AVRELIA AVGVRINA HIC EST[1013].

Ora questo laconismo, questa totale mancanza di simboli, questo nome

AUGURINA e questo gentilizio AURELIA scritto per intiero, ci fanno

necessariamente dire che il marmo su cui è scolpita l’iscrizione non è

posteriore al secolo II[1014].

Il marmo dunque su cui è l’epitaffio di Gaudenzio, per il suo colore,

per la sua qualità, ecc. può dirsi, senza timore d’essere contraddetti,

antico e antico assai, e certamente non posteriore al secolo II.

Nemmeno si può dir falsa la lapide per il _marmoris genus_, giacchè ha

essa tutti i requisiti perchè sia lapide cimiteriale, al cui _genus_

appartiene. L’altezza, la forma, il fatto incontestabile che essa

è stata estratta da un cimitero, ecc., son tutte cose le quali ci

dicono che essa appartiene indiscutibilmente alla classe delle lapidi

cimiteriali.

Alla nostra lapide dunque non mancano i requisiti estrinseci perchè

essa sia ritenuta per genuina.

Tralascio per ora la questione paleografica, perchè di essa ne parlerò

nell’esame della seconda opinione.

Ma fin d’ora faccio notare che la paleografia è criterio fallace assai

se si separa dagli altri, come avvertono il Maffei, il Fabretti, il

Marini, il Morcelli, e lo stesso P. Scaglia[1015] il quale, appena

due anni fa, scriveva: «Criteria omnia ista sese invicem conplent

ac confirmant, paucis exceptis casibus, in quibus aut lapicidae

_imperitia_ aut alia de causa _exceptio_ datur». E a pag. 58, aggiunge:

«Non semper vero e complexu litterarum aetatem erui fas est; nam bene

potuit etiam _saeculo primo_ lapicida quilibet, sive ex negligentia,

sive ex imperitia, litteras inelegantes describere, et viceversa etc.».

E quindi, riconosciuto che per la nostra lapide stanno gli altri canoni

citati, _s’userebbe l’argomento paleografico senza giudizio_[1016], se

per questa sola ragione si dicesse falsa.

L’unico criterio intrinseco posto dal Maffei, applicabile alle

iscrizioni cristiane, è, come abbiamo veduto, la singolarità: e questa,

non si può negare, è veramente applicabile alla nostra.

Se si riflette che l’iscrizione di Gaudenzio, ammesso che non sia

riproduzione o falsificazione, dovrebbe essere del tempo dei Flavî,

e considerata la specie cui dovrebbe appartenere, essa s’allontana

pur troppo da quella semplicità, da quel laconismo, da quelle

formole proprie della classe di epitaffi cimiteriali di quei tempi.

Ma in questo caso si può, innanzi tutto e con ragione, applicare

ad essa l’eccezione di cui parla il Lupi[1017]; e secondariamente

quest’epigrafe appartiene a quella specie d’iscrizioni _quarum vim ut

quis intelligat seiungere eas non oportet ab adiunctis loci, temporis,

ac personae quae epitaphium posuit_[1018].

Oltre a ciò, quest’iscrizione nulla ha che fare con quelle semplici

memorie che vediamo sui sepolcri di un fedele qualunque, od anche di un

martire; le quali presentano precisamente un laconismo e una semplicità

caratteristica; ma dobbiamo dirla un _elogio_, un _epitaffio_ di

una natura tutta sua propria. Dunque dai canoni estrinseci posti dal

Maffei per riconoscere la falsità della lapide, e che sono applicabili

alle lapidi cristiane, si deduce che la nostra non è falsa: il canone

intrinseco poi, perchè non applicabile a questa per le circostanze

della lapide, non può neppure convincerci della falsità della

iscrizione di Gaudenzio. Secondo la critica epigrafica dunque, non

possiamo dichiarare falsa l’iscrizione «SIC PREMIA SERVAS».

Ma lasciamo il Maffei, ed esaminiamo la cosa secondo i dettami del De

Rossi, le cui dichiarazioni, specialmente sulla presente questione,

tanto più valgono, in quantochè, come si legge nei suoi _Musaici_, egli

crede la nostra iscrizione una falsificazione dei tempi di Urbano VIII.

Ma anche di questo suo parere ci occuperemo tra breve.

