9. Colture di questo periodo [1492-1539].--Noi ci scarterem quinci

innanzi dal nostro uso di aspettar il fine di ogni grande etá per

accennar tutta insieme la coltura di essa; accenneremo via via da

sé quella d’ognuno dei periodi in cui subdividiamo questa ultima

etá. E ciò faremo, perché, appressandoci a’ tempi nostri, noi

pensiamo che sieno piú chiare, piú alla memoria dei leggitori le

suddivisioni, e possa cosí essere loro piú grato aver tutto compiuto,

politica e coltura, il cenno di ciascuna di esse.--Qui dunque in

questi sessantasette anni noi vedemmo peggiorar piú che mai la

politica italiana, sviata sì ne’ secoli scorsi dal sommo scopo

dell’indipendenza, ma sviata almeno a quello della libertá; mentre qui

all’incontro ella non ebbe piú scopo nessuno, e, salve poche eccezioni,

non fu piú politica nazionale, ma provinciale, la pessima di tutte per

qualunque nazione, la piú stolta per una, che ha tante comunanze di

schiatte e di lingua, tante solidarietà d’interessi e di bisogni. Ma

se si dicesse ciò solamente, ne rimarrebbe incompiutissima l’idea di

questo periodo, di politica pessima sì, ma di coltura la piú splendida

fra quante furon mai da Pericle a’ nostri dí. Del resto, noi spiegammo

giá siffatto contrasto: tutti gl’impulsi eran giá dati, tutti gli

uomini giá nati e piú o meno educati, quando incominciò questo periodo;

impulsi ed uomini non potevano cessare a un tratto; il fior maturato

al tempo piú sereno, doveva fruttificare a malgrado la tempesta. E

tanto piú, che mentre venivasi distruggendo ogni indipendenza e libertá

nazionale, rimase pure per qualche tempo molta libertá personale;

che chi era oppresso dagli uni trovava libertá, operosità presso ad

alcun altro, presso a quegli stessi stranieri, i quali (a ragione

allora, e relativamente a’ nostri avi) furon detti «barbari», ma che

pur ammiravano, promovevano e venivan prendendo le nostre colture.

E cosi in somma sorse quello che noi chiamammo giá «baccanale», ma

che qui diremo elegantissimo baccanale di coltura; un rimescolio di

scelleratezze e patimenti e solazzi, per cui l’intiera Italia del

Cinquecento si potrebbe paragonare alla lieta brigata novellante,

cantante ed amoreggiante in mezzo alla peste del Boccaccio; se non che

qui, oltre alla peste, eran pure le ripetute invasioni straniere, le

guerre, i saccheggi, le stragi, i tradimenti, le pugnalate e i veleni;

ed oltre ai canti e alle novelle, ogni genere di scritture e di stampe,

e pitture e sculture e architetture, ogni infamia, ogni eleganza, ogni

contrasto. Noi vecchi rammentiamo un tempo minore, ma simile, quello

dell’ultime invasioni francesi; simili i due in que’ contrasti, e

simili anche in ciò, che nell’uno e nell’altro tutte le colture erano

frutti, tutti gli uomini erano figli del secolo precedente. Così non

si assomiglino intieri i due secoli decimosesto e decimonono! cosí

non vengano scemando via via gli splendori del secondo, come siam per

veder del primo!--Se non che, la libertá nuovamente sorta in Italia,

e giá radicata in Piemonte, pare assicurarci oramai da quest’ultima

somiglianza. Il sole risorto della libertá non può non maturare nuovi

e migliori frutti di coltura.--E tornando a quelli del Cinquecento,

noi incominciamo dalle lettere, dalla storia o politica scritta,

vicina alla pratica, e dallo scrittor piú vicino, Machiavello. Fu in

gioventù tutto uomo di pratica, colto, non letterato. A’ ventinove

anni [1498?] ebbe carico di secondo segretario della repubblica

fiorentina ricostituita; e tennelo sotto il Soderini gonfaloniere fino

al ritorno de’ Medici, quattordici e piú anni in tutto; andando nel

frattempo a ventitré legazioni, al re di Francia, all’imperatore, al

papa, al duca Valentino, e ad altri di que’ perversissimi politici.

