teoria che tiene inevitabile in ogni cosa umana la successione
periodica dell’accrescimento, dello splendore culminante, e della
decadenza, certo ella dovrebbe esser vera principalmente in fatto
d’arti. Perciocché, mirando queste al diletto, ed uno de’ maggiori
diletti umani consistendo certamente nella novitá, e la novitá dopo
l’ottimo essendo necessariamente men buona, pare immanchevole che
dopo l’ottimo debba venire il men buono e il cattivo. Eppure il fatto
non fu sempre cosí, non fu, se non con tante eccezioni e varietá,
che ne rimane annientata la regola, la trista teoria. Nella Grecia
e nell’Italia antiche, per esempio, lo stile ottimo durò parecchi
secoli; in Egitto, nell’Indie, nella Cina non vi s’arrivò mai. E cosí
nell’Italia, feconda a tutto, quando non sieno troppo contrari i
venti, feconda principalmente a quell’arti che s’adattano meno male ai
cattivi, nell’Italia moderna decaddero sí la scuola primitiva toscana
e le nuove romana, veneziana e lombarda, ma sorse e risplendette la
nuova scuola bolognese, che non si può dir né culminante né decadente;
e la decadenza vera non incominciò se non dopo questo periodo secondo
di splendore. Lasciamo dire i tristi profeti; la natura umana non
è infinita per certo, ma è pur certamente indefinita; e in arti
principalmente ella può trovar del nuovo e bello senza fine, purché non
s’abbassi, non s’avvilisca, non si faccia incapace essa stessa. Del
resto, essendosi avanzata l’arte incipiente in ciascuna delle scuole
italiane con una virtú principale e distinta, l’arte giá progredita
non poteva guari progredire ulteriormente se non ecletticamente,
scegliendo il buono d’ogni scuola antica o nuova; le imitazioni delle
virtú primitive son sempre affettazioni, e somigliano al bamboleggiar
de’ vecchi. Ciò intesero, od anzi a ciò furono portati da lor natura
e lor tempo, i nostri artisti bolognesi; ed a ciò, del resto, i
loro contemporanei spagnuoli e francesi. Fondatori di quella scuola
eclettica che non si dee dir derivata veramente né dal Francia né da
altri piú antichi, furono Ludovico Caracci [1555-1619] e i due cugini
di lui, fratelli tra sé, Agostino [1558-1601] ed Annibale [1560-1609],
oltre altri di quella privilegiata famiglia. Seguirono Guido Reni
[1575-1642], Albano [1578-1660], Domenichino [1581-1641], Guercino
[1590-1666], tutti grandi, oltre una schiera di minori, fino intorno
alla metá del secolo decimosettimo. Allora solamente decadde questa
scuola e con essa tutta l’arte italiana. Perciocché eran decadute
l’altre intanto; la toscana dopo Michelangelo e il Vasari che dicemmo,
e il Bronzino [1502-1570]; benché vi risplendessero ancora Pietro da
Cortona [1596-1669], e il Dolci [1616-1686]. La veneziana decadde giá
coi Bassano [1510-1592], il Palma giovane [1544-1628?] e il Padovanino
[1590-1650]. La romana, decaduta giá dopo Raffaello, decaduta piú
dopo la morte degli allievi di lui, decadde peggio che mai dopo la
generazione terza, che fu del Baroccio [1528-1612], Michelangelo da
Caravaggio [1569-1609], e Carlo Maratta [1625-1713]. E dieron lampi
la scuola napoletana per Salvator Rosa [1615-1673] e Luca Giordano
[1632-1705]; la genovese per Luca Cambiaso [1527-1585]; e la piemontese
stessa per Moncalvo [1568-1625].--La scoltura, portata da Michelangelo
ad uno stile piú ardito e grande che non puro e posato come l’antico,
decadde tanto piú presto; le arditezze e le esagerazioni furono portate
al colmo dall’Algardi [1602-1654], e massime dal Bernino [1598-1680].
