re di Spagna e dell’Indie, cioè di quasi tutta America, di numerose
possessioni in Africa ed Asia, di ciò che or chiamiamo Belgio, di
Milano, delle Due Sicilie e di Sardegna, morí il 1º novembre 1700
senza figliuoli. Pretendevano alla grande successione, Leopoldo
d’Austria imperatore, per sé come agnato, e Luigi XIV per uno de’
nipoti suoi, come discendenti di Maria Teresa sorella di Carlo II, e
in particolare (per non ispaventar colla riunione delle due corone)
per Filippo secondogenito del Delfino. Ma perché Maria Teresa avea,
sposando Luigi XIV, fatta rinuncia alla successione, vi pretendevano
Ferdinando di Baviera figlio d’una sorella minore di lei, che non avea
rinunciato, e finalmente Vittorio Amedeo II di Savoia come pronipote
di una figlia di Filippo II. Tutti questi aveano giá negli ultimi anni
fatti e rifatti trattati di partizioni della successione preveduta.
Ma siffatti trattati aveano offeso e il languente re di Spagna, e piú
la nazione spagnuola, gelosa d’indipendenza anche dopo perduta ogni
libertá; ondeché, per non diveller le membra della monarchia, Carlo
II l’avea con testamento de’ 2 ottobre lasciata intiera a Filippo di
Francia, che cosí diventò quinto di Spagna, e, s’ei non accettasse, a
Leopoldo imperatore.--Naturalmente accettarono Luigi XIV e Filippo V;
il quale, ito subito a Spagna, fu riconosciuto in tutta la monarchia,
e cosí in Italia, Napoli, Sicilia, Sardegna, Milano. Ma sollevaronsi
gli altri pretendenti, ed Inghilterra, Olanda, Germania, spaventata
per la riunione delle due monarchie in una sola famiglia, benché non
sotto a una sola corona. La guerra incominciò a mezzo l’anno 1701;
stavano da una parte Francia, Spagna, Baviera, il duca di Savoia, che
forse avrebbe voluto fin d’allora mettersi contro, ma che, serrato
tra Francia e Milano, non poteva; e finalmente Ferdinando Gonzaga,
effeminatissimo principe che aprí Mantova ai francesi, e si rifugiò
vilmente egli e sue donne a Casal Monferrato. E furon, dall’altra,
Austria, e tra breve Inghilterra ed Olanda, unite per trattato
[7 settembre 1701] in quella che fu detta la «grande alleanza».
Venezia, neutrale al solito, dichiarò lasciar passare chi volesse
ne’ suoi Stati, eccettuate le terre chiuse; e nelle terre chiuse si
passò poi come nelle aperte. Cosí all’incirca in quelle de’ Farnesi,
degli Estensi e del papa barcheggianti. Casa Savoia sola continuò a
contare in Italia, anzi incominciò allora a contare in Europa. La
prima fazione in Italia (lasciando una congiura fatta in Napoli per
casa d’Austria, e secondo il solito mal capitata) fu la discesa del
principe Eugenio di Savoia capitano d’Austria, e giá gran capitano
nelle guerre anterioriá d’Italia e di Turchia. Passò per Roveredo, la
Pergola, Serchio, Vicenza; cosí eludendo Catinat, grande e provato
capitano anch’esso, che coll’esercito franco-piemontese stava a guardia
in Val d’Adige, dell’antiche chiuse d’Italia contro Germania. Quindi,
sapientemente ed arditamente evoluzionando e combattendo, Eugenio
passò Adige e Mincio, e Catinat fu deposto. Sottentrògli Villeroi,
capitano di corte che si lasciò battere a Chiari [1º settembre], e
sorprendere e prendere in Cremona [1º febbraio 1702]. Sottentrògli
Vendôme che sostenne le cose francesi; e combattessi una battaglia
dubbia a Luzzara [15 agosto], a cui assistette Filippo V, venuto
di Spagna a visitar Napoli e Milano.--Il rimanente di quell’anno,
e mezzo il seguente 1703, passarono tra molte fazioni, ma niuna di
conto in Italia, niuna decisiva nemmeno altrove. Ma intanto volgevasi
dall’una parte all’altra Vittorio Amedeo duca di Savoia. Fosse ira
delle insolenze spagnuole e francesi, o aviditá e mutevolezza alle
promesse austriache, o legittimo intendere della propria indipendenza
minacciata tra Francia e Milano franco-spagnuola, ad ogni modo entrò
Vittorio Amedeo in trattati coll’Austria. Luigi XIV se ne accorse; e
