spender alcune righe a combattere qui uno storico sempre eloquente e
ben intenzionato, per vero dire, ma troppo sovente cattivo politico, a
parer mio, cattivo intenditor de’ tempi che descrive, e di quelli a cui
scrive. Il quale dice dunque di questi del Seicento: «Gran differenza
si osservava allora in Italia fra i paesi soggetti alla signoria
spagnuola ed a quella di Savoia d’un lato, e le due repubbliche di
Venezia e di Genova, lo Stato ecclesiastico e la Toscana dall’altro:
quelli erano infelicissimi; questi se non appieno felici, almeno in
minor grado di infelicità costituiti. Della quale diversità assai
manifesta è la cagione: i primi obbedivano a signori che si dilettavan
di guerra; i secondi, a chi era amatore di pace». Ora io qui veggo tre
errori importanti a notare, siccome quelli d’uno scrittore il quale è
forse piú di nessun altro nelle mani de’ nostri compatrioti; tre errori
dico, uno storico, uno politico, ed uno filosofico o morale.--Errore
storico o di fatto parmi il dire, che fossero egualmente o similmente
infelici i popoli della monarchia di Savoia e quelli delle province
spagnuole. Certo le sollevazioni popolari cosí frequenti, cosí grosse,
cosí centrali de’ due regni spagnuoli, non furono nella monarchia di
Savoia. Qui non s’ebbero, se non quelle molto minori, parziali, e per
cause speciali, de’ valdesi e di Mondoví. E qui, all’incontro, fu
fatta una sollevazione, tutta lealtà ed amore, da’ torinesi contra a’
francesi, un dí del 1611, che si sparse la voce, aver questi morto
il duca Carlo Emmanuele I; il quale fu pure il principe di Savoia
che abbia mai stancato di piú guerre e piú tasse i popoli suoi.
Ancora, quell’altro Carlo Emmanuele II che morí in mezzo al popolo
suo introdotto in palazzo (di che non so forse una piú bella scena in
nessuna monarchia), quel Carlo Emmanuele II, egli pure avea stanco di
guerra nella prima metà del regno suo e stanco di edificazioni nella
seconda metà i popoli suoi. Come tuttociò? Come tant’amore reciproco?
Certo, o bisogna dire che i piemontesi d’allora fossero il piú vil
popolo del mondo ad amar cosí i loro oppressori (il che è dimostrato
falso dalla loro perseveranza ed alacrità militari, che son qualità
incompatibili coll’avvilimento de’ popoli); o bisogna dire che fosse
pure alcun che, che unisse que’ principi e que’ popoli piemontesi
sinceramente, strettamente, appassionatamente tra sé, a malgrado le
gravezze. Né è poi difficile a scoprire quell’alcun che. Appunto,
perché non vili originariamente, e non corrotti dalla invecchiata
civiltà e dalle scellerate politiche del resto d’Italia, ma anzi
nuovi, ma virtuosamente rozzi e quasi antichi erano que’ piemontesi,
perciò virtuosamente, alacremente soffrivano le inevitabili gravezze
recate dagli stranieri, e pesanti sui principi loro non meno che
su essi; e soffrendole insieme, si compativano, si stringevano, si
amavano; ed insieme con amore operando, erano meno infelici nelle
sventure, felicissimi ne’ ritorni di fortuna. E poi, qual paragone
fare tra le gravezze, tra le tasse piemontesi, fossero pure eccessive
ma rimanenti in paese, e quel miliardo che lo stesso Botta accenna
portato via in tredici anni dal solo Regno di qua del Faro? Qual
paragone tra le vite spente sui campi, od anche tra gli stenti di
guerra, e quelle spegnentisi a poco a poco sotto alle spoliazioni
fatte dai viceré stranieri, e lor cortigiani spagnuoli o regnicoli, e
lor donne, e lor servi, ed i servi de’ loro servi? Quale sopratutto
(se agli effetti umani si miri solamente) tra la stessa immoralità,
libera almeno, della corte piemontese, e quelle infami parole, «vendan
le mogli e le figliuole»? No, no, non son sogni poetici o filosofici,
sono realità della natura umana (non cosí corrotta, grazie al cielo,
come la dicono troppo sovente quello ed altri storici piangitori),