I dispacci (belli, brevi, semplicissimi del resto) che rimangon di

lui lo mostrano poco diverso da coloro; non è meraviglia, né grande

scandalo. Venuti i Medici, e cacciato esso dall’ufficio, accusato di

congiura, imprigionato, collato, e liberato per protezione di Leon X,

non sentì, o almeno non mostrò l’ira di Dante contro a’ persecutori,

diventò mediceo, pallesco; ed è pur caso volgare. Desiderò rientrar in

uffizio, servire il nemico del governo che aveva servito, il principato

dopo la repubblica; volgarissimo. Ma negletto, fece uno scritto, un

memoriale politico, che dedicò ai Medici e non pubblicò; e il libro è

quello del _Principe_ che ognuno sa, e dov’è accennato sì un grande

scopo colle famose parole di Giulio II, «liberar l’Italia da’ barbari»;

ma dove i mezzi son quelli de’ principi, de’ popoli, della politica

d’allora, astuzie, perfidie, violenze, vendette, crudeltà; e qui la

colpa diventa grave, immensa, e nella perversità e negli effetti;

nella perversità, la quale è sempre le mille volte maggiore in chi

scrive che in chi opera perversamente, perché non ha le scuse, gli

allettamenti della pratica; negli effetti, perché a pochi uomini,

grazie al cielo, è dato far mali durevoli nella pratica rinnovantesi da

sé, mentre durano generazioni e generazioni i mali fatti con un libro

immorale. Gran semplicità parmi poi quella disputa letteraria fatta

e rifatta: qual fosse l’intenzione dell’autore? Chiare dalle parole

di lui mi paion due: una personale e bassa, ingraziarsi co’ principi

distruttori della repubblica da lui servita; l’altra pubblica ed alta,

l’indipendenza; ma peggio che mai avvilita la prima, deturpata la

seconda dagli scellerati mezzi proposti. Perciocché allora, come prima,

come poi, come sempre, come ultimamente, l’indipendenza non poté,

non può, non potrà mai procacciarsi con questi mezzi; anzi nemmeno

con quelle destrezze, e doppiezze, ed abilità buie, e segretumi che

sono il meno male della politica di Machiavello. Non si rivendica

né si tiene in libertá una nazione colla furberia, vizio da servi o

tiranni. Le imprese d’indipendenza son quelle fra tutte che vogliono

piú unanimità; e questa, grazie al cielo, grazie a ciò che resta di

divino nella natura umana, non s’ottiene mai se non colla virtù franca,

chiara, pubblica, e quasi direi grossa, o sfacciata. E quindi (mi sia

tollerato il dirlo di questa, che pare a molti una delle somme glorie

nazionali) io non crederei che sia stato mai un libro cosí fatale

ad una nazione, come il _Principe_ all’Italia: ha guastate e guasta

le imprese d’indipendenza. V’ha un’impostura, un’ipocrisia delle

scelleratezze in molti che senz’essa sarebbon buoni; s’immaginano che

la politica non possa esser pratica senza essere scellerata, o almeno

buia; e costoro sono confermati in tal errore da quell’autorità e quel

codice. E tanto piú, che piú bello è lo scopo proposto in esso; tanto

piú, che Machiavello, disgustato de’ Medici, scrisse poscia molto meno

scelleratamente ne’ _Discorsi_, nelle _Storie_; e tanto piú, che in

tutte l’opere sue egli è poi lo scrittore, piú, o quasi solo semplice,

piano, naturale, lontano dal periodar pedante; il piú elegante,

in somma, e migliore di tutti gli antichi nostri prosatori, senza

paragone. Del resto, il gran politico ebbe pure disgrazia fino al fine.

