[555] Nella tav. fotogr. n. 1337.

[556] FEA, loc. cit. p. 3, segg.

[557] Cf. Part. I, c. III. Altri archeologi, fra i quali il ch. Huelsen

(_Inscript. Urb. Romae, Part. quartae fasc. post. add._, pag. 32214,

n. 32089), basandosi sul passo di Vopisco, _in Probo_, da noi già

riportato, sostengono (contro il Lanciani) che nell’Anfiteatro Flavio

vi furono _portae posticae_. Sotto un aspetto hanno ragione i primi,

sotto l’altro il Lanciani; e a me sembra che la mia opinione concilii

le due opposte sentenze. Le porte dei _postica_, v’erano certamente:

le _portae posticae_, nel senso di _portae posterulae_, no; tanto per

la ragione addotta dal ch. Lanciani, quanto, perchè (come ho già fatto

notare) non si possono chiamare _posticae_ (_posterulae_) quelle porte

che sono davanti.

Nella sezione dell’Anfiteatro Flavio pubblicata da varî archeologi

e riprodotta nell’anno 1899 dal Dr. Heinrich Babucke (_Geschichte

des Kolosseums_, Königsberg. Ostpr.), si vede disegnata (nel muro

del podio) una porta coll’indicazione: _Portae posticae_. È una loro

supposizione. Che cosa vi fosse sotto il ripiano del podio, già lo

dicemmo a pag. 63.

[558] Dal LANCIANI, «Bull. comm.» loc. cit., p. 229. Quando scriveva il

Lanciani il frammento _c_ era inedito, ma nell’anno 1902 questo e tutti

i frammenti inediti furono pubblicati dall’HUELSEN, C. I. L. pars. 4,

_Additamenta_, pag. 3203.

[559] PIGHIO, _cod. Berl._ 121. _Nel Coliseo_, LIGORIO; _cod. Nap._ I,

34, p. 156; L. I. L. VI, 1716; ADDIT., n. 32094

[560] FEA, _Fasti_, LXV; C. I. L. VI, 1716 c, 1115.

[561] FEA, _Fasti_, XLV; C. I. L. VI, 1716 _b_.

[562] C. I. L., v. 2, VC; v. 5 ABO: v. 6 MO: [Illustrazione: foglia]

v. 9 RE.

[563] MARINI, _Difesa_, 157; cf. il FEA: _Ammonizioni_, 31; il DE

ROSSI, _Ann. Inst._, 1849, 340 etc.

[564] Loc. cit., p. 44, n. XLV.

[565] Lib. I, c. V.

[566] Il ch. GRISAR (_Roma alla fine del mondo antico_, Roma 1908, pag.

466) scrive: Nell’anno 508 Teoderico fa riparare il Colosseo, che da un

terremoto aveva patito dei guasti».

[567] Cf. la _Silloge mariniana_, n. 149 e seg.

[568] _Lib. Pont._ edit. DUCHESNE, _in Vitaliano_, p. 343.

[569] «Quella testa di bronzo, d’Augusto, e la gran mano che tiene la

palla, mi fu detto essersi trovata avanti il Colosseo appresso la Mòta

Sudante». VACCA, _Memorie_ n. 71.

[570] Si conserva nel Campidoglio. Nel 1440, per testimonianza di

Biondo da Forlì, trovavasi nel Laterano.

[571] _Descriz. topog. delle antichità di Roma_, part. I, c. 1, p. 45.

[572] DUCHESNE, _Lib. Pont._ tom. I, _in vita Stephani_ III, nota 23,

p. 482: «_Colosseo_ — La primière mention du Colisée sous ce nom, si

toutefois, le biographe a voulu parler de l’amphithéâtre, lui-même et

non pas du colosse voisin, d’où il tire son nom. L’ouvrage de Bèda,

d’où l’on cite (NIBBY, _Roma antica_ part. I, p. 410) une prophétie sur

la durée du Colisée, de Rome et du monde, est manifestement apocryphe:

_Quandiu stat Colisaeus, stat et Roma; Quando cadet Colisaeus, cadet et

Roma: Quando cadet Roma, cadet et mundus_, (MIGNE, P. L. tom. XCIV, p.

543)».

[573] URLICHS, _Codex Urbis Romae, topog._ p 74.

[574] _In vita Steph._, III, Edit. DUCHESNE, p. 472.

[575] Cf. JORDAN, _Topogr._ 2, p. 510.

[576] Cf. PARISOTTI, _Del culto d’Iside e Serapide in Roma_, Tip. Vat.

1888; CORVISIERI, ap. «Il Buonarroti» serie II, vol. V, Marzo 1870, p.

68 e segg.

[577] Ciascuno di quei raggi era lungo 12 piedi e mezzo.

[578] «Transtulit (Adrianus) et colossum stantem atque suspensum per

Decianum (altri leggono _Detrianum_ o _Demetrianum_) architectum de

eo loco in quo nunc templum Urbis est, ingenti molimine, ita ut operi

etiam elephantes vigint. quatuor exhiberet».

[579] Tralascio di riportare le leggende ridicole del medio evo

sull’origine della parola Colosseo. Il lettore le potrà trovare

nell’opuscolo «_Geschichte des Kolosseums_» pag. 41. del Dr. HEINRICH

BABUCKE; Königsberg Ostpr. 1899.

[580] _Verona Illust._ vol. V, p. 29.

[581] SUET., _Nero._ cap. 13; PLIN. l. 34, cap. 7.

[582] _Epig._ 2.

[583] Lib. XXXIV, c. VII.

[584] Lib. XXXIV, c. VII.

[585] SUET., _Calig._ c. XXXV.

[586] Un esempio recente e che corrisponde a capello a quanto

io asserisco, lo trovo in un articolo scritto dal ch. Gualtiero

Castellini nel periodico «Il Secolo XX» (Giugno 1910, pag. 478). Questo

scrittore narra che vedendo in Tunisia l’anfiteatro d’El Giem (già

appartenente all’antica città di _Thysdrus_), esclamò: «Il Colosseo!»

E prosegue: «Questo _Colosseo_ maestoso, di grandezza poco inferiore

a quella dell’Anfiteatro Flavio di Roma, conteneva circa settantamila

spettatori: è lecito dedurre da questa cifra l’importanza che Thysdrus

doveva avere, l’importanza che tutta l’Africa romana doveva aver

conseguito negli ultimi secoli dell’impero.... Il sole brillava su i

grandi archi maestosi, che luccicavano per una tinta dorata superba.

È la pietra africana, è il sole che dà a questo _Colosseo_ un aspetto

aureo così glorioso?» — A pag. 481 poi, a piè della riproduzione

dell’interno del suddetto anfiteatro romano, leggesi: «_Interno del_

COLOSSEO _d’El Giem_».

[587] Si riferisce al passo di Beda ed al brano del _Liber Pont._ già

da noi citati.

[588] Cf. MABILLON, _Mus. Ital._, Tom. II, p. 144.

[589] Dal Periodico «Il Buonarroti» Serie II, vol. V, Marzo 1870, p.

68-69.

[590] _Hist. Nat._, XXXVI, 37.

[591] Fra gli edificî che sorsero sulla parte dell’Oppio che guarda

l’Anfiteatro, non ho ricordato le Terme di Tito, perchè, secondo il

mio umile modo di vedere, credo si debbano queste ricercare, giusta

l’opinione del Piale, non sul colle ma nel basso, nell’area occupata

dai giardini di Nerone. E per verità, se ben si legge l’epigramma 2º

di Marziale (_De Spect._), apparirà chiara la situazione di quelle

Terme. Marziale esordisce in quell’epigramma, indicandoci l’atrio della

_Domus aurea_, il sito appunto ove sorgeva il _Colosso Neroniano_,

vale a dire sull’altipiano della _summa sacra via_ (Cf. anche l’ep.

LXXI _ad librum_); e descritta con enfatico fraseggiamento l’immensità

dell’edificio:

_Unaque iam tota stabat in urbe domus_, ne dà nel penultimo distico

il termine, dicendo: _che là, ove al tramonto si distendevano le ombre

allungate del Claudio portico, erano le ultime lacinie incompiute dello

sterminato edificio_:

_Claudia diffusas ubi porticus explicat umbras,_

_Ultima pars aulae deficientis erat._

Determinata così la posizione dell’immenso fabbricato, passa ad

insegnarci il luogo dello _Stagno di Nerone_:

_Hic ubi conspicui venerabilis amphitheatri_

_Erigitur moles, stagna Neronis erant._

E segue immediatamente:

_Hic ubi miramur velocia munera thermas,_

_Abstulerat miseris tecta superbus ager._

Le Terme di Tito, prossime all’Anfiteatro, _Amphitheatro dedicato,

thermisque_ IUXTA _celeriter extructis_ (SUET. _in Tito_), noi dobbiam

dunque ricercarle non sul colle, ove positivamente sorgeva il vasto

fabbricato, ma nel basso ove dispiegavasi il _superbus ager_.

Sennonchè si presenta una difficoltà: la mancanza, cioè, di ruderi

in quel tratto della pianura che si distende a levante del Colosseo.

Ma questa difficoltà è più apparente che reale. Nella «Cronachetta»

dell’Armellini (Fase. II, an. 1885) leggo una comunicazione del

Lugari intorno ad alcuni ritrovamenti fatti all’angolo della «Via

di S. Giovanni in Laterano» e della «Via Ostilia» mentre innalzavasi

in quel sito una fabbrica dal sig. Gioacchino Costa. Ecco le parole

del Lugari: «Sotto il piccolo fabbricato che esisteva nella località

suddetta, io vidi alcuni anni indietro i resti di una fabbrica antica

tuttora ben conservati, fra i quali una piccola stanza, la cui parete

orientale correva parallela alla via di S. Giovanni. In questa s’apriva

un vano interrato fino all’imposta dell’arco, che ricordo essere di

bella costruzione. Ora cavandosi i fondamenti del nuovo fabbricato si

rinvennero altri muri contemporanei ai già descritti, con restauri

di età più tarda.... In un cavo apparve una parte di fascia di un

pavimento a mosaico semplice bianco e nero. Tra le terre venne fuori un

frammento d’iscrizione in caratteri dell’età degli Antonini. La lastra

è grossa 0,06. Questo frammento di lapide, che il Sig. Costa mise

gentilmente a mia disposizione perchè ne potessi prendere il calco,

dice così:

. . . . . . . . CI . COMI . . . . . .

. . . . NINI . AVG . SEI . . . . . .

. . . . VLANVS . ET . SOD . . . . . .

. . . . . LENDIDISSIMAM . . . . . . . .

