3. Alessandro VI papa [1492-1503].--La causa de’ nuovi guai

NOTE DEL TRASCRITTORE:

--Corretti gli ovvii errori tipografici e di punteggiatura.

--L’indice analitico dei nomi comprende anche quelli citati nel primo

volume; sono state collegate ai rispettivi rimandi solo le voci

riguardanti il presente secondo volume.

SCRITTORI D’ITALIA

C. BALBO

SOMMARIO

II

CESARE BALBO

DELLA STORIA D’ITALIA

DALLE ORIGINI FINO AI NOSTRI GIORNI

SOMMARIO

A CURA DI

FAUSTO NICOLINI

VOLUME SECONDO

[Illustration]

BARI GIUS. LATERZA & FIGLI TIPOGRAFI--EDITORI--LIBRAI

1914

PROPRIETÁ LETTERARIA

FEBBRAIO MCMXIV--37567

LIBRO SETTIMO

ETÁ SETTIMA: DELLE PREPONDERANZE STRANIERE

(anni 1492-1814).

1. Di quest’etá in generale, ed in particolare di questo periodo primo

delle preponderanze spagnuola e francese combattute [1492-1559].--Fin

dall’ultimo secolo dell’etá precedente, noi vedemmo incominciare quel

travaglio di unione dei popoli, d’ingrandimento degli Stati italiani,

il quale continuò lungo tutta l’ultima e durante nostra etá. E noi,

salutammo siffatte riunioni con compiacimento, senza guari compiangere

le forme repubblicane perdutesi in quell’opera, senza lamentare i

principati sorti sulle loro rovine; perché crediamo, che anche ne’

principati possa esser libertá e felicitá; perché ai tirannici e

semibarbari di que’ secoli ne succedettero di quelli civili, e che

van diventando liberi; perché poi, in somma, noi teniam l’occhio

fermo principalmente al bene di tutte insieme le terre italiane, e

che, tenendo sempre piú impossibile la riunione totale di esse, noi

stimiamo sommo bene lo sminuzzamento quanto minore, le riunioni quanto

maggiori sieno possibili. Se si fosse continuata quest’opera delle

unioni degli Stati senza invasioni, senza preponderanze straniere,

Dio sa qual magnifico destino sarebbesi venuto ordinando fin d’allora

all’Italia! Dio non volle, pur troppo; i nostri maggiori non se l’erano

meritato; non avean adempiuto ai grandi doveri, alle grandi virtú

nazionali; non avean badato se non ciascuno a sé, con quell’egoismo

politico che è vizio e stoltezza insieme, e tanto piú quanto piú va

progredendo la civiltá. Quindi, quest’etá, che fu felicemente della

formazione degli Stati italiani, fu pure infelicissimamente delle

invasioni e delle preponderanze straniere; e prima, delle due francese

e spagnuola combattenti tra sé per sessantasette anni; poi della

spagnuola pesante sola per centoquaranta; poi delle due, francese ed

austriaca, contrappesanti in guerra o in pace, per centoquattordici

altri. E da queste tre combinazioni diverse di preponderanze verranno

poi naturalmente le tre suddivisioni di quest’ultima etá nostra. Nella

quale non faccia specie se dimoreremo piú a lungo che nell’altre piú

lontane. Cosí abbiam fatto, a disegno, fin da principio. Nelle storie

scritte ad uso degli eruditi, si soglion cercare i particolari de’

tempi quanto piú antichi. Ma nelle storie scritte ad uso comune,

popolare, giovano all’incontro tanto piú i particolari, quanto piú

son di tempi vicini, simili a’ nostri, piú utili ad accennare ciò

che sia da imitare, ciò che da fuggire.--E rimanendo ora nel primo

de’ tre periodi detti, ci par da notare che niuno forse mai quanto

quello s’assomigliò ai tempi nostri. Una delle volgarita di questi

è di credere, che non somiglino a nessun altri, che non mai si sien

veduti tanti e cosí grandi fatti, tante e cosí grandi novitá. Quindi

poi due gravi errori, due politiche contrariamente esagerate e

mediocri: di alcuni timidi, spaventati per sé, od anche candidamente

per altrui, di quel moto che par loro anomalo, pericoloso, e a cui

si fanno un dovere di resistere, senza eccezione né discernimento;

di altri avventati e buonamente compiacentisi in ogni moto, in ogni

novitá, e che si fanno un dovere di secondarle, di spingerle, senza

discernimento pur essi. Non molti sanno vedere il proprio tempo qual

è; non molti, che il nostro, pieno di fatti nuovi e progressivi senza

dubbio, è perciò appunto simile ad altri tempi non meno pieni di

tali fatti; diversi l’uno e gli altri in ciò solo, che i progressi

posteriori son di lor natura pur ulteriori; ma di nuovo simili in ciò,

che tra le novitá sempre le une son progressi, e le altre all’incontro

arresti o regressi; e che quindi sempre ogni politica assennata

debb’essere discernente, e constare delle due opere del secondare e

del resistere. Ad ogni modo, se niun tempo mai fu pieno di grandi

novitá, certo fu quello che siamo per correr qui dal 1492 al 1559,

dalla chiamata di Carlo VIII che turbò l’Italia e la cristianitá, alla

pace di Cateau-Cambrésis che bene o male le compose.--Trovata la

bussola da due secoli, la polvere da guerra da uno e mezzo, la stampa

da un mezzo, le lettere antiche lungo tutto quel tempo, l’astrolabio

da alcuni anni, l’America nell’anno stesso onde incominciamo, la

via dell’Indie per il capo di Buona Speranza due anni dopo [1494];

s’accumularono, si combinarono gli effetti di tutte queste nuove cause;

