(_delfino_)
I punti od apici dunque che troviamo sull’I della lapide di Gaudenzio
non sono sufficienti per farla dichiarare falsificazione dei tempi di
Urbano VIII.
*
* *
Ma è già tempo di esaminare la seconda opinione, la quale ci darà
motivo di studiare la nostra lapide più particolareggiatamente sotto
l’aspetto paleografico.
I seguaci di quest’opinione ritengono che l’iscrizione «SIC PREMIA
SERVAS» sia stata incisa nel secolo V. Il Bellori non le assegna
un’epoca precisa, ma dopo aver detto che la lapide è _neque spuria
neque recens_, aggiunge che la ortografia e la forma dei caratteri
indicano essere molto posteriore ai tempi Vespasianei: _sed
orthographia et caractheres longe sequiorem Vespasiano Augusto aetatem
indicant_. Il Nibby, già da noi altre volte citato, è più esplicito
nell’esprimere la sua opinione, e dice che lo _stile della lapide_ in
questione, _presenta tutta l’apparenza del secolo V_.
Io non so comprendere come nel secolo V, quando per certo non si
pensava a falsificazioni, si volesse formare un epitaffio, che, per
lo scritto, dovrebbe riferirsi a Vespasiano. È vero che il Gori, come
dicemmo, con maravigliosa disinvoltura afferma che quell’epitaffio _è
una riproduzione di qualche leggenda popolare_: ma, di grazia, _una
riproduzione_ in marmo, di _una leggenda popolare_ intorno ad un fatto
accaduto circa trecento anni indietro, non ci farebbe dir vero il
fatto che in esso marmo è scritto? Ignora forse i carmi di Damaso i
quali si riferiscono a fatti di molto anteriori a quel Papa, v. g. _Hic
habitasse prius_ ed altri?
Ma lasciamo questo punto per sè chiarissimo, e studiamo la cosa secondo
i canoni della scienza archeologica cristiana.
Verso la fine del secolo IV, la sepoltura nei cimiteri sotterranei
addivenne più rara, e agli esordî del secolo V, e precisamente dal
sesto all’ottavo anno di questo secolo, secondo il De Rossi[1049], o
l’anno 426 secondo l’Armellini[1050], cessò. Ora la nostra lapide è
cimiteriale, anzi, come vedemmo, fu estratta da un cimitero. Dunque
dovrebbe essere stata scritta nel primo decennio[1051] del secolo V. Ma
se ciò è possibile per sè, è però impossibile dimostrarlo.
Dire poi che nelle _catacombe_ si scrivessero lapidi per ingannare i
posteri, o si riproducessero _leggende popolari contrarie alla verità
storica_, come piacque di asserire al Gori, è ardito ed inverosimile;
e il marmo stesso, per sua natura cimiteriale, esclude questa ridicola
asserzione. È vero nondimeno che nel secolo V furono usate molte lapidi
cimiteriali per chiudere _formae_ e coprire sarcofagi che si trovavano
nei cimiterî sopratterra, e che nel rovescio di quelle lapidi furono
scritti epitaffi in memoria dei defunti deposti sopratterra; ma è
ridicolo pensare che nel secolo V fosse deposto sopratterra un defunto,
il quale, secondo l’iscrizione, morì sotto Vespasiano.
Ma poi è inutile insistere.
La lapide fu trovata in un cimitero sotterraneo e non sopratterra, e
questo basta per dimostrare che è cimiteriale e quindi anteriore almeno
ai primi anni del secolo V. Vediamo piuttosto quali ragioni abbiano
spinto il Bellori e il Nibby a credere la nostra iscrizione opera
antica sì, ma di molto posteriore a Vespasiano o perchè abbia tutta
l’apparenza del secolo V.
Due sono le ragioni addotte dal Bellori: 1º _orthographia et
caractheres_; 2º _in ipsa non amphitheatri sed theatri mentio habetur_.
Già feci notare che il criterio paleografico è poco dimostrativo se si
trova disgiunto dagli altri criterî, dei quali è mestieri sempre tener
conto allorchè si tratta della sentenza capitale di una lapide. Ora s’è
visto già che gli altri criterî s’addicono, e molto bene, alla nostra
iscrizione. Dunque dalla sola paleografia non può trarsi argomento
sicuro, e se ciò si tentasse, sarebbe far uso di essa _senza giudizio_,
come dice il De Rossi.
Di più: l’argomento tratto dalla paleografia ha forza quando si tratta
di lapidi appartenenti a monumenti pubblici e solenni, ed anche
parlandosi di epitaffi cimiteriali incisi da mano perita e secondo
le regole dell’arte. Allora giovano certamente a farci distinguere
le diverse epoche; ma non già quando si tratta di lapidi private,
di epitaffi cimiteriali incisi da mano inesperta, con fretta o con
caratteri trascurati. In questo caso non si può trarre prova di sorta;
e fallace assai sarà il giudizio dedotto da questo solo argomento,
perchè: _Non semper e complexu litterarum aetatem erui fas est; nam
bene potuit etiam saeculo primo lapicida quilibet, sine ex negligentia,
sive ex imperitia, litteras inelegantes describere_[1052].
L’iscrizione «SIC PREMIA SERVAS» trovasi precisamente nel numero di
queste seconde lapidi, e dalla sua paleografia non si può dedurre
essere del sec. V. Il Fabbretti[1053] d’altronde già aveva insegnato
quanto fosse fallace il giudizio d’una lapide basato su i soli
caratteri: «Incertum et fallax esse probationis genus ex caractherum
conformatione tempora distinguere». Il Maffei[1054]. aggiunge: «Satis
profecto colligi iam posse arbitror quam _fallax_ et _ambigua_
scripturae coniectura sit, dies enim in re deficeret, ubi singula
quae in hanc rem animadverti proferre velim.... _infirmum_ ergo in
litterarum exaratione argumentum est ad aetatem lapidum eruendam.
Scripturae argumentum generatim _minime certum est, indubitatum esse
ita ut ex eo tantum de sinceritate lapidum possimus decernere_, nam
ea quidem quandoque est in lapidibus scriptum facies ut validum aut
vetustatis aut novitatis iudicium faciat, at _saepissime_ ita ambigua
est, ut ARGUI NIHIL POSSIT. Secundo _haberi pro certo velim aberrare
toto coelo_ qui e litteris num sub Traiano an sub Commodo, num secundo
vel tertio vel alio quopiam saeculo.... inscripti lapides fuerint
decidi posse opinantur».
Il maestro finalmente dell’arte lapidaria[1055], scrisse: «Neque a
Maffeio dissentio, quem verissime scripsisse puto.... ut ii _omnino
fallantur qui_ PLERUMQUE.... AETATEM INSCRIPTIONUM CERTE _se nosse
dictitant_». Si dice che questi _finiscono_ poi _quasi con disdirsi_;
e che _in pratica sovente affermano, questa o quella lapide offerire
lettere di questo o quel secolo_.
Questa è un’ingiuria che si fa a questi uomini dotti e maestri
dell’arte lapidaria; ma dato pure che si siano serviti del criterio
paleografico più spesso di quello che in realtà fu, non possiamo però
dire che nel determinar essi l’epoca ad una lapide, abbiano trascurato
gli altri canoni da loro stessi posti; e se, scrivendo, si contentarono
di accennare una delle ragioni della loro affermazione, dovettero
però sottintendere le altre, dalle quali la paleografia non deve andar
disgiunta.
Del resto, noi non dobbiamo guardare alle azioni degli uomini i quali
tutti _humana patiuntur_, ma alle loro dottrine: e se queste sono
ragionevoli, giuste e rette, dobbiamo aderire ad esse senza punto
badare alle loro azioni individuali opposte ai principî retti e alle
dottrine sane e vere che essi stessi dettarono; e ciò che essi non
fecero per qualche ragione speciale, dobbiamo farlo noi seguendo i loro
dettati.
Quando poi si desiderasse una dimostrazione pratica, e quindi
convincente, della veracità, rettitudine e ragionevolezza dei principî
posti da quei sommi uomini; quando, cioè, si volesse vedere che basare
il giudizio di una lapide sopra la paleografia, sarebbe un giudizio
assai fallace, ambiguo ed erroneo, si confronti per poco questa nostra
lapide con epigrafi antichissime di età certa, e se ne troverà un
confronto nei bronzi, nei graffiti, nelle pitture, nei marmi di grossa
e piccola mole, e nelle lapidi anche di epoca molto antica e dei secoli
migliori.