Il Lugari giudicò quei muri dell’età degli Antonini; con tutto ciò,

ritenendo col Piale che ivi fossero le Terme di Tito, pensò che la

_splendidissima_ donazione fatta ad un Sodalizio da uno degli Antonini,

non fosse altro che la donazione delle Terme stesse, _rese ormai

inutili e per la lor piccolezza e per le vicine Terme di Traiano, e

forse anche per l’erezione delle Commodiane_; facendovi, il donatore,

delle nuove opere onde ridurle ad uso di quel Sodalizio. Non v’ha

dubbio che la scoperta di _un ampio piazzale_ avanti all’Anfiteatro,

dalla parte del Laterano, _analogo a quello del lato opposto ove avea

origine la Via Sacra_ (GATTI, _Bull. Arch. Com._ 1893, p. 117), ci

fa ragionevolmente opinare che in quella parte sorgesse un importante

edificio. Lo spazio poi che v’è fra le vie _Maior_ e _Merulana_ è tale,

da poter contenere una fabbrica eguale a quella detta oggi comunemente

le _Terme di Tito_. Non intendo con ciò dire che le terme disegnate dal

Palladio, e da lui dette di Vespasiano, siano da adattarsi qui: no; la

scala monumentale espressa in quel disegno, per la quale si ascendeva

dalla pianura alla spianata che aprivasi dinanzi alla Terma, stabilisce

quell’edificio indubitabilmente sul colle. Soltanto mi limito ad

asserire che nell’area da me indicata, v’era lo spazio sufficiente

per una _Terma_ di limitate proporzioni, eguale a quella detta dal

Palladio «_di Vespasiano_». Se poi fosse certo che il sito dei _Castra

Misenatium_ fu ove li ha collocati il ch. Lanciani nella _Forma Urbis_,

dovremmo, per l’indicazione ΠΑΡΑ ΤΑΣ ΤΙΤΙΑΝΑΣ (KAIBEL, _Inscript. Gr.

sic._ 956, B. 15), ritenere le Terme di Tito sorte senz’altro in quel

posto. E lì appunto ce lo indicherebbero e la medaglia di Domiziano e

quella fatta coniare da lui stesso in onore di Tito e di Vespasiano,

se fosse plausibile la mia idea di sopra accennata, e che consiste

in credere che il portico a doppio ordine di colonne rappresentato in

quei monumenti numismatici raffiguri le _velocia munera_. Più ragioni

m’inducono a ravvisare in quel portico le Terme di Tito. E queste

ragioni sono: 1.º Perchè in quello non posso riconoscere col Donaldson

un passaggio che congiungeva il Palatino coll’Anfiteatro, poichè

quel portico trovasi in tutt’altra posizione; dalla parte, cioè, del

Laterano. 2.º Perchè non si può ammettere col Guattani e col Nibby che

fosse quello un porticato che salisse alla casa di Tito sull’Esquilie;

giacchè l’Anfiteatro, veduto com’è inciso sulle medaglie, guarda il

Celio, e quindi, avrebbe esso impedito assolutamente la veduta di quel

portico. 3.º Perchè nessuno degli antichi scrittori ricorda ivi alcun

edificio _non termale_, la cui esistenza escluderebbe senz’altro da

quel posto le Terme di Tito. Oltre a ciò, l’essere stato preferito

nelle medaglie il prospetto dell’Anfiteatro che guarda il Celio, ci

dice che quella scelta dovè aver avuto uno scopo. Ecco la ragione per

cui io accennai l’opinione che in quei bronzi commemorativi si siano

volute esprimere, nella loro reale positura, le tre opere dei Flavî: la

_Mèta Sudante_, riedificata sontuosamente da Domiziano, la _venerabil

mole_ di Vespasiano e le _velocia munera_ di Tito. Finalmente il

non vedersi più quel portico nelle medaglie di Severo Alessandro e

di Gordiano, dimostra che a questi Imperatori non più interessava

quell’edificio, il quale, per aggiunta, fu ridotto ad altro uso (come

v’è fondamento di credere) fin dai tempi di Commodo.

Ma che sono adunque le terme designate dal Palladio e che positivamente

si trovano sul colle? Io opino che siano la _parte termale_ della

_Domus aurea_, divenuta poi _domus Titi Imperatoris_. Difatti la

parete esterna dell’_abside_ della sala maggiore (i ruderi della quale

_abside_ si vedono tuttora dietro la caserma delle _Guardie di Pubblica

Sicurezza_) è parallela ai muri della _Domus aurea_, scoperti sotto

le Terme di Traiano, e la sua cortina presenta caratteri di un’epoca

anteriore ai Flavî, come pure a questa stessa epoca ci riportano gli

avanzi del portico a pie’ della scala.

Giustamente nota il Lanciani che, a fine di dare _significato pratico

e materiale all’indicazione dei Cataloghi_: THERMAE TITIANAE ET

TRAIANAE, convien supporre che quell’edificio fosse stato unito alle

Terme di Traiano con _qualche braccio di porticato o almeno di passaggi

sotterranei_ (LANCIANI, _Bull. Arch. Com._ anno 1895, p. 112). Ma,

a parer mio, con quel _Thermae Titianae_ si alluse dai _Regionarî_

alle _Terme private_ della _Domus Titi_, forse allora rese pubbliche,

facendole divenire con quel congiungimento un’appendice delle Traiane;

e non già si volle alludere alle _velocia munera_, che verosimilmente

nel IV secolo non più esistevano.

[592] URLICHS, _Codex Urb. Rom. Topogr._ p. 136.

[593] Loc. cit., p. 110.

[594] Ibid. p. 121.

[595] ADINOLFI, _Roma nell’età di mezzo_. Tom. I, p. 356, nota 4.ª

[596] _Possessi_, p. 97, nota 4.

[597] Cf. GRISAR, _Histoire de Rome et des Papes_, l. II, c. II, p. 23.

[598] _Bull. Com. arch. Comun._ An. XXIII, p. 121.

[599] I tronchi di colonne ed i capitelli di quel portico, rinvenuti

nel basso dell’Anfiteatro, ne sono una chiarissima prova.

[600] BARONIO, _Ann._

[601] Cf. PASQUALI, _S. Maria in Portico_. Roma 1902. Introd. p. 35.

[602] PANV. _De Gente Frang._, l. I, c. IV; GAETANI, _Vita di Gelasio

II_, p. XI; MASSIMO, _Mem. stor. della Chiesa di S. Benedetto in

Piscinula_, 7.

[603] Vi fu chi credè che questa torre si elevasse sopra l’Arco di

Tito; ma in una stampa di Marco Sadeler, pubblicata in Praga nel 1606,

osserviamo detta torre diroccata, benchè ancor visibile per poterne

precisare il posto. La torre _Chartularia_ era sul pendio del colle

Palatino (ms. della _Bibl. Angelica_, segn. D. V, 13), e riunita

all’Arco di Tito per mezzo di un muro. L’Arco era fortificato anch’esso

e congiunto con altro muro alla Chiesa di S. M. Nuova.

[604] I fratelli del Papa erano i _Guidoni Papareschi_, nobili di

Trastevere.

[605] Di nome Pietro, figlio di Pier Leone e discendente d’Ebrei; il

quale, dopo la morte di Callisto II, avea rialzata la testa.

[606] Apud MURAT., _De script. Rerum Ital._ Tom. 3.

[607] Tomo II.

[608] V. AGNELLO ANAST., _Ist. degli ant._ Tom. II, p. 35; CORTI, _De

Sen. Rom._, l. VII, c. 9, § 168; VENDETTINI, _De Sen. Rom._, l. II, c.

1, n. 2, p. 120.

[609] V. F. SABATINI, _La fam. e le torri dei Frang. in Roma_ 1907, p.

24, Roma 1907.

[610] Nel 1165, secondo il GORI, (loc. cit.), o nel 1166 secondo il

BARONIO ed altri.

[611] OTT. FRISIGENSE, _De gestis Frid._ I. l. I, c. 28 al brano della

lettera scritta dal Senato Romano a Corrado, ove dice: _nam pacem et

justitiam_. «Questo fatto di guerresca occupazione, osserva l’Adinolfi

(_Roma, nella età di mezzo_ I, 365), comechè ingiustissimo, pare esser

stata la cagione per cui nella vita di Alessandro III, (MURATORI, R. I.

S., t. III, part. I, p. 459) vien presupposto il _Colosseo_ in dominio

dei Frangipani, dicendovisi che Alessandro, presso S. Maria Nuova, la

torre _Chartularia_ ed il _Colosseo_ si fosse rifugiato alla sicura».

[612] Loc. cit., p. 88.

[613] _De Gent. Frang._

[614] AGNELLO ANAST., Tom. II, p. 73 e 74.

[615] _Vita d’Inn. III, raccolta_ da STEFANO BALUZIO, _Apud_ MURAT., t.

III, p. 566, n. 140.

[616] Il Marangoni crede che una parte di questa torre fosse quella

che ai suoi tempi vedevasi nella prima vigna, passato il Colosseo, per

andare ai ss. Quattro, alla quale potevano giungere i sassi e le saette

scoccate dall’Anfiteatro.

[617] Petrus Annibaldi, sororius D. Papae, pontes omnes juxta

Colisaeum et turrim ex opposito caepit construere, prohibentibus Jacobo

Frajapane, et Relicta Najonis, Frajapanis impedientibus ut poterant,

per Colisaeum et turrim Najonis, lapidibus et sagittis emissis: sed

(Annibaldi) per dictas oppositiones ab aedificio non cessabat. — Cf.

BALUZIO, _Vita d’Innocenzio III_. — MURAT., R. I, S., part. I, p. 459.

— OLIVIERI, _Sen. Rom._, p. 206.

[618] Giacomo Frangipane era partigiano di Giovanni Capocci. Nel 1228

Giovanni Frangipane diè in enfiteusi vitalizia _cryptam positam sub

Amphitheatro Colisei_ a Pietro Salincontra (_Strum._ in atti di Iacopo

Scrivario). V. ADINOLFI, loc. cit.

[619] PANV., _De Gente Frangep._; RAINALD., _Ann._ an. 1244, n. 19.

[620] SUAREZ, _in Diatriba_.

[621] MARANGONI, loc. cit., p. 78.

[622] Il GORI (loc. cit.) vuole nell’anno 1311. Cf. ALBERTINO MUSSATO,

_Hist. Aug._ l. V. — Apud MURATORI R. I. S. Tomo X, 454.

[623] Loc. cit., p. 356 e segg.

[624] Nel medio evo vedevasi nell’arena dell’Anfiteatro un _solio

termale_, il quale fu, con ogni verosimiglianza, là collocato dai

Frangipani o dagli Annibaldi per uso domestico più che per semplice

ornamento. In seguito per donazione _inter vivos_ fatta da Nicolò

Valentini del Rione Monti (V. _Archiv. di Stato di Roma_, posizione

«_Arciconf. del Salv._ Catast. del 1419, n. 19»), il suddetto _solio_

appartenne all’ospedale di _Sancta Sanctorum_.

[625] III, n. 2.

[626] RAINALDO, _Ann._

[627] L’Adinolfi, (loc. cit.) vuole che sia ciò accaduto nel 1328.

[628] FUMI, _Codice diplomatico della città di Orvieto_. Firenze 1884,

pagg. V-VII.

[629] Tom. CXLVIII.

[630] «La stampa ha: _che avevano raccomandato tutto con ordine di

tavolini_».

[631] «_Ed io racconteró quali giovani giocorno e quali morirono_, si

legge nella stampa».

[632] Il Visconti opina che la _torre di Nerone_ fosse quella

sovrastante al monastero delle Domenicane in via Magnanapoli. Il Gori

peró, nel tomo CLVIII, p. 35 del _Giornale Arcadico_, sostiene che

_per torre di Nerone era detta l’antica Torre Mesa, già esistente nel

Giardino Colonna_, e disegnata dallo Scamozzi prima che fosse distrutta

nel secolo XVI.

[633] «_E le altre di minor sfera dell’altra_, sta nella stampa, nella

quale è omesso quel che segue distinto di carattere corsivo».

[634] Questo nome non è nel manoscritto del Visconti.

[635] «_E lui n’era fieramente innamorato_, ha la stampa».

[636] «Cioè Domenico Astalli, di famiglia illustre romana, oggi

estinta. _Mezzo Stallo_ ha la stampa».

[637] «La stampa ha: _figlio di Giovanni Mario_».

[638] «COSÌ BIANCA È LA FEDE, si legge nella stampa, togliendo il

concetto dalla persona, ond’è particolare, per recarlo alla cosa, di

che perde tutto quell’acume che si cercava in questi motti e nelle

allusioni di essi all’indole e ai pensieri di chi voleva più o meno

chiusamente dimostrarli con essi».

[639] «Ad Agapito Colonna la stampa fa portare _una collana di cera al

cappello_. Oh! diamine! direbbe il Cesari, e come questo? L’errore del

copista si conosce facilmente, fu nel testo: _una colonna c’era_, ecc.

Mutata la _colonna_ scritta forse da taluno _collonna_ in _collana_ il

_c’era_ divenne _cera_, il _di_ parve necessario, e la collana di cera

fu fatta».

[640] «Qui pure il testo stampato ha _collana_».

[641] «Nella stampa si legge _a san Marcello de’ Stalli_, chiesa che

non ha riscontro alcuno con quelle esistenti o esistente già in Roma.

Ben l’ha santa Mariella, come è nel testo a penna del sig. Visconti.

La ricordò Fioravante Martinelli nel trattare _de templis sanctorum

obsoletis_ al capo XII della sua _Roma ex ethnica sacra_, in queste

parole: _sancta Maria, sive de strada, nunc domini Jesus_. Quella

piccola Chiesa fu in fatto compresa nel grande edificio della Chiesa

del Gesù, e notissimo è quivi lo splendido palazzo Altieri». GORI, loc.

cit., pag. 95 n. 1.