ne uscí un mondo rinnovato tutto; si rinnovarono, si mescolarono tutte

le nazioni; e n’uscí la cristianitá pur troppo non piú unita in una

fede e una Chiesa intorno a una sedia centrale, ma una cristianitá

felicemente unita, non piú intorno alla barbara monarchia universale

di Carlomagno e de’ pseudo-imperatori romani, bensí in una civiltá e

una coltura universali. E il mezzo adoperato a ciò dalla Provvidenza

qual fu egli? Evidentemente quel ritrovo che ella diede a tutte quelle

nazioni semibarbare nella nostra Italia, posseditrice da quattro

secoli non solamente del primato, ma della privativa della libertá

e della coltura. Le nazioni non presero, per vero dire, la libertá

italiana, che non era bella, non buona, non civile, non allettante, e

del resto giá semispenta; ma presero quella coltura, di che abusaron

prima religiosamente, di che usaron poi politicamente a riacquistare

la libertá.--E l’Italia intanto? L’Italia che aveva tutti i vantaggi

della libertá, della coltura, dei commerci e delle ricchezze, ma che

aveva i tre grandi svantaggi della libertá mal ordinata, del disuso

nella milizia, e di una indipendenza mal compiuta; l’Italia perdette

tutti que’ vantaggi suoi, tutte quelle sue operositá, e quel poco

d’indipendenza; visse od anzi sopravvisse alcun tempo splendidamente

in quegli uomini sorti al tempo migliore, per cader poi, quanto a

politica, a un tratto; quanto al resto, a poco a poco, in un’abbiezione

che, questa sí, fu anormale, forse unica nella serie de’ secoli civili

cristiani.--Furono dunque questi sessantasette anni uno splendidissimo,

spensieratissimo precipitare e non piú. E quindi peggio che mai resta

tormentato qui lo scrittore di non aver luogo a spiegarli, a lasciarne

una chiara ed adeguata impressione. Ma suppliranno i leggitori, con

quel che sa ognuno di questo nostro tempo di splendore. E suppliran

pure a quelle applicazioni a’ propri tempi, le quali, che dicasi,

sono insomma il vero pro della storia; sapran vedere tutta la serie

delle cause, degli effetti, e delle nuove cause di nostre perdizioni;

l’incompiutezza antica dell’indipendenza, l’antico disordine delle

libertá, l’antico difetto d’armi nazionali, gli stranieri nuovamente

chiamati, sofferti, lasciati antiquarsi; e finalmente le operositá

nazionali cessate, gli ozi, i vizi, le mediocritá innaturali

all’Italia, accettate quasi necessitá, diventate abito, e seconda

natura; e, danno e vergogna ultima a’ degeneri, il riposar in quel

limo, e consolarvisi col sognar le glorie de’ maggiori.

2. Stato d’Europa e d’Italia [1492-1494].--La Provvidenza ha tutto

nelle mani, senza dubbio; ma lascia apparire alcune, e cela altre

delle leggi delle opere sue; e fra le piú celate è forse quella per

cui concede o nega uomini alle nazioni. Fu uno di que’ decreti male

scrutabili di lei, che mentre i popoli oltremontani ed oltremarini si

univano dopo lunghi travagli ciascuno in un corpo di nazione sotto

principi se non grandi almeno arditi ed operosissimi, l’Italia, perduto

Lorenzo il magnifico, non avesse piú se non uomini o mediocri (come

giá quelli che eran succeduti a Cosimo e Francesco Sforza), o cattivi

o cattivissimi.--In Inghilterra Arrigo VII, regnante dal 1485, aveva

con suo maritaggio riunite le due case, distrutte le due fazioni di

Lancastro e di York, che l’avevano lungamente straziata.--In Ispagna

s’eran congiunte Castiglia ed Aragona fin dal 1474 con un altro

maritaggio tra Isabella e Ferdinando; e questi insieme avean poi

conquistata Granata, l’ultimo regno e rifugio di mori, in quel medesimo

anno [1492] della morte di Lorenzo e della scoperta d’America; ondeché,

non rimaneva piú disgiunto se non il piccol regno di Navarra, e tutte

quelle vittorie e fortune accendevan l’animo piú inquieto che grande,

ma insomma ambiziosissimo di Fernando, detto (appunto allora e per

concessione del papa) il «re cattolico».--In Francia, dove Carlo VII

aveva finita la guerra d’indipendenza e cacciati gl’inglesi, e Luigi

XI riunite Borgogna e Provenza e i diritti de’ secondi Angioini al

regno di Napoli e Sicilia, regnava il giovine Carlo VIII dal 1483;

e, riunita Bretagna sposando Anna che n’era duchessa, ambiva quel

retaggio dei conti di Provenza in Italia, ambiva l’imperio orientale,

una gloria da Carlomagno, qualunque gloria.--Finalmente in Germania,

signora nostra (di nome per vero dire oramai, ma anche i nomi son

pericoli ai deboli), succedeva nel 1493 al misero Federigo III

d’Austria Massimiliano prodigo, inquieto, ed egli pure ambizioso. Con

tre principi come Ferdinando, Carlo VIII e Massimiliano a capo di tre

quarti della cristianitá, non è meraviglia che ella si sconquassasse

tutta; è piuttosto miracolo che non ne perisse. E intanto in Italia

signoreggiavano, su Savoia e Piemonte, Carlo II, fanciullo d’un

anno, quando succedette nel 1490; su Monferrato, Gian Francesco II

pur fanciullo; su Milano, quasi fanciullo quel giovane ed incapace

Gian Galeazzo, che dicemmo sotto la quasi tutela di suo zio Ludovico

il moro, e che, avendo sposata nel 1489 Isabella di Napoli, n’aveva

acquistata in apparenza una protezione, di fatto un nuovo pericolo,

per la gelosia e la paura concepitene dal Moro. In Firenze erano

succeduti alla potenza indeterminata di Lorenzo, Piero mediocrissimo

che non la sapea tenere, e due fratelli minori, Giovanni, allor

cardinale e che fu poi papa Leon X, e Giuliano. E sulla sedia romana,

morto il Cibo nel medesimo anno fatale 1492, era succeduto Borgia,

Alessandro VI, il peggior papa di questi tempi, ove ne furono pochi

buoni. Signoreggiavano ne’ ducati di Ferrara e Modena gli Estensi; in

quello d’Urbino, i Montefeltro; i Gonzaga in Mantova; i Bentivoglio

in Bologna; i Baglioni in Perugia; i Colonna, gli Orsini ed altri

signorotti, in molte terre della Chiesa. In Napoli regnava il perfido e

crudele, e cosí diventato potente, ma ora vecchio Ferdinando I, che non

seppe scongiurar il pericolo, che morí prima di succombervi nel 1494.