Il De Rossi adunque[1019] scrive: «Si distinguono SEMPRE le lapidi

incise con cura, secondo la regola dell’arte, da mano perita, del

mestiere; da quelle che appaiono tracciate in fretta, senza studio

di calligrafia epigrafica o da mano nuova ed inesperta dell’arte

lapidaria». Ora è evidente che la nostra epigrafe appartenga alla

seconda specie, cioè a quella delle iscrizioni _tracciate in fretta,

senza studio di calligrafia epigrafica_; e non a quella delle

lapidi _incise con cura e secondo le regole dell’arte_. Ma le lapidi

appartenenti a questa seconda classe, secondo il chiaro archeologo

«_niuna impronta hanno_ di tipo speciale e caratteristico (caso

assai raro), ovvero alle lettere dei manoscritti più che all’alfabeto

epigrafico ci si mostrano affini».

Dunque la nostra lapide, come quella che _niuna impronta ha di tipo

speciale e caratteristico_, non può dirsi falsa per la sua paleografia

non regolare e non comune. Nel cimitero di Domitilla, in mezzo a

quattro epigrafi in caratteri bellissimi, il De Rossi ne trovò una

scritta in paleografia molto _trascurata_, perchè incisa _da mano

imperita_: eppure le giudicò tutte contemporanee[1020]. L’illustre

archeologo poi, nella sua memoria sul museo epigrafico cristiano

Pio-Lateranense, afferma che «il delicato fastidio degli umanisti

del quattrocento e dei dotti del cinquecento per l’umile e popolana

epigrafia dei primi cristiani, l’ha trovata quasi immune dalla lebbra

che tutta ne ha impestata e guasta la parte classica»[1021]. E se vi

furono lapidi della cui sincerità può dubitarsi, ciò non può dirsi che

di quelle le quali spettano al cadere del secolo XVII, quando cioè,

_differita l’esecuzione del nobilissimo disegno_ (ideato dal Boldetti

di un museo lapidario cristiano), _istituirono privati musei di lapidi

antiche segnatamente cristiane_, e si studiarono di derivare a loro

pro qualche parte di quanto iva in dispersione[1022], il _Carpegna, il

Bianchini, il Capponi, il Vettori, il Ficoroni, e tanti altri_. Ora la

nostra lapide era già nota, veduta e scritta, anzi stampata nella prima

metà del secolo XVII.

Dunque non può essere compresa nel numero delle false suddette.

Di più: _la gara di collettori di lapidi cristiane adescò i venditori a

falsare la merce_ (scrive il De-Rossi).

Ma in che consiste questa falsificazione? Ascoltiamolo dal sommo

maestro: «I negozianti di Roma, ai quali solo si faceva capo da ogni

paese, spacciarono esemplari moderni più o meno fedeli di epigrafi

_genuine_ ed _antiche_, ed ho trovato essere talvolta avvenuto, che

della medesima epigrafe, l’originale rimanesse in Roma, e che copie

moderne si fossero in pari tempo spedite una al museo di Catania e una

all’arcivescovile di Ravenna».

Dunque la falsificazione, chiamiamola così se si vuole, consistette

nel copiare lapidi esistenti in Roma e spedirle fuori, come originali.

Ma la nostra, si trova proprio qui a Roma. Dunque, secondo la stessa

teoria del De Rossi, essa non cadrebbe nella classe delle falsificate,

e sarebbe, in ogni modo, originale. Non basta. È certo, e niuno potrà

negarlo (e questa vedo sia la ragione principale su cui si basa la

sentenza od opinione che discutiamo), che la nostra lapide è una

singolarità[1023]. Ora, considerato che gente fossero i falsarî od il

fine che essi si proponevano, il nostro marmo come potrà dirsi falso?

I falsarî, l’ho detto poc’anzi colle parole del De Rossi, veduta la

gara dei collettori di lapidi cristiane, ingannarono specialmente i

lontani col formare esemplari _più o meno fedeli_ di lapidi _genuine e

sincere_. Non inventarono dunque nuove lapidi, ma soltanto copiarono

_più o meno fedelmente_ dagli originali. Ora la nostra lapide, non

essendo _copia più o meno fedele_, ma originale, non può dirsi falsa.