Così, per es., l’A nel nostro marmo ha qualche volta la sbarra ad
angolo; e tutti sappiamo che questa forma fu comune e molto usata
appunto nel secolo V e nei secoli posteriori. Ma sappiamo altresì
che questa forma di A, si trova pur anche usata innanzi alla prima
guerra punica, nelle monete della metà del secolo VI di Roma, ed in
altre dell’èra repubblicana[1056]. Nei marmi dei secoli anteriori
all’Impero[1057], e parimenti in quelli del secolo I dell’Impero
troviamo l’A della forma citata. Così nel _C. D. R. N._ pag. 113,
n. 220, leggiamo una lapide pompeiana con l’A di tal forma; e il
Xengeimester (_Inscript. pariet._ Pomp. Vol. IV), c’insegna che questa
forma di A fu usata nelle iscrizioni delle pareti di Pompei, le quali
non possono essere posteriori all’anno 80 dell’êra volgare, vale a dire
all’età a cui dovrebbe riportarsi la nostra lapide.
Un esempio poi ugualissimo al nostro, e dell’epoca appunto dei Flavî,
lo troviamo fra i marmi grezzi di _Marmorata_, ove, sopra un masso di
africano, si legge:
[Illustrazione: Iscrizione]
Queste lettere furono incise da un marmista idiota, che, per il nome
del servo _Laetus_ deve riferirsi all’anno 80 dell’era nostra[1058].
Un altro esempio più recente è poi quella lapide cristiana del cimitero
Ostriano nella quale si vede nei due A la sbarra ad angolo: e questo
marmo, come avverte il ch.º Armellini, è di data antichissima.
Da quanto si è detto si deduce che dalla sola paleografia non si può
trarre argomento per dimostrare che l’iscrizione «SIC PREMIA SERVAS»
sia del secolo V, e si deduce esser purtroppo vero il canone di
quei sommi maestri i quali dissero che la paleografia _plerumque_ e
_generatim_ è assai fallace e non ha valore demostrativo.
Vediamo ora se dall’ortografia si possa o no argomentare che la nostra
lapide è posteriore a Vespasiano e precisamente del secolo V. È questa
la seconda parte della prima ragione che adduce il Bellori per dubitare
dell’_età_ di quest’iscrizione. E senza dimorarmi di più, dico subito:
neppure dall’ortografia si può trarre argomento, e lo provo prima
coll’autorità e poi col fatto.
L’Oderici[1059] scrive: «le leggi della chiarezza e della _grammatica
non furono sempre le più religiosamente osservate nelle iscrizioni:
mille esempi se ne mostrano tutto giorno_». Il De Rossi[1060] dice:
«quod si ne his epitaphiis, _scriptura, dictio, sermo_ non modo ab
elegantia sed ab ipsis quoque _gramaticis legibus non semel abhorrent_,
id ab auctorum rusticitate et vernaculae linguae ac pronunciationis
specie, magis _quam a saeculi barbarie esse repetendum satis
intelligitur_».
Dalle autorità passiamo ai fatti. Gli errori ortografici della nostra
lapide sono: 1º la mancanza del dittongo _ae_.
2º La _m_ usata invece della _d_ nella parola ALIUM.
3º La mancanza della _c_ nella parola AUTORI.
4º Il segno d’abbreviazione sull’V, nella voce THEATR[=V] il quale
veramente non si potrebbe dire come a suo luogo vedremo, errore
ortografico.
Per quel che riguarda la mancanza del dittongo _ae_, lo Scaligero[1061]
insegna che la _e_ si trova frequentemente usato dagli antichi invece
del dittongo _ae_; ed il Fon[1062] pretende che ciò si debba ascrivere
alla grande quantità di schiavi greci ed asiatici che erano in Roma,
e quindi all’influenza dei nomi grecanici. Sia però questa od altra la
ragione, è certo che fu spesso ed in ogni età tralasciato.
Così il Noris, nei suoi _Cenotafi Pisani_[1063] assicura che la parola
_caetera_, ai tempi di Augusto, si scriveva senza il dittongo _ae_.
Ed il Lupi, parlando della mancanza di questa _a_[1064] dice: «Quod
si ad inscriptiones provoces plenae sunt rei notissimae exemplis
collectiones, Manutii, Lipsii, Gruterii, Bosii, Aringhii, Reinesii,
Sponii, Fabretti, Malvasiae, Vignolii, Boldetti, Donii, Gorii,
aliorumque». E prosegue[1065]: «Neque haec barbaries et neglectus
ortographiae quod attinet ad diphtongos in _christianis lapidibus
tantum observatur_.
_Non solum tangit Atridas_
_Iste dolor._
Etiam Ethnici epitaphiographi: licet ut plurimum diligentiores
epigrammatis suis, leges tamen exacte scribendi saepe sunt
praetergressi».
E lo Zaccaria[1066] dice: «Questi (dittonghi) spesse fiate da
negligenti scalpellini si tralasciavano».
Difatti, iscrizioni d’ogni età, d’ogni sorta, pagane e cristiane, hanno
questa mancanza[1067].
Il difetto della _c_ nella parola AVTORI, secondo, l’Heinrichio,
il Ballhornio e il Bejero, non sarebbe un errore ma un’esattezza
ortografica.
Ma questa è un’opinione loro speciale; io però che non ritengo il
nostro quadratario per un dottore in filologia, seguo l’opinione più
comune ed ammetto che la voce _auctor_ s’abbia a scrivere con la _c_;
anzi aggiungo che la mancanza di questa consonante in quel vocabolo è
un errore.
Ma questa scorrezione è confacentissima al caso nostro; al caso,
cioè, di un uomo del volgo, forse di un marmista che lavorava
nell’Anfiteatro, il quale a sfogo dello sdegno da cui fu preso nel
vedere condannato a morte il suo, dirò così, _principale_, mentre
era degno di premio e di lode, scolpì sul marmo i suoi sentimenti
nell’impeto dello sdegno, con quei modi e con quelle parole che erano
usate comunemente dal volgo, come noi stessi spesso leggiamo negli
scritti di gente idiota, gli stessi errori che pronunziano parlando. E
questo fatto lo vediamo verificarsi anche a’ giorni nostri, e possiamo
essere sicuri che ciò avvenne in tutti i tempi, non esclusi i più
remoti, come ce l’insegna il Padre Marchi[1068] di ch. memoria.
L’altro errore, quello della _m_ invece della _d_, può essere un errore
grammaticale od anche di ortografia. Se grammaticale, non è questo il
primo esempio del mascolino usato in luogo del neutro. Troviamo per
es.: _monumentus hic est_[1069] e _hic monumentus_ per _hoc monumentum_
in lapidi antiche[1070]: _collegius_[1071], _cubiculus, eum sepulchrum,
hunc aedificium_[1072]. Onde nel caso nostro, se si fosse usato il
mascolino per il neutro non sarebbe cosa nuova, e non indicherebbe che
la lapide è di tarda età.
Se poi si volesse considerare come errore ortografico, esempî di
cambiamenti di lettere nelle lapidi antiche sono frequentissimi, senza
che queste perdano punto della loro antichità. Chi di noi non sa, a mo’
d’esempio, quanto sia comune nelle lapidi la _B_ in luogo della _V_,
scambio che noi troviamo nelle lapidi non solo arcaiche ma anche in
quelle dell’alto impero?
Parimenti fu uso comunissimo quello di usare la _b_ per la _p_
e viceversa. Così si legge _pleps_ per _plebs_; _collabsum_ per
_collapsum_, _sup_ per _sub_, ecc. Lo stesso si dica della _d_ per
la _t_, come _v. g._ si vede nei cenotafi pisani che sono dell’età
augustea, e in lapidi dell’epoca degli Antonini; la _e_ per la _i_ e
la _i_ per la _e_; la _m_ per la _n_; la _q_ per la _c_ (specialmente
nelle lapidi napoletane); e così troviamo pure _at fines_ per _ad
fines_, _set_ per _sed_, ed anche _qui_ per _quo_, ecc.