Sicilia era del re cattolico. Genova, tenuta come feudo di Francia da

Ludovico il moro. E Venezia, giá caduta in quella viltá e stoltezza del

volersi tener neutrale ne’ pericoli comuni, isolata. E cessati, con

Francesco Sforza e i Piccinini, i grandi condottieri potenti al par

di principi e repubbliche, non ne rimanevan guari se non de’ piccoli,

impotenti a tutto, salvo che a tener disavvezzi dall’armi i popoli

della imbelle Italia.

3. Alessandro VI papa [1492-1503].--La causa de’ nuovi guai d’Italia

fu senza dubbio l’incapacitá politica e militare di lei; l’occasione

poi, fu l’ambizione straniera di Carlo VIII, aiutata dall’ambizione

traditrice di Ludovico il moro. Il quale richiesto da Ferdinando

di lasciare il governo al nepote Gian Galeazzo, volle usurparne il

ducato; e perciò fecesene dare da Massimiliano imperatore l’investitura

disprezzata giá dal gran Francesco Sforza, e non data poi a nessuno

dei discendenti. E per poter poi effettuare l’usurpazione, volle

assicurarsi di Carlo giá minacciante, s’alleò con lui, gli promise

passaggio ed aiuto. Qui non era nessuna delle scuse dell’altre

chiamate; non quella, che può esser buona, di cacciare altri stranieri;

nemmen quella cattiva, di resistere a un nemico interno. Qui è un

cumulo di tradimenti; e quindi il Moro è il traditor piá esecrato nelle

memorie italiane. Ma pur troppo non fu il solo; il cardinal Della

Rovere, che fu poi papa Giulio II e fece tanto chiasso di cacciar

i barbari d’Italia, spinto ora dalla rivalitá, dalla inimicizia ad

Alessandro VI, anch’egli si trova tra’ chiamatori ed accompagnatori

dello straniero.--Carlo scese in agosto 1494 pel Monginevra, Torino,

Asti. Ivi ammalò e si fermò. Poi passò a Milano, visitò, non protesse

Gian Galeazzo giá morente, e che morí pochi di appresso [20 ottobre]

con voci di veleno. Cosí il Moro fu duca, e tirò fuori l’investitura

imperiale. Carlo proseguí, s’appressò a Toscana per Pontremoli.

Viene Pier de’ Medici spaventato, e gli dà i castelli fiorentini che

difendean que’ passi, quello stesso di Pisa. Ma tornato costui a

Firenze, è cacciato dalla signoria, dal popolo sdegnato [9 novembre].

Al medesimo dí, Pisa caccia i fiorentini, si libera, presente, e piú

o men connivente, Carlo VIII. Questi lascia un presidio nel castello,

muove a Firenze, v’entra militarmente, la lancia alla coscia, tratta

un accordo colla nuova signoria; e volendolo imporre duro, gli è

stracciato in faccia da Pier Capponi, che disse:--Sonate vostre

trombe, noi sonerem nostre campane.--Fu il solo bell’atto di questa

guerra; cosí vergognosa, del resto, che i contemporanei la disser

fatta col «gesso» dei forieri i quali segnavan gli alloggi francesi

di tappa in tappa. S’accomodarono tuttavia Firenze e Carlo; e questi

proseguí a Roma, dove il papa chiusesi in castel Sant’ Angelo, e

s’accomodò poi. Spaventato Alfonso II, il nuovo re di Napoli testé

succeduto, lasciava vilmente la corona a suo figliuolo Ferdinando

II [24 gennaio 1495]; e questi provava a difendere i passi, ma era

vilmente disertato da’ suoi, e fuggiva da Napoli a Sicilia; e Carlo

VIII entrava in quella il dí appresso [22 febbraio]. S’arrendevano, a

gara di viltá, castella, cittá, province, grandi, popoli, il Regno.

Tanto che tra pochi dí i francesi n’erano ad oziare e viziarsi nella

disprezzata conquista.--Allora, sollevavasi tutta Italia, mezza

Europa, lo Sforza traditore, perché non avea piú ad acquistare ma

a difendere il ducato, or minacciatogli dalle pretensioni del duca

d’Orléans discendente da una Visconti e signor d’Asti; Venezia, tornata

(per poco) al sentimento de’ pericoli d’Italia; il Borgia, tornato

dal suo spavento; il re cattolico per restaurare i parenti, o forse

fin d’allora riaggiunger Napoli a Sicilia ed Aragona; e Massimiliano

non so per quale delle sue mutevoli ambizioni. Tutti questi insieme

firmavano un trattato contra Carlo [31 marzo]. Il quale cosi minacciato

ripartiva da Napoli [30 maggio]; passava a Roma, schivava Firenze,

passava a Pisa; e varcato Appennino, trovava a Fornovo l’esercito

degli alleati italiani capitanato dal marchese di Mantova. Combattessi

addí 6 luglio, molto piú forti gl’italiani. Disputasi chi vincesse;