Ed il fatto di essere essa nella sua dicitura affatto singolare,

esclude l’ipotesi di una falsificazione. Lo scopo dei falsarî, è

notissimo, era il guadagno; e a questo fine, astutamente facevano

esemplari _più o meno fedeli_. E appunto per il lucro, dovettero

essi incidere le lapidi in modo che la loro merce fosse sicuramente

spacciata. E per spacciarla più facilmente mandavano _fuori di Roma_

copie più o meno fedeli delle lapidi esistenti. Ma se anche avessero

inventato tutto di sana pianta i falsarî, avrebbero certamente

procurato di non allontanarsi troppo dalle formule esistenti e

conosciute; molto più che quegli esemplari si spedivano a raccoglitori

i quali spessissimo erano eruditi. E gli eruditi, ammaestrati forse

dall’accaduto ai raccoglitori delle lapidi pagane, dubitarono ancora

delle cristiane; ed una prova l’abbiamo appunto nella nostra lapide.

Il Bellori dice che quest’iscrizione è _neque_ SPURIA _neque recens_.

Si vede dunque che ai suoi giorni v’erano lapidi spurie e recenti, e

che gli eruditi l’esaminavano attentamente per non essere tratti in

inganno! Gli spacciatori dunque e i falsarî dovevano avere un interesse

speciale di formare le lapidi in modo che a prima vista non facessero

dubitare della loro sincerità.

Ma se questo dubbio, di fronte a una lapide non comune, sorgeva lontano

da Roma, con quanta più ragione non sarebbe sorto in Roma se i falsarî

avessero voluto spacciare una lapide, la quale, come la nostra, è tutta

_propria, eccezionale, singolarissima_? Dunque, ripeto, il fine stesso

propostosi dai falsarî, e la singolarità della lapide, escludono la sua

falsità.

Non mi pare infine verosimile che un falsario del secolo XVII, senza

avere dati di sorta, atti, ecc., potesse giungere a scrivere un

epitaffio così veemente, tanto espressivo, così significante, che

corrispondesse a qualche dato storico, quale è il nostro. A me pare,

per la ragione che son per esporre, che quello non possa essere

stato dettato se non da colui il quale si trovava presente ad un atto

sommamente indegno di chi lo commetteva, ed evidentemente ingiusto

verso di colui che lo riceveva. Infatti, qui lo scrittore rimprovera

Vespasiano, e lo rimprovera non con espressioni qualsiansi, ma con

queste parole: «SIC PREMIA SERVAS»; e a Gaudenzio dice; «PREMIATUS

ES MORTE». Si ponga mente alle espressioni suddette, e si vedrà la

ragionevolezza della mia asserzione. Sappiamo che Vespasiano diè premî

agli artisti, ai letterati, a tutti quei genî insomma, che facevano

qualcosa di pubblica utilità. Si legga Suetonio, e si troverà che

quell’imperatore (e non ricorda altri imperatori) premiò oratori greci

e latini, premiò poeti, premiò il ristauratore del Colosso di Nerone,

ed un meccanico per aver solamente progettato il trasporto d’ingenti

colonne al Campidoglio; premiò Apollinare il trageda, premiò Tarpejo e

Diodoro citaristi e via dicendo.

Ora è verosimile che un falsario ignoto del secolo XVII, il quale

doveva essere certamente astuto, e che cercava non la sua gloria ma

soltanto il suo proprio interesse, fosse potuto giungere ad indicare

Vespasiano tanto sottilmente, e che (anche ammessa la sua sottigliezza

ed astuzia) avesse scritto una lapide, la quale, in fin dei conti,

non avrebbe potuto facilmente vendere, per la stessa ragione, che

allontanandosi dal solito formulario, l’avrebbero creduta inventata?

Inoltre: il presunto falsificatore della nostra lapide, fu un

letterato o fu un volgare idiota? Se letterato, come concepire tutti

quegli errori? Non avrebbe procurato, per meglio ingannare l’incauto

compratore, di adoperare lo stile classico del tempo dei Flavî? Se

idiota, come è che conosceva le opere di Suetonio? Ma v’ha di più: il

Baronio, nei suoi _Annali_, ha dimostrato ad evidenza che Vespasiano

pretese essere il Cristo, di cui sapeva parlarsi nelle sacre pagine.

Ciò posto, quanto non sono espressive quelle parole: «PROMISIT ISTE,

DAT KRISTUS OMNIA TIBI?».

Egli volle dire: «PROMISIT ISTE _qui se dicit Christus, at Christus

verus_ OMNIA _tibi_ DAT».

E chi può affermare senza dubitare, che la scienza, la sagacia di

un falsario settecentista giungesse a tanto? Questo è moralmente

impossibile. È dunque moralmente impossibile che la lapide sia una

falsificazione del sec. XVII.