a’ 29 settembre 1703 Vendôme disarmò e fece prigioni i piemontesi del
suo esercito. Il duca rispose dichiarando guerra a Francia e Spagna [7
ottobre], che, accerchiatone com’era tuttavia, fu bella arditezza; e
firmando con Austria e gli alleati di lei un trattato [25 ottobre], per
cui gli eran promessi il Monferrato (che si prevedeva disponibile fra
poco, dopo la morte di Carlo Gonzaga, senza figliuoli) ed Alessandria,
Valenza, Lomellina e Val di Sesia, oltre poi mezza Francia orientale
da conquistarsi.--Nel 1704, fu pressato il duca ad occidente da La
Feuillade, che prese Savoia [gennaio] ed occupò Susa poi; ad oriente,
da Vendôme che gli occupò Vercelli ed Ivrea. Il caldo della guerra
fu in quell’anno in Germania; dove, addí 13 agosto, combattessi la
gran giornata di Hochstädt o di Blenheim, tra austriaci con inglesi,
capitanati da Eugenio e Marlborough da una parte, e francesi con bavari
dall’altra, sotto Marsin e Tallard. Vinsero i primi; i francesi furono
rigettati dal Danubio al Reno. E in Ispagna l’arciduca Carlo, figliuolo
secondo dell’imperatore, incominciava la guerra movendo da Portogallo
e prendendo nome di re di Spagna; e gli inglesi prendean d’un colpo
di mano quella Gibilterra [4 agosto] che non lasciaron piú mai, di
che fecero una delle stazioni principali di lor potenza accerchiante
il globo, ma che rimase vergogna indelebile a Spagna, e causa perenne
d’avversione tra le due nazioni.--Nel 1705 poi (perciocché in tutta
questa guerra come nelle altre del presente secolo si distinsero
piú che mai le campagne d’anno in anno, prendendosi regolarmente i
quartieri d’inverno e combattendosi da primavera ad autunno avanzato),
La Feuillade prese Nizza [9 aprile] al duca di Savoia; e Vendôme
presegli Verrua [10 aprile], e sconfisse poi Eugenio a Cassano [16
agosto]. Intanto in Germania moriva Leopoldo imperatore, e succedevagli
Giuseppe I [6 maggio]; e Villars teneva a bada Marlborough e la lega.
E in Ispagna Carlo arciduca e re prendeva Barcellona [9 ottobre],
e ne faceva sua piazza d’armi, e come la capitale di suo regno in
Ispagna. E cosí giá piegavano le cose di Francia.--Ma precipitarono
nel 1706. Vendôme vinceva sí a Calcinato [19 aprile], ma era chiamato
quindi a Fiandra. E La Feuillade poneva assedio a Torino [13 maggio];
e pressandola per poco men che quattro mesi, l’avea ridotta agli
ultimi, a malgrado una bella guerra spicciolata fatta all’intorno da
Vittorio Amedeo, quando sopravenne il principe Eugenio di Germania, con
bellissima marcia per le terre di Venezia e la destra del Po. Riunitosi
col prode e perdurante duca presso a Moncalieri, girò (grande arditezza
in lui, pari vergogna ai nemici) intorno al campo assediante; poi
furono insieme principe e duca sulla vetta di Superga, a concepir di lá
l’imminente battaglia; e il duca fece alla Vergine il voto di quella
chiesa ove or riposa, sommo fra i successori di lui, Carlo Alberto. E
quindi scesi, assalirono, rupper le linee, sbaragliarono l’esercito
francese, addí 7 settembre. Rimasevi ucciso il Marsin venutovi a
comandare, ferito il duca d’Orléans venutovi ad obbedire dolorosamente
contra il proprio parere, che era d’uscir dalle linee. Questa battaglia
di Torino fece perder l’Italia a Francia e Spagna. Non serví una loro
vittoria [9 settembre] nel Mantovano. Si difesero qua e lá fino al fine
dell’inverno. Intanto continuò sí Villars a difendere la frontiera
germanica; ma in Fiandra erano pur battuti Villeroi e l’elettor di
Baviera da Marlborough a Ramillies [23 maggio]. In Ispagna, l’arciduca
re Carlo entrava in Madrid [16 giugno]; ma Filippo vi rientrava [22
settembre].--Nel 1707, i francesi, difesisi qua e lá tutto l’inverno,
vuotarono il Milanese e tutta l’Italia superiore per capitolazione
[13 marzo]. Susa sola rimaneva: fu loro presa dal duca di Savoia [3
ottobre]. E allora, aiutata dagli eventi, riuscí una sollevazione.