ma i francesi avean combattuto per passare, e passarono. Giunsero ad

Asti, Carlo vi si fermò a corteggiar donne e trattar pace col Moro; e

fattala, partí [22 ottobre] da Torino per a Francia, dove non pensò

piu guari a Italia.--Tornò quindi Ferdinando II nel Regno, rientrò in

Napoli [7 luglio], e guerreggiandovi poi due anni contro a’ francesi

rimastivi sotto Monpensieri, se ne liberò coll’aiuto degli spagnuoli

capitanati da Gonzalvo di Cordova, il conquistator di Granata, detto

il «Gran capitano». Capitolarono gli ultimi francesi ad Atella, e

moriva Ferdinando II poco dopo, lasciando il regno a Federigo III suo

zio, fratello di Alfonso [1496]. Ed anche da Pisa si erano ritirati

i francesi fin dal primo dí di quell’anno, lasciando disputarsi e

guerreggiarsi tra sé pisani e fiorentini, e per gli uni o gli altri

le varie potenze d’Italia, e Massimiliano re de’ romani. Il quale,

invitato anch’egli dal Moro, il gran chiamator di stranieri, scese a

frapporsi in tutto ciò con poca gente e pochi danari, e quindi non

prese le corone solite, non fece nulla, e risalí disprezzato oltre

ogni altro imperatore mostratosi in Italia.--I fiorentini tentavano

intanto riordinar lor repubblica sgombra di Medici; ma eran divisi in

parti, non piú nazionale o straniera, né per il papa o l’imperatore,

per l’aristocrazia o la democrazia, per la repubblica o la signoria,

ma pro e contro un frate domenicano, Gerolamo Savonarola. Costui,

zelante, costumato, austero a sé, aspro ad altrui, in tempi corrotti,

avea colle prediche politiche tratti molti a sé, vivente ancora

Lorenzo. Era stato chiamato al letto di questo morente, e dicesi non

l’avesse voluto assolvere, perché Lorenzo non voleva restituire la

repubblica, a modo di lui il frate. Avea profetato malanni, castighi

di Dio, francesi; ed or pendeva a questi che avean adempiute sue

profezie. I suoi partigiani chiamaronsi «piagnoni»; i contrari,

gente di mondo, gentiluomini i pií, «arrabbiati»; i medii, piú o men

desiderosi de’ Medici, «bigi,» e poi «palleschi»; nomi e parti del paro

ignobili. I particolari del tempo son vere commedie; il fine, tragedia

barbarissima, da medio evo che ancor fiorisse. Contrario al frate

riformator di costumi e disciplina ecclesiastica era Alessandro VI,

naturalmente. Gli proibí di predicare. Il frate obbedí per poco; poi

ricominciò, e contro al papa. Allora uscirono da sé, o fecersi uscire

contra lui altri frati; prima un agostiniano, poi un francescano,

Francesco di Puglia, il quale propose una di quelle stoltezze od

empietá parecchie volte condannate dalla Chiesa, un giudicio di Dio:

che passassero egli fra Francesco e il Savonarola tra una catasta

ardente; e chi passasse illeso, quegli vincesse. Savonarola non volle,

ma s’offri per lui fra Domenico suo confratello. Appuntossi il dí 7

aprile 1498; grande aspettativa, grand’apparecchio, gran concorso.

Ma venuti al duello i due frati, fecero come chi vuole e disvuole,

attaccaron disputa sul modo: cioè (quasi profanazione al dirne), sul

Sacramento, che il domenicano volea portar con sé tra le fiamme,

e il francescano non voleva. Non se ne fece altro. Il popolaccio

beffato infuriò, gli «arrabbiati» si sollevarono; e al dí appresso

diedero l’assalto al convento di San Marco, e fecer prigioni fra

Gerolamo, fra Domenico, e un terzo, fra Silvestro. I quali poi furono

in pochi dí interrogati, torturati, condannati, ed arsi in piazza [23

maggio].--Di Savonarola chi fa un santo, chi un eresiarca precursor

di Lutero, chi un eroe di libertá. Ma son sogni: i veri santi non si

servon del tempio a negozi umani; i veri eretici non muoiono nel seno

della Chiesa, come morí, benché perseguitato, Savonarola; e i veri

eroi di libertá sono un po’ piú sodi, non si perdono in chiasso come

lui. Fu un entusiasta di buon conto; e che sarebbe stato forse di buon

pro, se si fosse ecclesiasticamente contentato di predicare contro

alle crescenti corruttele della spensierata Italia.--Alla quale, come

tale, ripullulavano le occasioni di perdizioni. Al dí appunto della

festa fallita in Firenze, era morto Carlo VIII, era salito al trono

di Francia Luigi XII, quel duca di Orléans che giá dicemmo pretender

a Milano come discendente d’una Visconti, e che or pretese a Napoli

come re di Francia, successore ai diritti degli ultimi Angioini. Se

gli fosse riuscito il tutto, incominciava fin d’allora, e a pro di

Francia, quella unione dei due grandi Stati italiani di settentrione

e mezzodí, la quale sessant’anni dopo die’ l’Italia legata in mano a

Spagna. Luigi XII non era avventato come Carlo VIII; era anzi principe

prudente, destro, politico, e in Francia cosí buono che n’ebbe nome di

«padre del popolo». Eppure, anch’egli ebbe le maledizioni d’Italia;

tanto i migliori a casa son cattivi fuori! Non attese dapprima se non

a Milano; e que’ veneziani che s’eran sollevati contro Carlo VIII,

si collegaron ora con Luigi XII per il misero acquisto di Cremona e

Ghiara d’Adda [trattato di Blois, 15 aprile 1499]. Chiaro è: que’

vantatissimi politici non ebber forse mai, non aveano certo piú niuna

politica vera, lunga, propriamente detta, ma solamente abilitá alla

giornata; quella vantata aristocrazia non aveva piú l’aristocratica

virtú della costanza, ma solamente l’aristocratico istinto della

propria conservazione. E legossi pure con Luigi XII Alessandro VI, per

far suo infame figliuolo Cesare Borgia duca di Valenza in Francia

e di Romagna in Italia. E lasciaron fare, Massimiliano distratto in

Germania, e Federigo III di Napoli mal fermo nel nuovo regno. Cosí

da Asti, giá sua, Luigi XII assalí il ducato; ed alle prime fazioni

sbandaronsi le truppe del Moro, che fuggí in Germania; e Luigi entrò

in Milano [2 ottobre 1499], e tutto il ducato con Genova furono di

lui. Ma tornato esso in Francia, e riposando i francesi lasciati nella

conquista, ritorna il Moro con un esercito di svizzeri e fuorusciti, e

riprende Como, Milano, Parma, Pavia, Novara. Arriva La Tremoglia con

un nuovo esercito di francesi e svizzeri. Svizzeri di qua, svizzeri di

lá, dicesi ricevessero da lor paese ordine di non combattersi. Ad ogni

modo quelli dello Sforza lasciano in mano agli altri e a La Tremoglia

i lor compagni italiani, i Sanseverino lor capitani, e finalmente lo

Sforza; e poi risalgono a lor monti saccheggiando per via. Cosí il

Moro, traditore tradito, fu preso, tratto a Francia e tenuto poi dieci

anni al castello di Loches, finché vi morí disprezzato, dimenticato. E

Milano e il ducato ridiventarono francesi tranquillamente per parecchi

anni.--Intanto Luigi XII aveva giá apparecchiato l’acquisto di Napoli

in questo modo. Addí 11 novembre 1500, in Granata erasi firmato un

trattato tra lui e Ferdinando il cattolico, parente e protettore di

Federigo III, re di Napoli; ed eravisi concertato che i francesi

assalirebbono il Regno, che gli spagnuoli accorrerebbero a difenderlo,

e che prima d’incontrarsi, lo spartirebbono. Certo costoro eran

contemporanei non del tutto indegni del Moro, di Alessandro VI e di

Cesare Borgia. Effettuossi l’accordo. Nella state del 1501, entrarono

per la frontiera settentrionale del Regno il duca di Nemours co’

francesi, e per le Calabrie Gonzalvo il Gran capitano, che macchiò

sue glorie in quest’infamie. Federigo il misero re, tradito e ridotto

agli ultimi, scelse capitolar co’ nemici vecchi anziché con gli amici

traditori, e diessi in mano a’ francesi che il trassero a Torsi dove

morí nel 1504. Cosí finí il primo regno indipendente di Napoli; e

andò a riunirsi a Sicilia, nella servitú straniera, per due secoli e

mezzo.--Intanto, e naturalmente, disputaronsi i ladroni per le spoglie.