Il P. Grisar[1024] dice che l’iscrizione di Gaudenzio fu _fabbricata

nel secolo_ XIV (1300). Meno male! Dal 1700 alla metà circa, del 1400,

già siamo tornati indietro di tre secoli! E le ragioni? Le stesse di

coloro che la dicono falsificata nel secolo XVII: _La paleografia,

lo stile dell’iscrizione_[1025]. E se si leggono tutti gli autori

moderni che parlano di questa lapide, tutti ci ripetono le stesse

cose. E quelli che la credono genuina, ma una riproduzione del secolo

V, od anche un’eco di una leggenda popolare dello stesso secolo, che

argomenti adducono? Gli stessi!!! Ma di questi ultimi ci occuperemo

dopo di avere esaminato quanto il De Rossi, l’Armellini, ecc., dicono

per dimostrare che la lapide è una falsificazione fatta sotto il

pontificato di Urbano VIII.

Il De Rossi ragiona così:

«Poco prima che Urbano VIII facesse erigere dal Bernini il tabernacolo

di bronzo sulla _Confessione Vaticana_, il Salvatore in musaico della

sua nicchia fu delineato dal Grimaldi (nel codice Barberiniano XXXIV,

50, p. 250); e l’iscrizione del libro in quell’immagine è assai diversa

dalla forma, che ora vediamo e che è fornita di punti sugli I....

L’iscrizione adunque, dopo il disegno fattone dal Grimaldi[1026] fu

tutta arbitrariamente rifatta: e ciò deve essere avvenuto[1027] quando

Urbano VIII fece eseguire l’opera tutta nuova in musaico ai lati della

nicchia le immagini dei principi degli Apostoli e risarcire quella

antica del Salvatore.

«Nell’epigrafia cristiana però VERI PUNTI ROTONDI _su tutti_ gli I (non

su quelli soltanto sui quali poteva cadere l’accento) si veggono in due

lapidi della penisola Iberica, una del 589 nella Spagna, una del secolo

incirca VII nel Portogallo.

«In tutta la rimanente epigrafia cristiana[1028], ed in ispecie in

quella di Roma e dei suoi musaici, giammai appare il punto sull’I,

eccetto in due iscrizioni che oggi si giudicano[1029], e con piena

ragione, falsificate ai tempi incirca di Urbano VIII. Una è quella

del preteso architetto dell’Anfiteatro Flavio che dal museo della

Marchesa Felice Randanini passò all’ipogeo di S. Martina ove tuttora

si vede. L’Aringhi, suo primo editore, e quanti dopo di lui la

pubblicarono neglessero i punti sugli I[1030]. Pietro Ercole Visconti

li notò e ne fece grande caso, stimandoli accenti. Ma non è così; non

potendo l’accento cadere costantemente su tutti gli I[1031]. L’altro

esempio, e di fattura contemporanea al precedente, è l’iscrizione del

martire Primitivo data ai tempi di Urbano VIII alla predetta marchesa

Randanini, e da lei inviata poi a Faenza».

Qui si nota tosto una petizione di principio. L’iscrizione del libro

in musaico _dovè essere_ rifatta arbitrariamente ai tempi di Urbano

VIII, perchè ha i punti sull’I come le iscrizioni di Gaudenzio e di

Primitivo. Le iscrizioni di Gaudenzio e di Primitivo furono fatte ai

tempi di Urbano VIII, perchè hanno i punti sull’I come l’iscrizione in

musaico del vaticano.

Ma, anche ammesso che il disegno del Grimaldi fosse esatto e che

prima non vi fossero i punti sull’I, non è logico da ciò dedurne la

falsificazione della nostra lapide. Perchè non dice altrettanto delle

due lapidi dell’isola Iberica? Perchè in Ispagna ed in Portogallo,

prima di Urbano VIII, si poterono usare i punti sull’I, e in Italia no?

E la lapide di Gaudenzio, non l’avrebbe potuto incidere uno spagnuolo.

E lo stesso nome _Gaudentius_, non potrebbe essere, come _Laurentius_

spagnuolo? E se quei _punti triangolari_ che vediamo sugli I della

lapide dell’ipogeo di S. Martina fossero stati aggiunti da mano

moderna[1032], per questo solo noi dovremmo ritenerla per falsa?