Addí 7 luglio sollevossi Napoli per Austria; in breve non rimase che
Gaeta a re Filippo; fu presa addí 3 ottobre; e tutta la penisola fu
sgombra di franco-spagnuoli. Ma tentata un’invasione in Provenza dal
principe Eugenio e dal duca di Savoia [11 luglio], e posto da essi
assedio a Tolone, furono costretti a levarlo [22 agosto] e ripassare
in Italia. E in Ispagna il Berwick, generale (e gran generale) di
Francia e Spagna, vinse una gran battaglia ad Almanza [25 aprile], e
tutto il regno, salvo Catalogna, tornò a Filippo V. Alla frontiera di
Germania Villars ruppe le linee nemiche di Stolhoffen [22 maggio],
e, passato il Reno, invase Franconia.--Nel 1708. venuto a Delfinato
questo capitano, che fu vero Fabio francese, tenne a bada il duca di
Savoia tutto l’anno mentre disputavano l’imperatore e il papa per la
supremazia di Parma e Piacenza ed altri diritti della Chiesa, e per
la ricognizione di Carlo III di Spagna. Morí poi [5 luglio] Carlo III
Gonzaga; e passarono Mantova all’imperatore, e Monferrato a Vittorio
Amedeo II. E intanto i francesi erano di nuovo battuti da Eugenio
e Marlborough ad Oudenarde [11 luglio] ed altri campi di Fiandra;
e proseguivano, all’incontro, lor vantaggi in Ispagna.--Nel 1709,
Eugenio e Marlborough proseguirono lor vittorie, n’ottennero una
nuova e grande a Malplaquet contra Villars [11 settembre], e presero
Mons [20 ottobre]; onde non servirono alcune vittorie minori de’
francesi in Germania e Francia; e si posò in Italia.--E quindi, nel
marzo 1710, aprironsi in Olanda i primi negoziati per la pace, con
gran vantaggio, con piú grandi pretensioni, anzi con insolenza, per
parte degli alleati. Luigi XIV, stanco e minacciato da presso, era
disposto a cedere Spagna, a lasciar ispogliare il nipote. Non bastò;
gli alleati vollero che egli si aggiungesse ad essi per ispogliarlo;
anzi poi, che lo spogliasse esso stesso. Si sollevarono gli animi di
quel gran re, di quella gran nazione, men leggiera, piú perdurante
che non si dice; ruppero i negoziati [25 luglio], ricominciarono la
guerra, e continuarono a perderla in Fiandra e in Ispagna. Addí 20
agosto, perdettero la battaglia di Saragozza; addí 5 settembre, Filippo
V lasciò Madrid per la seconda volta. Ma questo fu il termine delle
sventure di Francia; e incominciarono i premi meritati della perduranza
di lei. Passò a Spagna Vendôme con un nuovo esercito francese,
ricondusse Filippo V a Madrid [3 dicembre], vinse e prese Stanhope a
Brihuega, vinse Stahremberg a Villaviciosa in due gran giornate [9, 10
dicembre].--E quindi ricominciarono, ma tutto diversamente, i negoziati
nel 1711; aiutati da uno di que’ casi che di rado mancano agli uomini,
alle nazioni perduranti. Morí [17 aprile] Giuseppe imperatore, e
successegli l’arciduca re Carlo VI; il quale cosí riunendo in sé
le due potenze austriache separate da Carlo V in poi, volse contro
a sé tutte quelle paure di preponderanza che erano poc’anzi contra
Francia. E allora passarono parecchi degli alleati a’ desidèri di
pace; Inghilterra e Savoia sopra tutti, che, avendo guadagnato alla
guerra, non si curavano di porre a nuovi rischi i guadagni. Anna