sono realità le consolazioni della nazionalità, dell’unione, del
sacrifizio, dell’amor reciproco di principi e popoli, concordemente
soffrenti o trionfanti.--Più grave ancora parmi l’error teorico o
politico del dividere l’Italia del Seicento troppo innaturalmente:
Savoia indipendente e province spagnuole da un lato, e tutti gli altri
Stati piú o meno dipendenti dall’altro lato. Qui è tutto perduto
di vista quel sentimento d’indipendenza, che è giá altrove troppo
sovente negletto da quello ed altri scrittori di nostre storie; e
che, ripetiamolo, è quello pure che ispira e guida senza eccezione
tutte le storie dell’altre nazioni antiche e moderne. Quando cosí
veramente, come non furono, fossero stati del paro infelici Piemonte
indipendente e province spagnuole, quando del paro piú felici gli altri
Stati italiani, la divisione non dovrebbe farsi a questa norma della
felicità, ma a quella sempre, a quella sola della indipendenza. O siamo
italiani, o non siamo. Ma se, come certo il voleva ed era Botta, noi
siamo; non sono i gradi di felicità, ma quelli della nazionalità, a
cui dovremmo badare per istabilir le differenze, le divisioni degli
Stati italiani. Dal dí, che, sceso Carlo VIII, incominciarono ad essere
in Italia Stati stranieri e Stati nazionali, questa differenza fu, è,
e sarà sempre la essenziale da osservare; quella, rimpetto a cui non
sarebbe da badare a felicità, se non che appunto la felicità materiale
per lo piú (si ritenga a mente il miliardo), e sempre poi la morale
(si ritenga il consiglio di vender moglie e figliuole), furono, sono
e saranno dalla parte della nazionalità o indipendenza.--Finalmente,
error morale o filosofico mi par che sia il dire cosí assolutamente
causa d’infelicità la guerra, causa di felicità la pace. Noi viviamo
in tempi di pace, e, dirollo francamente contro a molti di qua e di
lá, virtuosa perché operosa pace, in generale. Ma se, ma quando o dove
la pace nostra non fosse operosa, quando e dove somigliasse a quella
oziosissima in che marciva tanta parte d’Italia nel Seicento, io
m’affido che nessuno un po’ altamente senziente direbbe piú siffatta
pace felice. Certo cbe le vite degli uomini sono un gran che; certo
che lo spegner vite in pace a vendetta, a profitto privato od anche
pubblico, senza missione, od anche con missione, ma senza necessità,
è un gran delitto; e ciò fu mostrato, ciò svolto mirabilmente da un
altro illustre scrittor nostro, il Gioberti, nelle piú belle pagine di
lui. Ma in guerra, ma lá dove il sacrifizio delle vite è volontario,
legittimo, bello e santo, egli è pure talor felice a chi il fa, e
sempre alla patria per cui si fa; ed è, perdonamelo tu, o figliuol mio,
meno crudele agli stessi sopravviventi. Senza sacrifizio della vita
non si fa nulla di grande, nulla anzi di normale in questo mondo. Il
mondo va innanzi a forza di vite sacrificate. Una vita divina ed umana
sacrificata è il piú gran fatto della storia umana. Una intiera metà
del genere umano, quella che chiamiamo la debol metà, fa il sacrifizio
della vita continuamente per noi. Senza un sacrifizio uguale, senza
il compenso della guerra principalmente, la viril metà rimarrebbe
inferiore a quella chiamata debole; non compenserebbe sacrifici con
sacrifici, non darebbe vita per vita a quelle dolci creature che gliela
offrono ogni dí. E in Italia, dove pur troppo colla scemata operosità
sono scemate le occasioni de’ pericoli virili, non è opportuno, né
virtuoso, scemar con parole la dignità della guerra; dico, della
legittima guerra in difesa o ricuperazione de’ diritti della patria o
della cristianità.--E mi si perdoni essermi fermato a segnalar siffatti
errori. Gli errori de’ grandi sono i soli che ne vaglian la pena; e chi
ciò fa, fa atto di rispetto a lor grandezza.