Fu finalmente impiegato da’ Medici; ma poco prima di lor nuova caduta

del 1527. Ebbe fortuna in ciò, che non sopravisse se non pochi dí

[morto 22 giugno]; non ebbe tempo a mutar una o due altre volte colla

fortuna. Fece un bene vero, ma non durevole; predicò, promosse, ordinò

armi proprie nella imbelle sua città, e scrissene il libro _Della

guerra_. Una vita di Machiavello, fatta virilmente, senza la trista

e solita preoccupazione di difender ogni cosa, ogni uomo italiano,

sarebbe una delle opere piú utili da farsi ora, per la formazione della

politica patria presente ed avvenire.--Francesco Guicciardini [nato

1482] barcheggiò egli pure, servendo prima la repubblica fiorentina

al tempo del Soderini, e poi i Medici a cui rimase fedele. Certo che

questa era la parte men generosa; pur meno male, poteva credere fosse

oramai la sola possibile a Firenze. Ma fu bruttissimo il suo servire,

e con zelo, e contro a’ fuorusciti, il tiranno Alessandro. Alla morte

di costui, Guicciardini fu principale nel dar il potere al duca Cosimo,

giovanetto ch’ei credea governare; ma nol governò; e fu deluso cosí,

anche questo politico provetto. Il fatto sta, che fin d’allora sarebbe

stata piú facile sempre, e piú utile sovente, quella rettitudine

la quale si vien facendo sola possibile in questa nostra civiltà e

pubblicità universale. Ad ogni modo, Guicciardini si ritrasse in villa,

e scrisse in un anno o poco piú quella storia de’ tempi suoi, che ha

nome di prima fra le italiane; che per gravità, acutezza, informazioni

e libertá merita senza dubbio gran lode; e che può biasimarsi sì come

mancante di politica virtù, e indifferente tra il male e il bene, ma

che non cade almeno nello sfacciato lodare e proporre il male, di

Machiavello. Parmi bensì molto inferiore nello stile, in tutto il modo

di scrivere, lungo, intralciato, latinizzante; se non che, essendo

morto l’autore in questo lavoro [27 maggio 1540], ciò che n’abbiamo non

è se non l’abbozzo di ciò a che egli l’avrebbe ridotto, se avesse avuto

tempo ad esser breve e limpido; ondeché è meno a biasimare lui, che non

quegli imitatori, i quali imitano qui, non solamente, come al solito,

i difetti del loro autore, ma quelli di un rozzo abbozzo di lui.--Non

abbiam luogo a dir degli altri storici fiorentini. Nardi [1476-1540],

Nerli [1485-1556], Segni [-1558], Varchi [1502-1565], men famosi forse,

men grandi che i due detti, ma piú virtuosi, piú generosi, il Varchi

sopra tutti.--Il Davanzati [1529-1586], piú giovane di tutti questi,

cadde in un’affettazione contraria a quella del Guicciardini e di altri

cinquecentisti. Traduttor di Tacito, volle essere piú breve di lui,

che è impossibile senza farsi oscuro. E cadde in quella fiorentineria

giá affettata da altri, ma meno male perché almeno in cose facete. E

l’una e l’altra affettazione accennavano giá quella brama di novitá,

che, quando viene al fine di un gran secolo, suol produrre corruzione;

erano preludi al seicentismo. Borghini si volgeva intanto alla storia

antica, erudita; come si suole in tempi di servitù, di censure.

Tutti questi nella sola e ferace Firenze.--E di storia e politica

scrivevano intanto nell’altre parti d’Italia, Bembo [1470-1547], Paolo

Giovio [1483-1552]. Giambullari [1495-1564], Costanzo [1507-1591],

Adriani [1513-1579], Foglietta [1518-1581], Sigonio [1520-1584],

Bonfadio [m. 1550], Ammirato [1531-1601], oltre parecchi altri minori.

Grandi ricchezze storiche, come si vede, e che superano di gran lunga

quanto si scriveva allora fuor d’Italia; come gli storici stranieri

piú liberi e piú misti a pratica superano ora noi, pur troppo.

S’aggiunsero le storie pittoriche e gli altri scritti degli artisti,

genere quasi esclusivamente nostro. Benvenuto Cellini [1500-1570] e

Vasari [1512-1574] sono noti a tutti; piacevolissimo il primo, ma

rozzo e partecipe de’ vizi dell’etá sua; scrittore semplice e sciolto

il secondo, e tutto inteso a ciò che narra e tratta, senza pretese né

imitazioni pedanti (salvo in alcuni proemi che non son di lui); ondeché

gli scritti suoi rimangono de’ piú eleganti di nostra lingua. E insieme

con quelli di Leonardo da Vinci, sono poi un vero tesoro di tradizioni

artistiche di quel secolo aureo dell’arti.

