[Florent, 9 gennaio 1522], precettor giá di Carlo V, fiammingo. ultimo
papa straniero che sia stato; e santo papa che avrebbe voluto fare ciò
che giá i papi tedeschi un cinquecento anni addietro, restituir la
severità, la disciplina della curia romana. Ma egli non era, né aveva
ad aiuto un Ildebrando; non si pose a capo dell’opinione italiana,
come avean fatto que’ suoi compatrioti, e non riuscì. Bisogna vedere
nel Vasari e in altre storie del tempo le disperazioni degli artisti
e de’ letterati per questo che pareva loro ritorno alla barbarie. Era
assente; ed intanto che giungesse, furon distrutte le opere politiche
di Leon X: i La Rovere tornarono in Urbino, i Baglioni in Perugia, gli
Estensi in parecchie terre lor tolte. Venne Adriano [agosto 1522],
e strinsesi coll’imperatore, piú che mai signor d’Italia, posciaché
i francesi erano stati sconfitti alla Bicocca [29 aprile], ed avean
quindi vuotata Lombardia e Italia. Adriano intendeva, badava poco a
politica; attendeva a riformar Roma, la curia. Morì ai 24 settembre
1523. Ai romani, agli artisti, ai letterati parve esser liberati.--E
parve loro esser risorti, quando [18 novembre] fu eletto un nuovo
Medici, il cardinal Giulio, che prese nome di Clemente VII. Arti e
lettere furono riprotette, benché molto meno; per la buona ragione
che Leon X vi aveva speso quanto si poteva e piú, e rimanevan poveri
i successori; e per l’altra che, tra la guerra di Carlo V e Francesco
I, durata tutto il pontificato d’Adriano e quasi tutto quello di
Clemente, fu il tempo peggiore che toccasse in quel secolo di strazi
alla straziatissima Italia. Già un nuovo esercito francese sotto
Bonnivet, era ridisceso in Lombardia; e ridiscesevi un esercito tedesco
sotto il Borbone, principe, contestabile e traditor di Francia. Dir
le fazioni che seguirono tra questi due, e Colonna e Pescara capitani
degli spagnuoli, e Giovanni de’ Medici condottiero di quelle «bande
nere» che si contano per l’ultima delle compagnie di ventura, ed
altri minori, e le prede e le stragi di tutti, e le pesti che vi si
aggiunsero, fu quasi soverchio, e riuscì noiosissimo anche nelle
storie distese e del tempo; qui sarebbe impossibile ed inutile. Qui
non sono nemmen piú a notare errori particolari. Quando s’è fatto
quello massimo di dar la patria a stranieri, senza nemmeno serbar in
mano l’armi onde approfittar di lor divisioni, di nostre occasioni,
non è piú nulla a fare o dire, che soffrire finché dura il castigo di
quel sommo errore, proprio o de’ maggiori. Resta memoria d’un progetto
di quella mente feconda di Machiavello, la quale, colla sua costante
preoccupazione dell’indipendenza, si fa forse perdonare tanti altri
errori; il progetto che s’accostasser tutti gl’italiani a Giovanni de’
Medici, alle bande nere, che eran le sole armi italiane rimanenti. Ma
che? Erano armi mercenarie e poche; e poi, Giovanni era buon guerriero
sì, ma non aveva date prove di grandezza militare, ed anche meno di
politica; né avea per sé quell’opinione universale, che è, dopo l’armi,
il primo apparecchio a farsi duce di siffatte imprese.--Insomma, i
francesi si ritrasser di nuovo per Ivrea ed Aosta nel 1524; e in questa
ritirata morí Baiardo, che fra cosí brutte guerre seppe, dai vinti
stessi, ottener nome di «cavalier senza paura e senza rimproccio»;
e che morente e compatito dal Borbone, risposegli:--Non io che moio
per la patria, ma fate pietà voi che la tradite.--Borbone e Pescara
fecero quindi una punta in Provenza fino a Marsiglia; ma ne tornarono
in fretta contra Francesco I, scendente di nuovo. Questi pose assedio
a Pavia [ottobre], e mandò un altro esercito fin nel Regno, ove si
mantenne parecchi anni. Ma accorso il Pescara a Pavia, seguí [25
febbraio 1525] quella gran battaglia dove fu preso il re di Francia.