*

* *

Il De Rossi scrive che «quegli apici si trovano talvolta sovrapposti,

non come accenti, ma veri punti complementari della vocale _i_, nei

documenti diplomatici e manoscritti fino dal secolo in circa XII,

oggi è consentito dai più autorevoli paleografi. Ma ciò spetta alla

scrittura minuscola, nè vale per la maiuscola segnatamente delle

epigrafi incise in pietra od effigiate a musaico. In quanto alla

paleografia epigrafica classica l’Hübner sentenzia: _quod puncta

litterae superimponuntur, in universum ab antiqua consuetudine prorsus

abhorrere et nocivi usus esse creditur, recte_».

Che nell’epigrafia classica non siano stati usati i punti, è certo;

ma che per via eccezionale, ed in lapidi volgari, non si usino, non

punti, ma apici (come si veggono nella nostra), è anche certo, e noi

abbiamo esempî, sempre eccezionali, anche antichissimi. Fra migliaia

d’iscrizioni pompeiane noi ne abbiamo qualcuno che ha gli apici. Si

veda, il C. I. L., vol. IV, i n.i 1186, 1068, 1189, 1190 ecc., e si

troveranno gli apici sulle parole:

IV´NIAS, VENATIÓ, VÉLA, POMPÉIS, VENÁTIO, FADÍVM, CENÁCVLA SEXTÁS,

ANNÓS, SATRIÓ, LVGRÉTIO, MV´NIFICO, PRÓ, VÁRVS, SÍRICVM, etc.

Si dirà che questi sono accenti? Ma accenti anche su quel VENATIÓ,

SEXTÁS, AMNÓS, SATRIÓ, MV´NIFICO? S’aggiungerà che non sono sulla

vocale I? Ma l’abbiano in quel SÍRICVM, FADÍVM.

Ma lasciamo questi esempî pompeiani e adduciamone altri più a

proposito per la nostra lapide, nella quale gli apici potrebbero essere

d’altronde, _tante altre gagliofferie che in questa stessa lapide fece

l’ignorantissimo scalpellino_[1033]. Lapidi adunque con gli apici

sull’I, ve ne sono e ne vediamo una nel _Museo Veronese_[1034], un

titoletto riportato dal Lupi[1035], che è del tempo di Domiziano, ossia

dell’epoca della nostra. Un’altra fu riportata dal Chimentelli[1036];

v’è inoltre quella di C. Livio Clemente riferita da Zaccaria[1037],

e per finire dirò che v’è la famosa lapide di Furfone[1038] (V. pag.

303).

(_litt, maior._) a. u. 696.

[Illustrazione: Iscrizione]

Il Garrucci[1039] descrisse questa lapide e ne fece fare un calco

in carta. Un altro calco, pure in carta, fu fatto dal Bormann, e il

Ritschel ne fece fare un disegno e lo pubblicò. Ma non ostante che

gli apici fossero 36 e bene incisi sul marmo, pure, come dice il

P. Garrucci[1040], _legere non noverunt neque animadverterunt_. E

mentre il Mommsen faceva strani ghigni e versacci quando vedeva le

riproduzioni del Ritschel ed assicurava che questi prendeva facilmente

degli abbagli, pure, quando si trattò di contradire il Garrucci,

ricorse tosto ai calchi del Ritschel che erano privi di apici, e negò

che vi fossero: ed il Mommsen, a colui che, a suo parere, prendeva

sempre abbagli (il Ritschel), questa volta (che in realtà l’aveva

preso) diè ragione, dichiarando il Garrucci l’_allucinato_. Ma il dotto

gesuita fece fare un accurato calco in gesso della lapide e ne pubblicò

un’esatta riproduzione in una dissertazione archeologica[1041].

Gli apici c’erano purtroppo, e tutti sull’I; il granchio l’aveva preso

il Mommsen; il quale, non sapendo che rispondere, cercò una scappatoia

e disse: i punti sono stati aggiunti da mano moderna!!! Bravo!

Come si fa presto a levarsi dagli imbarazzi!

Siamo dunque leali. Il Garrucci diceva: i punti vi sono; non so che

significhino, ma vi sono. Ed io dico: iscrizioni con apici, o punti

vi sono. Saranno eccezioni, ma vi sono; e non è lecito dire che una

lapide, specialmente se è nota la sua storia, sia falsificazione

del secolo XVII, solo perchè ha i punti. Anzi aggiungo che i punti

triangolari od apici sull’I, sono anch’essi una prova dell’autenticità

della lapide; perchè essendo quelli cosa eccezionalissima

nell’epigrafia, il falsario si sarebbe bene guardato dal metterli;

volendo falsificarla, egli avrebbe data ad essa ogni apparenza di

genuinità, omettendo cioè tutto ciò che poteva renderla sospetta.