Il segno d’abbrevazione sulla V, non può dirsi un errore, ma piuttosto
un’eccezione ortografica: la quale però non basta a far dichiarare una
lapide falsa o di _bassa età_.
Infatti, questo segno non è che un ripiego del quadratario, il
quale, o lo fece perchè l’ultimo verso rimanga nel mezzo, o, e più
probabilmente, perchè dimenticatosi d’incidere la M, e avvertitolo dopo
aver inciso il resto, ricorse alla correzione solita a farsi in questi
casi. E che questa correzione sia stata usata nelle epigrafi antiche ed
in quelle _d’età non bassa_, lo deduco dalle parole del Morcelli[1073],
sommo maestro in arte lapidaria. Egli dice che «caeterum haec
emendationis causa assegnaveris ne mendum a scriptore ipso prodiis
videatur». E che gli antichi, prima della decadenza, usassero questo
segno lo vediamo in molte lapidi, e troviamo che precisamente sta in
luogo della M. Così ad es. _in honore, Deor[=u], Oll[=a], Eor[=u],
Foeb[=u], libert[=u], agn[=e], memori[=a], parent[=u], malor[=u]_,
ecc., ecc., che si trovano nelle lapidi già riportate dal Gruterio,
Fabretti, Marini, registrate in varie collezioni epigrafiche, e che
ora si trovano quasi tutte riunite nel C. I. L., le quali ognuno può
facilmente vedere. Nondimeno credo opportuno aggiungere quanto il
Garrucci, nella sua bella opera sui segni delle lapidi,[1074] scrive:
«Riscontransi.... dei segni così fatti nelle lapidi, ed il Marini,
colla usata sua dottrina e diligenza ne ha raccolto un buon numero di
esempî[1075].
«Ma essi dimostrano l’assenza di una consonante o di una sillaba e
meritano perciò il nome di _notae scripturarum_ dato da S. Isidoro a
simili segni[1076]. Nè sono essi di uso sì recente che non rimontino ai
tempi medesimi di Augusto, siccome in PR[=O]NI dei cenotafi _pisani_
invece di PATRONI, in C[=ERIA] nel graffito pompeiano, che porta
la data dell’anno 717, in luogo di CENTURIA; in SINCER[=V] d’altro
graffito pure pompeiano[1077], ed in I[=TE][1078], ed in OLL[=A][1079],
adoperato ad esprimere l’assenza di un M, ecc.».
Conchiuderò queste osservazioni alla prima parte delle obiezioni del
Bellori, colle parole del Maffei[1080]: «nulla fere est informium
litterarum, nulla distortae, inaequalis, tremulae, oblongae, confusae,
connexae, scripturae facies cuius specimen vel in milliaris cippo, vel
in funereis paganorum tabellis aliquando non viderim».
Ed aggiungerò le parole di un illustre archeologo, il quale trattando
del ragionamento letto dal sig. De Petri sopra le _tavolette cerate di
Pompei_[1081], finisce così il suo discorso: «Quanto alle quistioni
grammaticali crediamo che serviranno queste scritture per aprir gli
occhi, se è possibile, a coloro i quali si OSTINANO A DETERMINAR LE
EPOCHE CO’ DATI DELL’ORTOGRAFIA.
«Lasciando stare gli errori, noi vediamo che i Pompeiani tuttavia
ritenevano nella pronunzia, la quale ci si manifesta nella scrittura
privata, di sopprimere l’aspirata in _Chirographum, Amaranti,
Nimpodoti, Agatomeni, Agatoclis, Cryseroti, Ienurnae, Pospori, Pronimi,
Palepati_; di adoperare la V in luogo della Y in _Lampuris_; in
_Hupsaeo_, che del resto trovansi in generale scritti anche col _h_ e
coll’_y_; di porre il _qu_ in luogo del _cu_ in _pasquon_, e l’inserire
una vocale in _Ichimas, Lanisisticis_, invece di Ichmas, ossia Icmas,
lanisticis; l’_s_ prende il posto dell’_x_ in _Sexcentos_, la _f_ per
_ph_ in _Alfei_, in _Fatiscus_; l’_xs_ sta _x_ in _Maxsimus, Axsiochus,
dixsit, Sexs, Alexsandrini, Sexsaginta_. Finalmente _Giovianus_ è così
scritto invece del comunissimo _Jovianus_, della quale ortografia non
so altro, se non stupire, dovendo ammettere che la pronunzia del _Gi_ e
_Ge_ per _J_ si abbia da far rimontare ad un’epoca sì remota alla quale
finora non si ardiva di portare il _Geronymus_, il _Genuarius_, il
_Gerusalem_, delle antiche scritture».
La paleografia dunque e l’ortografia non sono ragioni sufficienti
perchè questa lapide si dica del secolo V.
A queste ragioni del Bellori ne aggiunge un’altra il Nibby, dicendo
che la _lapide per lo stile presenta tutta l’apparenza del secolo V_.
La difficoltà del Nibby poteva aver forza quaranta o cinquant’anni fa;
ma ora, che si sa positivamente che la sepoltura cimiteriale cessò
nei primi anni del secolo V, e per quello che fin qui s’è detto, la
difficoltà del Nibby rimane priva quasi di ogni valore. Del resto
trattandosi di stile, potremo vedere se vi siano lapidi d’epoca più
antica, e che possano confrontarsi colla nostra.
Leggiamo in Plinio[1082] che sulle pareti del tempio di Ardea si
leggeva quanto segue:
«_Dignis digna loca picturis condecoravit_
Reginae Junionis Supremae coniugis templum,
Marcus Ludius Elotus Aetoliae oriundus
Quem nunc et post semper ob ostem
Nunc Ardea laudat».
È innegabile che quest’epitaffio abbia molta somiglianza col nostro.
Ora, se all’epoca classica della latinità, ossia ai tempi Augustei,
furono scritti sulle pareti di un tempio versi tali da far dire al
Tiraboschi[1083]: «Se io non gli avessi trovati in Plinio, gli crederei
fatti ne’ nostri secoli bassi; così sono essi composti in uno stile
barbaro a un tempo e moderno»; con più ragione, ai tempi di Vespasiano
e nell’oscurità delle catacombe, si poterono scrivere i nostri versi da
un quadratario idiota nell’impeto dello sdegno; senza che per questo
lo stile si debba dire barbaro e basso. Dissi _versi_, giacchè, se
bene si pone mente, quell’iscrizione ci ricorda i versi saturnî come
quelli riportati da Plinio, e dei quali ha trattato magistralmente il
P. Garrucci nella sua _Sylloge Inscriptionum_[1084], alla quale rinvio
il lettore perchè giudichi se io abbia o no errato in chiamarli così.
Dunque anche la difficoltà dello stile, come quelle della paleografia e
dell’ortografia, non ha qui forza.
Ma un’altra difficoltà ci presenta il Canina[1085]. Egli dice che il
_nome_ ed il _modo_ con cui viene designato Gaudenzio fa riportare
questa lapide ad _età tarda_. Riguardo al _modo_, confesso che non so
che rispondergli, perchè non capisco che cosa egli voglia intendere
con questa parola generica. Ma se per _modo_ vuol intendere lo _stile_
della lapide, la questione l’ho or ora risolta.
Se poi per _modo_ voglia significare l’espressione della lapide, non so
come questa si possa dire di molto posteriore a Vespasiano quando i due
protagonisti della lapide stessa sono appunto Gaudenzio e Vespasiano.
Relativamente al _nome_, non nego che questo possa fare una tal quale
obiezione, giacchè la desinenza in _entius_ fu frequentissima nei tempi
tardi, ma però non fu _esclusivamente_ propria di quell’età.