Corso appena un anno [1502], ruppesi guerra tra francesi e spagnuoli.

Combattutosi variamente dapprima, furono sconfitti i francesi a

Seminara e Cerignola [aprile 1503]. E sceso un altro esercito francese,

fu vinto pur esso al Garigliano al fine del medesimo anno dal Gran

capitano; e tutto il Regno rimase fin d’allora spagnuolo.--Nell’agosto

era morto papa Borgia. La brevitá cosí sovente tormentante di questo

sunto ci serve qui, dispensandoci dal dire le dissolutezze, le rapine,

i tradimenti, i veleni, le crudeltá di tutta quella famiglia. Tanto

piú che tutto ciò fu bensí il sommo della perversitá di quei tempi

perversi, ma non ne fu mutato essenzialmente né durevolmente quasi

nulla in Italia. Fu progetto di Alessandro e del figlio distrurre i

signorotti, i vicari pontefici che signoreggiavano nelle cittá della

Chiesa, i Colonna ed Orsini intorno a Roma, i Varani in Camerino, i

Freducci in Fermo, i Trinci in Foligno, i La Rovere in Sinigaglia

ed Urbino, i Baglioni in Perugia, i Vitelli in Cittá di Castello,

gli Sforza in Pesaro, i Malatesta in Rimini, i Riario in Imola, gli

Ordelaffi in Forlí, i Manfredi in Faenza, i Bentivoglio in Bologna e

gli Estensi in Ferrara. Cesare Borgia doveva rimanerne duca di Romagna.

Ma con tutte le loro male arti sofferte od aiutate dalle potenze

italiane e straniere, a che riuscirono? Assassinarono signorotti,

riunirono poche signorie, e non durò il ducato. E meraviglia che

Machiavello ed altri di que’ tempi ammirasser costoro. Se non che, la

Dio mercé, e che che si dica, anche la scienza politica è progredita

d’allora in poi: il Machiavello de’ nostri tempi ha professato che le

scelleratezze sogliono essere non solamente delitti, ma errori. Cosí

fosse ben imparato e tenuto fermo in Italia. Dicesi che Alessandro VI

istituisse la censura ecclesiastica de’ libri [1 giugno 1502]; ma ei

non fece che applicarla a’ libri stampati. E il fatto sta che ella

esistette sempre, ed esiste in qualunque chiesa, anche acattolica,

voglia mantenere i suoi dommi. La cattiva imitazione, poi, delle

censure politiche nacque molto piú tardi. Dicesi morisse Alessandro di

un veleno apparecchiato a’ suoi nemici, e preso da lui e dal figliuolo

che ne rimase infermo, e incapace di provvedere ai fatti suoi durante

la vacanza della Sede.--La sola buona opera italiana di questo tempo,

fu la guerra sostenuta da Venezia contro a’ turchi nel Friuli, in

Grecia, in mare, dal 1499 al 1503, in che fecesi pace. S’allega a scusa

dell’aver cosí mal provveduto Venezia in quegli anni all’indipendenza

d’Italia; non serve ad ogni modo per gli anni addietro. Tutti gli

italiani furono colpevoli, in somma, che la penisola libera di

stranieri (e si può dir degli imperatori stessi) dieci anni addietro,

fosse ora tutta occupata da essi, salvo Venezia, Toscana, e gli Stati

del papa.

4. Pio III, Giulio II [1503-1513].--Succeduti al pontificato Pio III

(Piccolomini) per pochi giorni, e poi Giulio II per dieci anni, non

so s’io dica che peggiorassero o migliorassero le condizioni nostre.

Giulio II era quel Giuliano della Rovere, che egli pure aveva chiamati,

condotti i francesi a Napoli. Fatto papa, chiamò francesi e tedeschi

contra Venezia. Poi, avutone quel che voleva, si ravvide, bandí una

guerra che chiamò «santa» contra francesi, bandí la cacciata de’

barbari; e per aver esso, ultimo de’ papi, fatto udir questo gran

grido, il nome di lui riman glorioso e caro nelle memorie italiane.

E noi siamo stanchi di severitá, noi rispettiamo le tradizioni

nazionali, e cerchiam le occasioni di lodare.--Alla morte d’Alessandro

molte delle cittá tenute dal Borgia si sollevarono. Giulio II, appena

salito al trono, gli domandò le rimanenti; e rifiutato, lo fece

prendere, gli fece firmare per forza la consegna, e lo rilasciò poi.

Ed egli se n’andò a Napoli, vi fu di nuovo imprigionato da Gonsalvo

e mandato a Spagna; dove fuggito di prigione, fu a Navarra, e finí

poi piú degnamente che non meritava, coll’armi in mano [1507].--Nel

1506 venne il re cattolico al regno di Napoli, e ne ritrasse il Gran

capitano che l’avea conquistato, che sopravvisse poi in Ispagna in

ozio e disfavore. Giulio II continuò ciò che era buono de’ disegni de’

Borgia, la riduzione de’ signorotti; e vi riuscí meglio, ridusseli

quasi tutti, gli stessi Baglioni di Perugia, e i Bentivoglio di

Bologna [1506]. Ma per compiere la riunione dello Stato rimanevano

a riprendersi a Venezia Ravenna e Cervia usurpate fin dal secolo

scorso, Faenza, Rimini e Forlimpopoli ultimamente tra il rovinar di

Cesare Borgia. A ciò si volse tutto papa Giulio; aveva ogni ragione,

ma proseguilla in mal modo, aggiugnendosi all’ire o piuttosto alle

ambizioni di Luigi XII e di Massimiliano. Fin dal 1504 avean costoro

firmato un’alleanza per dividersi gli Stati continentali di Venezia,

ma non n’avean fatto nulla, finché non vi s’aggiunsero papa Giulio per

riaver quelle cittá, e il re cattolico, gli Estensi e i Gonzaga per

simili contese od ambizioni di vicinato. Fu firmata la famosa e brutta

lega a Cambrai [10 dicembre 1508]. Primi ad assalire furono i francesi

coll’armi dal Milanese; seguí il papa coll’armi e con le scomuniche.