10. Continua.--Né furono meno numerosi o meno splendidi i poeti. Primo

senza contrasto Ludovico Ariosto [1474-1533], un vero incantatore,

che toglieva sé e toglie noi al tristo mondo reale per portarci in

uno imaginario e tutto ridente; precursore di Walter Scott per le

eleganze, di Cervantes, Molière e La Fontaine per quel celiar semplice,

non amaro, quel celiar per celiare, che essi quattro intesero sopra

ogni altro di qualunque tempo o paese. Né gli mancò il ridere utile,

correttor di vizi; scrisse comedie e satire; ma fu minore in queste; la

sua natura era indulgente, od anche indifferente. Non accrebbe, è vero,

come Dante, il tesoro de’ pensieri nazionali; ma oltre all’utilità

letteraria, una morale e politica è forse nelle eleganze che salvano

da bassezza, dalla quale le nostre lettere, e massime le facete, non

si salvarono sovente. Ad ogni modo, sommo in suo genere, sovrasta

alla severità della critica.--E gran celiatore, ma quanto minore! fu

il Berni [-1536]. E minori gli altri poeti (prosatori pure), Rucellai

[1449-1514], Sannazzaro [1458-1530], Bibbiena [1470-1520], Trissino

[1478-1550], Guidiccioni [1480-1541], Molza [1489-1544], Bernardo Tasso

[1493-1569], Alamanni [1495-1556], Della Casa [1503-1556], Annibal

Caro [1507-1556], oltre quasi tutti quegli altri che nominammo tra’

prosatori, ed altri che non nominiamo di niuna maniera. I quali tutti

insieme poetando o rimando in tutto questo tempo, empierono poi que’

_Canzonieri_ o _Parnasi_ o _Raccolte_, che paiono a molti una delle

glorie italiane, perché essi soli sanno almeno divertire. Pare ad altri

all’incontro che la poesia non ammetta mediocrità; e che l’inutilità

non sia scusabile se non nei sommi. Come donna, e cantante un amor

vero e virtuoso, sovrasta forse Vittoria Colonna, moglie del traditore

marchese di Pescara [1490-1547]. E sovrasta per infamia Pietro Aretino

[1492-1572], prosatore e rimator mediocrissimo, anzi cattivo, e per le

cose scritte e per il modo di scriverle, empio, lubrico, piaggiatore e

infamatore insieme, che si fece un’entrata, una potenza col vendere or

il silenzio, or le adulazioni. È vergogna del secolo che lo sofferse,

lodò e pagò e chiamò «divino».--Del resto, avendo detto della storia e

della poesia e cosí dei due generi di letteratura in che questo tempo

fu grande, non ci rimane spazio a dir di quelli in che fu solamente

abbondante. Se ci mettessimo a nominar gli oratori piú o meno retori,

perché non aveano a discutere interessi reali dinanzi a un’opinione

pubblica potente; i latinisti, meravigliosi se si voglia per li centoni

che fecero delle frasi antiche, ma appunto perciò piú o men retori

essi ancora; i grammatici di lingua italiana, piú utili senza dubbio,

ma timidi ed incerti perché nostra lingua mancò sempre d’un centro

d’uso, e poco logici perché poco logico era stato il secolo delle

origini, e meno logico era questo; i novellatori, piú o meno imitatori

e sconci, come i modelli e il secolo; i moralisti, come il secolo

leggeri, attendenti a convenienze e cortigianerie piú che a principi

sodi, ed anche meno ai virili e meno ai severi; e gli scrittori che

trattarono di filosofia piú letterariamente che scientificamente,

e si scostarono da Aristotele per cadere in Platone, ma meno nel

Platone vero interprete degli immortali dettami di Socrate, che in

un platonismo spurio e intempestivo; se, dico, noi nominassimo tutti

coloro che gli esageratori de’ nostri primati ci dan come grandi, noi

avremmo a rifare parecchie nomenclature molto piú lunghe che non

le fatte. Ma il vero è, che qui, piú che altrove, è a distinguere

tra le grandezze relative e le positive. Che le lettere nostre del

Cinquecento sieno state di gran lunga superiori a quelle contemporanee

e straniere, è indubitabile; ma che elle rimangano superiori od anche

eguali alle straniere piú moderne, e che perciò elle debbano imitarsi

ora di preferenza o per la loro eccellenza o per dover nostro di

nazionalità, ciò non è vero e non può essere; perché non può essere

che i secoli progrediti non abbiano prodotte letterature migliori e

piu imitabili, che i secoli piú addietro; perché il nostro primato di

tempo esclude appunto il primato di eccellenza; e perché poi, quanto

a nazionalità ella non consiste nel non ammirar né imitar se non le

cose giá nazionali, ma anzi a far nazionali quelle buone che non sono.