Infatti, o Gaudenzio appartenne a famiglia libera o fu servo o fu
liberto. Se appartenne a famiglia libera (ciò che non pare probabile),
anche fra le famiglie libere (ed in tempi remotissimi) si ricordano
nomi che hanno la desinenza in _entius_, come _Mexentius[1086],
Placentius[1087], Eventius, Dentius_; e nella epoca repubblicana
e dell’alto impero, abbiamo varî Terenzî, ecc., per esempio:
_Terentius_ (console), _Terentius_ (scrittore), _Terentius_
(comico); abbiamo: _Juventius_ (console), _Juventius_ (comico)[1088],
_Juventius_ (giureconsulto); _Placentius_[1089], _Calventius_[1090],
_Gentius_[1091], _Cosentius_, ecc.: e tra i nomi femminili, s’ha:
_Gentia_[1092], _Calventia_[1093], ecc. Onde non sarebbe strano se ai
tempi de’ Flavî vi fosse stato un _Gaudentius_; e a questo riguardo
(desinenze in _antius, entius, ontius_) il De Rossi[1094], scrive:
«inde tamen _minime colliges_ illarum appellationem quae saeculo
praesertim quarto viguere, ne primas quidem origines ab antiquiore
aetate esse repetendas».
Se si dica poi che il nostro Gaudenzio fu o servo o liberto (come
sembra più verosimile); allora, attese le circostanze ed i tempi,
atteso che il cristianesimo fu estesissimo nella famiglia de’ Flavî;
che fu uso dei padroni servirsi dei liberti nelle opere loro,
l’obiezione cade da sè. Difatti: fra l’immensa serie di nomi dei
liberti e servi, per la maggior parte a noi sconosciuti, chi potrà
con serietà affermare non esservene stato a quei tempi neppur uno che
avesse la desinenza in _entius_?
Esaminiamo ora le altre difficoltà, incominciando da quella già
proposta dall’Aringhi due secoli e mezzo fa, e riprodotta nuovamente
dal Gori nell’anno 1875. Questa lapide, dicono, non può essere
dei tempi di Vespasiano, perchè sotto quest’imperatore non vi fu
persecuzione.
Rispondo:
Sebbene sotto l’impero di Vespasiano non avesse luogo una persecuzione,
pure non v’ha difficoltà per opinare plausibilmente che Gaudenzio
(appunto perchè cristiano) potesse esser vittima di quell’imperatore.
Infatti:
Se Gaudenzio, divenuto cristiano, si fosse ricusato di prestare più
oltre la sua opera nella costruzione di un luogo che sarebbe stato poi
il teatro del sangue umano[1095]: o se[1096] invitato da Vespasiano a
costruire una naumachia[1097], egli ne avesse accettato l’incarico;
ma che poi, mutata l’idea della naumachia e stabilito di ridurre
l’edificio a luogo di spettacoli gladiatorî (tanto aborriti dai
cristiani) avesse voluto declinare dall’incarico preso: o finalmente
che si fosse ricusato di costruire l’_ara_, ecc.; non sarebbero stati
motivi sufficienti per un Imperatore pagano, benchè non persecutore del
cristianesimo, per fargli mettere in esecuzione la legge neroniana, a
quei tempi purtroppo vigente, per far uccidere Gaudenzio? E non furono
questi i motivi per cui i Quattro Santi Coronati, scultori di opere
notevoli (per essersi, cioè, ricusati di scolpire una divinità), furono
barbaramente uccisi?
Del resto ancorchè la Chiesa sotto alcuni Imperatori godè di pace, pur
nondimeno, come tutti sappiamo, non mancarono mai qua e là martiri; e
chi ignora che sotto lo stesso Vespasiano, per es., fu ucciso il santo
Vescovo di Ravenna, Apollinare?
Ma a quest’obiezione dell’Aringhi avean già risposto trionfalmente
il Marangoni[1098] ed il Piale[1099], alle opere dei quali rinvio il
lettore.
Infine Dione Cassio[1100] ci dice che Vespasiano fe’ morire varî
_qui in mores Judaeorum transierunt_; e questo passo non si spiega
altrimenti (attesa la nota confusione che fu fatta a quei primi tempi
tra il cristianesimo e giudaismo) che coll’aver fatto, Vespasiano,
uccidere varie persone convertite al cristianesimo; religione che gli
Imperatori e i gentili in genere, credettero fosse la stessa, o almeno
una setta del giudaismo.
Dunque benchè Vespasiano non movesse persecuzione contro il
cristianesimo, pur nondimeno Gaudenzio potè essere martirizzato sotto
quell’imperatore, sia perchè, essendo quegli cristiano, potè ricusarsi
di proseguire l’opera affidatagli; sia perchè anche sotto Vespasiano
vi furono martiri; e sia finalmente perchè, per testimonianza dello
storico pagano già citato, Vespasiano fe’ realmente uccidere varî, i
quali, verosimilmente, furono quelli che abbracciarono la religione di
Cristo, e furono scoperti come tali.
*
* *
Siamo giunti finalmente a poter dire con certezza morale che la lapide
«SIC PREMIA SERVAS», risale all’età Vespasianea, e che per conseguenza
il Gaudenzio in essa ricordato, visse in quegli stessi tempi. Ma chi fu
questo Gaudenzio? Perchè Vespasiano lo fece uccidere? Per rispondere a
questi quesiti basta mettersi sott’occhio la lapide e spiegarla: dalla
semplice lettura di essa, tutto appariva chiaro.
«Sic premia servas, Vespasiane dire,
Civitas ubi gloriae tue autori
Premiatus es morte Gaudenti letare
Promisit iste, dat Kristus omnia tibi
Qui alium paravit theatr[=u] in coelo».
La disposizione dei versetti (a due _coppie_, con uno spazio frapposto
in mezzo, forse per la forma bislunga del marmo) indica che la nostra
lapide si debba leggere a _colonna_. Laonde non so spiegarmi la ragione
per cui il Marangoni ed il Fea ne abbian fatto la versione letterale
leggendola _continuatamente_, senza far conto di quello spazio, che
pur v’è; e così avvenne che quella traduzione poco concordasse colla
versione libera che poi ne fecero.
Fatta questa osservazione necessaria, ecco la versione letterale della
lapide:
_Così i premî serbi, o Vespasiano crudele?_
_O Città, dove all’autor della tua gloria_....
_Premiato sei colla morte, o Gaudenzio, rallegrati._
_Promise questi; Cristo ti dà ogni cosa,_
_Che altro teatro preparò nel cielo._
In versione più libera, può suonar così:
_Così serbi la fede dei premî promessi, o crudel Vespasiano? e dove, o
Roma, riserbi i dovuti premi all’autore della tua gloria? La morte fu
il tuo premio, o Gaudenzio, ti rallegra; Vespasiano promise, ma Cristo
ti dà tutto, preparandoti nel cielo miglior teatro._
Non credo necessario giustificare quelle poche supposizioni che si
troveranno in questa spiegazione, giacchè esse sorgono spontaneamente
come si dimostra dalla concordanza perfetta delle due versioni.
Dall’esame analitico di questa lapide si può ricavare:
1º Che il nostro Gaudenzio fu cristiano: _Kristus dat omnia tibi. Qui
alium paravit theatr[=u], in celo_[1101].
2.º Che fu martire: _Premiatus es morte_. Un cristiano il quale fu
fatto uccidere dall’Imperatore, e che per questa ragione ricevè da
Cristo la gloria del Paradiso, non dovrà dirsi martire?
3.º Che fu martirizzato sotto Vespasiano: _Vespasiane dire_.
Ma qui si potrebbe obiettare:
Quel Vespasiano, invece dell’Imperatore, non potrebbe esser un altro
qualunque che avesse lo stesso nome?
No. Infatti, se questo Vespasiano invece di premiare fece uccidere
Gaudenzio, dobbiam dire che quegli avesse nelle sue mani il potere
di premiare e di punire colla morte; avesse, cioè, quel potere che i
giuristi chiamano _merum imperium_.
Ora apprendiamo dalle _Pandette_ e dal _Codice_ di Giustiniano (e tutti
gli interpreti del diritto romano, come Cuiacio, Donnello, Averano,
Roet, Brunemann, Perezio, ecc. sono concordi), che questo potere
competeva all’Imperatore, direi, _per natura_; e, per delegazione, al
Prefetto della Città e a quello del Pretorio. Si deduce questo anche
dalle famose parole dette da Traiano al Prefetto del Pretorio[1102]:
«Accipe gladium, quem pro me, si bene atque ratione imperavero,
distringes: sin minus, eo ad interitum meum utere». Nè si può supporre
che, all’infuori del fondatore della famiglia imperiale dei Flavî,
vi siano stati altri imperatori di nome Vespasiano. Nè questo nome
apparisce nei cataloghi dei Prefetti del Pretorio o in quello della
Città[1103].