18. Le colture straniere derivate dall’italiana in questo periodo
[1559-1700].--Noi dicemmo che i diversi popoli cristiani, tedeschi,
francesi e spagnuoli, accorsi da parecchi secoli in Italia, non
presero, dopo la rivoluzione comunale, guari nulla dalla nostra
civiltà. Ma presero incontrastabilmente non poco dalle nostre
colture fin dal secolo decimoquarto; molto, quasi tutto, quando nel
decimosesto essi si mescolarono con noi, invadendoci. Parrebbe che i
primi a prenderne avrebber dovuto essere tedeschi, cosí mescolatisi
molto piú anticamente. Ma, fosse la diversità delle due nature
settentrional-tedesca e meridionale-italiana, o che, quando appunto
essi furon maturi a prendere nostre colture e mentre giá le prendevano,
essi fossero disturbati dalle preoccupazioni, dall’invidie religiose
della Riforma, il fatto sta che essi non furono né primi, né secondi,
né terzi, ma solamente quarti a questo grande e bel convito da noi
imbandito. Né furono primi i francesi, che pur parrebbono aver ciò
potuto; essi pure ebbero, quantunque in grado minore, l’uno e l’altro
impedimento.--Ad ogni modo, primi furono gli spagnuoli, fratelli
nostri meridionali, gemelli nostri di lingua, e come noi, la Dio
grazia, rimasti puri da quelle contese religiose che distraggon
naturalmente da tutto. Già accennammo che la lingua spagnuola fu,
piú anticamente che non l’italiana, scritta nelle loro leggi e ne’
loro canti nazionali, o romances; ma, salvo in queste e poche altre
poesie, ella non comparisce letterariamente scritta, se non guari al
principio del secolo decimosesto. E comparisce allora primo, o de’
primi, Garcilazo de la Vega gentilissimo poeta, tutto imitatore, ma
non servile, del Petrarca e de’ nostri bucolici del Quattrocento. E
seguiron via via altri pur tali, che non nomineremo, per non rifare
senza necessità di quegli elenchi, co’ quali lo scrittore scontenta
sempre tutti i leggitori; gli eruditi, che li trovano mancanti; gli
altri, che li trovano sempre soprabbondanti di nomi illustri. Noteremo
bensì che la poesia spagnuola si staccò dalla nostra, e superolla
di gran lunga sul teatro; dove, tra molti altri, fiorirono Lope de
Vega e Calderon, superiori a tutti i contemporanei, salvo l’inglese
Shakespeare. Ma di nuovo procedettero da noi e da’ classici latini
risuscitati da noi, i prosatori spagnuoli, gli storici principalmente,
primo e principale Mariana, che diede, fin dal secolo decimosesto,
a sua patria ciò che non abbiam dato ancora alla nostra, una storia
nazionale. All’incontro, pur si staccarono da noi i novellatori
spagnuoli, e sommo fra essi, tra i sommi di dappertutto, Cervantes,
lo scrittore del _Don Chisciotte_. In altri generi di prosa non
fecer gran frutto; era naturale, non son frutti da colture serve, o
peggio da tiranneggiate. E poco fecero in filosofia spirituale; nulla
(tralasciando sempre le glorie ignote scoperte da’ frugatori), nulla in
filosofia materiale. Ma fecer molto piú che niun popolo non italiano,
in arti. Qui piú che in null’altro vedonsi gemelli i due popoli
meridionali. Come tutti, gli spagnuoli preser lor arti dalle nostre;
ma le preser primi, e vi furono sommi dopo noi, incontrastabilmente
secondi. Juan Juanez, il divino Morales ed altri numerosissimi, fra
cui s’alza quella triade di Ribera, Velasquez, e sopra tutti Murillo,
fanno una scuola ridivisa in altre cosí ricche d’artisti e di mirabili
opere d’arte, che non ha l’ugual finora in Francia, Fiandra, Olanda,
Germania, o peggio, Inghilterra. E tutto ciò era fatto, ed anzi, giá
finito, giá decaduto al finir del secolo decimosettimo.--Seguí seconda
delle colture derivate dall’italiana nuova e dall’antica risuscitata,
la inglese. Il grandissimo Shakespeare e il gran Bacone sono tutti e
due del principio del secolo decimosettimo, quando non era vero fior di
coltura fuori d’Italia e Spagna. E il primo prese dall’una e dall’altra
