innanzi dal nostro uso di aspettar il fine di ogni grande etá per
accennar tutta insieme la coltura di essa; accenneremo via via da
sé quella d’ognuno dei periodi in cui subdividiamo questa ultima
etá. E ciò faremo, perché, appressandoci a’ tempi nostri, noi
pensiamo che sieno piú chiare, piú alla memoria dei leggitori le
suddivisioni, e possa cosí essere loro piú grato aver tutto compiuto,
politica e coltura, il cenno di ciascuna di esse.--Qui dunque in
questi sessantasette anni noi vedemmo peggiorar piú che mai la
politica italiana, sviata sì ne’ secoli scorsi dal sommo scopo
dell’indipendenza, ma sviata almeno a quello della libertá; mentre qui
all’incontro ella non ebbe piú scopo nessuno, e, salve poche eccezioni,
non fu piú politica nazionale, ma provinciale, la pessima di tutte per
qualunque nazione, la piú stolta per una, che ha tante comunanze di
schiatte e di lingua, tante solidarietà d’interessi e di bisogni. Ma
se si dicesse ciò solamente, ne rimarrebbe incompiutissima l’idea di
questo periodo, di politica pessima sì, ma di coltura la piú splendida
fra quante furon mai da Pericle a’ nostri dí. Del resto, noi spiegammo
giá siffatto contrasto: tutti gl’impulsi eran giá dati, tutti gli
uomini giá nati e piú o meno educati, quando incominciò questo periodo;
impulsi ed uomini non potevano cessare a un tratto; il fior maturato
al tempo piú sereno, doveva fruttificare a malgrado la tempesta. E
tanto piú, che mentre venivasi distruggendo ogni indipendenza e libertá
nazionale, rimase pure per qualche tempo molta libertá personale;
che chi era oppresso dagli uni trovava libertá, operosità presso ad
alcun altro, presso a quegli stessi stranieri, i quali (a ragione
allora, e relativamente a’ nostri avi) furon detti «barbari», ma che
pur ammiravano, promovevano e venivan prendendo le nostre colture.
E cosi in somma sorse quello che noi chiamammo giá «baccanale», ma
che qui diremo elegantissimo baccanale di coltura; un rimescolio di
scelleratezze e patimenti e solazzi, per cui l’intiera Italia del
Cinquecento si potrebbe paragonare alla lieta brigata novellante,
cantante ed amoreggiante in mezzo alla peste del Boccaccio; se non che
qui, oltre alla peste, eran pure le ripetute invasioni straniere, le
guerre, i saccheggi, le stragi, i tradimenti, le pugnalate e i veleni;
ed oltre ai canti e alle novelle, ogni genere di scritture e di stampe,
e pitture e sculture e architetture, ogni infamia, ogni eleganza, ogni
contrasto. Noi vecchi rammentiamo un tempo minore, ma simile, quello
dell’ultime invasioni francesi; simili i due in que’ contrasti, e
simili anche in ciò, che nell’uno e nell’altro tutte le colture erano
frutti, tutti gli uomini erano figli del secolo precedente. Così non
si assomiglino intieri i due secoli decimosesto e decimonono! cosí
non vengano scemando via via gli splendori del secondo, come siam per
veder del primo!--Se non che, la libertá nuovamente sorta in Italia,
e giá radicata in Piemonte, pare assicurarci oramai da quest’ultima
somiglianza. Il sole risorto della libertá non può non maturare nuovi
e migliori frutti di coltura.--E tornando a quelli del Cinquecento,
noi incominciamo dalle lettere, dalla storia o politica scritta,
vicina alla pratica, e dallo scrittor piú vicino, Machiavello. Fu in
gioventù tutto uomo di pratica, colto, non letterato. A’ ventinove
anni [1498?] ebbe carico di secondo segretario della repubblica
fiorentina ricostituita; e tennelo sotto il Soderini gonfaloniere fino
al ritorno de’ Medici, quattordici e piú anni in tutto; andando nel
frattempo a ventitré legazioni, al re di Francia, all’imperatore, al
papa, al duca Valentino, e ad altri di que’ perversissimi politici.