regina d’Inghilterra, e l’opinione pubblica, anche piú regina colá,
tolsero il ministero ai whigs che erano per la guerra, e diederlo a’
toryes pacieri. I negoziati furono per allora segreti, e continuossi
la guerra, ma mollemente, senza grandi eventi in niun luogo, e con
vantaggi francesi in Fiandra e Spagna. Ma nel 1712 aprironsi i pubblici
negoziati ad Utrecht fin dal 29 gennaio; e al 17 luglio si fece
tregua tra Francia ed Inghilterra. Quindi, rimasto solo l’esercito
imperiale, fu vinto a Denain dal Villars [24 luglio], e perdé poscia in
Fiandra tutti i vantaggi degli anni precedenti. E continuarono quelli
de’ francesi, e si posò in Germania e Italia.--Finalmente, nel 1713
[11, 17 aprile], firmaronsi ad Utrecht cinque trattati: di Francia
con Inghilterra, Savoia, Portogallo, Prussia e Paesi bassi; per cui
Francia abbandonò gli Stuardi e riconobbe la successione della casa di
Hannover a’ tre regni britannici; Filippo V (che avea giá rinunciato,
per sé e i successori, alla corona di Francia, come i successori di
Luigi XIV alla corona di Spagna) rimase re di Spagna e delle Indie
com’erano stati gli Austriaci; salvo Gibilterra e Minorca lasciate ad
Inghilterra, le province settentrionali (il Belgio presente), Milano,
Napoli e Sardegna ad Austria, e Sicilia a casa Savoia. La quale, oltre
a tale acquisto e il titolo annessovi di re, acquistò pure l’intiero
Monferrato, Alessandria, Valenza, Lomellina, Val di Sesia, e tutte le
terre dell’Alpi rimanenti a Frallcia al di qua, cedendo all’incontro
Barcellonetta, sola che avessimo al di lá.--Quindi rimaneva
sola Austria coll’imperio contra Francia e Spagna; e guerreggiò
infelicemente lungo tutto quell’anno. Addí 10 luglio, Stahremberg
abbandonò Catalogna e Spagna. E l’anno seguente 1716, a Rastadt [6
marzo], ed a Bade [7 settembre], furono firmati due altri trattati,
per cui l’imperatore e l’imperio s’aggiunsero a quelli d’Utrecht. E
cosí dopo quattordici anni tornò in pace e rimase mutata la cristianitá
europea; il grosso della potenza spagnuola passato di casa d’Austria a
casa di Francia: e passate Italia dalla preponderanza austro-spagnuola
alla preponderanza austriaca propriamente detta, tanto piú grave
e forte quanto piú vicina. Ma era scemato lo sminuzzamento della
penisola per la cessazione dello Stato di Mantova e Monferrato; erasi
accresciuta in dignitá, in territori la predestinata casa di Savoia; e
cosí preparati i progressi ulteriori de’ trentacinque anni seguenti.
Perciocché i trattati del 1713 e 1714 furono al secolo decimottavo ciò
che veggiamo esser quelli del 1814 e 1815 al decimonono, fondamento
su cui s’alzò la politica di tutto il secolo. Ma gli avi nostri (dico
appunto e principalmente gli italiani) furono o piú savi o piú forti
o piú felici in ciò, che seppero a poco a poco corregger gli errori
lasciati ne’ trattati fondamentali. E forse fu dovuto a ciò solo,
che furono allora in concordia, che operarono congiunti principi e
popoli nostri. Così solamente è possibile giovarsi a ben comune delle
occasioni; le quali all’incontro tra’ divisi non fanno altro che
accrescere la divisione.