i soggetti, i modi, tutte quelle quasi materialitá dell’arte che i
sommi non si dan guari fatica a mutare (come fanno i piccoli che non
posson altro), certi che sono quelli di riuscir grandi con qualsiasi
strumento in mano. Bacone poi egli pure prese molto da’ nostri, dal suo
contemporaneo Galileo principalmente; e se non temessi cadere anch’io
in quel vizio uggioso di attribuirei noi cosí ricchi le glorie altrui,
direi che prese tutta l’essenza di sua gloria, il metodo sperimentale,
non solamente giá inventato, ma praticato da Galileo. E terzo grande
di quella gran coltura trovasi poi, a mezzo il secolo decimosettimo,
Milton, che anch’egli fu e si professò italiano in molte parti, che fu
dantesco in alcune, benché poi, come tutti i grandi, simile a sé solo
in quelle che fanno sua grandezza. E finalmente sorse verso la fine
del medesimo secolo, quarto grande di colá, grandissimo dappertutto,
Newton. Questi non imitò nessuno, s’innalzò sulle spalle a tutti,
Copernico, Keplero (la sola luce di coltura germanica in tutto questo
periodo), e Galileo. E tutto ciò pure era fatto colá alla fine del
secolo decimosettimo; ma non era finito. Ché senza decadenza, dopo
un riposo, dopo una serie di minori per mezzo secolo, ricominciò
colá una nuova etá di poeti, e novellatori, e filosofi materiali e
spirituali, e storici, ed oratori, e scrittori economici e politici;
giunti quasi tutti in cima a ciascuno di quei generi.--Intanto sorgeva,
terza delle derivate, la coltura francese, e (ci si conceda la frase
fatta triviale dagli esageratori) sorgeva gigante intorno alla metá
del secolo decimosettimo. Prima d’allora, non erano che Montaigne, De
Thou, Malherbes. Ma intorno a quell’epoca, dopo le guerre religiose
della lega, tra quelle dell’ultimo libero fiatar dell’aristocrazia
francese dette della Fronda, sorgono a un tratto sotto Luigi XIV (il
quale anch’egli colse cosí le frutta maturate prima di lui) Descartes,
Pascal, Corneille, Racine, Molière, La Fontaine, Malebranche, Bossuet,
Massillon, Bourdaloue, Sévigné, uomini e donne immortali tra una folla
od anzi un esercito disciplinato di minori. I quali tutti, piú che
altrove, furono e si professarono seguaci de’ latini, degli italiani
e degli spagnuoli primogeniti loro. Veggonsi squarci, scene intiere
italiane nelle commedie, citazioni italiane nelle lettere famigliari,
classici italiani studiati da Boileau e dagli altri critici; Régnier
ed altri, scriventi poesie e prose italiane; e la lingua elegante, la
lingua di moda ed affettata in corte, essere stata l’italiana; appunto
come s’affettò poi da noi la francese, ed or s’affetta l’inglese, con
grave ma inutile scandalezzarsi di alcuni nostri. Sempre, dappertutto
s’affettaron le lingue de’ piú colti ne’ paesi piú incolti: né giovano
scandali ed esortazioni; il solo rimedio che vi sia, è scriver bene
ed utilmente anche noi; il solo modo di porre o ripor una lingua
alla moda, è di porla o riporta all’opera, dico a molta e grande
opera.--E di famiglia piú che mai italiana furono l’arti francesi; e
tali si mostrarono principalmente i due sommi artisti di colá, Poussin
e Claudio, che vissero in Italia, e ritrasser figure e paesi tutto
italiani; e tutti gli altri poi, i quali, salvo Lesueur, studiarono e
imitarono in Italia. Ed in Francia pure tutto ciò era fatto in poco
piú di cinquant’anni, al chiudersi del secolo decimosettimo. Ma in
Francia neppure non era finito; che anzi (mi duole il dirlo per que’
misogalli che or abbondano tra noi, ma troppo tardi di mezzo secolo),
che anzi, non fu mai colá niun intervallo o riposo, non fu piú una
sola generazione letteraria o scientifica senza i suoi grandi, fino a’
nostri dí.--Ed ora, senza contare le colture minori, né la germanica
allor sorgente in Leibnizio, ora, dico, che si fece, in che si progredí
egli contemporaneamente in Italia? in quell’Italia madre della coltura