I dispacci (belli, brevi, semplicissimi del resto) che rimangon di
lui lo mostrano poco diverso da coloro; non è meraviglia, né grande
scandalo. Venuti i Medici, e cacciato esso dall’ufficio, accusato di
congiura, imprigionato, collato, e liberato per protezione di Leon X,
non sentì, o almeno non mostrò l’ira di Dante contro a’ persecutori,
diventò mediceo, pallesco; ed è pur caso volgare. Desiderò rientrar in
uffizio, servire il nemico del governo che aveva servito, il principato
dopo la repubblica; volgarissimo. Ma negletto, fece uno scritto, un
memoriale politico, che dedicò ai Medici e non pubblicò; e il libro è
quello del _Principe_ che ognuno sa, e dov’è accennato sì un grande
scopo colle famose parole di Giulio II, «liberar l’Italia da’ barbari»;
ma dove i mezzi son quelli de’ principi, de’ popoli, della politica
d’allora, astuzie, perfidie, violenze, vendette, crudeltà; e qui la
colpa diventa grave, immensa, e nella perversità e negli effetti;
nella perversità, la quale è sempre le mille volte maggiore in chi
scrive che in chi opera perversamente, perché non ha le scuse, gli
allettamenti della pratica; negli effetti, perché a pochi uomini,
grazie al cielo, è dato far mali durevoli nella pratica rinnovantesi da
sé, mentre durano generazioni e generazioni i mali fatti con un libro
immorale. Gran semplicità parmi poi quella disputa letteraria fatta
e rifatta: qual fosse l’intenzione dell’autore? Chiare dalle parole
di lui mi paion due: una personale e bassa, ingraziarsi co’ principi
distruttori della repubblica da lui servita; l’altra pubblica ed alta,
l’indipendenza; ma peggio che mai avvilita la prima, deturpata la
seconda dagli scellerati mezzi proposti. Perciocché allora, come prima,
come poi, come sempre, come ultimamente, l’indipendenza non poté,
non può, non potrà mai procacciarsi con questi mezzi; anzi nemmeno
con quelle destrezze, e doppiezze, ed abilità buie, e segretumi che
sono il meno male della politica di Machiavello. Non si rivendica
né si tiene in libertá una nazione colla furberia, vizio da servi o
tiranni. Le imprese d’indipendenza son quelle fra tutte che vogliono
piú unanimità; e questa, grazie al cielo, grazie a ciò che resta di
divino nella natura umana, non s’ottiene mai se non colla virtù franca,
chiara, pubblica, e quasi direi grossa, o sfacciata. E quindi (mi sia
tollerato il dirlo di questa, che pare a molti una delle somme glorie
nazionali) io non crederei che sia stato mai un libro cosí fatale
ad una nazione, come il _Principe_ all’Italia: ha guastate e guasta
le imprese d’indipendenza. V’ha un’impostura, un’ipocrisia delle
scelleratezze in molti che senz’essa sarebbon buoni; s’immaginano che
la politica non possa esser pratica senza essere scellerata, o almeno
buia; e costoro sono confermati in tal errore da quell’autorità e quel
codice. E tanto piú, che piú bello è lo scopo proposto in esso; tanto
piú, che Machiavello, disgustato de’ Medici, scrisse poscia molto meno
scelleratamente ne’ _Discorsi_, nelle _Storie_; e tanto piú, che in
tutte l’opere sue egli è poi lo scrittore, piú, o quasi solo semplice,
piano, naturale, lontano dal periodar pedante; il piú elegante,
in somma, e migliore di tutti gli antichi nostri prosatori, senza
paragone. Del resto, il gran politico ebbe pure disgrazia fino al fine.