Se ne consolò e consolò la nazione con quel detto (fatto famoso, come
tanti altri, con un po’ d’alterazione) «esser perduto tutto fuor che
l’onore». Ad ogni modo guastò questo, quando tratto prigione a Spagna,
e non sapendo soffrir la noia (gran vizio talor anche a un re), firmò
un trattato [14 gennaio 1526]; e liberato nol tenne, mal sofisticando
sul proprio diritto di promettere in prigione, ch’ei non doveva usar se
non l’aveva.--Del resto, questi eran tempi di perfidie complicate; e la
liberazione di Francesco I fu aiutata da un altro tradimento fatto a un
traditore italiano. Francesco Sforza e Morone suo cancelliero, oppressi
in Milano da’ lor alleati spagnuoli e tedeschi, idearono liberar sé, e
seco l’Italia. Buona, santa idea di nuovo; e che, se si fosse potuta
eseguire con qualche ardita alzata d’armi, avrebbe fatto essi immortali
e la patria finalmente felice. Ma ridusser l’impresa a una congiura.
Alla quale, numerosa di necessità, avvenne ciò che è impossibile non
avvenga: che tra un gran numero di uomini, gli uni traditori, gli altri
almeno simulatori, non se ne trovi alcuno che simuli e tradisca la
congiura stessa. Fu svelata questa (che del resto fu la sola che avesse
uno scopo italiano, fra le tante congiure accennate) dalla duchessa
d’Alençon, sorella di Francesco I, e dal Pescara, italiano, discendente
e capitano di spagnuoli, a cui i congiurati promettevano il regno di
Napoli. La prima tradì il disegno per liberar il fratello; il secondo,
quando ciò seppe; e sia che fosse stato fino a quel punto traditor del
suo principe, o de’ congiurati, costui arrestò il Morone ai 14 ottobre
1525, e morí un mese appresso, esecrato.--Fecesi poi, a’ 22 maggio
1526, una lega migliore, poiché aperta, tra il liberato Francesco
I, Clemente VII, lo Sforza e i veneziani. Ma fu infelice del paro;
l’avesser fatta al principio della guerra! ora era tardi. Lo Sforza ne
rimase spoglio di Milano [24 luglio], e Roma pagò caro la leggerezza,
la pretesa abilità, l’effettiva inabilità e i lussi de’ Medici. In
settembre di quell’anno fu presa Roma una prima volta, e saccheggiato
il Vaticano da Pompeo Colonna; e Clemente, rifuggito in castel
Sant’Angelo, riescì a far patti e liberarsene. Ma l’anno appresso, il
Borbone, giá vittorioso in Lombardia, in tutto il settentrione, ed a
capo d’un grande esercito quasi disoccupato e non pagato, s’incammina
con esso verso mezzodí; senza che si sappia, senza che sapesse egli
forse qual città o provincia d’Italia destinasse a servir d’occupazione
e di paga a sue vecchie e feroci bande. Scende, varca Appennino,
minaccia Firenze, piomba su Roma [5 maggio 1527]. Addì 6 dà l’assalto
ed è ucciso d’un’archibugiata che il vano Benvenuto Cellini dice aver
tirata egli. Succedegli un tedesco francese, il Nassau-Oranges; e si
continua, s’entra in Trastevere e Vaticano, si saccheggia ed ammazza,
e si passa il Tevere; e in tutta Roma, peggio che mai, prede e stragi
e tormenti a’ prigioni per trame riscatti e far palesar nascondigli,
men da soldati arrabbiati che da assassini da macchia. S’aggiunsero
i Colonna, la fame, la moria. Eserciti alleati s’appressarono, e non
osarono mettersi in questo inferno; il papa s’arrese e rimase prigione,
e poi fuggì. Carlo V fece le viste di piangerne da lontano, ma lasciò