antica latina presa allora a modello universale, madre del risorgimento
di quella, madre della sola coltura moderna che fosse stata da tre
secoli, stipite dunque indubitato di tutte quelle colture straniere
or cosí splendide? In Italia caddero allora piú o meno tutte quante
le colture; caddero le une a un tratto, le altre a poco a poco ma pur
pronte, tutte quelle lettere che giá trovammo costanti compagne delle
libertá interna ed esterna, la poesia, la storia, l’eloquenza, la
filosofia spirituale; ritardaron piú lor caduta le arti, che trovammo
men costanti alla libertá, piú cortigiane, ma pur caddero; e sole
fecero un vero e gran progresso quelle scienze materiali, che trovammo
le piú indifferenti alle due libertá. Né caddero certamente le nostre
colture per difetto di principi protettori, di grandi mecenati, di
corti letterate; ché anzi, grandi, corti e principi d’allora, ne
faceano pompa e gara; caddero a malgrado, anzi a cagione di queste
stesse protezioni, corrotte in ozi, corrotte a’ vizi, corrotte perciò
di gusto inevitabilmente. E quindi, questo nostro Seicento, o piuttosto
questi centoquarant’anni di che trattiamo, sono forse il piú chiaro
e compiuto commento che si trovi in tutta la storia umana, di questa
veritá cosí importante a capacitarcene da senno tutti noi, scrittori
liberi, scrittori protetti, o protettori: che la decadenza politica
delle nazioni trae e mantiene inevitabilmente seco la decadenza
delle colture; che certo sono cose buone le protezioni, le spese, i
premi, le onoranze, i musei, le biblioteche, le scuole, le cattedre
e le universitá, ma ch’elle non servono di rimedio sufficiente alle
colture decadute, finché non si rimedia alle decadute civiltá.--Ma
veniamo a’ particolari di ciò che furono tra quei grandi stranieri, i
pretesi grandi nostri de’ centoquarant’anni. Non si dimentichi mai tal
contemporaneitá da chi voglia giudicarne rettamente, utilmente.
19. Colture di questo secondo periodo [1559-1700].--Chi voglia vedere
a un tratto che fossero i principi protettori, le corti ospitali e i
letterati protetti ed ospitati di questo periodo, può vederlo nella
vita di Torquato Tasso. Altro che la corte di Can grande e Dante! Piú
giú in protezioni non s’andò mai, né da una parte né dall’altra. Eppure
niuna natura forse mai nacque poetica e generosa come quella; e perciò
piegando si ruppe. Nacque [11 marzo 1544] in Sorrento di Bernardo
Tasso da Bergamo, poeta di conto e giá cortigiano; avea dunque esempi
domestici, e quindici anni d’etá nel 1559, all’epoca della servitá
d’Italia. Studiò leggi; lasciolle, e intanto fece il _Rinaldo_, e
incominciò la _Gerusalemme_. E dedicato il primo al cardinale Luigi
d’Este, entrò in quella corte adolescente. S’innamorò (che par chiaro
da molte testimonianze) di Leonora, sorella di quel cardinale e del
duca Alfonso secondo; ed a coprir quell’amore, o poterne pur poetare,
amò o finse amare una seconda e forse una terza Leonora. Questi amori
principeschi e queste finte, o, come si dicevano, schermi, eran di
moda fin da’ tempi di Dante e di Boccaccio. Ma eran fuor di tempo in
questi secoli, d’amoreggiamenti bensí, ma di gradi regolatissimi, di
corti ordinate a ciò che chiamavasi «etichetta» o «sussiego» spagnuolo.
Né par che fosse mai a Torquato niun amore felice. Povero poeta!
Niuno forse visse mai tanto d’imaginativa come lui; niuno conobbe
meno le gravi felicitá della famiglia. Cosí passò sua mesta gioventú
in Ferrara, e viaggiando or in Italia, ed una volta a Parigi col
protettore; e facendo l’_Aminta_ ed avanzando nella _Gerusalemme_.
Crescean sue glorie, ma con esse le invidie, le amicizie traditrici,
le protezioni fatte sentire, e il suo irritarsi, esaltarsi e divagare;
ondeché, per istudio che se ne sia fatto (e niuno forse fu fatto
tanto), mal si discernono le colpe de’ protettori e del protetto; e
si conchiude con certezza, che mal potean durare l’un con gli altri.