Quindi se il nostro Gaudenzio fu ucciso da un Vespasiano il quale
avesse il potere di uccidere, questi non potè essere che l’Imperatore.
4.º Finalmente, che fu _martire in Roma_: «_Civitas, ubi glorie tue
autori_». Ho detto _martire in Roma_, e lo deduco dal fatto che la
lapide fu trovata scavando un cimitero cristiano romano. E la sana
critica c’insegna che, usandosi in un discorso un nome generico, questo
si deve riferire a quella cosa che gli è vicina e non lontana; e ora la
lapide fu trovata a Roma: dunque la città cui si riferisce il discorso,
è Roma.
Nè vale obiettare che in questo caso si sarebbe dovuta usare la voce
_Urbs_ e non _Civitas_; giacchè qui il discorso non è rivolto alla
città materiale, ossia alle mura, ma ai cittadini; e tutti sanno che i
latini usarono la voce _civitas_ per indicare il _formale_, e _Urbs_ il
_materiale_ della città. E nel caso nostro si dovè dire, come fu detto,
_civitas_, e non altrimenti.
Di più: in quella lapide si fa allusione ad un teatro, e ad un teatro
dei tempi di Vespasiano, a cui pure è rivolto il discorso. Ma, ad
eccezione dell’Anfiteatro Flavio, non s’ha memoria che Vespasiano abbia
eretto altri edifizî per darvi spettacoli pubblici.
Se dunque la città a cui qui si rivolge il discorso è Roma, se il
marmo fu trovato in un cimitero cristiano di Roma (e questo indica che
il martire fu deposto in Roma), dobbiam pur dire che Gaudenzio è un
martire romano.
Fin qui l’iscrizione ci dice che Gaudenzio fu cristiano, che fu
martire, che subì il martirio sotto Vespasiano, e che lo subì in Roma.
Ma chi fu questo Gaudenzio? Nulla si potrà dedurre dalla lapide?
Il Nibby, il Canina e il Gori, pur trovando difficoltà intorno
a quest’iscrizione, concedono nondimeno che il Gaudenzio in essa
ricordato abbia relazione con un luogo di spettacoli fatto edificare da
Vespasiano. E questo è innegabile, ed è chiaro anche per quel relativo
_alium_ che si riferisce a _Theatrum_. Ora sotto l’impero di Vespasiano
e per suo ordine fu edificato in Roma quel luogo di spettacoli che
formò la _gloria_ di Roma, una vera maraviglia del mondo, il Colosseo,
di cui Marziale:
«_Barbara pyramidum sileant miracula Memphis_».
Se dunque si parla in questa lapide di un luogo di spettacoli costruito
sotto Vespasiano; se in essa si rimprovera Roma, perchè, ingrata,
anzichè premiare, lasciò uccidere colui il quale fu l’autore della
gloria sua; non essendovi memoria di sorta, la quale ricordi che
Vespasiano abbia eretto altri edifizî da spettacoli in Roma, come or
ora dicemmo; e molto meno, che sotto Vespasiano siano sôrti in Roma
tali edifizî da potersi dire «gloria della Città», se si eccettui il
Colosseo: credo non si possa dubitare che quel luogo di spettacoli
non fosse l’Anfiteatro Flavio, e quindi che questo abbia relazione col
nostro Gaudenzio.
Ma in che consiste questa relazione? Non si può dire che Gaudenzio
fosse uno dei famosi gladiatori dei quali qualche città andava
stoltamente superba, perchè quest’ipotesi viene esclusa dalla natura
della lapide, che è cristiana, e dal fatto: giacchè se Gaudenzio fu
ucciso sotto Vespasiano, non potè certamente presentarsi sull’arena
dell’Anfiteatro Flavio, perchè questo fu dedicato da Tito.
Diremo forse col Nibby[1104], che Gaudenzio sia stato un artista
che pose in quel _colosso_ l’opera sua? Ma le singole parti e la
scultura di quest’Anfiteatro non sono certamente tali da poter far
chiamare l’esecutore autore della _gloria di Roma_! Di più quella
voce THEATR[=V] non vuol dire un capitello, un ornato, una statua; ma
significa, in senso comune, il corpo intiero della fabbrica.
Che resta dunque, se non che Gaudenzio sia stato l’inventore, l’autore
insomma l’architetto del Colosseo?
Ecco dunque che dalla lapide si deduce pur anche chi fosse Gaudenzio.
Ma se a questo noi aggiungiamo l’argomento di cui si serve il
Marangoni[1105] per manifestare quella sua ormai famosa opinione, che
il Marini dice _elegans_; l’argomento, dico, tratto dal silenzio degli
scrittori antichi sull’architetto del Colosseo, ci convinceremo ancor
meglio della verosimiglianza del nostro asserto.
Non v’ha, direi quasi, scrittore pagano il quale parli di fabbriche
di qualche fama, che non rammenti l’autore della fabbrica stessa.
Si parla del celebre tempio di Giove Olimpico, e se ne ricordano gli
architetti[1106]; si nomina il celebratissimo tempio di Diana in Efeso,
ed ecco insieme il nome de’ suoi architetti, Ctesifonte, Demetrio e
Teonio[1107]; si nominano i _Propilei_ d’Atene e nel medesimo tempo ci
si fa sapere che ne fu architetto Mnesicle. Plinio[1108] ricorda il
celebre Arsenale Ateniese, e ci dice che l’architetto ne fu Filone;
fa menzione del famoso _Laberinto_ di Lesurnio, e fra gli architetti
nomina Teodoro[1109]. Sostrato si nomina quando si parla del Foro
d’Alessandria[1110]. Si fa menzione del Foro Traiano, e si ricorda
Apollodoro[1111]; si rammenta il tempio dell’_Onore e della Virtù_, ed
ecco dirsene l’autore Muzio[1112].
Demetriano e Detriano sono ricordati in occasione del tempio della dea
Bona e del trasferimento della sua statua[1113].
Ricordano Prisciano[1114] e Cornelio Nipote il tempio di Marte al Circo
Flaminio, e dicono che Edmodono ne fu l’autore.
Plinio Giuniore[1115] dice che Mustio fu l’architetto del tempio di
Cerere e de’ Portici. Narrasi che nei giuochi di Libone per la prima
volta si coprì il teatro, e se ne dice autore Valerio Ostiense[1116].
Così pure non si nomina il Portico di Ottavia, senza che si ricordi
Batraco; il tempio di Venere e Roma, senza che si nomini Adriano; e via
via.
Ora, come mai quello stesso Marziale, che tanto lodò Rabirio[1117] per
una fabbrica che non si può certamente paragonare col Colosseo, non
nominò, non lodò, anzi come mai non scrisse, non dico un epigramma, ma
nemmeno una parola in lode di colui che architettò ed edificò quella
maraviglia mondiale, alla quale egli stesso dedicò ben 28 epigrammi, un
libro intiero?
Dicemmo che Suetonio, nella vita di Vespasiano, narra che
quest’Imperatore usò premiare quegli artisti che lo servivano: e
questa fu una proprietà speciale di Vespasiano, giacchè quest’atto di
liberalità Suetonio non lo attribuisce a nessun altro Imperatore. Ora
se dice che donò premi ed onori ai retori greci e latini, ai poeti,
al restauratore del Colosso di Nerone, ad un meccanico per aver fatto
il semplice progetto del trasporto d’ingenti colonne al Campidoglio,
al trageda Apollinare, ai citaristi Tarpeio e Diodoro; perchè nulla
ci dice del premio che, meritamente e con più ragione che agli altri,
si sarebbe dovuto dare dal liberale Imperatore all’architetto della
fabbrica più grandiosa della sua epoca: all’autore, dico, di quella
maraviglia mondiale?
È questo un problema storico, il quale, come ben dice l’O’Reilly[1118]
è di facile e chiara soluzione, se il silenzio degli storici pagani
s’attribuisca all’odio che essi nutrivano verso i cristiani, e
all’astio che avevano di vedere che un’opera così stupenda e così
celebre fosse stata architettata da un cristiano: ma il problema
è altrettanto oscuro e di difficile soluzione se si tentino altre
spiegazioni.
Finalmente conferma ciò che si è finora detto, il consenso universale.