Se Alfieri e Manzoni avessero cosí inteso il dovere di nazionalità,

essi non avrebbero aggiunto la tragedia e il romanzo ai tesori vecchi

delle lettere italiane.--Né in filosofia materiale si progredì guari

allora in Italia. Questo è il tempo di Copernico polacco [1473-1543];

e dicesi che la teoria di lui non fosse anche prima di lui sconosciuta

in Italia; ma il fatto sta che gli astronomi d’Italia furono allora

poco piú che astrologi, e son famosi quelli di tutti i principotti

italiani e di Caterina Medici ed altri, che infettaron l’Europa di lor

ciurmerie. Ed anche costoro vi ci diedero e lasciarono cattivo nome.

La medicina fu forse delle scienze naturali quella che fece piú veri

progressi. Eustachio Rudio [prima del 1587], il Colombo [-1577] e il

Cesalpini [1519-1603] ed altri, insegnarono piú o meno fin d’allora in

Italia la circolazione del sangue. Harvey, inglese, la dimostrò piu

ampiamente, e divolgò poi [1619], e cosí n’ha gloria. Dicono i nostri:

ingiustamente. Ma io non entrerei in siffatte dispute, quand’anche

n’avessi luogo. Quasi tutte le grandi invenzioni furono fatte a poco a

poco, cioè da parecchi in parecchi tempi e luoghi: ondeché la storia

sincera di ciascuna può bensì riuscir piacevole ed utile elucubrazione

a meglio intendere lo spirito umano, ed istradarlo ad invenzioni

ulteriori; ma appunto non può forse esser fatta tale storia sincera,

se non ismettendo le pretese personali, municipali e nazionali. Le

quali poi chi rialza per farne una gloria, mi sembra farsi per lo

piú una grande illusione. Le glorie disputabili non sogliono essere

vere glorie; le due parole implicano contraddizione; le certe sole

rimangon vere e grandi.--Certe poi sono quelle dei viaggiatori italiani

che seguirono Colombo. Amerigo Vespucci fiorentino [1441-1512 o 1516]

toccò forse al continente americano prima che Colombo; e sia per ciò,

sia perché fece primo alcune mappe delle nuove terre scoperte, ebbe

l’immeritato e vano onore di dar loro il nome. Intanto Giovanni Cabotto

veneziano e suo figliuolo Sebastiano [nato a Bristol 1467] scoprirono

per Inghilterra, e Giovanni Verrazzani fiorentino per Francia,

l’America settentrionale. Ma questi furono gli ultimi grandi scopritori

e navigatori italiani. La gloria di compiere le scoperte passò d’allora

in poi agli stranieri; e cosí ne passò ad essi tutto l’utile. Delle

terre date alla civiltà da Colombo, Amerigo, due Cabotti e Verrazzani,

non un palmo rimase all’Italia, non una colonia, non un commercio.

Questo è forse il segno piú evidente della decadenza italiana,

dell’esser passata a un tratto in ozio l’antica operosità di lei. Non

basta dire, le scoperte d’America e del Capo, togliendo il commercio al

Mediterraneo, lo tolsero all’Italia; bisogna dire, tolto il commercio

al Mediterraneo, Italia oziosa non seppe seguirlo nelle nuove vie; e

bisogna aggiungere, quand’anche il commercio riprendesse la via antica

del Mediterraneo, questo commercio, queste vie, questo Mediterraneo non

saranno per nulla dell’Italia, se ella rimane, com’è, oziosa o poco

operosa, meno operosa in somma che le nazioni contemporanee. Il mondo è

di chi sel prende; cioè degli operosi, cioè di chi opera per sé, cioè

degli indipendenti.

Della storia d'Italia dalle origini fino ai nostri giorni, sommario. v. 2 · 第 3 / 26 段