L’opinione piú volgare è che scoppiasse, forse concitato dalla gloria,
il suo amore; e il duca, offesone, trattasse da pazzo (per clemenza!)
il poeta cortigiano; e cosí trattandolo, il facesse impazzir davvero.
Un’altra parmi possibile a sostenersi: che il povero Torquato, inquieto
per natura e malcontento come Dante, come è inevitabile a un generoso
caduto in tal purgatorio, pensasse mutar sito almeno, e passare alla
corte o d’Urbino, o di Mantova, o di Firenze, o di Torino; e che di ciò
s’indispettisse il padrone (cosí chiamavasi ed era); e questi dispetti
reciproci fosser la sola o prima o seconda causa del mezzo impazzir
del poeta, seguito da persecuzioni, seguite dall’impazzir ulteriore.
Scoppiò tutto ciò, ad ogni modo, un dí che Torquato trasse il pugnale
contro a un altro cortigiano in camera della duchessa. Fu imprigionato
brevemente, poi rilasciato a condizione di curarsi della pazzia. Ma
l’ingiunzione o la cura esacerbarono il male; entrò, volontariamente
o no, in un convento di frati (una delle sue malinconie eran gli
scrupoli); peggiorò, fuggí nel 1577, capitò a Sorrento dalla sorella,
poi a Roma; fu perdonato, tornò in corte a Ferrara. Poi ne fuggí una
seconda volta; fu a Mantova, a Venezia, ad Urbino, a Torino; e tornò
a Ferrara una terza volta [1579], trattovi dall’abito o dall’amore.
Ed ivi, fosse nuovo scoppio di questo o dell’ira sua o del duca, o
dell’incompatibilitá reciproca, ivi in breve fu di nuovo preso e chiuso
in Sant’Anna, l’ospedale de’ pazzi. Mentre era lí, fu pubblicato in
parte, e per tradimento, il suo poema in Venezia [1580], poi tutto con
suo consenso [1581]; mentre era lí, l’accademia della Crusca gli si
avventò contro bruttamente; e lí egli impazzí davvero, o poco meno;
e lí fu tenuto sette anni. Liberato finalmente per intervenzione di
altre corti, di quasi tutta Italia [5 luglio 1586], errò nuovamente
a Genova, a Mantova, a Bologna, Loreto, Roma, Napoli, di nuovo Roma,
Firenze, Mantova, Roma, Napoli, e finalmente a Roma per la quarta ed
ultima volta. Volea tornare a Ferrara! Il duca non volle, e fu piú
savio. Ritirato al convento di Sant’Onofrio, ivi morí [25 aprile 1595]
piú tranquillo che non era vissuto; indi salí ad un’altra realitá, egli
che non avea capita mai questa della presente vita. Predecessor di
quegli illustri infelici di Rousseau, di Chatterton e di Byron, forse
piú grande, certo migliore e piú realmente infelice che tutti questi,
lasciò un poema (sia detto a malgrado una moda presente contraria)
mirabile di poesia, ma giá macchiato di que’ concetti che pervertirono
poi letterariamente le lettere italiane, piú macchiato di quella
mollezza allettante e penetrante che pervertí moralmente ed effeminò
quelle lettere.--S’accrebbero poi i due pervertimenti, e talor anche
per eccezione si fermarono e indietreggiarono ne’ seguenti e ad ogni
modo minori poeti: Guarini [1537-1612], Chiabrera [1552-1637], Tassoni
[1565-1635], Bracciolini [1566-1645], Marini [1569-1625], Fulvio Testi
[1593-1646], Lippi [1606-1664], Salvator Rosa [1615-1673], Filicaia
[1642-1707], Menzini [1646-1704], Guidi [1650-1712], Zappi [1667-1719];
oltre poi gl’infimi e piú pervertiti.--Nella prosa, Paolo Segneri
[1624-1694] ha nome di primo oratore sacro tra gl’italiani; ma lontano
da’ grandi francesi, è concettista pur egli; e tali sono poi parecchi
altri predicatori contemporanei e seguaci di lui, con tanto piú
scandalo, quanto piú grave è l’ufficio loro che non quello di poeta. In
istoria, sono forse men parolai, meno retori che i loro predecessori,
ma meno eleganti e men profondi, fra Paolo Sarpi [1552-1623], Davila
[1576-1631], Bentivoglio [1579-1644], Pallavicini [1607-1667]; ed
all’incontro, parolaio e fiorito oltre alle convenienze storiche,
seicentista insomma, mi sembra il Bartoli [1608-1685]. Il Boccalini
[1556-1613], scrittor politico, è da onorar senza dubbio, per essersi
rivolto contro agli spagnuoli, tiranni d’Italia; ma vi si rivolse con
leggerezza forse soverchia per argomento cosí grave ed affliggente.