continuare nove mesi. Ai 17 febbraio 1528 solamente, uscirono l’Oranges
e sue bande, per danari mandati da Clemente giá scampato. Intanto si
sfidavano Carlo V e Francesco I; e non ne seguiva nulla di piú che
in quell’altra scimmiata di lor maggiori, Pietro d’Aragona e Carlo
d’Angiò. Scendea Lautrec con un esercito francese, e correa tutta
Italia fino al Regno; dove guerreggiò poi coll’Oranges, e perirono egli
e molti de’ suoi d’una gran morìa. Ed anche in Lombardia v’era moría e
guerra tra un nuovo esercito francese sotto il Saint-Pol, e un nuovo
tedesco sotto il Brunswick. Ai 28 maggio, Filippino Doria, genovese ed
ammiraglio di Francia, dava una gran rotta navale all’armata imperiale
nel golfo di Salerno. Ai 30 giugno, Andrea Doria, zio di Filippino ed
anche ammiraglio di Francia, ne dismette il servigio; e ai 20 luglio,
passa all’imperatore, a patto di lasciargli liberar la patria, e la
libera addí 12 settembre, e ne rifiuta poi la signoria, la tiene in
libertá, ne riman primo e gran cittadino. Finalmente, ai 20 giugno
1529, si fa pace in Barcellona tra Carlo V e Clemente VII; e in luglio
s’incomincia, e addí 5 agosto si firma in Cambrai, tra Luigia di Savoia
per Francesco I suo figliuolo, e Margherita d’Austria duchessa di
Savoia per Carlo V, un trattato che fu detto quindi «delle dame»; per
cui, fatta pace tra le due potenze strazianti Italia, rimase questa
una seconda volta abbandonata tutta ad Austria. In novembre, furono
insieme a Bologna papa, imperatore e Sforza; e fu restituito a questo
il ducato con dure condizioni [22 novembre]; fatta pace con Venezia [23
dicembre]; fatto duca il Gonzaga, giá marchese di Mantova [25 marzo
1530]; e dal papa incoronato a re d’Italia e imperatore Carlo V [22
febbraio, 24 marzo 1530]. Questo congresso di Bologna fu quasi placito
imperiale a modo de’ Carolingi.--E rifatti cosí amici imperatore e
papa, rimasene abbandonata a questo la misera Firenze. Ella avea gia
cacciati i governanti medicei, s’era rivendicata in libertá fin da
dieci di dopo la presa di Roma [16 maggio 1527]. Ed erasi poi ordinata
in repubblica meglio forse che non fosse stata mai; aveva quell’armi
proprie, ordinate un vent’anni prima per consiglio di Machiavello.
Fortificò allora, afforzò sue mura; ed a tale opera venne, abbandonando
Roma e i lavori e l’arte, bell’esempio, Michelangelo. Peccato che tutto
questo spirito militare fosse nuovo in lei! Anche qui era troppo tardi.
Fu causa che non avesse capitano di nome, che non conoscesse uno de’
propri cittadini, il Ferrucci, di ciò forse capace. Così fu ridotta a
cercarsi, ad assoldare un capitano forestiero, Malatesta Baglioni. Il
quale poi, fosse traditor veramente, o forse ingiustamente venutone
in sospetto, ad ogni modo, fu perdizione ultima di quella città,
troppo a lungo rimasta imbelle. Venne contro per il papa l’Oranges,
a capo di quelle stesse bande che aveano testé saccheggiata Roma. Ai
14 ottobre 1529, pose campo dinanzi a Firenze, ai 10 novembre die’ un
primo assalto, e fu respinto. Ai 15 dicembre morí nel campo imperiale
quel Gerolamo Morone, il congiuratore per l’indipendenza d’Italia
contro all’imperatore! Addì 23 dicembre, per quella pace di Venezia che
dicemmo, la misera Firenze si trovò abbandonata dalla secolare alleata.