25. Guerre di Morea e di Sardegna e Sicilia [1714-1720].--Tre morti
importanti avvennero nell’anno 1714: quella di Luigi XIV, a cui
succedendo Luigi XV fanciullo, rimase Francia governata dal duca
d’Orléans reggente; quella di Anna regina d’Inghilterra, a cui successe
Giorgio I di Hannover; e quella di Maria Luisa di Savoia moglie di
Filippo V, alla quale successe nel medesimo anno Elisabetta Farnese,
sorella di Francesco duca di Parma e Piacenza. Fu trattato questo
secondo matrimonio di Filippo V dall’Alberoni, un preticello italiano
venturiero ed intrigante, che diventato tra breve cardinale e ministro
principale e quasi assoluto di Spagna, fu causa di nuovi turbamenti
in tutta Europa.--Intanto, al fine del medesimo anno 1714, ruppesi
guerra tra il Turco e Venezia. Quello voleva riconquistar Morea, e
riconquistolla nel 1715 facilmente alla decrepita repubblica. Questa
non si riscosse, se non alle minacce turche contro alla vicina Corfù;
fece allora apparecchi, assoldò lo Schulemburg capitano straniero, e
strinse alleanze. Austria entrò in guerra; e il vecchio vittorioso
Eugenio condussela felicemente dall’Ungheria, ottenne una gran vittoria
a Petervaradino, e prese Belgrado. Venuto poi lo sforzo turco nel 1716
contro a Corfú, questa fu cosí ben difesa da Schulemburg, che, dopo
un ultimo assalto respinto ai 18 agosto, i barbari si ritrassero. Nel
1717, combattessi in mare; e i veneziani, ora soli, ora aiutati da
alcune navi di Malta, del papa, di Toscana e di Portogallo e Spagna,
ebbero il vantaggio. E nel 1718 [21 luglio] fu firmata la pace di
Passarowitz, per cui rimase spoglia Venezia della recente conquista di
Morea e ridotta a quell’isole che or son dette Ionie, ma accresciuta
Austria delle due forti città di Belgrado e Temeswar.--Né posava
Austria ai patti di Utrecht e Rastadt; negoziava per ricongiunger
Sicilia a Napoli, e dar in cambio a re Vittorio Sardegna, tanto
minore. D’altra parte, Spagna, condotta dall’ambizioso Alberoni,
ambiva il medesimo riacquisto, e di piú quelli di Napoli e Sardegna;
e negoziava pur con Vittorio per tutto ciò riavere d’accordo con lui,
e dargli in cambio Milano tanto piú vicina, ma da conquistarsi contro
Austria. Naturalmente Vittorio non aderiva all’ambizione austriaca;
e andava lento, forse troppo, a secondar la spagnuola. Ma dimorato
giá presso a un anno nel nuovo regno e incontratevi tutte quelle
difficoltà che sempre sono in una nuova signoria, e di piú un’aspra
contesa ecclesiastica col papa che volea approfittar dell’occasione
per distruggere un tribunale secolare sulle cose ecclesiastiche
(detto «della Monarchia», ed istituito fin dall’origini di quel
regno), Vittorio regnava mal fermo colà. E l’avventato Alberoni troncò
le peritanze della diplomazia con una di quelle rotture subitane
di trattati, le quali, colle reciproche guarentigie fin d’allora
stabilite tra gli Stati della cristianità, erano giá scandalose e di
difficilissima riuscita. Ai 22 agosto 1717, un’armata di terra e mare
raccolta a Barcellona invase subitamente Sardegna, e conquistolla
contro Austria, a malgrado gli scandali e le proteste di tutta
Europa. Che anzi, addí 30 giugno 1718, un nuovo armamento spagnuolo
scese in Sicilia, e s’accinse a conquistarla contra Savoia. Ma si
riscosse piú efficacemente allora la diplomazia, e conchiuse trattati
[agosto-dicembre 1718], per cui s’unirono contra i Borboni di Spagna,
non solamente Inghilterra, Olanda, Savoia ed Austria, ma quella Francia
che li avea lá stabiliti, e per essi avea combattuto quindici anni
poc’anzi. Tanto fin d’allora contavan poco le alleanze di famiglia!
Tanto non sono durevoli se non le alleanze di popoli, fatte secondo i
loro durevoli interessi! Una flotta anglo-olandese ruppe la spagnuola
nell’acque di Siracusa [11 agosto]. Un esercito tedesco approdò in
Sicilia; e vi si guerreggiò con successi vari negli anni seguenti. Ma
intanto l’Alberoni concitato, come succede, dalle proprie e prime
avventatezze ad altre maggiori, andò tant’oltre con gli intrighi od
anche le congiure in Francia contro al reggente, e in Inghilterra
contro alla casa di Hannover, che rivoltisi tutti contro a lui, e
spaventatone l’onesto e debole Filippo V, lo cacciò; e lui cacciato,
si rifece pace facilmente addí 17 febbraio 1720. Spagna rimase spoglia
di Sardegna; ma la casa de’ Borboni spagnuoli vantaggiata delle
successioni eventuali di Toscana e di Parma e Piacenza a don Carlo
figliuolo della regina Farnese, quando avvenissero le estinzioni, che
si prevedevan vicine, delle due case de’ Medici e de’ Farnesi. Re
Vittorio rimase spoglio di Sicilia, e mal compensato con Sardegna; ed
Austria accresciuta, soddisfatta della riunione di tutto il regno delle
Due Sicilie. E l’indipendenza italiana scapitò cosí di quanto perdette
il principe nativo, di quanto acquistò lo straniero preponderante. Con
Austria signora di Milano, Mantova e le Due Sicilie, Italia era fatta
piú dipendente che mai. Ma, allora, fu per poco.