Meglio il Paruta [1540-1598] e il Botero [1540-1617]; scrittori seri
e per il tempo virtuosi, ma non abbastanza grandi per farsi leggere,
passati i tempi per cui scrissero, non abbastanza efficaci per aver
lasciato effetto nella patria. E quindi resta forse superiore ad essi
il Gravina [1664-1718], gran giureconsulto.--Lo Scamozzi [1552-1616],
il Dati [1619-1676], il Baldinucci [1624-1696], scrittori d’arti,
non arrivano all’autoritá ed all’efficacia de’ primi cinquecentisti,
e massime non a quelle di Leonardo e Vasari; ma occupati nelle cose
loro piú che nelle parole, si tenner puri almeno dalle affettazioni. E
cosí Montecuccoli, gran capitano ed ottimo scrittore dell’arte e delle
azioni proprie [1608-1681].--Del resto, non lasceremo quelle lettere
del Seicento, e quel vizio d’affettazione che appunto si chiama da noi
«seicentismo», senza notare: che esso fu, per vero dire, delle lettere
italiane piú che delle straniere contemporanee, in generale; ma che
nemmeno queste non ne andarono scevre, sia che il prendessero da noi,
imitando insieme colle vecchie virtú nostre anche i nostri vizi nuovi,
sia che all’incontro noi maestri prendessimo questo brutto vizio da’
nostri primi scolari, gli spagnuoli. Certo, che il seicentismo pare
aver colá preceduto il Seicento come e piú che da noi; e certo è che
vi giunse a’ medesimi o maggiori eccessi, e v’infettò piú grandi, Lope
e Calderon istessi: ed io direi lo stesso Cervantes; se non che mal
si distingue in lui, ciò che ei n’abbia da senno o per celia. Ad ogni
modo, non è dubbio, il seicentismo ebbe allora suo regno piú o men
lungo e piú o meno assoluto, e suoi nomi particolari in ogni paese;
«gongorismo» in Ispagna, «eupheismo» alla corte d’Inghilterra, e stile,
modi, donne ed uomini «preziosi» a quella di Francia ed al palazzo
Rambouillet.
20. Continua.--Lontani poi d’ogni affettazione come scrittori, e
superiori in tutto a’ lor contemporanei italiani, furono i cultori
di scienze materiali, Galileo [1564-1641], Torricelli [1608-1647],
Viviani [1622-1703], Cassini [1625-1712], Redi [1626-1697], Malpighi
[1628-1694], Magalotti [1637-1712], Vallisnieri [1661-1730]: ma
grandissimo fra essi, motor di essi, anzi di tutto il progresso
scientifico che si palesò a que’ tempi, Galileo. Attese nella prima
gioventú alla musica, al disegno, alla poesia, alla medicina. Ma
venuto per istudiar questa a Pisa, studiò matematiche; e nel 1589
ne fu eletto professore. Subito lasciò l’orme antiche, professò
con novitá; e subito ne portò le pene solite, l’ira di coloro che
non sanno o non voglion esser nuovi, l’invidia de’ mediocri che si
paragonano da vicino. Intanto, come pur succede, era onorato da’ piú
lontani. Chiamato a Padova, v’andava nel 1592 e vi rimaneva fino al
1610; in che pubblicava il _Nuntius sidereus_. Allora era richiamato
a Pisa «senza obbligo di leggere né risiedere». Risiedé a Firenze
principalmente, e come in corte al granduca. Egli avea trovate giá
allora parecchie conseguenze ed applicazioni del moto del pendolo,
il telescopio rifrattivo, i satelliti di Giove ed altre novitá; e
con queste e con vari scritti erasi fatto seguace e confermatore del
sistema di Copernico, pubblicato, del resto, fin dal 1543, e tollerato
d’allora in poi dalla curia romana. Ma incominciò ora un frate a
Firenze ad assalirlo; e in modo degno del secolo, bisticciando sul
nome giá immortale, e sul testo sacro della Bibbia «_Viri galilaei,