Appena questo nostro epitaffio rivide la luce, tosto fu appropriato
all’architetto del Colosseo; e le parole del Bellori: _elapsis annis
reperta.... quae amphitheatri Flavii Architecto adscribitur_, ne sono
una prova.
A quell’epoca non v’era certamente ragione di partito, d’interesse, o
di altro, perchè si desse a questa lapide una simile interpretazione.
In quell’epoca (secolo XVII), il Colosseo, come abbiam visto, era
abbandonato; non era ancora stato solennemente dedicato al culto;
anzi poco tempo dopo, era addivenuto un ricovero di malandrini, ecc.
E nessuno si sarebbe presa certamente la briga di cercare il nome
dell’architetto di quella fabbrica, in tempi in cui il monumento
era purtroppo trascurato; quando nessuno aveva fatto in proposito la
minima questione; e molto meno poi si sarebbe cercato l’architetto di
quell’edificio pagano e destinato a’ giuochi tanto odiati dai fedeli,
in un cimitero sotterraneo cristiano; e se il volgo e i dotti diedero
a quella lapide (venuta allora alla luce, e trovata al posto, murata
in un _loculo_) l’interpretazione esposta, fu perchè questa risulta
chiaramente dalla lapide stessa. Nè si dica doversi ciò attribuire
all’ignoranza dei tempi e a persuasione erronea; poichè non è
verisimile che l’errore e l’ignoranza trionfino lungamente, e trionfino
su persone di ogni sorta, tanto dotte che ignoranti. Ben presto
l’ignoranza viene illuminata, l’errore vinto, l’inganno smascherato.
Ora quest’interpretazione data alla nostra lapide, non pur da anni, ma
da tre secoli, dura; e non solo è ritenuta vera tenacemente dal volgo,
ma eziandio dai dotti da noi citati, ed anche da altri contemporanei,
i quali, se non hanno scritto intorno a questa lapide, pure da me
consultati hanno risposto essere dello stesso parere mio[1119],
ad eccezione di alcuni i quali, o dubitano, o negano recisamente,
adducendo però argomenti puramente negativi.
Dunque quest’interpretazione si può dire costante e generale, la quale,
appunto perchè tale e perchè spontanea, è vera, e forma uno di quei
criterî filosofici di verità, i quali ci rendono moralmente certi di
una cosa.
E qui potrei conchiudere, ma prima voglio rispondere ad alcune
difficoltà che si presentano.
Il Bellori dubita che il nostro Gaudenzio possa essere stato
l’architetto del Colosseo perchè _in ipso_ (marmore), così egli, _non
Amphitheatri sed theatri mentio habetur_.
Rispondo innanzi tutto, che:
_Pictoribus atque poetis_
_Quidlibet audendi semper fuit aequa potestas._
Ora, essendo l’iscrizione di Gaudenzio un epitaffio che l’autore
ha voluto scrivere con un certo ritmo, è perdonabile che egli abbia
detto «teatro» invece di «anfiteatro», giacchè usando quest’ultima
voce, l’ultimo verso avrebbe sonato molto male. Di più, non può
fare difficoltà che in un epitaffio di questa natura si sia usato il
genere per la specie. Ora è certo che la voce «teatro» potè usarsi,
e si usò effettivamente anche dai classici, per indicare in genere
qualunque edificio o luogo atto a celebrarvi spettacoli[1120]. Dunque
lo scrittore del nostro epitaffio avrebbe potuto usare questa voce,
anche se fosse stato un letterato. E ciò è così vero, che la legge
che riguardava gli spettacoli, fu detta dagli antichi _lex theatri_:
e senza perder tempo in cercar prove per dimostrarlo, valga per tutte
quell’iscrizione appartenente appunto all’Anfiteatro Flavio, incisa su
di uno dei _gradi_, ove leggesi:
IB. IN THEATR. LEGE. PL VE...... VR IA
ICET. P.. X I I R
(C. I. L. 6. _Pars._ 4ª _add._ 32098).
E questo vuol dire che, secondo la legge degli spettacoli, _lex
theatri_, nell’anfiteatro si assegnavano tanti posti ad una data
associazione, ecc.
Del resto, la voce _theatrum_ usata in quest’iscrizione, per la ragione
già detta, non potea dar luogo ad equivoci, e dovea necessariamente
interpretarsi per _Amphitheatrum_, anche perchè l’opera massima fatta
da Vespasiano per gli spettacoli, non fu un «teatro», ma l’Anfiteatro
nostro.
Quindi non pare che questa difficoltà possa veramente fare ostacolo.
Un’altra obiezione è tratta dalla qualità della persona di Gaudenzio.
Se questi fu cristiano, si dice, non potè essere architetto
dell’Anfiteatro Flavio, perchè un cristiano non avrebbe osato
architettare un edificio per un genere di spettacoli, nei quali (senza
dire che tutti e sempre gli spettacoli furono con ragione aborriti
dai cristiani) lo spargimento del sangue umano era l’oggetto del
divertimento e del plauso del popolo; e tali appunto erano quelli che
si davano negli anfiteatri.
E questo va benissimo; ma io già previdi questa difficoltà e
l’accennai quando dissi che la prima idea di erigere _media urbe_
(e precisamente ove erano gli _stagna Neronis_) un edificio, non fu
quella che l’edificio stesso servisse per darvi spettacoli gladiatorî
e venatorî, ma per farvi giuochi navali ed incruenti. Si dovea, cioè,
edificare una _naumachia_, della quale, come dissi, parla Marziale. E
che la primitiva disposizione dell’Anfiteatro Flavio fosse stata per
_naumachia_, l’ho già dimostrato nel corso dell’opera.
Inoltre i cristiani non correvano certamente, senza una speciale
ispirazione, incontro alla morte; ma se erano perseguitati fuggivano,
secondo l’insegnamento del Maestro, _in aliam terram_.
E non solo _materialmente_, ma evitavano la morte anche con mezzi
leciti ed onesti, dei quali potevano usare senza offendere la
loro fede. Ora se noi supponiamo che Gaudenzio fosse liberto di
Vespasiano[1121], ciò che è assai verosimile, e che fosse stato
costretto a prestare la sua opera al _Patrono_, cui, per la libertà
ricevuta, era in dovere d’ubbidire; io non vedo la ragione per cui
Gaudenzio, benchè cristiano, si fosse potuto ricusare di servire il suo
_Patrono_ nella costruzione di una fabbrica, lo scopo della quale (per
sè e riguardo alla costruzione materiale, che spetta all’architetto) è
del tutto indifferente, colla certezza di esser ucciso.
Ma anche ammesso che l’Anfiteatro Flavio fosse stato fin dalla prima
idea costruito per darvi giuochi cruenti; dato che Gaudenzio non
fosse stato liberto di Vespasiano; allora dirò col Piale[1122], che,
appunto per questo, fu fatto uccidere da Vespasiano; perchè, cioè,
fattosi poi cristiano, si ricusò di prestare più oltre l’opera sua
in quell’edificio. Dunque quest’obiezione o non nuoce o conferma
l’asserto.
Sennonchè questa soluzione è causa di una nuova difficoltà. Se il
nostro Gaudenzio fu un personaggio cotanto celebre e martire della
Chiesa nascente perchè non se ne fa menzione nei martirologî, nei
calendarî, negli indici, nei fasti della Chiesa Romana? Come è che
si ricordano un Gaudenzio martire in Africa, un Gaudenzio di Novara,
un Gaudenzio di Rimini, un Gaudenzio di Arezzo, ecc.; e del nostro
Gaudenzio non si fa nessuna menzione?
Rispondo:
I nomi dei martiri non erano registrati nei calendarî, nei martirologî,
negli indici, ecc., se non dopo praticata la così detta _vindicatio_.
Ora questo processo di riconoscimento vi sarà stato relativamente al
martirio di Gaudenzio? Dalla lapide si rileva che egli fu martire,
_premiatus es morte_, ecc.; ma noi non sappiamo positivamente se sia
stato o no _vindicatus_. E se la Chiesa non dichiarò che Gaudenzio
sparse il suo sangue per la fede, non potè essere venerato dai fedeli.