Voltosi l’assedio in blocco, i fiorentini fan due belle sortite addí 21
marzo e 5 maggio 1530. Addì 27 aprile, il Ferrucci, che teneva fuori
la campagna, prende Volterra; e la difende poi contro agli imperiali,
e aduna e muove un esercito di soccorso; e ai 2 agosto, a Gavinana,
s’incontra coll’Oranges, e questi v’è morto; ma Ferrucci ferito, preso
e finito da Maramaldo, un indegno soldato. Addí 8, il gonfaloniero
vuol deporre il Baglioni, ma non è secondato dal popolo giá stanco; si
divide, s’indebolisce la difesa; e addí 12 agosto, capitola la cittá.
Cosí, dopo una difesa di dieci mesi, che sarebbe bella in qualunque
tempo, che fu bellissima, unica in questi, cadde non indegnamente
quella cittá, quella repubblica di Firenze, che vedemmo, a malgrado
gli errori, la piú nobile, la piú gentile, la piú alta, la piú guelfa,
la piú nazionale di tutte, all’etá de’ comuni. Ella aveva, nella sua
politica tutto nazionale, imitata bene quella Roma antica che le fu
proposta sovente a modello da’ propri scrittori, dal Villani fino a
Machiavello. Ma che serve? ella non seppe imitare la virtú militare
romana. Ella mostrò in quest’ultimo assedio, ella aveva mostrato,
dugento anni prima, in quello d’Arrigo di Lucemburgo, ch’ella non
mancava di tal virtú naturalmente. Ma in que’ dugent’anni tramezzo,
scacciata sua aristocrazia militare, e postasi sotto a una aristocrazia
tutta commerciante, sotto i Medici commerciantissimi, ella aveva
neglette, sprezzate, pagate l’armi; e l’armi pagate le fecer fallo al
dí dell’ultimo bisogno. Né d’allora in poi, né trecento e piú anni
corsi fino ai nostri dí, si combatté mai piú per lei, né intorno a lei.
Ella non esercitò, non vide nemmeno piú mai il viril gioco dell’armi;
ed ella ne rimane piú disavvezza che niuna forse delle cittá cristiane,
abitate dall’audace schiatta di Giapeto.--Un Valori ed altri palleschi
la governaron presso ad un anno tra gli esigli e i supplizi. Addí 5
luglio 1531, venne Alessandro de’ Medici, bastardo di quel Lorenzo che
era stato duca d’Urbino; e tiranneggiò con nome di principe e duca,
fatto ereditario per decreto da Carlo V, e marito ad una figliuola sua
bastarda. Intanto, papa Clemente dava Caterina, figliuola legittima
di quel medesimo Lorenzo, a un figliuolo di Francesco I, che fu poi
re Enrico II di Francia [27 ottobre 1533]; e perciò venne egli stesso
a Nizza e Marsiglia. E cosí barcheggiando, ed aiutandosi di Francia
ed Austria, Clemente VII avanzava sua famiglia, e doveva esserne
satisfatto oramai. Morí addí 25 settembre 1534. Da cardinale e ministro
di suo zio aveva avuta voce di abilitá. E se questa sta in avanzar i
suoi, conservolla ed accrebbela. Parve, del resto, principe e pontefice
mediocre anche a’ contemporanei, salvo che ad alcuni letterati ed
artisti.
7. Paolo III [1534-1549].--Succedette Alessandro Farnese, che prese
nome di Paolo III [13 ottobre 1534], sangue d’antichi condottieri,
prelato tutt’altro che incolpevole, padre di Pier Luigi ch’ei fece
in breve gonfaloniere di Santa Chiesa.--Mutossi, fin da’ primi anni
di lui, lo stato d’Italia per due morti. Era morto, fin dal 1533,
l’ultimo de’ Paleologi marchesi di Monferrato; e pretendendo, come
giá anticamente, i duchi di Savoia e i marchesi di Saluzzo alla
successione, l’imperatore diedela [1536], come di feudo femminino,
ai Gonzaga di Mantova, che rimasero poi cosí per piú d’un secolo,
terza razza de’ marchesi di Monferrato. Morí poi [I novembre 1535]
Francesco II, ultimo Sforza, senza figliuoli; e lasciò il ducato
all’imperatore, che come imperatore giá il rivendicava, e l’occupò.