[642] «_E li calzoni a brache bianche_, sta nella stampa».

[643] «Franciotto Mareri personaggio di potente famiglia intorno alla

quale si ha nel codice stesso manoscritto degli annali del Monaldeschi

un bel consenso di memorie, venne mutato nella stampa in Franciotto di

Mansini».

[644] L’Adinolfi (loc. cit. p. 360 e segg.) scrive: «I personaggi che

diedero gli spettacoli nel 1328 (?) sembra indossassero _farsetto_

e _brache_ dello stesso colore. Ma il colore delle vesti di uno era

diverso da quello delle vesti dell’altro. Avevano una cintura dalla

quale pendeva uno spiedo, ed in testa un cappello di ferro o cimiero

con pennacchio.... Vi furono 18 morti e 9 feriti. Uccisero 11 tori. Nè

tanta fu la strage umana che si vide nel Colosseo come si vorrebbe far

credere. Molto sangue nondimeno si sparse, e questa fu la ragione per

cui nell’età di mezzo si tralasciarono simili spettacoli».

[645] _Notizie inedite_ ecc. _Rend. della R. Accad. dei Lincei_, 1896.

[646] V. DUCHESNE, _L. Pont._ tom. I. p. 482, not. 23.

[647] DE SADE, _Mém. pour la vie de François Petrarche_, Tom. III, l.

4, p. 35 e segg. — «Ecce Roma ipsa insolito tremore concussa est: tam

graviter ut ab eadem Urbe condita supra duo annorum millia tale _nihil

acciderit. Cecidit aedificiorum veterum neglecta civibus, stupenda

peregrinis moles_. — Turris illa toto orbe unica, quae _comitum_

dicebatur, ingentibus rimis laxata diffluit, et nunc velut trunca

caput superbi verticis horrorem solo effusum despicit. Denique ut irae

coelestis argumenta non desint, multorum species templorum, atque

in primis Paulo Apostolo dicatae aedis bona pars humi collapsa, et

Lateranensis ecclesiae deiectus apex, Jubilaei ardorem gelido horrore

contristant».

[648] _Le mem. storiche dell’Anf. Flavio_ p. 96.

[649] _Roma antica_, Part. I, p. 417.

[650] V. RAINALDO, _an._ 1365 n. 9. tom. XXVI, p. 114.

[651] _Mém. sur les anciens monum. de Rome, Acad. des Inscript._ Tom.

XXVIII, p. 585.

[652] Loc. cit. _Not. ined._ p. 4.

[653] V. ALBERTINUS MUSSATUS, _Hist. Aug._ ap. MURAT. _Rer. Ital.

script._ Tom. X, c. 454.

[654] V. CANCELLIERI, _Stor. dei solenni promessi_ p. 311, not. 2.ª

[655] V. MARANGONI, loc. cit. il quale assicura aver desunte queste

notizie dall’Archivio di _Sancta Sanctorum_ (Armad. I, mazzo III, n.

15).

[656] V. ap. MORONI, _Diz._ ecc. _voce Colosseo_.

[657] ADINOLFI, _Roma nell’età di mezzo_ Tom. I, p. 374 e sgg. — Roma

1881.

[658] V. _Archivio di Stato_ (Roma) — Posiz. _Arciconf. del Salvat._

[659] V. _Archivio di Stato_ (Roma), Posiz. _Arciconf. del Salvat.

catasto del 1419_, n. 59.

[660] Ibid., _cat. de’ beni del 1435_, p. 59.

[661] V. MARANGONI, loc. cit.

[662] Pergamena datata al 29 Aprile 1531.

[663] Dai documenti dell’Archivio di _Sancta Sanctorum_, comunicati dal

Sig. Ab. COLOMANNO HAMERANI al ch. Marangoni.

[664] _Ad calcem deletum_, distrutto fino a terra, e non distrutto

PER FAR CALCE, come tradusse il Gori (_Memorie storiche del Colosseo_,

p. 98). Altri, come H. BABUCKE (_Geschichte des Kolosseums_, p. 32),

han voluto dare a queste parole lo stesso significato; ma avvertito

l’errore, cosa han fatto? Hanno cambiato arbitrariamente il testo

originale, e la frase «_ad calcem deletum_» è divenuta «_ad calcem

redactum!_».

[665] VACCA, _Memorie di varie antichità trovate in diversi luoghi

della Città di Roma_, N. 72.

[666] Ecco le parole del Vacca: «Mi ricordo aver sentito dire da certi

frati di S. Maria Nova (ora S. Francesca Romana) che Papa Eugenio IV

(a. d. 1431) aveva tirati due muri che racchiudevano il Coliseo nel

loro monastero; e che non ad altro fine era stato concesso al detto

monastero, se non per levare l’occasione del gran male che in quel

luogo si faceva; e che dopo la morte di Eugenio, avendolo goduto

per molti anni il monastero, finalmente i Romani fecero risentimento

che così degna memoria non doveva restare occulta, e a dispetto de’

frati andarono a furor di popolo a gettar le mura che lo chiudevano,

facendolo comune, come al presente si vede. Ma i detti frati dicono

aver tutte le ragioni in carta pergamena; e mi dissero che se veniva

un Papa della loro, si farebbero confermare il donativo, e vivono con

questa speranza».

[667] ADINOLFI, loc. cit., p. 379.

[668] _Roma nell’età di mezzo_, p. 376. Tom. I, Roma, Fratelli Bocca e

C. 1881.

[669] NIBBY, loc. cit., p. 417.

[670] Loc. cit. p. 236.

[671] Loc. cit. p. 60, n. XLVIII. Il Lanciani infatti non fa

osservazioni contrarie.

[672] Part. II, c. 4.

[673] Aver cioè Paolo II «dato licenza ad alcuni suoi architetti di

poter demolire alquanti archi del Colosseo».

[674] Loc. cit. p. 376.

[675] «Dilectis filiis etc. Non potuimus non turbari audientes sive ab

altero vestrum sive ab aliis nostris offitialibus concessum fuisse ut

quidam Colisei pars que Cosa vulgariter noncupatur pro restauratione

quorundam domorum deiiciatur. Nam demoliri Urbis monumenta nihil

aliud est quam ipsius Urbis et totius orbis excellentiam diminuere.

Itaque vobis harum serie iniungimus et sub indignationis nostre

pena precipiendo mandamus, ut si quid huiusmodi sive a nobis sive

a quibus aliis concessum extitit penitus revocetis nec quovis modo

permittatis ut et minimus dicti Colisei lapis seu aliorum edificiorum

antiquorum deiiciatur: super quibus detis talem ordinem ut huiusmodi

mandatum inviolabiliter observetur, contenti tamen sumus ut ille cui

forsan talis concessio facta extitit, de locis subterraneis a Coliseo

distantibus lapides evellere possit. Datum Florentiae etc.». (_Lib.

brevium Martini V, Eugenii IV et aliorum. Archiv. Vatic._ Arm. XXXIX,

tom. VII, c. 341, n. 319. Cf. LANCIANI, _Storia degli Scavi di Roma_,

vol. I, p. 51).

[676] Architetto del palazzo di S. Marco o di Venezia, forse in

compagnia di Giacomo da Pietrasanta.

[677] _Notizie della Famiglia Boccapaduli_, p. 132.

[678] Col permesso di Urbano VIII.

[679] _Not. ined._, loc. cit.

[680] V. ADINOLFI, loc. cit., p. 379.

[681] ADINOLFI, loc. cit. p. 371.

[682] Probabilmente erano fanciulli che rappresentavano la scena _al

vero_; giacchè nel dramma recitato nel 1531 si legge: «Spirato il

Redentore s’apre il cielo con folgori e tuoni e risuscitamento di

morti; s’apre il velo del tempio e gli Angeli vengono alla Croce e

dicono _in musica_: Ecce Agnus Dei».

[683] _Arch. del Gonf._ mazzo XII. Oggi nell’Arch. di Stato (Roma).

[684] Questi era solito fare la parte di Cristo.

[685] Loc. cit., p. 87.

[686] Il Redentore vestiva tunica e mantello; la Vergine indossava

quegli stessi indumenti, coi quali, anche ai tempi nostri, la sogliono

i pittori raffigurare. Gli altri attori poi vestivano alla foggia

antica, ed avevano abiti di costume orientale o romano, secondo la

parte che rappresentavano.

[687] Fra un atto e l’altro v’era sempre il canto di due cori.

[688] L’autore tralascia il resto, forse perchè notissimo.

[689] L’autografo dice: _dinanti_.

[690] L’autografo ha: _quale_ e non _il quale_.

[691] L’autografo ha: Imperiale legge.

[692] L’autografo ha: factionoso.

[693] L’autografo ha: boni.

[694] L’autografo ha: iudicamo.

[695] L’autografo ha: advenire.

[696] L’autografo ha: considerato.

[697] L’autografo ha: vergogniosamente.

[698] L’autografo ha: adonque.

[699] L’autografo ha: _factionosi_.

[700] L’autografo ha: _dobiate_.

[701] L’autografo ha: _alle legie imperiale_.

[702] _Loc. cit._ pag. 388.

[703] _Arch. del Gonf._ A, foglio 138, anno 1519, 6 Febbraio. (Arch. di

Stato, Roma).

[704] _Ex. lib. Decr._ A. foglio 161.

[705] V. LANCIANI, _Storia degli Scavi_, vol. I, p. 214.

[706] _Ex lib. Decret._ A, 182, 25 Marzo.

[707] Ibid. A, 185.

[708] Ibid. A, foglio 32.

[709] V. il _Rubricellone dell’Archivio_, p. 70.

[710] In quella circostanza si formò una specie di comitato, dal

quale, per ottenere più facilmente la licenza, furono inviati al Papa

i seguenti rappresentanti: «D. Antonius Puteus, d. Vicentius Pacetius,

d. Antonius de Jacobatiis, d. Michael de Valeriis, d. Petrus Paulus de

Attavantis, d. Gaspar de Scappucciis, d. Stephanus Medicus, d. Antonius

Albertinus, d. Pirrus, d. Jordanus Buccabella, R. d. Bartholomaeus

Cirillus, d. Franciscus Pallavicinus» (V. _Lib. Decret._, foglio 126).

[711] A, foglio 126.

[712] A, foglio 138.

[713] _Lib. Decret._, A. f. 138.

[714] Sotto lo stesso titolo di S. Maria della Pietà.

[715] _L’Anfiteatro Flavio_, l. I, p. 49.

[716] Anno 1435, p. 59.

[717] Pag. 391.

[718] Questo registro fu scritto da Niccolò Frangipane ai tempi di

Bonifacio VIII. V. CRESCIMBENE, _Storia di S. Giovanni avanti porta

Latina_, p. 212.

[719] V. Parte IV. Questione III.

[720] _B. A. C._ a. 1895, n. 122. GATTI.

[721] _Histoire de Rome et des Papes au Moyen âge_, l. IV, c. IV, p.

232.

[722] F. GORI, _Le memorie storiche, i giuochi e gli scavi

dell’Anfiteatro Flavio ed i pretes, martiri Cristiani del Colosseo_, C.

II, p. 54 e segg. — P. DELEHAYE, _Analecta Boll._ T. XVIi 1897, p. 209

e segg.

[723] _Roma alla fine del mondo antico_, p. 175.

[724] BENEDETTO MELLINI, _Delle Antichità di Roma_.

[725] V. ARMELLINI, _Le Chiese di Roma_, 2. ediz. p. 140-41.

[726] _Laterano e Via Maggiore_, p. 120. Roma 1857.

[727] Cf. Il Catasto del 1462. Le surriferite notizie sono state tratte

dall’archivio di _Sancta Sanctorum_, dal citato catasto: e da uno

strumento _in dominum_, estratto dai protocolli di Giorgio di Albino

di Castiglione, notaio, datato ai 17 Marzo 1490, il quale è del tenore

seguente:

«Recognitio facta per Guardianos Confalonis domorum de Coliseo.

«Indictione VIII. mens. martii die 17. 1490.

«Eisdem indictione mense et die quibus supra.