Fu finalmente impiegato da’ Medici; ma poco prima di lor nuova caduta
del 1527. Ebbe fortuna in ciò, che non sopravisse se non pochi dí
[morto 22 giugno]; non ebbe tempo a mutar una o due altre volte colla
fortuna. Fece un bene vero, ma non durevole; predicò, promosse, ordinò
armi proprie nella imbelle sua città, e scrissene il libro _Della
guerra_. Una vita di Machiavello, fatta virilmente, senza la trista
e solita preoccupazione di difender ogni cosa, ogni uomo italiano,
sarebbe una delle opere piú utili da farsi ora, per la formazione della
politica patria presente ed avvenire.--Francesco Guicciardini [nato
1482] barcheggiò egli pure, servendo prima la repubblica fiorentina
al tempo del Soderini, e poi i Medici a cui rimase fedele. Certo che
questa era la parte men generosa; pur meno male, poteva credere fosse
oramai la sola possibile a Firenze. Ma fu bruttissimo il suo servire,
e con zelo, e contro a’ fuorusciti, il tiranno Alessandro. Alla morte
di costui, Guicciardini fu principale nel dar il potere al duca Cosimo,
giovanetto ch’ei credea governare; ma nol governò; e fu deluso cosí,
anche questo politico provetto. Il fatto sta, che fin d’allora sarebbe
stata piú facile sempre, e piú utile sovente, quella rettitudine
la quale si vien facendo sola possibile in questa nostra civiltà e
pubblicità universale. Ad ogni modo, Guicciardini si ritrasse in villa,
e scrisse in un anno o poco piú quella storia de’ tempi suoi, che ha
nome di prima fra le italiane; che per gravità, acutezza, informazioni
e libertá merita senza dubbio gran lode; e che può biasimarsi sì come
mancante di politica virtù, e indifferente tra il male e il bene, ma
che non cade almeno nello sfacciato lodare e proporre il male, di
Machiavello. Parmi bensì molto inferiore nello stile, in tutto il modo
di scrivere, lungo, intralciato, latinizzante; se non che, essendo
morto l’autore in questo lavoro [27 maggio 1540], ciò che n’abbiamo non
è se non l’abbozzo di ciò a che egli l’avrebbe ridotto, se avesse avuto
tempo ad esser breve e limpido; ondeché è meno a biasimare lui, che non
quegli imitatori, i quali imitano qui, non solamente, come al solito,
i difetti del loro autore, ma quelli di un rozzo abbozzo di lui.--Non
abbiam luogo a dir degli altri storici fiorentini. Nardi [1476-1540],
Nerli [1485-1556], Segni [-1558], Varchi [1502-1565], men famosi forse,
men grandi che i due detti, ma piú virtuosi, piú generosi, il Varchi
sopra tutti.--Il Davanzati [1529-1586], piú giovane di tutti questi,
cadde in un’affettazione contraria a quella del Guicciardini e di altri
cinquecentisti. Traduttor di Tacito, volle essere piú breve di lui,
che è impossibile senza farsi oscuro. E cadde in quella fiorentineria
giá affettata da altri, ma meno male perché almeno in cose facete. E
l’una e l’altra affettazione accennavano giá quella brama di novitá,
che, quando viene al fine di un gran secolo, suol produrre corruzione;
erano preludi al seicentismo. Borghini si volgeva intanto alla storia
antica, erudita; come si suole in tempi di servitù, di censure.
Tutti questi nella sola e ferace Firenze.--E di storia e politica
scrivevano intanto nell’altre parti d’Italia, Bembo [1470-1547], Paolo
Giovio [1483-1552]. Giambullari [1495-1564], Costanzo [1507-1591],
Adriani [1513-1579], Foglietta [1518-1581], Sigonio [1520-1584],
Bonfadio [m. 1550], Ammirato [1531-1601], oltre parecchi altri minori.
Grandi ricchezze storiche, come si vede, e che superano di gran lunga
quanto si scriveva allora fuor d’Italia; come gli storici stranieri
piú liberi e piú misti a pratica superano ora noi, pur troppo.
S’aggiunsero le storie pittoriche e gli altri scritti degli artisti,
genere quasi esclusivamente nostro. Benvenuto Cellini [1500-1570] e
Vasari [1512-1574] sono noti a tutti; piacevolissimo il primo, ma
rozzo e partecipe de’ vizi dell’etá sua; scrittore semplice e sciolto
il secondo, e tutto inteso a ciò che narra e tratta, senza pretese né
imitazioni pedanti (salvo in alcuni proemi che non son di lui); ondeché
gli scritti suoi rimangono de’ piú eleganti di nostra lingua. E insieme
con quelli di Leonardo da Vinci, sono poi un vero tesoro di tradizioni
artistiche di quel secolo aureo dell’arti.