26. Pace di dodici anni; guerra della successione di Polonia
[1720-1735].--Seguì una pace di dodici anni in Europa. Re Vittorio
ne approfittò ad ordinare il nuovo Stato di Sardegna, gli antichi di
Piemonte, l’istruzione pubblica principalmente, l’università di Torino,
il collegio delle province da lui fondato. Molti professori chiamò
di fuori. Guerriero egli soprattutto, ma gran principe in tutto, si
compiaceva, s’accerchiava degli uomini e massime de’ ministri piú
capaci in ogni cosa; sentiva di rimaner superiore a chiunque, non
solamente col grado, ma coll’ingenita grandezza. L’Ormea fu ministro
principale di lui e del figlio poi; e fu allevato da lui il Bogino
successor dell’Ormea. Fu donnaiuolo in gioventù; e fatto vecchio e pio,
volle sposare una gentildonna lungamente amata, la contessa di San
Sebastiano. E fosse poi vergogna di ciò effettuare dal trono, o, come
fu detto, imbroglio politico ove si fosse messo ed onde non sapesse
uscire, o stanchezza del lungo agitato regno, ad ogni modo lasciollo
[3 settembre 1730] al figliuolo Carlo Emmanuele III, e si ritrasse
privato a Chambéry. Ma fosse ambizione della vecchia sposa, o propria
ridestatasi tra l’insueta inoperosità, passato appena un anno, venne a
un tratto a Rivoli presso Torino, e poi [25 settembre] a Moncalieri; e
chiamato Del Borgo ministro e notaio della corona, gli ridomandò l’atto
della rinunzia, e nella notte tentò, ma non gli riuscì, farsi dare la
cittadella di Torino. Adunatosi, agitatosi intanto il Consiglio di re
Carlo, fu da questo dato ordine di arrestare il padre. Eseguissi nella
notte del 27 al 28; fu rapita la San Sebastiano e condotta a Ceva;
rapito e ricondotto a Rivoli, prigione del figlio, il vecchio vincitor
di tante battaglie. Infuriò, languì un anno; domandò, ottenne riaver la
moglie, tornare in Moncalieri; vi morí ai 31 ottobre 1732. Brutto fine,
brutto principio di due belli e felici regni.--Il Piemonte fu tra’
paesi d’Italia quello che piú si avvantaggiò della pace. E tentavansi
riordinare pure Milano e il regno di Napoli e Sicilia dagli austriaci.
Ma non vi riuscivan guari essi, e come signori nuovi, e come stranieri;
ed anche perché, essendo Carlo VI imperatore senz’altra prole che due
figliuole, egli e suo governo attendevano a poco piú che ad assicurar
la successione a Maria Teresa, la prima di quelle, e n’agitavano la
diplomazia di tutta Europa.--Delle due grandi repubbliche, Venezia
languiva sempre piú; si divertiva, apprestava i carnovali a’ gaudenti
di tutta Europa: Genova, all’incontro, era turbata dalle sollevazioni
de’ còrsi. Governati in modo assoluto, tirannico e corrotto, come
sogliono i sudditi non partecipanti al governo delle repubbliche,
scoppiarono nel settembre 1729 per una angaria fatta a un povero
vecchio nella riscossione de’ tributi. Tumultuossi in vari luoghi,
fecersi assembramenti, levaronsi armi; due volte i sollevati assaliron
Bastia e si ritrassero. Governatori, capitani, pacieri nuovi vi
furono invano mandati da Genova. S’innalzarono, si mutarono parecchie
volte i capipopolo. Finalmente, brutto rimedio ad italiani contra
italiani, piú brutto a un governo libero, i genovesi chiamarono gli
austriaci ad aiuto, ad arbitri; e venuti gli austriaci, e fatto l’uno
e l’altro ufficio, statuirono cessazioni d’armi, paci, indulti, e di
soprappiù una Camera imperiale, che giudicasse in appello tra sudditi
còrsi e signori genovesi [1732-1733]; e cosí i signori ebber lor
signoria diminuita, e i sudditi lor sudditanza accresciuta d’una
nuova supremazia; non insolito né indegno fine di tali appelli. Ma
durò poco quel cattivo accordo; risollevaronsi i còrsi fin dal 1734,
ed ordinaronsi nel 1735 piú che mai in istato indipendente sotto a
tre capi, Giaccaldi, Giafferi e Giacinto Paoli.--Tra gli Estensi
non fu novitá se non nell’anno 1737, che morí il duca Rinaldo e
successegli Francesco III.--In Roma, a Clemente XI [Albani], lungamente
pontificante fin dal 1700, succedettero Innocenzo XIII [Conti, 1721],
Benedetto XIII [Orsini, 1724] e Clemente XII [Corsini, 1730]; e tutti
regnarono tranquilli e virtuosi.--Agitatissimi, all’incontro, furono
in questo tempo il governo degli ultimi Medici e Farnesi in Toscana
e Parma, per li patti fatti, come dicemmo, nel 1720 dalle potenze
straniere per quelle successioni. Non consultati, non consenzienti,
protestarono e negoziarono a lungo in tutta Europa, inutilmente.