I quali poi insieme col Borromini [1599-1667], il Guarini [1624-1688]
e parecchi altri, portando i medesimi vizi nell’architettura, fecero
peggiorar questa, oltre l’altre due arti sorelle; e secondati dalle
magnificenze de’ principi, de’ grandi e de’ religiosi di que’ tempi,
moltiplicarono in Italia que’ palazzi, quelle ville, quelle chiese, il
cui stile fu vituperato giá (or quasi rionorato per istrano capriccio)
sotto nome di «barocco». E fu di tale stile guastata la facciata
stessa di San Pietro; ma se ne salvò per felice eccezione il Bernino
nella colonnata che le serve di pronao.--La musica all’incontro (la
piú cortigiana dell’arti senza paragone) progredí indubitabilmente
in questi tempi. Ma forse s’ammollí passando dalla chiesa ai teatro.
Moltiplicaronsi le opere in musica lungo tutta la seconda metá del
secolo decimosesto. Perfezionaronsi coll’invenzione del recitativo,
or quasi sbandito. L’_Euridice_ del Peri, cantata nel 1600 a Firenze,
ha nome (pur disputato) di prima opera cosí compiuta. E in esse e
nella musica di chiesa risplendettero, Carissimi, Mazzocchi, Allegri
[1640], Scarlatti [1650-1725]. Il famoso _Miserere_ della cappella
pontificia è dell’Allegri. Né questo fu tuttavia il secolo d’oro della
musica italiana. Giá l’accennammo, fu riservata siffatta consolazione,
qualunque sia, ai nostri dí.
22. Gl’italiani fuor d’Italia.--Né lasceremo questi tempi senza
fermarci a una gloria italiana giá antica, ma che si moltiplicò
in essi senza paragone. Fu accennato da noi in altro scritto (ed
era contemporaneamente, piú che accennato, fatto in gran parte dal
Ricotti): una storia intiera, e magnifica, e peculiare all’Italia,
sarebbe a fare degli italiani fuor d’Italia. Tutte le nazioni senza
dubbio ebbero fuorusciti volontari o no: ma niuna cosí numerosi o cosí
grandi come la nostra. Si potrebbe incominciare quella storia da Paolo
Diacono, lo storico di sua gente caduta, in corte a Carlomagno; e
continuar poi, non solamente con quegli oscuri e innominati mercatanti
italiani che estesero l’industria e il commercio in tutta Europa e vi
furon noti sotto nome di «lombardi», ma coi nomi di molte famiglie
che cacciate dalle nostre discordie e nostre invidie repubblicane
portarono fuori (in Avignone e Provenza principalmente) quei nomi
giá illustri nella loro prima patria, diventati grandi alcuni nella
seconda. E verrebbero insieme o poi i grandissimi nomi di Gregorio VII,
Lanfranco, Pier Lombardo, sant’Anselmo, san Tommaso, san Bonaventura e
Marco Polo; e quelli di tutti e tre i padri di nostra lingua, Dante,
Petrarca e Boccaccio; e Cristina da Pizzano e il Poggio e l’Alciato;
e il sommo Colombo, ed Amerigo, e i Cabotti, ed altri che portarono
fuori l’operositá italiana, ai tempi che ella si potea sfogare addentro
sotto l’ombra di quel che v’era d’indipendenza e di libertá.--Ma cadute
queste, l’operositá italiana si portò, proruppe, si sfogò fuori in
tutti i modi, in quasi tutti i paesi d’Europa. Guerrieri di terra e
di mare, uomini di Stato e di Chiesa, artisti, scrittori, onorandi
molti, miserandi quasi tutti, fecondarono di loro opere e di lor
sangue le terre straniere. Due Strozzi, Piero [1510-1558] e Leone
[-1554], fuggirono da’ Medici di Firenze e servirono Francia, dove il
primo fu poi maresciallo, e il secondo grand’uomo di mare; ed ebbero
e lasciarono numeroso séguito di parenti e compagni d’esiglio lá
combattenti e soffrenti. Cosí Sampiero da Bastelica [1501-1567], due
Ornani ed altri còrsi fuggenti pur in Francia la tirannia genovese. E