Contro ai primi stavano a capo d’un esercito di quaranta e piú mila

uomini l’Alviano ed il Pitigliano, due de’ piú abili condottieri o

piuttosto (perché giá non erano piú cosí indipendenti come gli antichi)

capitani d’Italia. Furono vinti da Luigi XII e trenta mila francesi

ad Agnadello [14 maggio 1509]; Luigi XII prese in pochi dí tutta la

parte sua convenuta. Accorsero quindi tutti gli altri, e presero

facilmente le loro. E allora Venezia ridotta all’estremo fu veramente

magnanima, prese uno di quei partiti semplici che sono non solamente

piú gloriosi sempre, ma sovente piú felici che non le destrezze.

Sciolse dall’obbedienza tutti i suoi sudditi di terraferma; ed essi

si difesero meglio, e, quando occupati, si sollevarono secondo le

occorrenze per se stessi. E Giulio II, satisfatto di riavere sue cittá,

si staccò primo dalla lega, fece sua pace addí 24 febbraio 1510; e si

rivolse contra i francesi, nascostamente prima, apertamente tra breve.

Per ciò chiamò nuovi stranieri, gli svizzeri; i quali, capitanati da un

cardinale guerriero e vescovo di Sion, piombarono sul Milanese a mezzo

quell’anno, mentre si avanzavano i papalini da Modena, e riavanzavano i

veneziani da Verona. Ma i francesi stavano sulle guardie; e poco mancò

non prendessero papa Giulio, che, guerriero anch’esso, stava lí vicino

a Bologna, e che per la breccia entrò poco appresso alla Mirandola.

E qui pure v’ha chi ammira, e vorrebbe imitazioni; non io, che credo

un papa debba restar papa, ed abbia altri modi di cacciar barbari dal

suo paese. Furono rotti i pontifici a Casalecchio [21 maggio 1511];

ma Giulio perdurò, s’inaspri, fece [5 ottobre] un’altra lega santa

con Venezia, svizzeri, Spagna e fino Inghilterra contra Francia.

Massimiliano solo rimaneva con questa, ma inutile. In tali strettezze

usarono i due l’arme antica contro ai papi, convocarono un concilio a

Pisa. Ma un forte esercito spagnuolo sotto al Cardona veniva in aiuto

a Giulio II, ed assediava Bologna tornata nuovamente a’ Bentivogli

[21 maggio 1511]; e i veneziani riprendean Brescia. Allora apparí per

poco una vera meraviglia di arte e virtú militare, un predecessore de’

grandi capitani moderni, Gastone di Foix, nipote del re di Francia,

giovane di ventidue anni. Il quale, appena ebbe preso il comando, che

ficcatosi in mezzo ai due eserciti nemici, e piombando or sull’uno or

sull’altro, addí 7 febbraio respinse gli spagnuoli da Bologna, addí 19

ruppe i veneziani e riprese Brescia, e ritornò quindi sull’esercito

spagnuolo e papalino, e li sconfisse a Ravenna [11 aprile]. Ma ivi

morí, immortalatosi in pochi mesi. E allora precipitarono i francesi.

Massimiliano lasciò passare ventimila svizzeri che scendean alleati a’

veneziani; Spagna e Inghilterra assaliron Francia; Luigi XII richiamò

il suo esercito dal Milanese; Massimiliano Sforza, figlio del Moro, fu

fatto duca a Milano; in giugno si sollevò Genova e cacciò i francesi.

Cosí, toltene alcune castella, furon questi cacciati di tutt’Italia. Ma

eran tutt’altro che cacciati tutti i barbari. Abbondavano spagnuoli,

tedeschi e svizzeri, e tiranneggiavan cosí, che, per dar loro una

ricompensa delle vittorie procacciate alla lega, fu loro abbandonata

una delle piu nobili cittá e potenze italiane, Firenze.--Questa fin

da poco dopo la vittoria degli «arrabbiati» contro al Savonarola

s’era riordinata e posata sotto l’autoritá d’un solo; e (tanto era

impossibile oramai un governo piú repubblicano) sotto un Soderini,

gonfaloniero a vita [1502], che avea poi retto con bontá, semplicitá,

mediocritá. Machiavello era uno de’ due segretari o ministri principali

di lui. Tra tutti ed a forza di trattare, barcheggiare, scivolare, eran

riusciti ad ottenere che si lasciasse lor riprendere la desiderata

Pisa, e l’avean presa [1509]. Ma, se non esclusivamente, eran pur

sempre rimasti stretti con Francia; ed ora i vittoriosi di Francia le

posero una multa per quella fedeltá. Que’ mercatanti repubblicani che

aveano avute velleitá ma non volontá di ordinar armi proprie, secondo

il consiglio di Machiavello, e che eran poi gretti e stretti in fatto

di danari, ricusarono, indugiarono. Vengono i Medici, cioè (morto giá

Piero da parecchi anni) Giuliano e il cardinal Giovanni, ed offrono

pagar la multa se fosser fatti signori della cittá. Cardona accetta,

varca Appennino, prende, saccheggia Prato; e i fiorentini, spaventati,

si sollevano, cacciano Soderini, e accettan i Medici [settembre 1512].

Governarono insieme Giuliano e il cardinal Giovanni. Ma questi per

poco; ché, morto papa Giulio addí 21 febbraio 1513, gli successe esso

il cardinal Giovanni [11 marzo] con quel nome di Leone X, che, a torto

od a ragione, è forse il piú noto, il piú popolare fra quelli di quanti

papi furon mai.

5. Leone X [1513-1521].--Le nature facili, liete, pompose, leggiere,

trascurate od anche un po’ spensierate, sogliono piú che l’altre

trovar fortuna in vita, e gloria dopo morte. Tal fu, tal sorte ebbe

Leone X, del resto non gran principe politico ed ancor meno gran papa.

