decimottavo; il passare da provincia straniera a Stato indipendente,
fu progresso incomparabile per sé, e fonte poi di altri innumerevoli.
Acquistar principe proprio, ministri, tribunali, magistrati, milizie
nazionali addentro, ministri e consoli patrii a curar gl’interessi
fuori; riversar le imposizioni (sien poche o molte od anche troppe)
tutte in casa, son vantaggi superiori sempre a qualunque altro.
Naturalmente poi, sorse la necessità di riordinar ad uso proprio
quant’era stato ad uso di signori stranieri; e i riordinamenti
intrapresi in tempi civili fanno sempre sparire molti residui di
barbarie. Così fu operato nel Regno, ma timidamente; furono migliorate
ad una ad una le leggi civili, criminali, commerciali, ma non ordinate
in codici; undici legislazioni erano, undici rimasero. Furono scemati i
diritti, cioè le eccezioni, cioè le ingiustizie feodali, ma non tolte
di mezzo radicalmente, che era il solo rimedio buono a tal peste. E
dalla depressione de’ nobili era giá nato e crebbe piú che mai un altro
malanno, la oltrepotenza, l’ingerenza in tutto de’ curiali; e chi non
creda a me, creda al Colletta, che ciò deplora. E furono scemati i
diritti del fòro ecclesiastico, gli asili; fin dal 1741 fu fatto a
ciò un concordato con Roma. Furono ordinate le finanze, ma poco bene;
furon lasciate a impresa le tasse indirette, fu introdotto il lotto.
Cacciati dal Regno gli ebrei; tentata introdurre l’inquisizione da un
arcivescovo zelante, e repulsa dall’opinion pubblica, e quinùi dal re.
Del resto, grandi abbellimenti in Napoli: ampliato l’edifizio degli
Studi; edificate le ville regie di Portici, di Capodimonte, di Caserta,
il teatro di San Carlo [1737]; incominciati gli scavi di Ercolano
[1738] e di Pompei [1750]. Strade magnifiche furono fatte, e dette «per
le cacce» del re, intorno a Napoli; ma poche per il pubblico, e meno
per le province lontane. Tutto ciò sotto a Carlo I e Tanucci ministro
di lui. Morto poi [10 agosto 1759] Ferdinando VI re di Spagna senza
figliuoli, succedevagli Carlo di Napoli, e prima di partire regolava
la successione ai due regni disgiunti giá dai trattati. E perché de’
tre figliuoli suoi il primo era scemo di mente, egli piangendo fece
riconoscere tale sventura, e dichiarò successor suo a’ regni di Spagna
Carlo Antonio che era il secondo; e re di Napoli e Sicilia il terzo,
Ferdinando fanciullo d’otto anni, con una reggenza finché non avesse i
sedici compiuti. E il medesimo dí [6 ottobre] salpò per Ispagna, dove
regnò poi sotto nome di re Carlo III, non senza gloria di riformatore
piú ardito, eppure anche lá insufficiente. Continuò quindi in pace
e progressi la reggenza napoletana dal 1759 al 1767; e cosí poi il
regno effettivo di Ferdinando IV. Continuò a governar Tanucci; e
continuarono le riforme, massime nell’istruzione pubblica e nelle cose
ecclesiastiche. Eran secondate piú dall’opinione straniera che non
dall’italiana o napoletana; ma questa obbediva agli ordini di Spagna,
ché, come dice il Colletta, «una servitù vincea l’altra». Il re fu
educato agli esercizi, a forza corporale, ma a rozzezza, grossezza,
volgarità, e, come si vide a suo tempo, barbarie e debolezza unite.
Ad una carestia del 1764 fu mal proveduto con troppi provedimenti e
proibizioni: alla calamità del gran terremoto di Messina [1783], molto
meglio. Un patto di famiglia [1761] strinse le quattro case borboniche.
Nel 1776, cessò l’omaggio della chinea al papa, che protestò poi ogni
anno. De’ gesuiti siam per dire. Nel 1777, il Tanucci, dopo quarantatré
anni di potenza, fu cacciato dalla regina Carolina Austriaca; e furono
d’allora in poi potenti e prepotenti essa ed Acton, un inglese venuto
per ammiraglio nel 1779 e salito poi a ministro. E quasi ogni cosa si
fermò, peggiorò d’allora in poi. La milizia e la marineria sì furono
promosse, ampliate, ma piú a pompa che a forza vera, e si vide pur
troppo quando venner alle prove.