«In praesentia nostrorum notariorum etc. Discreti viri Mariani

Scalibastri et mei Georgii Albini et cuiuslibet nostrorum in

solidum. Cum hoc fuerit et sit, quod Venerabile hospitale Societatis

Sanctissimi Salvatoris ad Sancta Sanctorum de Urbe, cum spatio 120

annorum vel circa tenuerit et possiderit pacifice et quiete, nemine

contradicente, certas domos, et accasamenta positas et posita in

Amphitheatro Colisei, quae fuerunt quondam nobilium de Anniballis de

Coliseo, qui illas Guardianis dicti hospitalis vendiderunt ut constat

pubblico instrumento; et nunc nobiles viri Ludovicus de Marganis

et Altus de Nigris Guardiani dicti hospitalis Salvatoris teneant et

possideant; et nobiles viri Joannes de Branca et Marcus quondam Pauli

Columne Sebastiani Guardiani Societatis confalonis de Urbe dixerint et

exposuerint eisdem Guardianis hospitalis Salvatoris per Sanctissimum

Dominum nostrum Papam Innocentium fuisse et esse eis concessum, posse

in dicto Coliseo facere representationes et devotiones Christi, et

Sanctorum suorum; et quod ipsi Guardiani Confalonis egent dictis

domibus et accasamentis et dicta parte Amphitheatri, ubi dictae domus

apparent edificatae et constructae; et quod sine ipsis, ipsi Guardiani

non possent dictas representationes facere, et pro aptitudine loci

et conservatione rerum ad dicta festa necessaria. Conservatores

requisiverint prefatos Guardianos Salvatoris, ut velint consentire,

ut dictis domibus et accasamentis ut valeant et possint pro dictis

representationibus et festis tantum, et non ad alium usum. Hinc est

quod prefati Ludovicus de Marganis et Altus de Nigris Guardiani prefati

hospitalis Salvatoris, sponte et ex certa eorum scientia, et non per

errorem quoad suprascripta et infrascripta, dederunt et concesserunt

eisdem Guardianis Confalonis, presentibus, recipientibus vice et nomine

dicte Societatis Confalonis, et nobis Notariis, plenam licentiam et

omnimodam facultatem, et potestatem, posse in dicto palatio dictas

devotiones et representationes facere, et illud reparare ad dictum

usum tantum, et non aliter, citra tamen prejudicium aliorum jurium et

privilegiorum utriusque partis si qua (sic) habent, et cum licentia

et auctoritate dictorum conservatorum alme urbis et Lelii de Fabris,

Francisci Teuli, et Simeonis de Cecchinis; et convenerunt Guardiani

Confalonis et ita promiserunt eisdem Guardianis Salvatoris, quod dato

quod tractu temporis et quandocumque dicti Guardiani et Societas

hospitalis Salvatoris vellent rehabere dictas domos et accasamenta

et illis egerent pro eorum usu, quod tunc dicti Guardiani et Societas

Confalonis teneantur illico dictum palatium seu domos dicto hospitali

et illius Guardianis libere dimittere et relaxare, absque aliqua

exceptione: quas domos et accasamenta costituerunt et recognoverunt

sese tenere et possidere nomine dicti hospitalis et Guardianorum

eiusdem, et liceat Guardianis dicti hospitalis et Societatis eiusdem

hospitalis Salvatoris dictam Societatem Confalonis et illius Guardianos

inde expellere, promittentes plenarie partes una alteri et altera

alteri cum juramento, predicta omnia et singula inviolabiliter perpetuo

observare, et rata et grata tenere et habere contra non facere, dicere

vel venire, aliqua ratione, jure, modo, titulo, sive causa pro quibus

omnibus et singulis observandis et plenarie adimplendis, dicte partes

hinc inde singula singulis congrue referendo, obligarunt omnia et

singula bona dictorum hospitalium et societatis (sic) et voluerunt pro

prefatis posse cogi etc. et renuntiaverunt etc. et juraverunt etc.

«Actum in Palatio Conservatorum alme Urbis presentibus etc. iis

testibus etc. nobilibus viris Joanne de Palonibus regionis Arenule

et Dominico quondam Joannis de Maldosso Regionis Trivii ad premissa

vocatis habitis et rogatis.

«Ex protocollo Instrumentorum Georgii Albini de Castiglione Notarii

pubblici et Venerabilis hospitalis Sanctissime Imaginis Salvatoris».

[728] _Roma ex ethn. sac._ C. 12, p. 361.

[729] Loc. cit. p. 83.

[730] Ibid.

[731] Ap. MARANG. loc. cit.

[732] _Laterano e via Maggiore_, p. 116.

[733] L’asserto dell’Adinolfi è basato sulla _Bulla Unionis Ecclesiarum

Ss. Quadraginta et S. Mariae Hospitali S. Jacobi prope Colisaeum_,

emanata dal Papa Eugenio IV, ai 18 gennaio del 1433, nella quale

leggiamo: «.... hospitali S. Jacobi prope Coliseum etiam de Urbe

ab eodem hospitali S. Angeli dependens et per illius Guardianos et

confratres huiusmodi gubernari solitum etc.».

[734] _Ex eadem Bulla._

[735] «Guardianis, custodibus et officialibus antepositis societatis

Raccomandatorum imaginis Salvatoris ad Sancta Sanctorum ac pauperum

hospitalis S. Angeli et hospitalis S. Jacobi et hospitalis Ss. Petri et

Marcellini. (_Da una Pergamena dell’Arch. S. Sanctorum_).

[736] Il lodato Mellini è dello stesso parere: «Contiguo alla chiesa di

S. Giacomo (dice) v’era un ospedale per le donne, come viene scritto

nel catalogo 2º della medesima compagnia sotto l’anno 1466 da Niccolò

Signorili, benchè questo dica che l’ospedale fosse costrutto _pro

militibus_. (_Arch. Vat. Mss. dell’antichità di Roma arm._ VI, n. 38).

[737] Questa notizia l’attinse l’autore da una _Licentia Magistrorum

Stratorum Guardianis Societatis Ss. Salvatoris concessa_.

[738] ADINOLFI, _Lat. e Via Maggiore_ p. 112.

[739] _Pagan and Christian Rome_, p. 161.

[740] _Analecta Bolland._ Tom. XVI, p. 248 e segg.

[741] _Bull. A. C._ Ser. IV, an. III, p. 157 e segg.

[742] _Storia di Roma e dei Papi nel medio evo_, l. I, c. V, _ediz.

francese_, p. 177.

[743] CANINA, _Indicazione antiquaria di Roma Antica_, p. 102.

[744] V. Questione III, Parte IV.

[745] Ibid.

[746] PIALE, _Memorie Enciclopediche_, 1817, p. 154.

[747] Loc. cit. p. 159.

[748] TERTUL. _Ad. Nat._ I, 9; _Apol._ 40.

[749] LXXI, 29.

[750] _Ant. Phil._ 4, 11, 12, 15, 23.

[751] V. 2.

[752] _Histoire des persecutions_, tom. I, p. 355 e seg.

[753] Loc. cit. p. 357.

[754] _Bull. A. C._ loc. cit., p. 165.

[755] V. De Rossi, «Bull. A. C.» serie II, an. IV, p. 147 e segg.

[756] «Bull. A. Com.» Ann. XXIII, pp. 124-125.

[757] LANCIANI, _Forma Urbis_.

[758] _Analecta Bolland._ Tom. XVI, p. 248 e seg.

[759] Prima di parlare di quelle chiese che più direttamente

manifestano la venerazione dei fedeli verso il Colosseo (venerazione

che fu causa dell’aggruppamento delle stesse in quella zona), ho

creduto conveniente occuparmi della chiesa dei _Ss. Quadraginta

Colisaei_; sia perchè anch’essa in qualche modo fa parte di detto

aggruppamento, sia perchè fu eretta per i _Misenati_, i quali, come è

noto, erano al servizio dell’Anfiteatro.

[760] V. WILPERT, _S. Maria Antiqua_, p. 14.

[761] Loc. cit. p. 18.

[762] Varie sono le opinioni degli archeologi circa la situazione

precisa del _Campus Agrippae_. Il Nardini, ad es., fra gli antichi, ed

i _Compilatori_ del _Corpus Inscriptionum_ fra i moderni, ritengono che

il _Campus Agrippae_ occupasse lo spazio compreso fra l’attuale Corso

Umberto e le _Thermae Agrippianae_, da un lato, e la Via del Seminario

e la Piazza S. Marco dall’altro. Il Lanciani e l’Huelsen lo collocano

invece altrove, e precisamente ad Est della Via Flaminia, tra il

suddetto Corso Umberto e la Via della Stamperia, in un senso, e le Vie

Minghetti e del Pozzetto nell’altro.

Per giudicare quale delle due opinioni sia più probabile, il miglior

partito è di esaminare i passi di quegli autori antichi che parlano

del _Campus Agrippae_, e vedere se vi sia qualche monumento che possa

gittar luce sulla questione.

Gli antichi scrittori che parlano del _Campus Agrippae_, sono: Dione

Cassio (Lib. LV), Aulo Gellio (_Noctes Atticae_ l. XIIII c. V),

ed il Cronografo del 354 (URLICHS, _Codex Top._, p. 191, 25). Aulo

Gellio ed il Cronografo nominano il _Campus Agrippae_; ma dalle loro

parole null’altro può dedursi che la sua esistenza. Il primo scrive:

«_Defessus ego quondam ex diutina commentatione, laxandi levandique

animi gratia, in_ AGRIPPAE CAMPO _deambulabam, atque ibi duos forte

grammaticos conspicatus_, etc.». Nel secondo si legge: «Aurelianus

Imp. ann. V. m. IIII. d. XX _congiarium dedit_ XD. — _Hic muro urbem

cinxit, templum Solis et castra in_ CAMPO AGRIPPAE _dedicavit_, etc.».

— Dal passo di Dione però, oltre all’esistenza, se ne deduce pur anche

(e molto fondatamente) la situazione. Lo storico greco ci dice infatti

che Augusto, dopo la morte di Agrippa, dedicò il di lui _Campo_,

eccettuato il _portico_ (il quale, da quanto si dice appresso, fu

quello incominciato ad erigere nel _Campo_ da Vipsania Pola, sorella

di Agrippa), nonchè il Diribitorio, lasciato incompleto da Agrippa

e terminato da Augusto prima della dedicazione, rendendo egli ogni

cosa di pubblico diritto. In quella circostanza si diè un _funebre

munus gladiatorium, in Septis_, sia (dice Dione) per rendere onore ad

Agrippa, sia per l’avvenuto incendio di molti edifici attorno al foro.

Ora il sito del _Porticus Septorum_ e dei _Septa_ è da tutti

riconosciuto ad Ovest del primo tratto della Via Flaminia chiamato _Via

Lata_. Posto questo caposaldo, l’essersi dato il _munus gladiatorium_

per onorare la memoria di Agrippa _in Septis_, anzichè nel Foro od

altrove, e l’esser ciò avvenuto nel giorno della dedicazione del Campo

dello stesso Agrippa, son due cose che ci spingono a ritenere che

quelli si trovassero in questo Campo; e che si fosse scelto quel luogo

per fare, quasi direi, prender possesso al Popolo Romano del Campo

suddetto, fin dal giorno della sua dedicazione.

L’esame poi dei monumenti che Dione c’indica esistenti nel Campo

d’Agrippa, quali sono il _Diribitorium_ e il portico di Pola, c’induce

anch’esso a ritenere il _Campus Agrippae_ sito ad Ovest della _Via

Lata_. Su ciò invito il lettore a leggere la dotta discussione fattane

dal Nardini (_Roma Antica_ l. IV, c. X).

Oltre a questo, nell’anno 1592, costruendosi il palazzo

Serlupi-Crescenzi (Via del Seminario), fu ritrovato un cippo enorme di

travertino, alto tre metri circa, sul quale era scritto:

ID . QVOD . INTRA

CIPPOS . AD . CAMP . VERSVS

SOLI . EST . CAESAR . AVGVST

REDENTVM . A . PRIVATO

PVBLICAVIT

(C. I. L. VI, 874)

Gli editori del _Corpus_ opinano che questi cippi augustei di Via del

Seminario appartengano al Campo di Agrippa; e giustamente, poichè, come

appunto noi siamo certi (per la testimonianza di Dione) che Augusto

donò al Popolo Romano il Campo di Agrippa, così non possiamo esser

certi che il _Campo detto dai Cataloghi Marzio, con denominazione

generale della pianura fra il Pincio ed il Tevere_ («Bull. Com.» ann.