Nato nel 1475, cresciuto tra l’eleganze, le colture, le magnificenze

del palazzo Medici e della villa di Careggi; tra Ficino, Poliziano,

Pico della Mirandola, Michelangelo, e una turba di minori, ma simili;

cardinale a tredici anni; fuoruscitosi in sui diciannove, ma nella

porpora, ed ora a Roma, ora alle corti dentro e fuori d’Italia; in

colti ozi durante Alessandro VI; poi negli affari, nelle legazioni

sotto Giulio II; prigione alla battaglia di Ravenna, ma in breve

liberato, ed autor principale della restaurazione di sua casa in

sua bella cittá; l’elezione, l’assunzione, l’incoronazione di lui

furono veri trionfi. Dopo Alessandro VI, troppo scellerato per essere

nemmeno stato protettor d’arti o di lettere, dopo Giulio II, fiero,

iroso in queste stesse protezioni, pensi ognuno qual gioia dovesse or

sorgere in quella turba di letterati ed artisti che, quasi ballerine

tra guerrieri, si frammettevano allora ai feroci invasori, ai cupi

politici, ed ai dolenti popoli d’Italia. Quella lieta turba non si

vuol perder di memoria mai da chiunque voglia farsi un’idea adeguata

di questi tempi singolarissimi. Certo in quelli di PericIe, d’Augusto,

né di Ludovico XIV, non fu, o almeno non durò, niun siffatto contrasto

di feste e di dolori. Qui la patria era in mano a stranieri; e il

principe successor d’Alessandro III e di Giulio II pensava ai nepoti,

ai Medici, a far loro Stati in Firenze ed Urbino. Qui sorgeva il sommo

degli eresiarchi stati mai dopo Ario; e il pontefice pensava che fosse

un frataccio peggio che il Savonarola, e che finirebbe come lui; e

proseguiva in quell’abbellir Roma, in quell’edificare, e scolpire,

e dipingere, e fare scrivere e rappresentare commedie che avevano

scandalezzata la rozza Germania. Insomma, moralmente, politicamente

e religiosamente parlando, non sarebbe troppo il dire che fu un vero

baccanale di tutte le colture; e se scendessimo ai particolari di sua

incoronazione, o, peggio, di ciò che fu allora scritto, rappresentato,

dipinto o scolpito in Vaticano, ei parrebbe forse dimostrato a

ciascuno. Ma, non avendone luogo, lasceremo che ognuno giudichi secondo

le proprie informazioni della severitá del nostro giudicio.--Pochi

giorni dopo l’assunzione di Leon X, Luigi XII firmò sua pace con

Venezia [24 marzo 1513]; e, cosí assicurato, mandò La Tremoglia e

Triulzi a riconquistare Milano contro allo Sforza. Ma vinti i francesi

dagli svizzeri presso a Novara [6 giugno], ripassaron l’Alpi; e

allora Leon X e gli spagnuoli si rivolsero di nuovo per lo Sforza

contra Venezia, e rioccuparono quasi tutto lo Stato di terraferma.

Guerreggiossi e trattossi variamente tutto l’anno appresso. Ma morto

in gennaio 1514 Luigi XII, e succedutogli Francesco I, principe buono,

leggero, facile, gran protettor di lettere ed arti ancor egli, non

gran capitano ma gran cavaliero e guerriero, rinnovò l’alleanza con

Venezia; e (guardatogli contro dagli svizzeri il passo di Susa) scese

per l’Argentiera e Sestriera con un forte esercito a quel Piemonte cosí

sovente attraversato, a quella Lombardia cosí sovente riconquistata.