10. Continua.--Né furono meno numerosi o meno splendidi i poeti. Primo
senza contrasto Ludovico Ariosto [1474-1533], un vero incantatore,
che toglieva sé e toglie noi al tristo mondo reale per portarci in
uno imaginario e tutto ridente; precursore di Walter Scott per le
eleganze, di Cervantes, Molière e La Fontaine per quel celiar semplice,
non amaro, quel celiar per celiare, che essi quattro intesero sopra
ogni altro di qualunque tempo o paese. Né gli mancò il ridere utile,
correttor di vizi; scrisse comedie e satire; ma fu minore in queste; la
sua natura era indulgente, od anche indifferente. Non accrebbe, è vero,
come Dante, il tesoro de’ pensieri nazionali; ma oltre all’utilità
letteraria, una morale e politica è forse nelle eleganze che salvano
da bassezza, dalla quale le nostre lettere, e massime le facete, non
si salvarono sovente. Ad ogni modo, sommo in suo genere, sovrasta
alla severità della critica.--E gran celiatore, ma quanto minore! fu
il Berni [-1536]. E minori gli altri poeti (prosatori pure), Rucellai
[1449-1514], Sannazzaro [1458-1530], Bibbiena [1470-1520], Trissino
[1478-1550], Guidiccioni [1480-1541], Molza [1489-1544], Bernardo Tasso
[1493-1569], Alamanni [1495-1556], Della Casa [1503-1556], Annibal
Caro [1507-1556], oltre quasi tutti quegli altri che nominammo tra’
prosatori, ed altri che non nominiamo di niuna maniera. I quali tutti
insieme poetando o rimando in tutto questo tempo, empierono poi que’
_Canzonieri_ o _Parnasi_ o _Raccolte_, che paiono a molti una delle
glorie italiane, perché essi soli sanno almeno divertire. Pare ad altri
all’incontro che la poesia non ammetta mediocrità; e che l’inutilità
non sia scusabile se non nei sommi. Come donna, e cantante un amor
vero e virtuoso, sovrasta forse Vittoria Colonna, moglie del traditore
marchese di Pescara [1490-1547]. E sovrasta per infamia Pietro Aretino
[1492-1572], prosatore e rimator mediocrissimo, anzi cattivo, e per le
cose scritte e per il modo di scriverle, empio, lubrico, piaggiatore e
infamatore insieme, che si fece un’entrata, una potenza col vendere or
il silenzio, or le adulazioni. È vergogna del secolo che lo sofferse,
lodò e pagò e chiamò «divino».--Del resto, avendo detto della storia e
della poesia e cosí dei due generi di letteratura in che questo tempo
fu grande, non ci rimane spazio a dir di quelli in che fu solamente
abbondante. Se ci mettessimo a nominar gli oratori piú o meno retori,
perché non aveano a discutere interessi reali dinanzi a un’opinione
pubblica potente; i latinisti, meravigliosi se si voglia per li centoni
che fecero delle frasi antiche, ma appunto perciò piú o men retori
essi ancora; i grammatici di lingua italiana, piú utili senza dubbio,
ma timidi ed incerti perché nostra lingua mancò sempre d’un centro
d’uso, e poco logici perché poco logico era stato il secolo delle
origini, e meno logico era questo; i novellatori, piú o meno imitatori
e sconci, come i modelli e il secolo; i moralisti, come il secolo
leggeri, attendenti a convenienze e cortigianerie piú che a principi
sodi, ed anche meno ai virili e meno ai severi; e gli scrittori che
trattarono di filosofia piú letterariamente che scientificamente,
e si scostarono da Aristotele per cadere in Platone, ma meno nel
Platone vero interprete degli immortali dettami di Socrate, che in
un platonismo spurio e intempestivo; se, dico, noi nominassimo tutti
coloro che gli esageratori de’ nostri primati ci dan come grandi, noi
avremmo a rifare parecchie nomenclature molto piú lunghe che non
le fatte. Ma il vero è, che qui, piú che altrove, è a distinguere
tra le grandezze relative e le positive. Che le lettere nostre del
Cinquecento sieno state di gran lunga superiori a quelle contemporanee
e straniere, è indubitabile; ma che elle rimangano superiori od anche
eguali alle straniere piú moderne, e che perciò elle debbano imitarsi
ora di preferenza o per la loro eccellenza o per dover nostro di
nazionalità, ciò non è vero e non può essere; perché non può essere
che i secoli progrediti non abbiano prodotte letterature migliori e
piu imitabili, che i secoli piú addietro; perché il nostro primato di
tempo esclude appunto il primato di eccellenza; e perché poi, quanto
a nazionalità ella non consiste nel non ammirar né imitar se non le
cose giá nazionali, ma anzi a far nazionali quelle buone che non sono.