Ma sorse Francesco I di Francia a disputarlo; e dopo sette anni di
pace si riaprì la solita guerra. Fecesi questa volta meno in Lombardia
che in Piemonte. Nel quale, al duca fanciullo Carlo II che dicemmo
regnante nel 1494, erano succeduti Filippo II [1496], Filiberto II,
detto il bello [1497], e Carlo III il buono [1504], infelici principi
tutti: che avean sofferto con pazienza l’andar e venir degli eserciti
francesi, tedeschi e spagnuoli. Ma or fu peggio; ché, piú forte,
l’imperator duca di Milano rattenne la nuova guerra fuori del ducato,
e quasi tutta in Piemonte. I francesi occuparono Savoia, Torino e
mezzo Piemonte [1536]. Duca Carlo s’alleò coll’imperatore, e questi
occupò il resto. Più forti gli imperiali, fecero nuovamente una punta
in Provenza, ma furon respinti, e guerreggiossi di nuovo in Piemonte
nel 1537. Fecesi in Nizza, nel 1538, una tregua di dieci anni, che
durò appena quattro. Guerreggiossi di nuovo; e turchi e francesi,
bruttamente insieme, assalirono e predarono Nizza [1543]. Poi, i
francesi diedero a Ceresole una gran rotta agl’imperiali [14 aprile
1544]. Ma minacciati dappresso in Francia, facevasi pace a Crespi tra
le due potenze straniere [18 settembre]; e rimanevano duca di nome
Carlo III, ed occupato, parte da’ francesi, parte dagl’imperiali,
il misero Piemonte: misero, ma tra quegli strazi, temperantesi fin
d’allora all’armi, ad ogni fortezza.--Nuova mutazione succedeva
intanto nella tiranneggiata Firenze. Alessandro, duca, non avea piú
a protettore lo zio papa, ma lo suocero imperatore, e s’infangava
in persecuzioni e libidini. I fuorusciti moltiplicati ricorsero
all’imperatore a Napoli; il Nardi storico liberale orò lor bella causa;
il Guicciardini, quella brutta del tiranno [1536]. Il quale n’ebbe,
somma e non insueta fra le vergogne italiane, quella d’essere ammonito
a moderazione dagli stranieri. Ma (anche in ciò non insueto) l’ammonito
continuò. Tuttociò fini per una di quelle scelleratezze miste di
barbarie e letteratura, che eran del tempo. Compagno, anzi mezzano del
tiranno a sue sfrenatezze, era un cugino di lui, discendente da Lorenzo
fratello di Cosimo padre della patria, detto pur Lorenzo o Lorenzino
o Lorenzaccio, ed anche il «filosofo», perché pizzicava del letterato
e del miscredente. Costui trasse il duca in sua casa, in sua camera,
dove promise condurgli una bella e virtuosa gentildonna; ed assistito
da Scoronconcolo, un bravo, ivi lo pugnalò e scannò [6 gennaio 1537].
Poi lasciando il cadavere nel letto con una polizza d’una citazione
latina sul capo («_Vincit amor patriae laudumque immensa cupido_»),
fuggì spaventato, come giá l’uccisor di Giuliano, a Bologna e Venezia.