cosí altrove altri capitani anche piú illustri, Emmanuel Filiberto ed
Alessandro Farnese, de’ quali dicemmo, Ambrogio Spinola [1571-1630],
il Medici marchese di Marignano [1555], Alfonso [1540-1591] ed Ottavio
Piccolomini [1599-1656], il Montecuccoli [1608-1681], oltre una turba
di guerrieri minori; cosí il Paciotto ed una turba d’ingegneri;
cosí i Doria, gli Spinola ed una turba d’uomini di mare (genovesi
principalmente) a servigio di parecchie potenze europee. Un Ferrante
Sanseverino principe di Salerno passò d’uno in altro esilio fino a
Costantinopoli, tornò in Francia, cantò le brame della patria in
lingua propria e nella spagnuola; e la sua vedova accattava poi nella
reggia francese onde alzargli una tomba. Un calabrese, fattosi frate
e preso da’ turchi nell’andar a studio a Napoli, si fece turco, e
sotto nome di Occhiali diventò famoso corsaro e pasciá, e combatté
contro a’ cristiani a Lepanto; e, feroce schiumator di mare, scendea
talora a rivedere le patrie marine e i genitori, mentre sue ciurme
predavano all’intorno. Un conte Marsigli di Bologna [1658-1730] fu di
vent’anni a Costantinopoli, militò per Austria sotto al Caprara, fu
fatto prigione e schiavo de’ turchi, e dopo molte vicende ne fuggí;
diresse la fonderia de’ cannoni in Vienna e vi fece sperimenti sulla
forza della polvere, fece l’ingegnero, il diplomatico, il militare in
mezza Europa, fu indegnamente (come pare) condannato da un Consiglio
di guerra per la perdita di Brissac ove militava; e ritiratosi in
Provenza, e finalmente in Bologna sua patria, finí coltivatore
indefesso di lettere e scienze.--Del Mazzarino [1602-1661], povero
prete calabrese salito in grazia di parecchi grandi, e finalmente di
Richelieu, a cui succedé nella potenza di primo ministro di Francia,
sono piene le storie.--E s’aggiunsero i fuorusciti cortigiani delle
due Medici regine di Francia, e quelli tratti allo splendore di Luigi
XIV, il Davila storico, i Mancini, i Concini, i Gondi, i Cassini
astronomi, ed altri molti. E finalmente in Francia e Svizzera e
Germania per causa di religione migrarono i Socini, i Sismondi, i
Diodati, Telesio, Campanella, Radicati, Olimpio Morata, Celio secondo,
Curione ed altri in folla; senza contar le dimore piú o meno protratte
in Francia e Spagna di molti artisti nostri, Tiziano, Benvenuto
Cellini, Primaticcio, Giovan da Udine ed altri quasi innumerevoli.
Mirabile ingegno italiano che, chiusagli una via, ne sa trovar altre
ed altre infinite; che, chiusagli la patria ad operare, opera fuori,
cerca, trova campi in tutti i paesi, in tutte le colture! Che non
farebbe, se trattenuto, fomentato, concitato insieme ed assodato in
patria da quella indipendenza e quella libertá che son la somma o
le sole buone tra le protezioni? La civiltá intiera troverebbe il
conto suo ad apparecchiargli tal campo. Ma non è a pensarvi; gli
stranieri non l’apparecchian mai, han troppo a fare a casa loro. A noi
starebbe applicar tutto quell’ingegno nostro a tale apparecchio. Se
non che, l’ingegno solo non basta a ciò. Ci vuol volontá e costanza e
moderazione e devozione, tutte le facoltá, tutte le virtú dell’animo di
tutti gli uomini; ma sopra tutte, quella del coraggio: dico il civile,
il politico, il militare, tutti i coraggi. Diceva giá Danton, essere
necessarie alle rivoluzioni tre virtú: audacia, audacia ed audacia. Ma
egli parlava delle rivoluzioni diventate scellerate, come la sua. Nelle
buone, l’audacia si traduce in coraggio, coraggio e coraggio. Chi non
sa portar armi in mano, porti catene, e stia zitto.