In Toscana morí [31 ottobre 1723] Cosimo III Medici e successegli
suo figliuolo Gian Gastone, vecchio giá di cinquantadue anni, senza
figliuoli, e principe coltissimo, ma perdutissimo di costumi.
Resistette gran tempo alla successione dell’infante don Carlo; vi
s’arrese finalmente per trattato dei 25 luglio 1731, protestò contro
segretamente, pretese (un po’ tardi) restituir la libertá fiorentina,
ricevette guarnigioni straniere, e finalmente l’infante, l’erede stesso
[dicembre 1731].--In Parma, morto il duca Francesco addí 26 febbraio
1727, succedettegli il fratello Antonio vecchio di cinquantasette anni,
il quale protestò pur egli contro alla successione impostagli, e prese
moglie l’anno appresso ma non ebbe figliuoli, e morí al 10 gennaio
1731. Quindi gl’imperiali preser possesso del ducato, e lo diedero
secondo i trattati all’infante don Carlo, che vi venne in ottobre
1732.--Ma questo fu il secolo delle successioni contrastate; e se alle
piccole de’ principati italiani bastò la diplomazia, alle piú grosse
furono necessarie le guerre. Aprissi quella del regno di Polonia per
la morte di Federigo Augusto di Sassonia, succeduta addí 1 febbraio
1733. Ognuno sa che presso a quella nazione valorosa, ma pur troppo
impolitica, e perciò da gran tempo infelice, le successioni regie
si facevano nella impolitica forma delle elezioni. Due competitori
erano allora: Stanislao Leczinzki, giá stato re al principio del
secolo e cacciato poi per opera della Russia, ed Augusto elettor di
Sassonia figlio dell’ultimo. E perché in questa estrema imprudenza
caddero di eleggersi i re sotto influenze straniere, stavano, per il
primo, Francia il cui re Luigi XV avea sposata una figlia di lui; per
il secondo, Carlo VI imperatore zio di lui, e Russia antica nemica
del primo. E perché quando Austria e Francia entrano in guerra l’una
contra l’altra, è inevitabile v’entri Italia o almeno casa Savoia
intermediaria, e cosí abbia a scegliere fra le due una alleata secondo
il proprio interesse; perciò re Carlo Emmanuele scelse Francia, che
gli offriva la conquista del desiderato Milanese. Fecesi in Torino [26
settembre] il trattato, per cui oltre a quella conquista fu stipulato,
che farebbesi pur quella di Napoli e Sicilia, da darsi all’infante don
Carlo che lascerebbe Parma e Piacenza al fratello don Filippo.--Aprissi
subito la guerra con una campagna d’inverno. Il vecchio Villars
condusse gli ausiliari francesi; re Carlo, tutto l’esercito. Varcaron
Ticino, entrarono in Pavia, in Milano [3 novembre]; n’assediarono e
presero il castello, e Pizzighettone, Novara, Tortona, e via via tutto
il paese fino all’Oglio. Carlo Emmanuele s’intitolò duca di Milano. Ma
l’error suo qui, l’error forse di tutta sua vita, fu quella prudenza
eccessiva, che teme passar il segno del necessario. Non pensò che
bisogna conquistar due in guerra per serbar uno in pace. Si contentò
di difender le conquiste fatte, e rattenne i francesi che volevan
pure spingere la guerra oltre Oglio e Mincio, alle bocche del Tirolo,
e cacciar gl’imperiali d’Italia. Lo stesso ottuagenario Villars se
ne disgustò; e partito per Francia morí per via a Torino, deriso dai
piú quasi rimbambito; ed era forse di spiriti piú giovanili che non i
derisori. Scese quindi tranquillo l’esercito austriaco sotto Mercy,
e si guerreggiò per quel ducato di Parma, che avrebbe dovuto esser a