XI, Sez. 2ª, p. 11), ed a cui il Lanciani opina s’alluda nei cippi, sia

stato mai _a privato redemptum_ da Augusto e donato al Popolo Romano.

E non possiamo esserne certi, perchè nessun documento ci è pervenuto

finora, e finchè esso non apparisca, dovremo ritenere con gli Editori

del _Corpus_, che quei cippi si riferiscono al _Campus Agrippae_, e che

ne costituivano il limite del lato Nord. Nè si obietti che quei cippi

si trovano _in piena regione_ VIIII, perchè noi non conosciamo i limiti

delle due regioni con precisione tale, da non poter supporre che nella

regione VII vi fosse una zona di terreno ad Ovest della _Via Lata_.

Cosa anzi che possiamo con grande fondamento ritener vera per l’eponimo

stesso della regione (_Via Lata_): via detta appunto _Lata_, perchè

il suo margine occidentale era coperto dal _Porticus Septorum_ in

modo da formare una larga via, in parte coperta ed in parte scoperta.

E questo portico, formando un tutto con i _Septa_, dovette con ogni

ragione appartenere, insieme a quell’area contigua, alla regione VII

(_Via Lata_), e non alla VIIII. Qui è inoltre necessario notare che

nella divisione di Roma in quattordici regioni (la quale avvenne,

per testimonianza di Dione dopo la dedicazione del _Campus Agrippae_,

e probabilmente dopo la erezione del tempio d’Iside e Serapide), il

nome di _Campus Agrippae_ rimase alla parte _non fabbricata_ del Campo

stesso, ossia all’area contigua al _Porticus Septorum_; la quale area,

per la ragione anzidetta, dovè nella divisione entrare nella regione

VII.

A conferma di quanto si è detto fin qui, è bene osservare che il

posto assegnato dal Lanciani e dall’Huelsen al _Campus Agrippae_,

è inaccettabile per più ragioni. Primieramente quella località si

trova del tutto separata dalla zona dove Agrippa sviluppò il suo

grandioso piano edilizio: cosa riconosciuta dallo stesso Lanciani,

il quale, per attenuare questa difficoltà, escogitò un qualche modo

d’attacco tra le due aree, supponendo che il grandioso portico (di cui

rimangono non pochi avanzi ad Est della Via Flaminia, nel sottosuolo

dello sterrato di Piazza Colonna, e che da lui è ritenuto per il

_Porticus Vipsaniae_) fosse stato eretto da Agrippa quasi a far séguito

al _Porticus Septorum_, che sorgeva dalla banda opposta della Via

Flaminia, incominciando dalla Via di S. Ignazio e terminando a Piazza

Venezia; congiungendo così (il Lanciani) la zona dei grandiosi lavori

agrippiniani col _Campus Agrippae_ da lui supposto, per il vertice di

un angolo!

Secondariamente poi perchè come asserisce lo stesso ch.º autore (V.

«Bull. Com.» ann. XX, serie 4.ª p. 277, quell’area è priva affatto di

ruderi monumentali dei tempi augustei). Ecco le sue parole: «La zona

confinante col portico e l’acquedotto, cioè la zona fra S. Claudio

e il Trivio è affatto priva di ruderi monumentali, nè, per quanto io

sappia, tali ruderi sono stati visti o descritti nei tempi andati». —

Eppure i residui della vastissima sala del Diribitorio, che, con ogni

verosimiglianza (come osserva il Nardini, interpretando le espressioni

di Dione Cassio), dovè sorgere nel Campo in questione vi dovrebbero

essere! È difficile poter supporre che quell’edificio sia stato abraso

fin dal piano dei fondamenti!

Perchè, finalmente, quest’area si trova in quella zona che è l’unico

sito della limitatissima regione VII, in cui si possono collocare

(come bene scrisse il Nibby) gli Orti Largiani: orti appartenuti

probabilmente al celebre Caio Cecina Largo, console ordinario

nell’anno 795 d. R., ed autore del _Senatus Consultum Largianum_ sulla

successione dei liberti. Ed appunto in quella località a me sembra che

vi siano tracce degli orti suddetti. Quel muro, della lunghezza di m.

63, tornato in luce negli ultimi mesi del 1890 nella Via Poli (lungo

il fianco della chiesa di S. Maria in Trivio, V. il «Bull. Com. ann.

XX,» serie 4.ª, p. 278), come pure gli altri residui di muri a quello

coordinati (Lanciani, _Forma Urbis_), rinvenuti fra Piazza Poli e la

Via del Bufalo, non potrebbero essere i resti di un edificio edificato

nel III secolo in quella _lacinia_ degli antichi orti Largiani, ridotto

poi, da Belisario, o tutto o in parte, a Xenodochio? Gli orti Largiani

(osserva il Nibby) dovettero essere in istato di floridezza fin quasi

al IV secolo; giacchè essi sono ricordati, a preferenza di tanti altri,

nei cataloghi di quei tempi.

Un altro indizio di questi orti è per me la grande _piscina_ alle falde

del Quirinale, presso il così detto _Lavatore del Papa_.

Il portico poi che decorava il lato Est del largo della Via Flaminia

(ove più tardi fu eretta la colonna coclide), e che dovè, al pari

del largo che adornava, far parte, per ragione di concomitanza, della

regione VIIII e non della VII (il limite delle quali, in quel tratto,

era segnato dalla via che correva dietro al portico, e che lo separava

dagli orti Largiani), io lo crederei il _Porticus Argonautarum_;

perchè, oltre ad essere un vero _porticus_, la sua costruzione è molto

simile a quella del _Porticus Septorum_, e quindi più propria dei tempi

di Agrippa. — Non così possiam dire invece del tempio di Piazza di

Pietra, e del suo recinto, perchè essi presentano tali caratteri, da

non potersi (come pur anche ritenne il Nibby), portar più oltre i tempi

di M. Aurelio Antonino. Tutto ciò poi che è rappresentato nel basamento

di quell’edificio nulla ha che vedere con _Nettuno_; ed aggiungerò

che, per la sua forma spiccata di tempio, non potè essere da un autore

antico (quale fu Sparziano) chiamato _Basilica_.

Veduto come l’opinione più plausibile circa il posto occupato dal

_Campus Agrippae_ sia quella proposta dal Nardini ed accettata dai

compilatori del _Corpus_, cerchiamo ora di rintracciare il sito dei

_Castra_ dedicati da Aureliano in _Campo Agrippae_. Io opino (e non

credo di esser lungi dal vero) che Aureliano riducesse a caserma il

_Porticus Septorum_. E ciò lo ritengo per due ragioni: 1.º perchè

non si trova più memoria di quel portico dopo il regno di Severo

Alessandro; 2.º perchè quantunque esso fosse celebre quanto gli altri

portici e forse anche più, non fu notato negli elenchi dei _Regionarî_

del IV secolo, nè nella regione VIIII nè nella VII: fatti, che

manifestano una trasformazione venuta in quel portico al cadere del

secolo III, rimanendo notato però negli elenchi, sotto il nuovo nome

venutogli da quella, nella regione VII. Ammettere la riduzione di un

portico della forma del _Porticus Septorum_, a caserma, non è cosa che

possa recar maraviglia, se si rifletta che quella forma si prestava

molto a tale riduzione, e che questa veniva suggerita anche dall’uso

che costantemente si faceva di simili portici per l’_attendamento

provvisorio_ delle milizie, allorchè queste eran chiamate in città

per qualche fatto straordinario. Così avvenne, ad es., nell’eccidio

di Galba. Chi non sa che in quel frangente la legione _Illirica_

trovavasi _attendata_ nel _Porticus Vipsania_? _Missus et Celsus Marius

ad electos Illyrici exercitus, Vipsanii in Porticu tendentes_ (TAC.

_Hist._ l. I, c. 31).

La chiesa pertanto «_SS. Quadraginta de Calcarario_» si trovava a breve

distanza dai _Castra Urbana_ di Aureliano.

Del resto, il fatto dell’esistenza di quattro chiese dedicate

ai Quaranta Martiri di Sebaste, situate indiscutibilmente presso

alloggiamenti militari, sarebbe bastato da sè solo a far congetturare

che, in prossimità della chiesa dei _SS. Quadraginta de Calcarario_,

stessero i _Castra Urbana_.

[763] _Bulla, Intenta igitur_, 1433 — Pont. Eug. anno III.

[764] Pag. 160 b.

[765] _Roma nell’età di mezzo_, Tom. I, p. 320.

[766] V. CARDELLA, _Memorie Storiche dei Cardinali_. Tom. III, p. 208 e

264.

[767] Le cinque chiese dedicate in Roma ai _Quaranta Martiri_ di

Sebaste, tutte edificate presso cinque alloggiamenti di soldati,

dimostrano quanto sia vera la testimonianza tradizionale dei Padri

di Cappadocia (contemporanei al fatto con S. Basilio Magno alla

testa), che ce li mostra _soldati_ in senso proprio; e quanto male si

apponga il ch.º Franchi dei Cavalieri, il quale, dubitando di quella

testimonianza, e basandosi invece sul famoso testamento (ritenuto

autentico dai moderni ipercritici) asserisce, che quei martiri non si

possono dire soldati che in senso figurato. Il testamento fu scritto

(secondo il documento) da Melazio a nome di tutti; ma basta leggerlo

per dichiararlo apocrifo. Fra le altre _bellezze_, in esso parlano

i morti! È proprio giunto il tempo predetto da S. Paolo: _Erit enim

tempus cum sanam doctrinam non sustinebunt, sed ad sua desideria

coacervabunt sibi magistros prurientes auribus; et a veritate quidem

auditum avertent_, ad fabulas autem _convertentur_. (Epist. II ad

Timoth. 3-4).

[768] V. MABILLON, _Musaeum Ital._ Tom. II, p. 190.

[769] Sulla favola della Papessa Giovanna vedasi il dotto lavoro del

Ch.º Prof. TOMASSETTI, _La Storia della Papessa Giovanna_ — «Bull.

Arch. Com.» — an. XXXV, p. 82 e segg.

[770] Muri probabilmente delle _Tiziane_.

[771] Pag. 19 nella descrizione del Fabrizi.

[772] _Le Chiese di Roma_ 2.ª Ediz. p. 521.

[773] URLICHS, _Codex Topographicus_ p. 153.

[774] V. MURATORI _Scriptt._ XXIV, col. 1113 (an. 1438).

[775] V. ARMELL., _Le Chiese di Roma_, ediz. 2.ª p. 521.

[776] _Roma nell’età di Mezzo_, Tom. I, p. 320.

[777] MABILLON, loc. cit. p. 190.

[778] «Bull. A. Com.» an. XXIII, p. 124.

[779] _Chiese_, ecc., loc. cit., p. 139.

[780] _Archiv. secr. S.S. Reg. Urb. V_, Tom. VIII, fol. 160.

[781] ARMELL., loc. cit. p. 523.

[782] CANCELLIERI, _Possessi_, p. 121.

[783] _Il passato topografico e storico dell’Istit. Massimo alle

Terme_, p. 43 — Roma 1898.

[784] V. BELLORI, _Vita di D. Fontana_, e lo stesso FONTANA —

_Dell’Obelisco Vaticano_ l. II, p. 18.

[785] _Iter. Ital._ p. 76, n. 29.

[786] _Di alcune fabb. fatte in Roma ed in Napoli_, lib. II, Roma 1590,

p. 18 — tav. 19.

[787] Credenz. IV, vol. 104, f. 11.

[788] Loc. cit. 22.

[789] Arm. VI, Tom. 52, p. 65.

[790] Questa notizia ce la porge il _diarista Gigli_. Cf. MORONI, _Diz.

di erud. voc. Colosseo_.

[791] Armadio XI, tom. 22, p. 222.

[792] Il disegno di questo tempietto era stato già fatto dal cav. C.

Fontana.

[793] Nell’anno 1700.

[794] R. LANCIANI, _Not. inedite dell’Anf. Flavio_. Rend. della _R.

Acc. dei Lincei_ 1896. Serie V, vol. V.