Due giorni [13 e 14 settembre] si combatté in Marignano tra’ francesi

e gli svizzeri dello Sforza; vinse Francesco I; ventimila cadaveri vi

giacquero; il Triulzi, stato a diciotto battaglie, disse, che l’altre

eran giuochi da fanciulli, questa battaglia di giganti. Ondeché

qui cessa la meraviglia che i venturieri italiani, avvezzi a non

ammazzarsi, fosser vinti da tutti questi stranieri che s’ammazzavano

cosí davvero. Quindi ritrassersi finalmente gli svizzeri a lor

montagne, e noi fummo liberati almen di questi, che fecero l’anno

appresso una pace perpetua con Francia. Intanto, ritrattisi anche gli

spagnuoli, Lombardia fu di nuovo di Francia, Terraferma di Venezia,

e Massimiliano Sforza lasciò il ducato per sempre, e fu a vivere

pensionato in Francia, dov’era vivuto e morto prigione il Moro suo

padre. E Leon X fece pace col vincitore; ed abboccatosi con lui a

Bologna, v’aggiunse poi un concordato, che per secoli regolò le cose

di religione di Francia. E il medesimo di che firmò quest’accordo [18

agosto 1516], investi suo nipote Lorenzo di Pier de’ Medici del ducato

d’Urbino, tolto pochi mesi addietro a Francesco della Rovere, che aveva

pur data l’ospitalitá a’ Medici esiliati. Morto poc’anzi [17 marzo

1516] Giuliano ultimo fratello di Leone, questo Lorenzo era oramai

il piú prossimo parente di lui, e governò poi colla solita potenza

indeterminata la cittá di Firenze, e come principe il ducato d’Urbino,

ritoltogli dal La Rovere e restituitogli l’anno appresso.--Intanto,

morto Ferdinando il cattolico re di Spagna ed Indie e Sicilia e Napoli

[15 gennaio 1516], e succedutogli Carlo figlio di sua figlia, che fu

primo in Ispagna e quinto in Germania e nell’imperio, questi firmava

[13 agosto] in Noyon un trattato di pace con Francesco I, al quale

aderí in breve pure [4 dicembre] Massimiliano. E cosí finalmente, dopo

sette anni, finirono gli scompigli politici e guerrieri sollevati dalla

lega di Cambrai. Salvo le cittá di Romagna e del Regno, ripresele fin

da principio di quella guerra, Venezia riebbe tutti gli Stati suoi di

terraferma; esausti sí, ma che dovetter rifarsi prontamente, ondeché

non mi sembra valere tale scusa per quella neutralitá od indifferenza

in cui ricominciò a poltrire rispetto agli affari d’Italia. Non furono

le forze, furono gli spiriti di lei che si trovarono abbattuti dopo

quella guerra, o piuttosto che giá erano quando ella rimase neutrale

ed infingarda alla discesa di Carlo VIII, o piuttosto giá dall’antico,

tante altre volte che si racchiuse in sua sicurezza delle lagune,

tra’ pericoli e i guai dell’indipendenza nazionale. La repubblica di

Venezia, indipendente essa, non si curò della indipendenza nazionale,

non fu guari italiana mai, se non al tempo della lega lombarda; del

resto, sempre strettamente, grettamente veneziana; e se le si voglia

cercare una scusa od anche una gloria italiana, non le si può trovar

guari a questi tempi se non quella d’averci difesi da’ turchi. Prima

di questi, quella politica di lei, che tanti dicono profonda, non può

non tacciarsi di leggerissima, per non aver pensato mai a nessuna

impresa d’indipendenza, a cui ella sola forse poteva esser capo o

centro, che ella piú che l’altre potenze italiane doveva prevedere

necessaria. Cosí il languire poi, e decadere, e cadere ultimo di lei,

servan d’esempio salutare a qualunque potenza italiana voglia mai

isolarsi dagli interessi comuni di tutta insieme la nazione. Ad ogni

modo, da quel princi pio del 1517 fino al 152l, i quattro ultimi anni

di Leon X furono, relativamente, un tempo di respiro all’Italia, alla

cristianitá.--Ma questo fu pure il tempo che sorse di piccoli principi

quello che fu poi cosí gran danno alla Chiesa, alla cristianitá, e,

politicamente parlando, all’Italia forse piú che a nessuno. Leon X

bandí nel 1516 alcune indulgenze da predicarsi, e pur troppo, diciam

la parola, da vendersi, o farsi o lasciarsi pagare in Germania, e il

cui prodotto doveva servir all’edificazione di San Pietro. N’ebber

carico i frati predicatori. Lutero, uno degli agostiniani soliti

averlo, si sollevò poi contro a quelle, contro a tutte le indulgenze

[3l ottobre 1517], poi contro alla curia romana, contro al papa, e

finalmente contro all’infallibilitá, all’unitá, contro a questo e a

quel domma, andamento solito di tutti i capi di setta. Denunciato a

Roma, condannato, si sottomise; poi ritrattò la sommessione, disputò

co’ legati, scrisse, riscrisse, fece discepoli, e fu ricondannato

solennemente [15 giugno 1520]; ed ei solennemente bruciò la bolla

[10 dicembre], assistente e gia aiutante il popolo di Wittemberga.

Era incominciata quella Riforma, quella divisione della Chiesa, che

non è vero (né a noi italiani può esser dubbio) introducesse nella

cristianitá né la libertá politica né la filosofica, le quali avevamo

noi da secoli; che non introdusse se non quella libertá del credere, la

quale non può essere in una religione vera rivelata; che, del resto,

preoccupò per un secolo e piú quasi esclusivamente la cristianitá,

che la distrasse dalle opere migliori, che ritardò i progressi di lei

in Germania, in Francia e in quel popolo britannico, dov’oggi ancora

ella ritarda l’unione dell’imperio. All’Italia poi ella fu origine d’un

male nuovo allora, e forse non cessato. Dalla Riforma, dal bisogno, e

diciam pure dal dover de’ papi di rivolgersi contro essa in Germania,

incominciò quel loro accostarsi agli imperatori, che fu cosí contrario

a tutte le tradizioni, che senza tale scusa sarebbe stato contrario

alla natura stessa del papato.--E ciò si vide forse fin da questi primi

anni della Riforma, ultimi di Leone X. Perciocché, morto Massimiliano

[19 gennaio 1519] ed elettogli a successore Carlo figlio di suo figlio,

giá re di Castiglia e delle Indie, d’Aragona e delle Due Sicilie,

signor di Borgogna e de’ Paesi bassi, sorse in breve gelosia, contesa

e guerra tra lui e Francesco I di Francia, competitore di lui per

l’imperio. Era naturale, era tradizionale, che il papa s’opponesse alla

potenza imperiale, risalente col possesso unito delle Due Sicilie a

ciò che era stata sotto ai due Federighi Svevi, e minacciante salire,

come salí, piú su. Né Leon X o la coltissima curia romana erano uomini

da ignorare o trascurare tali memorie; e si accostarono dapprima a

Francesco I. Ma tra breve, fosse giá quella nuova necessità spirituale

della politica pontificia, fosse ambizione di Leone, che volesse

avere (per sé o per casa Medici) Parma e Piacenza tenute un tempo da

Giulio II ed or da Carlo V, il fatto sta che ei s’alleò con questo [8

maggio 1521]. Da quel dí, e salvo pochissime eccezioni furono sempre

imperiali, austriaci i papi, abbandonarono quella causa nazionale

che avea fatti grandi come principi e come pontefici Gregorio VII,

Alessandro III, i due Innocenzi III e IV principalmente, e tanti altri

tra essi. E molti buoni papi furono d’allora in poi certamente; ma[1]

nessuno che sia potuto dirsi grande politico, nemmeno dagli scrittori

tutto ecclesiastici. E Leon X incominciò subito la impolitica guerra.

Riuniti gli eserciti pontificio e spagnuolo sotto Prospero Colonna e

il marchese di Pescara, entrarono addí 19 novembre in Milano, ove fu

posto duca Francesco Sforza ultimo figliuolo del Moro. Leon X n’udì

la nuova, e morí subitamente il I dicembre seguente 1521.--Mortogli

nel 1519 il nipote Lorenzo, avea riunito agli Stati della Chiesa il

ducato d’Urbino. Leone era l’ultimo o penultimo discendente legittimo

di Cosimo padre della patria; disputandosi se fosse legittimo o no il

figliuolo dell’antico Giuliano ucciso nella congiura de’ Pazzi, Giulio

or cardinale posto a governo di Firenze dopo la morte di Lorenzo, e

che fu in breve papa Clemente VII. Di Leone resterebbero a narrare e

disputare alcune crudeltà e perfidie contro a cardinali e signorotti.

Ad ogni modo, furon poche rispetto al tempo.

Della storia d'Italia dalle origini fino ai nostri giorni, sommario. v. 2 · 第 1 / 26 段