Questo pretendere alti fini a bassissimi misfatti è cosa volgare. Più
rara (ma pur veduta in novembre 1848) ottenerne le lodi pretese; e
toccò tal sorte a Lorenzino. Fu lodato in versi e in prosa, paragonato
a Bruto; non mai furono sconvolte tutte le idee morali e politiche come
in quel secolo. Quanto poi a restaurar la repubblica, quasi non se ne
parlò; e tre dí appresso fu fatto capo e principe Cosimo de’ Medici,
un altro discendente di quel medesimo fratello di Cosimo, un figlio
di Giovanni dalle bande nere, un giovane di diciannove anni, quasi
un Cesare Augusto in piccolo; il quale fatto duca dall’imperatore,
e piú tardi granduca dal papa [1569], fu stipite di que’ secondi e
minori Medici, che signoreggiaron Toscana due secoli giusti or con
mediocritá ed or peggio.--E in questo medesimo anno 1537 incominciò
Paolo III a far grande Pier Luigi Farnese. Fecegli un ducato di Castro
e Nepi; l’anno appresso ottenne dall’ imperatore che gli facesse un
marchesato di Novara; e finalmente [agosto 1545] gli fece un ducato
di Parma e Piacenza. Ma costui vi tiranneggiò a modo di Alessandro
in Firenze; ed a modo di lui [10 settembre 1547], finí trucidato da
alcuni gentiluomini piacentini. Accorse Ferrante Gonzaga governatore
di Milano per l’imperatore, e prese Piacenza. Ma in Parma fu gridato
duca Ottavio figliuolo di Pier Luigi, giá duca di Camerino e che avea
sposata Margherita la vedova di Alessandro de’ Medici, la bastarda
di Carlo V; e contesesi a lungo con negoziati e guerre per quella
successione. Anche Lucca e Genova (trascurando alcune minori) ebbero
lor congiure. Perciocché io m’ingannai forse a dir etá aurea di esse
quell’altra di ottanta anni addietro. Anche questa ha il suo merito, e
può competere e giustificare chi ce ne dà vanto.--A Lucca, serbatasi
in governo repubblicano, era gonfaloniero nel 1546 un Burlamacchi.
Sognò una serie di quelle restaurazioni di libertá, che sono tanto
piu difficili a farsi che non le stesse restaurazioni di principati.
Con duemila uomini apparecchiati a’ suoi ordini, ideò liberar Pisa da
Firenze, Firenze dal Medici, tutte le città di Toscana, e poi quelle
del papa, e, chi sa? d’Italia intiera. Furono storici che anche a’
nostri di fantasticarono di ciò che sarebbe avvenuto, se fosse avvenuta
la riuscita di questa congiura, che non poteva avvenire. Perciocché,
insomma, ella finí come tutte le congiure che per necessità dello
scopo sien numerose. Fu tradita; e l’autore preso, mandato a Milano,
torturato, decollato. In Genova poi preparossi a lungo, scoppiò ai 2
gennaio 1547, Luigi Fieschi contro Andrea Doria il liberator della
patria, che non l’avea voluta tiranneggiare, e contra Giannettino
nipote di lui che tiranneggiava sotto l’autorita di lui. Fu trucidato
Giannettino; ma morivvi anche il Fieschi, cadendo in mare; e la
congiura finí coi soliti supplizi.--Moriva Francesco I di Francia
nel marzo 1547; e succedutogli Enrico II suo figliuolo, il marito di
Caterina de’ Medici, apparecchiava nuova guerra contra Carlo V. E
volgevasi a lui Paolo III indispettito per Parma. Ma morí [novembre
1549]. I fatti parlano; non è mestier di dir qual fosse in politica;
nepotista e non piú. Fu protettor d’arti e lettere anch’egli. Cresciuta
intanto la gran calamitá cristiana, la Riforma, e divise dalla Chiesa
mezza Germania e quasi tutta Inghilterra, era da riformati e cattolici
altamente chiesto un concilio fin dal tempo di Clemente VII. Ma, tra
la poca voglia che n’avea questi e il disturbo delle guerre, ei non ne
fece altro. Paolo III il convocò prima a Mantova [1537], poi a Vicenza,
finalmente a Trento [1542]. Ma non s’apri in effetto costí, se non addí
13 dicembre 1545; e fu trasferito poi a Bologna [11 gennaio 1547]. Morí
Lutero a’ 18 febbraio 1546. Addí 27 settembre 1540, Paolo III approvò
la Compagnia di Gesú, instituita giá a poco a poco da sant’Ignazio di
Lojola con pensiero generoso ed adattatissimo al secolo, di servire e
quasi militare per la Chiesa cattolica, per la santa Sedia, nuovamente
assalite. Il pensiero disinteressato, ed ispirato dalle condizioni
del secolo, fu fecondo. Ai limiti della cristianitá per dilatarla,
tra le popolazioni volgentisi all’eresia per rattenerle, furono fatte
opere grandi dalla Societá incipiente. Altre alzaronsi, come succede
delle cose opportune, col medesimo pensiero: i teatini, i barnabiti,
i somaschi. Ma le Societá di Gesú le superò tutte in operositá ed
utilitá. E chi, mosso dalle moderne ire non voglia credere a me, creda
al Ranke, al Macaulay ed altri scrittori acattolici, in cui sono
cessate quell’ire.--Guerreggiò Venezia di questo tempo, ma per poco e
senza frutto, contro ai turchi.