[795] Uno degli archi che guardano _Ovest_.

[796] _Diarii._

[797] _Dissert._ apud. Winck. p. 399, vol. III.

[798] _Mercato_, p. 163.

[799] _Notizie inedite_, loc. cit.

[800] Anno 1689-1700, foglio 756.

[801] «Anno 1714, 10 Dicembre. Decreto sopra la deputazione del sig.

D. Girolamo Colonna, in sopraintendente e custode delle chiavi del

nuovo recinto fatto nel Colosseo. Credenz. 1, Tom. 39, p. 14. Ma

susseguentemente a’ 10 di Gennaio del 1715 ritrovasi la relazione della

non inclinante volontà del Pontefice Clemente XI di concedere al Popolo

Romano le chiavi del suddetto nuovo recinto. Cred. 1. Tom. 39, pag.

14». V. MARANGONI, loc. cit., pag. 105.

[802] MARANGONI, loc. cit. pag. 98.

[803] Visse ai tempi di Benedetto XIII.

[804] «Anno 1723, 10 Luglio. Memoriale presentato all’Eccellentissima

Congregazione dall’Eremita del Colosseo, e rescritto grazioso

facultativo di poter fare una muraglia di clausura dietro la cappella

di detto eremitorio. Credenz. I. t. 45, p. 322». V. MARANGONI, loc.

cit. p. 105. — «Anno 1727. 12 Novembre. Istromento di concessione d’un

arco chiuso contiguo e dietro alla suddetta chiesuola o cappelluccia,

posta dentro al circuito del medesimo Colosseo, Pietro Doye eremita

dello stesso Anfiteatro. Credenz. 4, tom. 101, p. 291». _Ibid._

[805] V. pag. 215.

[806] Una copia di questa epigrafe trovasi affissa sul muro del

grandioso _contrafforte_ che si erge dal lato Nord.

[807] _Roma descritta ed illustr._ tom. II, p. 2, Roma Stamp.

Pagliarini.

[808] Oltre a questo ricordo marmoreo, abbiamo una pittura fatta

dal Veith nell’alto dell’ultima lunetta (a destra) del XXX riquadro

del Museo Chiaramonti al Vaticano. La pittura «indica il colossale

e magnifico sperone fatto innalzare dal Pontefice Pio VII per la

conservazione della parte meridionale dell’Anfiteatro Flavio o

Colosseo, sotto la direzione dell’architetto Valadier. Nel mezzo è

figurata la Religione che sostiene la palma e la croce simboli del

martirio, e dinanzi un pellegrino genuflesso». _Cav._ E. G. MASSI:

_Descrizione compendiosa dei Musei...... nel palazzo Vaticano_. Roma,

1887, p. 157, terza edizione.

[809] Questo restauro fu fatto in quella parte del Colosseo che guarda

Ovest, tra l’Arco di Costantino e la Via Claudia.

[810] _Roma. A cura della R. Società Romana di storia patria_, 1910.

[811] _Cf. documento_ XXXII.

[812] _Poesie di autori Italiani del sec. XIX_, Roma 1845.

[813] _Storia della rivoluzione di Roma 1848-1850_, Livorno 1851.

[814] SPADA, _Storia della rivoluzione di Roma_, vol. III, p. 396.

[815] Vol. II, p. 260.

[816] Nella costruzione degli «speroni di Pio VII, Gregorio XVI e

Pio IX furono messi in opera gli ultimi massi» dei caduti materiali o

travertini. Cf. _Notizie e inedite_ del Ch. LANCIANI. _Rendiconto della

R. Accad. dei Lincei_, 1896, serie V, Vol. quinto.

[817] V. GORI, loc. cit., p. 112.

[818] _Atti della Pont. Acc. Rom. di Arch._ Tom. XV, p. XXXI.

[819] Quest’iscrizione trovasi a piè di quella di cui parlammo a p. 221.

[820] GORI, loc. cit. p. 113.

[821] Fra i due restauri di Leone XII e di Pio IX.

[822] X n. 196.

[823] Anno III, 1882, p. 49 e segg.

[824] Cf. LANCIANI _Storia degli scavi_, vol. II, p. 83. Anche nel

1639 furono fatte alcune ricerche «nel circuito del Colosseo». (_Arch.

Capit._ Cred. VI. Tom. 52, p. 65).

[825] CALP. Eclog. 7, v. 48 e segg. — Cf. _Osservazioni sull’Arena e

sul Podio dell’Anf. Flavio fatte dal Sig._ PIETRO BIANCHI, _di Lugano,

Prof. di arch._ ecc.... _nella sessione dell’Accad. di Arch. li 17

Dicembre 1812_.

[826] In vita _Commodi_.

[827] _Osservazioni sull’Arena e sul Podio dell’Anfiteatro Flavio.

Notizie degli scavi_. — Roma 1813.

[828] _Riflessioni pacifiche_ ecc., Roma 1813.

[829] _Ammonizioni critico-antiquarie a varii scrittori del giorno._

Roma 1813.

[830] _Roma Ant._ Tomo I, app. I, p. 233. Roma 1819.

[831] Loc. cit. p. 217.

[832] _Theatrum magnum undequaque rotundum._

[833] Cf. JORDAN: Forma 17 b.

[834] La mia opinione su questo capitello la manifestai a pag. 35.

[835] Cf. PETR. _Satyric._ cap. IX.

[836] Per brevità tralasciamo quanto il Re dice nella sua

dissertazione, sembrandoci sufficiente aver riferito le parole che egli

applica alle figure 8, 9 e 10 della sua _tavola illustrativa di alcune

parti della sostruzione in opera quadrata_.

[837] Di materia solida e stabile.

[838] Il pavimento dell’ipogeo _in opus spicatum_ si trova a m. 6,08

dal piano attuale dell’arena.

[839] Loc. cit.

[840] _Nuove osservazioni intorno all’Arena dell’Anf. Flavio e

all’acqua che ora la ricopre._ Roma 1814.

[841] La stampa universale disapprovò queste nuove escavazioni,

affermando che gli scavi antecedentemente fatti _avean già messo al

nudo ogni cosa_.

[842] Loc. cit. p. 114.

[843] In una di queste _buche_ si veggono tuttora residui di legno

carbonizzato; delle travi, cioè, che facevan parte delle famose

macchine anfiteatrali.

[844] Settantasette di questi frammenti furono editi ed illustrati dal

ch. Henzen, (V. c. I, l. VI, p. 856 e segg.).

[845] _Cronach. mens._ serie II, Tom. I, p. 46.

[846] Qualcuna di queste lastre è di un bel cipollino.

[847] Cf. MEIER, _De Gladiat. Rom. quaest. selectae Bonnae_ 1881 p. 14

e segg.

[848] In un masso di cipollino.

[849] V. SUET., _Calig._ 32. CIC., _Pro Roscio Amer._ 6. FABRETTI, _R.

De columna Traiana_. Roma 1863, p. 151. SABATIER, _Description Générale

des Medaillons contorniates_. Paris 1860, p. 46. In quest’opera

il Sabatier pubblica la medaglia di un VRSE, e nella palma vuol

riconoscere un _flabellum_. A me sembra una palma.

[850] CAP. _in Pert._, VIII.

[851] E. Q. VISCONTI, _Monum. scelti Borghesiani, Tom._ I, Tav. I e

II, opina che il _ciondolo_ rotondo sia qui una tessera gladiatoria.

Ma queste non erano rotonde, sibbene quadrilatere. Il Prof. CORRERA (B.

C. A. Com. di Roma, Anno XXIII, Serie 4, Fasc. 3) crede quel _ciondolo_

una medaglia; ed aggiunge non poter essere una _bulla_, perchè trattasi

di un atleta.

[852] Loc. cit.

[853] CORRERA, loc. cit. p. 201.

[854] GORI, loc. cit.

[855] F. GORI, loc. cit. p. 122.

[856] GORI, ib. Fu anche in questo sterro diretto dal Rosa che

si rimosse la croce dal centro del Colosseo e furono abbattute le

edicole della _Via-Crucis_. Varî giornali stimatizzarono quel fatto; e

nessuno arrise al progetto ridicolo del GORI, loc. cit. p. 5, il quale

consisteva in voler sostituire alla croce _la statua della Libertà_.

[857] Cf. _B. della Commis. Arch. Com. serie 4, fase. p. 118 e seg.

ann. 1895_.

[858] G. GATTI, Cf. il cit. _Bull. Com._ p. 118.

[859] _In Dom._ 4.

[860] _Spectacula assidue magnifica et sumptuosa edidit non in

amphitheatro modo, verum et in circo.... at in amphitheatro NAVALE

quoque._

[861] Lib. 67, c. 25.

[862] Trad. del Nibby, _Roma ant._ pag. 401-402.

[863] _De Naumachia. — lib. Spect._

[864] MARANG. _Delle memorie sacre e profane dell’Anfiteatro Flavio_,

p. 62.

[865] _Dedit et navale praelium in veteri naumachia:_ IBIDEM _et

gladiatores_ etc. (SUET. _in Tito_, cap. VII).

[866] Indica perfino qual parte: quella, cioè, che _riguarda le statue_.

[867] _Memorie storiche del Colosseo_, p. 141.

[868] Loc. cit. p. 402.

[869] Lib. I, cap. XXIX.

[870] _Epigramma XXVIII del lib. Spect._

[871] Dopo il regno di Domiziano.

[872] _Pompae e Libitinensis._

[873] Muniti d’inferriate.

[874] Si trova dalla parte del Laterano. Nella Tav. V, le cloache sono

segnate in colore _bleu_.

[875] Un tratto di questa cloaca fu scoperto negli scavi del 1874. —

È larga m. 0,63 ed alta m. 1,95. — Si dice che pel restauro di questa

cloaca furono spese lire 200,000.

[876] V. LANCIANI, _Ancient Rome_ p. 55.

[877] LANCIANI, _Commentarî di Frontino_ p. 153.

[878] Parte II, cap. VII.

[879] V. CASSIO p. 73, ove parlando degli archi neroniani scrive: §

10 — «A canto alla strada, continuavano, e ancora ben si distingue

essere in piedi un solo, e in qualche distanza altri XIII dei quali

nel piegar della strada essendone alcuni rovinati, e perciò interrotta

la loro concatenazione, la riassumono VIII intersecata a sinistra la

stessa via terminando il loro filo al portone esteriore del vestibolo

di S. Stefano (_Rotondo_) distante dalla porta ed atrio del tempio 82

passi andanti. E qui conviene positivamente avvertire, come più volte

si è da me osservato, che degli VIII archi gli ultimi IV più vicini

al vestibolo o portone, avevano archi sopr’archi, o dir si voglia

sesto col quale grado grado l’un dopo l’altro andavano dolcemente

abbassandosi per retta linea verso un grosso pilastro isolato, lontano

dal già detto portone e ultimo arco 90 simili passi. Egli è però sicuro

(e sarebbe di gran vantaggio l’opposto, perchè gioverebbe al nostro

intento senza ulteriori ispezioni) che il numerato spazio di distanza,

o per nuove aggiunte di costruzioni, o per la mutazione della faccia

del luogo cambiata in orto e vigneto con recinto di nuovi muri è così

deformato, che non lascia segni sensibili d’inclinazione degli archi

sino al castello, che stava e sta al lato settentrionale dell’isolato

pilastro, dove non è da porsi in dubbio che avessero li descritti

archi il lor termine; benchè nella metà del già detto recinto vi si

vegga altro pilastro verso al quale forse continuavano gli archi la

lor dirittura; ma per essere sformato e senza segni di appoggio o

incastro d’archi, non mi permette farne certa assertiva, benchè io

la stimi assai verosimile. Il pilastro isolato che sta eminente nel

fine della piazza tra il circondario di S. Stefano e di S. Maria _in

Domnica_, o modernamente Navicella, è di larghezza 14 palmi nel fianco

settentrionale, nell’altezza eguaglia la torre che dicessimo delli

Consoli, alla quale corrisponde lo speco che sulla cima di questo e

di quello si scopre, a livello d’altro dei VII archi posteriormente

piantati oltre alla torre sul limite degli orti o vigneti dei Ss.

Gio. e Paolo, conceduti dal Pontefice Clemente XI alli PP. Missionari.