Mancando dunque il dato positivo della _vindicatio_, non v’ha ragione
di maravigliarci se nei cataloghi, nei martirologî, ecc., non si
trova il nome di Gaudenzio; e dalla mancanza di questo nome non si può
dedurre, come è chiaro, che egli non fosse vero martire[1123], e, molto
meno, architetto del Colosseo.
Ma del resto questo è un argomento negativo, il quale di fronte a tanti
argomenti positivi e diretti, non ha valore; e dal quale si potrebbe
solamente dedurre che nessuna memoria _si conosce_ di questo martire
romano; mai però che questa memoria _non sia esistita_, o che un dì
non possa (come tante altre memorie) tornare a luce. Anzi, se non
m’inganno, a me sembra di trovare questa memoria nel martirologio di
Usuardo, codice di Brussels, e precisamente al giorno 7 Maggio.
Dopo la memoria di Flavia Domitilla e di S. Giovenale, si legge: _Ad
radicem Montis Septimi passio_ S. GAUDENTII MARTYRIS. Il Martirologio
di Usuardo è d’epoca tarda, tardissimo è il codice di Brussels,
e la sua autorità è assai debole; ma tutte le memorie dei codici
martirologici sono sempre preziose per le ricerche archeologiche,
massime quelle che mostrano un certo classicismo ed una certa
antichità, da qualunque fonte esse provengano. Non disprezziamo
dunque questa notizia isolata, e maturiamola con calcolo per la nostra
ricerca.
È certo che il Gaudenzio ricordato in quell’inciso non è tra quelli
finora conosciuti: _quis hic Gaudentius sit, fateor me ignorare_,
scrisse il Sollier[1124].
È anche certo che il dettato di quest’inciso non ci costringe a dire
che il Gaudenzio in esso ricordato sia dell’età di mezzo, giacchè
l’aggiunto _martyris_ ci fa escludere ciò, direi quasi, per natura;
ed il nome Gaudenzio non è dell’età di mezzo, ma antico e non raro
nei cimiterî romani, ed abbonda, dirò così, nei cimiterî della Via
Nomentana, dai quali appunto uscì fuori la lapide di quel Gaudenzio di
cui parliamo.
È certo eziandio ed innegabile che quest’inciso è dettato con tale
laconismo e semplicità, che ci ricorda gli incisi dei martirologî
più antichi, il dato caratteristico dei quali è appunto la semplice
indicazione topografica, il nome del Santo e il suo aggiunto
distintivo.
Ora tale è il nostro inciso (_ad radicem montis Septimi_. GAUDENTII
_martyris_)[1125]. Dunque quest’inciso è un brano perduto di un
martirologio antichissimo, ma che, per fortuna, fu conservato dal
codice di Brussels del Martirologio d’Usuardo. Esaminiamo ora questo
prezioso inciso, e cerchiamo chi sia il Gaudenzio in esso ricordato.
Che questo Gaudenzio sia un martire romano me lo dice l’indicazione
topografica: _ad radicem montis Septimi_.
In nessuna geografia, sia antica che moderna, ho potuto trovare
un monte di questo nome. Soltanto Varrone[1126], allorchè parla
dell’Esquilino, dice: SEPTIMIUS _mons quinticepsos lucum Petilium_.
Questa è la lezione della maggior parte dei codici e ritenuta dai
migliori interpreti, non ostante lo _Sceptius_ dello Sprengel,
che non è alla fine che una scorrezione ed abbreviazione di
_Septimius_ malamente letto e peggio interpretato. I moderni leggono
_Cespius_[1127], ma la questione di questo passo Varroniano è questione
di fatto.
Qual’è la vera lezione, l’antica o la moderna? Fino alla metà circa
del secolo scorso si ritenne per vera la lezione da me seguita.
Lo Scaligero, il Turnebo, l’Agostini lessero _Septimius mons
quinticepsos_, e su questa lezione fecero i loro lavori[1128]. Il testo
seguito dallo Scaligero è anche più antico di quello da me e da altri
finora ritenuto, ma similissimo; ed io ho seguito l’edizione pubblicata
(dopo quella della fine del secolo XVI) in Roma.
I topografi, come ad es. il Nardini e il Brocchi, seguirono
quest’edizione fino alla metà del secolo scorso; il Nibby[1129] poi
s’attenne a questa stessa edizione nonostante conoscesse quella del
Müller e le varianti accettate e preferite dai moderni.
Come è dunque che i recenti hanno pubblicato un’edizione così diversa
da quella, e, per aggiunta, mutila?
Forse han veduto e seguito un codice più imperfetto di quello veduto
e seguito degli antichi, o, seguendo l’andazzo dei nostri tempi, hanno
corretto il testo secondo le loro opinioni?
Lo Stara-Tedde[1130] scrive: «Nel documento degli Argei (quale la
presentano e seguono i moderni) manca l’indicazione del secondo
sacello, giacchè dal _princeps_ si passa al _terticeps_, omettendo il
_biceps_.... omissione che certo non dovea originariamente trovarsi
nel documento[1131], ma da attribuirsi allo stato lacunoso in cui
ci è pervenuto il testo varroniano». E perchè non seguire il testo
Varroniano che ha l’indicazione del secondo sacello?
Nel testo ritenuto e seguito dai moderni manca parimenti
quell’_Esquiliae duo montes habiti, quod pars Cispius mons suo antiquo
nomine etiam nunc in sacreis appellatur_.
Varrone[1132] divide l’Esquilino in due prominenze principali:
_Esquiliae duo montes habiti quod pars Oppius_ (così legge il Müller),
_pars Cespius mons suo antiquo nomine_. Tanto l’Oppio che il Cispio ci
sono noti: gli archeologi ritengono concordemente che il primo risponde
a quella sommità dell’Esquilino ov’è S. Pietro in Vincoli; il secondo
all’altro ov’è S. Maria Maggiore. L’_Oppius_ è diviso da Varrone[1133]
in più località, ognuna delle quali aveva il suo nome speciale. Così:
_Oppius mons princeps lucum Esquilinum, lucum fagutalem quae sub moerum
est. Oppius mons bicepsos simplex. Oppius mons tercicepsos lucum
Esquilinum dexterior via in Tabernola est. Oppius mons quadricepsos
lucum Esquilinum via dexterior in figlineis est. Septimius mons
quinticepsos lucum Petilium. Esquilinus._ A suo luogo esamineremo una
per una queste località dell’Esquilino. Che il _Settimio_ si debba
collocare nell’Oppio e non nel Cispio ce l’indica, la topografia del
monte.
Noi abbiamo fra questo e quello una gola che separa le due località
dell’Esquilino, e senza perderci in inutili parole, metto sotto gli
occhi del lettore la pianta altimetrica dell’ingegnere Francesco Degli
Abbati[1134], fatta da noi parzialmente ma fedelmente riprodurre (V.
_Fig. 15ª_).
Quindi non si può cambiare, come fanno i moderni, il _Septimius_ in
_Cispius_, perchè quella prominenza non si trova situata sul Cispio ma
sull’Oppio.
Il nome _Septimius_ deriva, a mio modo di vedere, dai sacrifici che si
facevano in occasione del _Septimontium_, i quali, al dire di Festo,
si celebravano (per ciò che riguardava il monte Esquilino) in quella
parte del monte che si chiamava _Oppio_. Ed io congetturo che detto
sacrificio si celebrasse precisamente in quella cima dell’Oppio che era
più prossima al Palatino, centro del _Septimontium_, e che prendesse
il nome di _Septimius_ per specificarla dalle altre cime dell’Oppio
stesso. Questo viene confermato dalle parole del lodato Varrone, il
quale soltanto a questa e non ad altre prominenze dell’Oppio dà un nome
proprio: _Oppius mons, princeps; Oppius mons, bicepsos; Oppius mons,
tercicepsos; Oppius mons quadricepsos;_ SEPTIMIUS _mons quinticepsos_,
ecc.[1135].
[Illustrazione: (_Fig. 15.ª_)]
È vero che ivi negli Argei si legge anche _Esquilinus sexticepsos_;
ma ciò si spiega benissimo, perchè, la sesta cima era su quella parte
dell’Oppio che, per antonomasia, era chiamata Esquilino, essendovi là
il _Forum Esquilinum_, il _Campus Esquilinus_, etc.
Esaminiamo ora una per una le località suddette.