23. Il terzo periodo della presente etá in generale
[1700-1814].--L’ingrata necessitá di essere troppo brevi ci fece
finora accennare e dividere i fatti italiani da sé, senza accennar le
relazioni di essi co’ fatti stranieri. Ma questo non ci è piú possibile
trattando del secolo decimottavo e del principio del decimonono.
Né i motivi delle guerre, né le guerre né le paci, che mutarono
continuamente l’Italia, non furono piú italiane. Quattro guerre e
quattro paci si fecero nella prima metá del secolo decimottavo; due,
per la successione di Spagna; due, per quelle di Polonia e di Austria;
poi, dopo una lunga pace, una serie di guerre per la rivoluzione e
per l’imperio francese. Qualunque divisione di que’ tempi si facesse
indipendentemente da questi grandi eventi europei, genererebbe
confusione od anzi falsitá d’idee ne’ leggitori. Non pochi sono
a’ nostri dí, governanti e governati, conservatori e progressisti
italiani, i quali hanno la funesta smania dell’isolamento d’Italia,
del trascurare ed ignorar volontariamente le condizioni, gl’interessi,
le opinioni e quasi l’esistenza di quant’è straniero, o, come dicono
con inconcepibil disprezzo, di quant’è oltremontano ed oltremarino. Ma
noi (che speriamo non esser sospetti, in fatto almeno di nazionalitá
ed indipendenza, e che ci esponiam volentieri ad esser detti uomini
d’una sola idea e d’un sol libro), crediamo, all’incontro, essere
due cose assolutamente diverse e talor contrarie, indipendenza ed
isolamento. Il fatto sta, che quegli ultimi avi nostri del secolo
decimottavo, lontanissimi essi dalle vane teorie dell’isolamento,
intendentissimi anzi degli affari europei, furono pur quelli, i quali
seppero cosí prender tutte le buone occasioni di guerra e di pace per
liberarsi dalla potenza spagnuola, per scemar l’austriaca sottentrata,
per accrescer gli Stati italiani, e farli progredire al segno dei piú
avanzati contemporanei, sul continente. E quanto agli italiani della
fine del secolo decimottavo e del principio del decimonono, se non
furono superiori alle difficoltá, alle calamitá sorvenute, non ad altro
forse è da attribuire se non appunto alla lunga pace che li avea,
lor malgrado forse, isolati e disavvezzi dall’armi.--In tutto, noi
ottocentisti abbiamo il vizio di voler essere troppo grandi uomini, di
non apprezzar se non grandezze inarrivabili, di disprezzar quelle a che
potremmo arrivar noi, ed arrivarono quegli avi nostri. Il Settecento fu
in Italia molto piú grande che non è opinione volgare. Botta e Colletta
hanno il merito di aver saputo andar oltre a quell’opinione; ed io
confesserò fin di qua di voler andar oltre essi ancora. Non mai forse
l’Italia progredí a un tratto tanto, come dal Seicento al Settecento,
in indipendenza, in ordini civili, in colture. Questi ultimi avi
nostri fecero lor ufficio, lor progressi, meglio che non molti antichi
piú lodati. Cosí facessimo noi i nostri! Cosí, tra’ nostri stolti
disprezzi de’ settecentisti, e le piú stolte ambizioni di assomigliarci
ai cinquecentisti, quattrocentisti o trecentisti, non corressimo il
rischio di rimaner poco piú che seicentisti. Ma di ciò, piú autorevoli
che non noi, giudicheranno gli storici futuri. Ed aspettiamovici pure:
nostri o stranieri, ne giudicheranno, come progrediti, severamente.