8. Giulio III, Marcello II, Paolo IV [1550-1559].--Quel nepotismo dei
papi La Rovere, Borgia, Medici e Farnese, che si potrebbe chiamar
«nepotismo primo», o massimo, o politico, e consisteva in voler
ogni papa formare un principato alla famiglia, cessò colla morte di
papa Farnese. D’allora in poi i papi non fecero piú Stati politici
ai nepoti, si contentarono di far loro grandi fortune private;
passarono al nepotismo secondo, o minore, o privato. Naturalmente
il nepotismo politico era vizio che si consumava da sé; conceduti
gli Stati concedibili, non ne rimanean piú; il concedere i rimanenti
diventava piú difficile, piú scandaloso, piú spogliator della Chiesa
romana. Nol vollero? ovvero nol poterono i papi seguenti? Fu bontá
in essi o necessitá il non farlo? Io crederei l’uno e l’altro; la
necessitá buona fece la bontá, fece elegger uomini buoni. Il fatto
sta, che con Paolo III finirono que’ papi della fine del secolo
decimoquinto e del principio del decimosesto, che, comunque paiano
piú o meno cattivi principi, furono certamente quasi tutti cattivi
ed alcuni scandalosi pontefici; e che incomincia quindi una serie
nuova e diversa di papi, quasi tutti o forse tutti buoni pontefici,
ed anche migliori principi rispetto a nepotismo, cattivi solamente
per quella che dicemmo quasi necessitá della politica austriacata.
Giulio III [Del Monte, succeduto 18 febbraio 1550] fu giá men
nepotista in ciò, che non si volse, per trovar luogo ai propri nepoti,
contra il principato fatto dal predecessore, anzi confermò lo Stato
ai Farnesi.--Succedette Marcello II [Cervino, 9 aprile 1555], papa
buono e troppo poco durato, tutto inteso a terminar le guerre che
impedivano le riunioni della cattolicitá, del concilio, e della
cristianitá.--Succedette Paolo IV [Caraffa, 23 maggio 1555], santo
papa istitutor de’ teatini, paciero, desideroso anch’egli di riunire
la cattolicitá e il concilio; e nepotista, per vero dire, ne’ suoi
principi, ma che io conterei volentieri tra’ papi men cattivi politici,
perché napoletano, e vivo quindi al dolore di vedere il Regno diventato
provincia austriacospagnuola, si volse a Francia. Ma morí addí 18
agosto 1559; e cosí pochi mesi dopo aver veduta confermata la signoria
spagnuola nel Regno, in tutta Italia.--Perciocché durante tutti tre
questi pontificati si combatté tra Francia ed Austria quella lunga ed
infelice guerra che doveva confermar la servitú nostra. S’aprí per
Parma, che Francia voleva del Farnese e l’imperatore non volea: ma
s’estese poi, e si fece piú grossa in Germania, dove Francia protesse
i riformati. In Italia non furon guari grandi fazioni. Siena che era
stata ab antico quasi sempre imperiale e ghibellina (naturalmente,
posciaché la vicina ed emula Firenze era stata guelfa), oppressa ora
dagli imperiali e minacciata da Cosimo duca di Firenze, passò a’
francesi, che v’entrarono [11 agosto 1552], e ne fecero lor piazza
d’arme nell’Italia media. Ma arse principalmente la guerra nell’Italia
settentrionale, in Piemonte. Nemmen qui con grandi fazioni; si ridusse
a quelle piccole e moltiplici che piú dell’altre rovinano un paese.