quid statis adspicientes in coelum_?». E qui è da confessare, il
Galileo cadde in un errore, di che fu ripreso dal Sarpi contemporaneo
suo, un error da grand’intelletto speculativo mal pratico degli
uomini, quello di credere di poter con ragioni tolte da una serie di
cognizioni e d’idee persuader coloro che sono tutto fuori di quella
serie, e tutto dietro ad un’altra. Egli il primo cambiò «la questione
fisica ed astronomica in teologica», egli forse discusse con superbia
acquistata dai meriti contro a superbie immeritate; e queste, urtate,
si sollevarono. Andò a Roma piú volte a spiegarsi, a spiegare; ne tornò
via via con divieti piú urgenti di non sostenere il sistema. Egli il
promise; e non so s’io dica che vi mancò nel 1632, quando stampò i suoi
_Dialoghi_, posciaché li fece prima approvare a Roma. Ad ogni modo,
l’approvazione non bastò; nuovi frati e non-frati gli si sollevarono
contro; l’Inquisizione citò il vecchio poco men che settuagenario; egli
v’andò, fu processato, sostenuto in casa al fiscale dell’inquisizione,
esaminato, e, dicono alcuni, negano i piú, torturato. Finalmente fu
condannato a ritrattarsi, ed alla prigionia; la quale gli fu mutata
per grazia in confino, a casa dell’amico Piccolomini arcivescovo di
Siena, e poi a Bellosguardo ed alla propria villa d’Arcetri. Ed ivi
visse gli ultimi anni suoi; ivi perdé gli occhi nel 1637, e morí addí
8 gennaio 1641. Il processo di Galileo è brutto senza dubbio per li
prelati che v’ebber parte; ma le carceri, i tormenti aggiuntivi sono
gravi esagerazioni, e piú grave quella di attribuire alla Santa Sede
l’opera dell’Inquisizione. Del resto, non rifarem noi l’errore di
Galileo; lasceremo la questione teologica; e tenendoci alla politica,
noteremo che quella persecuzione resta gran vergogna della corte che
la mosse, di quella che la sofferse, di tutto il secolo in mezzo a cui
si fece; e che se i due nomi di Tasso e Galileo bastano a dimostrare
la perennitá, la varietá, la feconditá dell’ingegno italiano anche
in secolo di massima decadenza, le due vite di que’ grandi bastano a
dimostrar viceversa quanto fosse indegna di essi, discorde da essi
la loro nazione in quel secolo.--E quindi si potrebbe argomentare _a
priori_ ed _a fortiori_, che questo non poté esser grande in quella
filosofia spirituale che alcuni pretendono conformare le generazioni,
ma che io crederei anzi per lo piú conformata dalle qualitá morali,
intellettuali e religiose di esse. E restano poi le opere di que’
filosofi (molto vantati ai nostri dí, per vero dire, o per la smania
di aggiungere alle incontrastate glorie nostre le contrastabili, ed ai
grandi secoli nostri un secolo di piú, o talor per la smania peggiore
di trovar grandi i nemici del cattolicismo), restano, dico, le opere di
Vanini [1535-1619], Giordano Bruno [1550-1600], Campanella [1568-1639]
e di Telesio [n. 1509], a dimostrare, che fu mediocre la filosofia
spirituale italiana a que’ tempi; se pur mediocri si voglian concedere
le filosofie ingegnose, acute, ardite ed anche in parte progressive,
ma mal logiche, mal compiute, non consistenti in sé, non tetragone,
non combinanti le proprie parti, e retrograde anzi in molte parti; le
filosofie insomma che progrediscono andando allato ma non dentro la
via della veritá. Del resto, non saremo noi a negare un grande benché
mal promosso pensiero del Campanella. Povero frate in un convento ideò
la liberazione d’Italia dagli spagnuoli. Lontano d’ogni pratica, fu un
generoso sognatore.