Se Alfieri e Manzoni avessero cosí inteso il dovere di nazionalità,
essi non avrebbero aggiunto la tragedia e il romanzo ai tesori vecchi
delle lettere italiane.--Né in filosofia materiale si progredì guari
allora in Italia. Questo è il tempo di Copernico polacco [1473-1543];
e dicesi che la teoria di lui non fosse anche prima di lui sconosciuta
in Italia; ma il fatto sta che gli astronomi d’Italia furono allora
poco piú che astrologi, e son famosi quelli di tutti i principotti
italiani e di Caterina Medici ed altri, che infettaron l’Europa di lor
ciurmerie. Ed anche costoro vi ci diedero e lasciarono cattivo nome.
La medicina fu forse delle scienze naturali quella che fece piú veri
progressi. Eustachio Rudio [prima del 1587], il Colombo [-1577] e il
Cesalpini [1519-1603] ed altri, insegnarono piú o meno fin d’allora in
Italia la circolazione del sangue. Harvey, inglese, la dimostrò piu
ampiamente, e divolgò poi [1619], e cosí n’ha gloria. Dicono i nostri:
ingiustamente. Ma io non entrerei in siffatte dispute, quand’anche
n’avessi luogo. Quasi tutte le grandi invenzioni furono fatte a poco a
poco, cioè da parecchi in parecchi tempi e luoghi: ondeché la storia
sincera di ciascuna può bensì riuscir piacevole ed utile elucubrazione
a meglio intendere lo spirito umano, ed istradarlo ad invenzioni
ulteriori; ma appunto non può forse esser fatta tale storia sincera,
se non ismettendo le pretese personali, municipali e nazionali. Le
quali poi chi rialza per farne una gloria, mi sembra farsi per lo
piú una grande illusione. Le glorie disputabili non sogliono essere
vere glorie; le due parole implicano contraddizione; le certe sole
rimangon vere e grandi.--Certe poi sono quelle dei viaggiatori italiani
che seguirono Colombo. Amerigo Vespucci fiorentino [1441-1512 o 1516]
toccò forse al continente americano prima che Colombo; e sia per ciò,
sia perché fece primo alcune mappe delle nuove terre scoperte, ebbe
l’immeritato e vano onore di dar loro il nome. Intanto Giovanni Cabotto
veneziano e suo figliuolo Sebastiano [nato a Bristol 1467] scoprirono
per Inghilterra, e Giovanni Verrazzani fiorentino per Francia,
l’America settentrionale. Ma questi furono gli ultimi grandi scopritori
e navigatori italiani. La gloria di compiere le scoperte passò d’allora
in poi agli stranieri; e cosí ne passò ad essi tutto l’utile. Delle
terre date alla civiltà da Colombo, Amerigo, due Cabotti e Verrazzani,
non un palmo rimase all’Italia, non una colonia, non un commercio.
Questo è forse il segno piú evidente della decadenza italiana,
dell’esser passata a un tratto in ozio l’antica operosità di lei. Non
basta dire, le scoperte d’America e del Capo, togliendo il commercio al
Mediterraneo, lo tolsero all’Italia; bisogna dire, tolto il commercio
al Mediterraneo, Italia oziosa non seppe seguirlo nelle nuove vie; e
bisogna aggiungere, quand’anche il commercio riprendesse la via antica
del Mediterraneo, questo commercio, queste vie, questo Mediterraneo non
saranno per nulla dell’Italia, se ella rimane, com’è, oziosa o poco
operosa, meno operosa in somma che le nazioni contemporanee. Il mondo è
di chi sel prende; cioè degli operosi, cioè di chi opera per sé, cioè
degli indipendenti.