Avrebbe, dico, fatta l’iscrizione imitando la paleografia dell’epoca

cui voleva riportarla, ed avrebbe tralasciato di mettere gli apici

sull’I per meglio ingannare il compratore[1042]. Ma poi, che bisogno

aveva un falsario del secolo XVII, di fare quell’iscrizione, se lui,

con quella lapide stessa, poteva ottenere il suo scopo senza incidervi

«_Sic premia servas_» essendovi (nell’altra parte) l’iscrizione di

_Augurina Aurelia_ che è certamente genuina e antica? Sarebbe bastato

darla al compratore come si trovava! Il guadagno l’avrebbe avuto lo

stesso, e vendendo una cosa autentica!

Inoltre il De Rossi (come s’è detto) fa questo ragionamento: il

Grimaldi fece il disegno dell’iscrizione in musaico del Vaticano, ed in

esso (disegno) non vi sono punti sull’I. Dunque in origine non v’erano,

e furono aggiunti sotto Urbano VIII quando fu tutta arbitrariamente

rifatta. Ed io potrei argomentare lo stesso: l’Aringhi, il primo

editore della lapide _Sic premia servas_, e quanti dopo di lui la

pubblicarono, la pubblicarono senza i punti sugli I. Più tardi poi

la vediamo pubblicata con punti rotondi ed altre volte triangolari.

Dunque, in origine, quando fu scoperta nel cimitero di S. Agnese, era

senza punti. Più tardi furono aggiunti. Che ti sembra, o lettore, di

questo ragionamento? Io non avrei difficoltà in ammetterlo, perchè _non

impedirebbe_ ma confermerebbe la genuità della lapide. Ma bisognerebbe

dimostrarlo, e non basta l’esempio del Grimaldi, il quale avrebbe

potuto anch’egli neglettere, come l’Aringhi, i punti sull’I[1043].

Ma se tanta era la mania di mettere i punti triangolari sull’I, in

lapidi esistenti, come vorrebbe il Mommsen relativamente alla lapide

Furfonense, anche noi, se così vogliono gli archeologi moderni,

diremo, che furono aggiunti _arbitrariamente_ ai tempi di Urbano VIII,

benchè, come nella lapide di Furfone, non vi sia ragione di sorta per

asserirlo[1044].

E qui aggiungerò quanto il Garrucci[1045] dice intorno alla forma

dei segni che noi vediamo appunto nella lapide di Gaudenzio: «una

proposizione finalmente (così Egli) parmi degna di nota, quella dico,

del Ch. Ritschel, il quale scrive che l’apice posto sopra le lettere

non ebbe mai la figura di punto: _puncti figuram apex ne habuit quidem

unquam_. All’apice sia che si consideri come distintivo della quantità,

sia che dell’accento acuto insieme e della quantità, trovasi surrogato

il PUNTO in ALBINA BRVˆTI F. e in FÂTV della beneventana epigrafe già

da me citata.... Ma inoltre di esso punto è marcato l’I lungo, e non

alla maniera singolare al certo, delle lapidi di Furfone e di Fiume.

Siano esempio PÎSO, così scritto in due nitidissimi esemplari del Museo

Vaticano.... il che fa salire l’uso del punto sugli I un quindici anni

avanti ai primi esempii di punti impressi sugli V, che non precedono

il 680, laddove il danaro di Lucio Pisone dimostrato dal Cavedoni

coll’assentimento del Borghesi, battuto circa il 665[1046]. Un esempio

forse più remoto, di tal paleografia erasi citato dal Borghesi[1047], e

fu da me richiamato nella dissertazione medesima: leggesi inciso in un

bollo di mattone così scritto: M. ALFÎSI. F. Laonde fa maraviglia come

il ch.º Ritschel abbia potuto asserire _puncti figuram apex ne habuit

quidem unquam_».

A quest’esempio si può aggiungere un altro, trovato parimenti in bollo

figulino dei tempi degli Antonini, bollo che io stesso ho veduto co’

miei occhi, e che ognuno può vedere nel monumento, al suo posto (od

anche nell’opera pubblicata da Gio. Battista Lugari)[1048], in cui

sull’I di FELICISSIMO è manifesto il punto rotondo, e mostra esser

questo l’uso volgare di scrivere.

L'anfiteatro Flavio nei suoi venti secoli di storia · 第 74 / 94 题