Brissac, capitano francese, Gonzaga imperiale vi predarono a gara,
lasciarono una memoria funestamente popolare fino a’ nostri dí. E,
secondo l’uso pur de’ nostri dí, piú gravi parvero i saccheggi, le
oppressioni degli imperiali alleati che de’ francesi nemici. E morí tra
tutte quelle miserie il duca Carlo III in Vercelli dove s’era ritratto
da un pezzo [settembre 1553]. Detto il «buono», avea regnato presso
a cinquant’anni, troppo buono di fatto, debole, oppresso, infelice.
Succedettegli Emmanuele Filiberto, tutto diverso, uno anch’egli di que’
principi di Savoia, o quegli forse che piú di nessuno, seppe, operando
secondo i tempi, farsi grande. Figlio di principe spogliato, andò
come i maggiori a guerreggiar fuor di casa; ma non a modo antiquato,
alla ventura, anzi al modo nuovo regolare, e vi diventò capitano e
gran capitano.--Intanto Cosimo tentava sorprendere Siena, ma non gli
riusciva [27 gennaio 1554]. Veniva allora un esercito spagnuolo ad
assediarla, affamarla. Si rinnovava l’esempio di Firenze. Anche Siena
e i francesi che v’erano fecero una bella difesa. Ma anch’essa cadde
[2 aprile 1555]; anch’essa non vide mai piú guerra intorno a sé; come
Firenze, come Pisa, Toscana tutta. Ed anche in essa seguirono supplizi
ed esigli, e cessò il governo repubblicano; e anch’essa fu data in
breve a Cosimo duca di Firenze [19 luglio 1557].--Intanto, essendo
ormai la guerra senza risultati in Italia e Germania, facevasi, addí 5
febbraio 1556, una tregua a Cambrai. Dopo la quale, stanco d’affari,
di guerre, di contese, di fortuna (perciocché questa pure stanca
quando non è congiunta con qualche gran pensiero, che uno prosegua
o creda proseguire a benefizio della patria, o della cristianità
o del genere umano), Carlo V rinunziò l’imperio con gli Stati di
Germania a Ferdinando I suo fratello; e quelli di Spagna, America,
Paesi bassi, Borgogna, Sardegna, Due Sicilie e Milano, a Filippo II
figliuol suo. Certo non furono le convenienze de’ popoli quelle che
fecero cosí dar Lombardia a Spagna lontana, anziché ad Austria piú
vicina. Ma allora e per gran tempo non furono, non sono le convenienze
de’ popoli, ma quelle de’ principi, che si chiamarono e si chiamano
«ragioni politiche». Durerà? Io ne dubito ormai.--Ruppesi quindi tra
breve la tregua, rinnovossi la guerra tra Enrico II di Francia, e i
due Austriaci Ferdinando imperatore e Filippo. Qui fu che papa Paolo
IV s’accostò a Francia. E quindi un esercito francese scese sotto il
duca di Guisa a cacciar gli spagnuoli dal Regno; e s’ampliò allora la
guerra per tutta la penisola di nuovo. Ma facevasi molto piú grossa
nelle Fiandre; ed Emmanuel Filiberto, capitano dell’esercito spagnuolo,
vinceva l’esercito francese in gran battaglia a San Quintino [10 agosto
1558], e minacciava Parigi. E quindi, guerreggiatosi lá e in Italia
poco altro tempo, conchiusesi finalmente, addí 3 aprile 1559, la pace a
Cateau-Cambrésis. Né furono guari diverse le condizioni di questa pace
da quelle della pace di Cambrai di trent’anni addietro: il Piemonte
stesso, restituito al duca vittorioso, non fu del tutto sgombro di
stranieri, e l’Italia rimase legata, mani e piè, Lombardia e Napoli, a
casa d’Austria. E ne rimasero pur troppo piú durevoli gli effetti: per
centoquarant’anni Francia non contese piú un po’ fortemente l’Italia
all’emula antica; l’Italia non fiatò piú sotto all’incontestata servitù.