Nella metà dello stesso pilastro appariscono ad oriente vernale, e a

ponente gl’incastri degli archi rovinati. A settentrione, siccome sopra

accennammo, v’è un sito riquadrato di larghezza uniforme al pilastro,

nel quale senza dubbio era alzato il ricettacolo o fosse castello, in

cui separatamente calavano le acque portate dagli archi provenienti

dal vestibolo di S. Stefano, e si distribuivano con tubi in diverse

parti del quadrivio di quella piazza (de’ quali tra poco) perchè vi

sta il chiusino a volta con telaro di bianco marmo per sostenere la

quadrata consimile pietra: indizio che nella chiavica interiore vi si

custodissero li tubi e fistole o di piombo o di creta.......»

A p. 68 scrive: «Scorsi 43 anni, cioè nel 762 corrispondente al 9

dell’e. v. eletti consoli P. Dolabella e C. Junio Silano trovati fatti

gli acquedotti di queste due acque da M. Agrippa oppur risarciti, per

risoluzione del Senato condussero dall’antica porta Esquilina (o forse

dal sito in cui si vede oggi la Taurina ossia di S. Lorenzo) al monte

Celio, e di colà all’Aventino l’acqua Marcia e al Palatino; e per farne

alli nominati colli la divisione, in distanza del castello (che tuttora

si vede sul quadrivio della piazza della Navicella non più di 30 passi

andanti) piantarono un arco composto di tivertini (sic) accanto al sito

in cui fu poscia eretto lo spedale e chiesa di S. Tommaso apostolo,

denominato per le molte forme o condotti che vi passavano, _S. Tommaso

in Formis_......»

A p. 76 § 14 prosegue: «Più ancora si assicura l’esistenza di questo

castello sin dal tempo di Nerone, che per formar l’ampio stagno o

piscina al fianco orientale dell’aurea sua casa, seccato ed atterrato

da Vespasiano per erigervi l’ammirabile Anfiteatro..... vi condusse un

grosso rivo dell’acqua Claudia, della quale si vede tuttavia il gran

condotto sotterraneo che scende sotto al chiusino per retta linea nella

strada per cui si va al lato orientale dell’Anfiteatro, nella di cui

vicinanza dove ha principio lo stradone che guida a S. Gio. Laterano

apparisce la superficie della volta dello stesso condotto, che poco più

oltre andava a sboccare nello stagno. Tal condotto fu pure ammirato dal

nuovissimo autore delle memorie del medesimo Anfiteatro (Marangoni), ma

non capito, perchè non salì sul quadrivio del Celio a vederne l’origine

e il suo progresso».

[880] _Commentarî di Frontino_, p. 158.

[881] Secondo la quantità d’acqua che vi avranno fatto affluire.

[882] XIPHIL. e DIONE — p. 542 ed. Basileae.

[883] _Osservazioni sull’arena e sul podio dell’Anfiteatro Flavio

fatte dal sig. Pietro Bianchi di Lugano architetto..... illustrate e

difese da_ LORENZO RE _romano..... nella sessione dell’Accademia di

Archeologia li 17 Decembre 1812_.

[884] Loc. cit., p. 130, § 2.

[885] Loc. cit. p. 141.

[886] _De Naumachia._

«Augusti laudes fuerant committere classes,

Et freta navali solicitari tuba;

Caesaris haec nostri pars est quota? vidit in undis

Et Thetis ignotas et Galatea feras.

Vidit in aequoreo ferventis pulvere currus,

Er domini Triton ipse putavit equos.

Dumque parat saevis ratibus fera praelia Nereus,

Abnuit in liquidis ire pedester aquis.

Quidquid et in Circo spectatur et in Amphitheatro,

Dives Caesarea praestitit unda tibi.

Fucinus et pigri taceantur stagna Neronis

Hanc norint unam saecula Naumachiam».

[887] Fino all’altezza di m. 1,70 circa, quantità necessaria a

sostenere le barche.

[888] Il quale, chiudendo lo _speco_, potevasi mantenere sul pavimento

dell’arena inondato, per quel tempo che si voleva.

[889] _De Naumachia._

[890] _Domitianus Imp... Amphitheatrum usque ad clypea._

[891] Tom. II, p. 49.

[892] In questo stesso Museo (Iº Riquadro n.º 2) si conserva «Apollo

sedente, figura di bello stile, trovata al Colosseo nel 1805». Cf.

_Descriz. compendiosa_ dei Musei.... nel Palazzo Vaticano.... E. G.

MASI, 1887.

[893] «Il modo d’indossare la penula che lascia libera l’azione delle

braccia e della persona, propria perciò de’ viaggiatori e degli araldi,

vi fe’ riconoscere un’imagine di Mercurio. Per tale fu restaurata

coll’adattarvi una testa rinvenuta nel Colosseo nell’anno 1803,

aggiungendovi il braccio sinistro col caduceo». E. G. MASI, loc. cit.

p. 111.

[894] Queste leggi sono state estratte dalle Sentenze di Paolo.

[895] Cf. le opere del prof. A. PROFUMO, e specialmente il suo

recentissimo opuscolo _L’incendio di Roma dell’anno 64_ (Feltre, Tip.

Panfilo Castaldi, 1909). — Tacito dichiara l’incendio «_forte an dolo

Principis incertum_». Il ch. Profumo (loc. cit. pag. 20 e segg.) tratta

magistralmente questa questione.

[896] «_Abolendo rumori subditit reos et quaesitissimus poenis affecit

quos per flagitia invisos vulgus Chrestianos (sic) appellabat_». TAC.

(Ann. 15, 38-44). Il lodato Profumo (loc. cit.) prova ad evidenza

che «le ipotesi che alcuni critici sogliono proporre in sostituzione

per l’_auctor_ (di Cristiani, di Ebrei, ecc. ecc.), sono: dal lato

_documentario_, campate in aria; — dal lato _critico_, nulle, poichè

fuori delle sole due _versioni_ (_forte an dolo Principis_) che l’evo

ha conosciuto. Mi duole, soggiunge, che ricada in questa categoria la

ipotesi subordinata dell’Hülsen; quella di una comparticipazione di

Cristiani con gli uomini che attizzavano in qualche modo l’Incendio.

Le nostre cinque fonti (Plinio, Stazio, Suetonio, Tacito e Dione)

non ne fanno motto; gli apologisti Cristiani posteriori non debbono

mai difendersi, fra le tante e tante, da una simile anche parziale

accusa, che sarebbe riuscita nell’Evo, per concetto della sacra Roma,

gravissima; nè ve n’è traccia neppur minima nei frammenti anticristiani

a noi giunti: quel silenzio generale e costante, adunque, che

caratterizza la non rispondenza dell’ipotesi col pensiero dell’evo,

e pagano e cristiano. Resterebbe il famoso XV, 44, di Tacito su quel

primo gran processo o gruppo di processi ai Cristiani, ch’è dallo

storico collegato all’incendio. Esso è molto oscuro. Nel mio lavoro

(_Le fonti ecc._) ne ho proposta una soluzione: — assenza totale

di processi ad _incendiari_, e pagani e cristiani; gran processo, o

processi, d’indole politico-morale ai Giudaici «_quos per flagitia

invisos vulgos Christianos appellabat_», poichè per questa attiva

propaganda ebraica (Cfr., p. es., FLAVIO GIUS., in _Guerra Giud._,

I, pr. 2) ormai la questione Giudaica preoccupava l’animo romano per

la sicurezza delle Provincie dell’Oriente; ed infatti, l’anno dopo,

il 66, s’inizia la definitiva campagna militare, con la distruzione

di Gerusalemme a supremo intento. Un processo a dei Giudaici malvisi

in Roma dal _volgo_, detti Cristiani, era quanto di meglio si potesse

escogitare in quei giorni, ad _abolendo rumori_ sul _dolus Principis_».

[897] Il Trastevere e la Porta Capena.

[898] S. GIUSTINO il Filos. _Dial. con Trifone_ II. 17.

[899] ORIGENE, _Contr. Cels._ lib. VI, n. 27.

[900] SUET. _in Nerone_, c. XVI.

[901] TAC. _Ann._, XV, 44.

[902] TERT., _Apol._ cap. I, _in fine_. Tertulliano chiama Nerone

_dedicatore damnationis nostrae_.

[903] _Epist. prima._

[904] PLIN. secund. Epist. lib. X.

[905] Cf. SULPIZ. SEV.

[906] Sebbene talvolta sotto qualche Imperatore, o per il suo carattere

naturalmente mite, od anche per noncuranza, quegli _editti_ siano stati

applicati meno frequentemente.

[907] Ap. LACTANT. _Divinae institutiones_ l. V, c. XI.

[908] L’_Anf. Flavio rivendicato ai Martiri_, p. 27.

[909] Lattanzio visse un secolo prima del riordinamento della

legislazione romana, fatto da Giustiniano.

[910] Cf. POTHIER. _Le Pandette di Giustiniano riordinate_, Vol. I,

Venezia 1833, pag. 103, numero 2.

[911] _De fuga in persecutione_ c. IV, XII, XIII. — _Ad uxorem_ l. I,

c. 3.

[912] _Contra Celsum_, l. VIII, ed. Cantabr. p. 406.

[913] _Epist._ l. IV, _ad Cornelium_, § 4.

[914] _De Ss. Martyribus Bernice, Prosdoce_, § 4. Cfr. il _Processo

Verbale_ del 17 Luglio 180, scoperto nel 1890. — _Apologisti

Cristiani._ Casa editrice Dott. F. Vallardi, Milano 1907.

[915] _Apolog._ cap. XXXIX.

[916] _Dig._ l. XLVIII, tit. XIX, l. 31.

[917] _Dig._ l. XLVIII. Tit. IX-XIX. Cf. CIC. _Orat. pro Roscio_ 26.

[918] _Passio S. Pionii 21 acta sincera_, RUINART, n. 4, p. 136 et seqq.

[919] _Passio S. Perpetuae 19. Edit._ ARM. ROBINSON, Cambridge 1891,

pp. 89-90.

[920] RUINART, _Acta sincera_.

[921] _Bull. di Arch. sacra_ 1879, p. 21.

[922] _Acta_ § 6 apud _Acta sanctor._ Ianuar. tom. I, p. 569.

[923] S. Paolo _ad Rom._ c. XVI, dal v. 3 al v. 15.

[924] _Lez. di Arch. Crist._ p. 6.

[925] _De l’authenticité des Annales et des histoires de Tacite_,

Bordeaux 1890.

[926] _Apol._ c. XXXVII.

[927] Le sillogi epigrafiche di Tours, di Closterneubourg e di Göttwel

ci hanno conservato un’iscrizione preziosa degli inizi del secolo V;

la quale, mentre ci ricorda i grandiosi restauri fatti da Sisto III

(432-440) nella basilica Liberiana, fa pur menzione di cinque martiri

(V. GRISAR, _Roma alla fine del mondo antico_ pag. 303 nota 2ª) e

dei cinque simboli del genere di morte da essi subìta. Il terzo di

questi simboli è precisamente la _damnatio ad bestias_. Ecco il testo

dell’iscrizione:

VIRGO MARIA TIBI SIXTVS (sic) NOVA TEMPLA DICAVI

DIGNA SALVTIFERO MVNERA VENTRE TVO

TE GENITRIX IGNARA VIRI TE DENIQVE FETA

VISCERIBVS SALVIS EDITA NOSTRA SALVS

ECCE TVI TESTES VTERI SIBI PREMIA PORTANT

SVB PEDIBVS IACET PASSIO CVIQUE SVA

FERRVM FLAMMA FERE (sic) FLVVIVS SAEVVMQVE VENENVM

TOT TAMEN HAS MORTES VNA CORONA MANET

«Di tale prezioso carme rimase superstite soltanto il primo verso fino

al sec. XVII; e questa reliquia pure venne cancellata in seguito agli

inconsulti restauri eseguiti a spese del card. Pinelli». P. SISTO

SCAGLIA, _Mosaici antichi della bas. di S. Maria Maggiore in Roma._

Roma, F. Pustet, Editore, 1910.

[928] _Notiones Archaeolog. Christ._ Cap. II, p. 176, Romae 1908.

[929] _Corpus antiq. rom. absolutissimum_ p. 440.