spalle dell’esercito gallo-piemontese. E vinsero questi lí a Parma una
gran battaglia sotto il Coigny addí 29 giugno 1734, e s’avanzarono
poi di lí in due mesi e mezzo poche miglia fino alla Secchia. Dove,
non guardandosi, furono sorpresi e mezzo rotti a Quistello da
Königseck [14 settembre]; e quindi si ritrassero e pur rivinsero una
gran battaglia a Guastalla [19 settembre]. Re Carlo vi capitanò e
vinse: e tornò quindi a Torino. Si posò l’inverno; si rifece guerra
l’anno appresso 1735, ma piú molle che mai, quantunque col rinforzo
d’un esercito spagnuolo, tornato giá dalla conquista di Napoli e
Sicilia.--Perciocché sin dal fine del 1733 era approdato in Toscana
quest’esercito spagnuolo, a capo di cui pastosi l’infante don Carlo
s’era mosso per Roma contro a Napoli. Poca, quasi nessuna resistenza
fecero il viceré Visconti e i tedeschi, che erano pochi e sproveduti;
ritrassersi a mezzodí sull’Adriatico fino a Bari, ad aspettar
rinforzi attraverso quel mare. Entrò don Carlo in Napoli, applaudito,
festeggiato, e da coloro che sempre sono affetti a una signoria antica
quantunque straniera e cattiva, e da que’ migliori che speravano un
regno finalmente nazionale. E l’ebbero in effetto; incominciò Carlo
quella dinastia de’ Borboni, che or buoni or cattivi son pur diventati
napoletani, italiani. Né s’indugiò qui come nell’Italia settentrionale.
Mosse subito il Montemar, capitano degli spagnuoli, contro ai tedeschi
che risalivan da Bari. A Bitonto s’incontrarono, si combatterono addí
25 maggio 1734. Vinse il Montemar, e ne fu fatto duca di Bitonto e
governator di Sicilia. Alla quale poco appresso movendo, approdò a
Solanto, entrò in Palermo, ed inseguì poi il resto de’ tedeschi chiusi
in Messina; assediolla ed ebbela a patti [25 marzo 1735], nettando cosí
di tedeschi i due regni.--Poco appresso [3 ottobre] furono firmati tra
Francia ed Austria i preliminari, a cui mal volenterose pur aderirono
in breve Spagna e Sardegna; e cosí [19 novembre] fu conchiusa a Vienna
la pace generale. Per essa Augusto rimase re di Polonia, onde giá aveva
cacciato Stanislao; questi fu fatto duca di Bar e poi di Lorena, sua
vita durante, dovendo passare poi questa provincia a Francia; Francesco
duca di Lorena, marito di Maria Teresa l’erede d’Austria, dovea passare
granduca di Toscana alla morte di Gian Gastone Medici; don Carlo rimase
re di Napoli e Sicilia; Parma e Piacenza passarono all’imperatore;
e re Carlo di Sardegna acquistò Novara, Tortona e la supremazia de’
feudi delle Langhe, piccola parte di grandi speranze. Ma l’Italia
tutta insieme fu quella che s’avvantaggiò piú: un nuovo gran regno
nazionale, una nuova gran diminuzione della signoria straniera; questa
ridotta a Milano, Mantova, Parma e Piacenza. Da due e piú secoli, da
Carlo VIII e Ferdinando cattolico in qua, non mai erasi trovata pesta
da piedi stranieri cosí poca terra italiana. Il secolo decimottavo non
parlava di nazionalità come il nostro, e, per vero dire, non vi pensava
guari; i popoli erano contati per nulla, i principi europei pensavano,
trattavano francamente per se soli. Vergogna, che cosí facendo facesser
meglio per li popoli che non quelli i quali hanno ora per le bocche
continuamente il bene de’ popoli, e li divelgono e sminuzzan poi ad
utile proprio; piú apparente, del resto, che non forse reale, piú
momentaneo che non definitivo.