[930] Cf. G. B. LUGARI, loc. cit. p. 9.

[931] _The ruins and excavations of ancient Rome_ p. 283.

[932] Loc. cit. p. 10.

[933] PROC. _Della Guerra Gotica_ l. I, c. XXII, XXIII.

[934] Qui il LUGARI (loc. cit. p. 11 dell’estratto o p. 113 delle

_Dissert. della Pont. Accad. Rom. di Arch._ serie II, Tom. VII) in

una lunga _nota_ dimostra che l’anfiteatro Castrense era capace di

contenere il numero sufficiente di belve per gli spettacoli ordinarî;

ed indica il sito ove poterono esservi le abitazioni per i militi del

vivario e per i serventi.

[935] LANCIANI, _The ruins and excavations of ancient Rome_, p. 388.

[936] FICORONI, _Le vestigia di Roma antica_, p. 121.

[937] NARDINI, _Roma antica_, tom. II pag. 17 _ediz. de Romanis_.

[938] LUCIUS FAUNUS, _De antiq. urb. Romae_, lib. I, p. 13 — POMP. LET.

_De antiq. urb. Romae_, lib. VII, pagg. 234, 235 — MARLIANI, _Urb. Rom.

Topogr._ lib. VII, p. 134.

[939] Id., loc. cit., POMP. LETUS, loc. cit., MARLIANI, loc. cit.

[940] BUFALINI, _La pianta di Roma_, tav. A, 2 ediz. 1879.

[941] Nota di ruderi e monumenti antichi per la pianta del Nolli, edita

dal De Rossi, p. 19.

[942] SUET. in _Calig._ cap. IX.

[943] V. NARDINI, _Rom. ant._ l. IV, c. II, p. 15; Nibby, Roma, _parte_

I _ant._ p. 397.

[944] SUET., _in Tib._ c. LXXII.

[945] ID., _in Claud._ c. XXI.

[946]

PRO S. M. ANTONII. GORDIANI. PII

FELICIS. AVG. ET TRANQVILLINAE. SABI

NAE AVG. VENATORES IMMVNES. CVM CV

STODE VIVARI. PONT. VERVS. MIL. COH.

VI. PRAE. CAMPANIVS. VERAX. MIL. COH. VI

PR. FVSCIVS. CRESCENTIO. ORD. CVSTOS

VIVARI. COHH PRAETT. ET. VRBB.

DIANA. AVG. D. S. EX. V. P.

DEDICATA XII KAL. NOV.

IMP. D. N. GORDIANO. AVG. ET. POMPEIANO. CS.

_Corpus_, I L. VI, 130.

[947]

[Illustrazione: Iscrizione]

[948] SUET., _in Claud._ c. XXI.

[949] Id., _in Claud_. loc. cit.

[950] DIO. LIX, cap. X.

[951] DIO. p. 709, Ed. Leunel.

[952] V. _Verona illustr._ Milano 1826, p. 49.

[953] _Variar._ l. 4.42.

[954] loc. cit. lib I, cap. IV.

[955] Di qui si vede con quanta saggezza il ch.º H. Grisar (_Roma alla

fine del mondo antico_ p. 174) abbia scritto: «È certamente fuor di

questione che l’ANFITEATRO FU SPETTATORE DI MOLTI MARTIRII».

[956] Cf. P. DELHAYE, _Anacleta Bolland._ tom. XVI pagg. 209 e segg.

ann. 1897.

[957] Il Grisar (loc. cit.) dice a questo rispetto: «Testimonianze

sufficientemente sicure comprovano che quest’edificio (il Colosseo)

fu spettatore della passione di S. Ignazio antiocheno, ma se si

tratta di enumerare altri determinati campioni della fede che a lui

dovrebbersi unire nella storia delle persecuzioni, allora il giudizio

dello storico soggiace a molte difficoltà, la principale delle quali è

che gli _Atti_ ove parlasi di tali martirii romani, non sono relazioni

genuine del tempo delle persecuzioni, ma pie leggende messe assieme nel

quinto e sesto secolo, se non più tardi, le quali di solito contengono

anacronismi ed inverosimiglianze..... _Talora però nei prefati

documenti il martirio avvenuto_ IN QUESTO LUOGO _è ricordato_ CON TALI

CIRCOSTANZE DA DIMOSTRARE _che quel dettaglio fu tramandato_ IN FORMA

SICURA».

[958] V. Parte III, cap. 1º.

[959] Cfr. p. 98.

[960] FEA, Miscell., Tom. I; BARTOLINI, _Sugli Atti di S. Agnese_, p.

110; M. ARMELLINI, _Il Cimitero dì S. Agnese_, p. 10.

[961] BELLORI, _Vestigia Vet. Rom._ Tab. XXVIII.

[962] _Roma Subterr._ l. III, c. XXII, p. 602.

[963] Cf. MAZZUCCHELLI, _Scritt. Ital._ Tom. II, part. II, p. 703. —

TIRABOSCHI, _Storia della letteratura italiana_. Tom. VIII, l. 3, p.

289. Ed. Rom. — COMOLLI, _Bibl. architettonica_, vol. II, p. I, clas.

I, pp. 58-59-60-61.

[964] _Apud Petrum de Cortona e schedis Ptolomei_, MURATORI, Tom. IV,

p. 1878, n. 4.

[965] REINESIO, Col. XX, p. 249.

[966] BONADA, _Col._ X, n. 36.

[967] FLEETWOOD, p. 351.

[968] LAM, _De E. A._ p. 203.

[969] MAMACHI, Tom. I, pp. 415-421-422.

[970] BIANCHINI, _Hist. Eccl._ Tom. II, saec. I.

[971] MABILLON, _Musaeum Ital._ Tav. I, n. 54-213-418.

[972] MARANGONI, _Mem. sacre e profane dell’Anf. Flav._, ed. 2, p. 271.

[973] VENUTI, _Accurata e succinta descriz. delle antich. di Roma_,

part. I, c. I, p. 51.

[974] ORSI, _Storia Eccles. ediz. rom._ 1835, Tom. I, p. 22.

[975] _Apud Mai Script. Vet. Nov. Coll._ Tom. V, p. 380.

[976] MAZZOLARI, _Sacre Basiliche_, p. 300.

[977] MAGNAN, _Le Ville de Rome_, Tom. IV, col. 16.

[978] TERRIBILINI, _Mss. Cas._ XX, XI, Tom. VIII, p. 371.

[979] Loc. cit.

[980] VISCONTI, _Sposizione d’alcune antiche iscrizioni crist._ Atti

dell’Acc. Rom. di Arch. 1823, Tom. II, p. 629.

[981] NIBBY, _Rom. ant. e mod._ part. I, Tom. I, p. 101.

[982] CANINA, _L’Architettura Romana_, part. III, p. 148.

[983] _Note al Venuti sull’op. cit._, p. 59.

[984] O’ REILLY, _I Martiri del Colosseo_, p. 41.

[985] GIAMPAOLI, _Rel. storica del nuovo prosp. di S. Pudenziana_, p.

21.

[986] FABIO GORI, loc. cit. p. 11.

[987] Eccettuato il Giampaoli, il quale nella sua opera: _Memorie

delle catene di S. Pietro_, p. 25 mutò di parere, e si unì a quelli che

dichiararono falsa la lapide.

[988] DE ROSSI, _Musaici cristiani_, fasc. XXIII (_Musaico della

nicchia della Confessione Vaticana_).

[989] TOMASETTI, _Breve itin. di Roma_, p. 86.

[990] PROMIS., _Gli Architetti e l’Architettura presso i romani_, Mem.

storiche, Serie III, Tom. 27. p. 146.

[991] ARMELLINI, _La Chiesa di Roma_, ediz. 2, p. 161.

[992] _Analecta Bolland._ Tom. XVI. p. 216.

[993] O. MARUCCHI, _Elements d’Archeologie_, Tom. III, p. 285. Id. _La

Forum Romaine_ 1903, pag. 259.

[994] _Histoire de Rome_ etc., Vol. I, p. 182.

[995] _Storia universale della Chiesa_, ed. XI, Torino 1904, vol. II,

p. 790.

[996] _Historia critica_, Ecclesiae Cattolicae, vol. I, p. 635.

[997] P. SCAGLIA, _Notiones Archaeol._ vol. I, _pars-prior_. p. 418.

[998] _Nel sotterraneo di questa (Chiesa), e precisamente nella

crociera a mano dritta, v’è l’iscrizione cristiana, dalla quale può

rilevarsi che Gaudentius, un cristiano, fu l’architetto dell’Anfiteatro

Flavio e che fu martirizzato._ TOMASETTI, loc. cit.

[999] Lo stesso si dica del MARTIGNY e del CABROL. V. i loro rispettivi

_Dizionarî_, v. _Colisée_ e _Amph. Flav._

[1000] _Inscript. Christ._ Tom. I, p. 26.

[1001] COMOLLI, _Bibl._ vol. II, p. I, class. I, p. 51.

[1002] Vedi P. I, c. III, di questo lavoro.

[1003] Cf. _Bull._ Serie III, an. I, p. 135.

[1004] M. ARMELLINI, _Scoperta della cripta S. Emerenziana_, ecc. p.

109.

_Qui furono le signore: Portia Gabrielli, Maddalena Tassi Varesi,

Caterina, Giulia et Lavinia suoi figli il Venerdì Santo l’anno 1635.

Cavando Evangelista Bucci._ Vi sono anche altri nomi e date degli anni

1634 e 1670.

[1005] DE ROSSI, _Bull. di A. S._ Serie III, an. I, p. 136.

[1006] Id., loc. cit.

[1007] Un falsificatore può determinarsi a far incidere una lapide,

1º per esser lodato quale scopritore fortunato di un’iscrizione

interessante; 2º per far trionfare una sua opinione; 3º per lucro, e

in tutti i casi, coll’animo pravo d’ingannare i posteri. Ma noi, come

vedremo, non troviamo neppur uno di questi motivi per dichiarare la

nostra lapide falsa.

[1008] MAFFEI, _Arti criticae lapidariae_ libr. III. c. II, p. 159 e

segg.

[1009] Così ad es.: la collezione di lapidi cimiteriali del sotterraneo

della Chiesa dei SS. XII Apostoli.

[1010] _Bull._ serie III. an. I, p. 95.

[1011] «Poichè l’arte aveva creato variazioni (_dipinti in Priscilla_,

titoli in marmo nel _coem. maius ostrianum_); troviamo che fin dal più

antico periodo delle Catacombe romane si possono distinguere un tipo

di scrittura _priscilliana_ ed uno _ostriana_». Cf. KAUFMANN _Manuale_

d’A. C. p. 172.

[1012] _Epitaph. S. Severae_ p. 77.

[1013] Il comm. O. Marucchi (V. _Le Forum Romaine_, p. 259. Ediz.

dell’anno 1903), dopo aver detto che l’iscrizione di Gaudenzio è una

grossière contraffazione moderna; che il suo stile strano, è assai

differente dallo stile antico, che la forma stessa dei caratteri

tradisce la sua origine; e dopo aver espresso il desiderio che

l’Accademia di S. Luca si decida a porre almeno un’indicazione per

prevenire i visitatori di questa falsificazione, aggiunge (in nota)

che ha saputo dal Bacci esservi nel rovescio un’iscrizione cristiana

antica, che dice: _Augurina in pace._

Rispetto il parere del ch.º Professore e amico, ma, a mio giudizio,

l’Accademia di S. Luca ha fatto molto bene a lasciare la lapide nel

sito in cui si trova da tre secoli; ed anche a non mettervi indicazione

di sorta, almeno fino a che non si sappia con ogni certezza la falsità

della stessa. La notizia che il Bacci ha dato al ch.o Marucchi,

dell’essere cioè questa lapide opistografa, non è nuova, perchè

l’Aringhi, il Fletwood, il Marini, il Visconti, ecc., ce l’avevano già

detto; la formola poi, non è _Augurina in pace_, ma: AVRELIA AVGVRINA

HIC EST. L’iscrizione è incisa nel mezzo del lungo e stretto marmo;

è intiera, e si estende da una estremità all’altra del marmo o tavola

marmorea, in questa guisa:

L'anfiteatro Flavio nei suoi venti secoli di storia · 第 92 / 94 题