1.º _Oppius mons princeps lucum Esquilinum, lucum Fagutalem sinixtra
quae sub moerum est._ Quel _lucum Esquilinum_ ci fa necessariamente
collocare questa parte dei monte in vicinanza alla spianata di esso
monte; imperocchè è la parte che più propriamente si dice _Esquilinus_.
Ivi è ricordata la _porta Esquilina_, ivi il _campus Esquilinus_, ivi
il _forum Esquilinum_: in una parola, la denominazione _Esquilinus_
competeva più propriamente a quella parte che alle altre. Dunque
l’_Oppius mons princeps_ era quella parte del monte che è presso la
già villa Caserta (ora chiesa di S. Alfonso all’Esquilino), ove anni
indietro venne in luce il muro antichissimo della città, _sinistra quae
sub moerum est_.
2.º _Oppius mons bicepsos simplex._ Questa località (senz’altro
aggiunto, perchè non se ne fa menzione veruna) mi sembra che sia quella
parte del monte, alla quale più propriamente fu dato, e che tuttora
conserva, il nome di _Oppio_; ossia quella parte che è in prossimità,
come si è detto, della Chiesa di S. Pietro in Vincoli.
3.º _Oppius mons tercicepsos lucum Esquilinum dexterior via in
tabernula est._ Questa, per quel _lucum Esquilinum_, non potremo
separarla dalla prima; ma per quel _dexterior via in tabernula est_,
la dovremo dire rivolta al Celio, perchè la _tabernula_ era nel
_Ceriolense, qua itur Coelium_; e quindi è quella parte dell’Oppio
che ha a sinistra l’_Esquilino_ propriamente detto, e che è rivolta al
Celio.
4.º _Oppius mons quadricepsos lucum Esquilinum via dexterior in
figlineis est._ Per quel _lucum Esquilinum_ non si può disgiungere
dalle antecedenti; per quel _dexterior_ poi, conviene situarla da
quella parte stessa che guarda il Celio; e quindi la collocherei nella
parte sovrastante alle _velocia munera_[1136], le quali sorsero in
quel luogo già occupato, fino ai tempi di Nerone, da meschini abituri,
probabilmente di _figlini_, come c’insegna Marziale:
«Hic ubi miramur velocia munera thermas,
Abstulerat miseris tecta superbus ager».
5.º _Esquilinus._ Ultimo punto dell’Oppio, a Nord, ricordato da
Varrone. Per la sua denominazione assoluta (_Esquilinus_), e per la
mancanza dell’aggiunto: _mons_ (benchè non si ricordi alcun bosco),
credo sia propriamente quella parte cui si diè e si dà tuttora il nome
di Esquilino.
Per il _Septimius mons quinticepsos lucum Petilium_, situato, secondo
Varrone, fra il _quarticepsos_ e l’_Esquilinus_, non rimane dunque
altra sommità dell’Oppio che quella in cui vi sono i grandi ruderi
delle Terme e della _Domus Titi_, incontro all’Anfiteatro Flavio. E
qui appunto il Nibby[1137] colloca il _mons Septimius_. L’autorità del
Nibby è sempre grande; ma in questo caso è maggiore, perchè egli qui,
non sostiene una sua opinione particolare, non difende l’autenticità
di una località da lui già ammessa e da altri contrastata; ma ciò che
scrisse lo scrisse senza prevenzione alcuna, e soltanto per effetto
della sua scienza topografica, della conoscenza che egli aveva della
topografia di Roma.
Insomma: il Cispio era la sommità ove è S. Maria Maggiore: l’Oppio era
diviso in più parti, delle quali l’_Oppius simplex_ era quello ove
è S. Pietro in Vincoli; _Esquilinus_, ov’era il _campus Esquilinus_
propriamente detto: l’_Oppius princeps_, l’_Oppius tercicepsos_ e
l’_Oppius quadricepsos_ (per il _lucum Esquilinum_ a tutti e tre
comuni) si debbono collocare in modo, che più s’avvicinino a quella
parte che era detta per antonomasia _Esquilinus_, e che siano ben
distinte le due parti; il _princeps_ (per quel _sinistra quae sub
moerum est_) sotto la già Villa Caserta; il _tercicepsos_ (per quel
_dexterior via in tabernola est_) deve collocarsi rivolto al Celio, ma
non più in là delle Terme, perchè ivi (per l’aggiunto in _figlineis_)
v’era il _quadricepsos_; e per il _Septimius, quinticepsos_, non resta
che quella parte che sovrasta il Colosseo.
E questa denominazione era ancor vigente nel secolo VIII, giacchè nel
_Liber Pontificalis (in Leone III)_ si fa menzione di una basilica
dedicata a S. Michele Arcangelo: _S. Arcangeli in Septimo_; basilica
che qualcuno credè situata _in milliario septimo_ della Via Salaria.
Ma vi sono molte ragioni per non dare a quel passo una simile
interpretazione.
E primieramente, perchè quelle basiliche _extramuranee_, ricordate
nella vita di quel Pontefice, sono basiliche cimiteriali, edificate su
qualche memoria di martiri e santi celebri, e non in onore di Angeli
e di Arcangeli.[1138]. Secondariamente poi, perchè manca l’indicazione
della via. Dice _in Septimo_ ma di qual via?
Al contrario, quando nella stessa vita (di Leone III) si parla di
chiese _extramuranee_, si dice: _B. Stephani primi martyris constituta
via latina milliario tertio. — S. Cyriaci posita via Ostiensi. — S.
Valentini in Flaminia. — B. Andreae Apostoli sita in tricesimo via
Appia_.
Relativamente a quel _S. Marcelli sitam in quartodecimo_, siccome
immediatamente prima s’era parlato di _S. Aurea in Ostia_, potrebbe
intendersi che fosse situata _in via Ostiensi_.
Ma la nostra basilica è posta fra due _intramuranee_, come or ora
vedremo, e non fra le _extramuranee_. Infine, lo scrittore della vita
di Leone III non segue già un ordine topografico nell’enumerazione
delle chiese arricchite dai doni di quel Pontefice; e se anche avesse
voluto non avrebbe potuto. È nondimeno certo e incontestabile che,
generalmente parlando, le chiese di una regione o di una località sono
aggruppate insieme. Così leggiamo che Leone III fece dei donativi alla
_Diaconia Beati Hadriani, et in ecclesia beatae Martinae....., et in
Diaconia antiqua. — Immo et in Diaconia S. Theodori..... et in Diaconia
Sanctorum Cosmae et Damiani..... et in Diaconia S. Adriani. — Et in
Diaconia S. Luciae, quae ponitur in Orphea[1139]....... et in Diaconia
Beati Viti Martyris quae ponitur in Marcello_. E così di altre. Ora
la nostra basilica è ricordata fra S. Agata[1140] e S. Agapito _in
Vincula_, ossia fra due chiese situate nella località varroniana
dell’Esquilino. Quindi diremo che la basilica _S. Arcangeli quae
ponitur in Septimo_ non è la basilica _extramuranea_ situata al settimo
miglio, o sesto secondo il Martirologio Geronimiano (codice di Berna),
passo d’altronde un po’ confuso, ma una basilica _intramuranea_, citata
cioè nella stessa guisa con cui si cita il _monasterium Sancti Iohannis
qui ponitur in Appentino_, ossia _in Aventino monte_[1141].
Nello stesso _Libro Pontificale_[1142] in Simmaco, leggiamo: «Intra
civitatem Romanam, basilicam Sanctorum Silvestri et Martini a
fundamentis construxit. .... Ad beatum Iohannem et Paulum fecit gradus
post absidam. Item ad Archangelum Michael basilicam ampliavit et gradus
fecit et introduxit aquam. Item ad Sanctam Mariam, oratorium sanctorum
Cosmae et Damiani a fundamentis construxit».
Il Duchesne[1143] dice che la Chiesa di S. Michele ricordata in questo
passo non può essere quella situata al settimo miglio della Salaria,
perchè qui è scritto: «_intra civitatem Romanam_» ed ivi si fa menzione
di lavori eseguiti a cura di Simmaco alle chiese di S. Martino, dei Ss.
Giovanni e Paolo, di S. Michele e di S. Maria Maggiore.
E questo significa che il Duchesne ritiene che nell’interno della città
esistè una chiesa dedicata a S. Michele, situata nella stessa località
ricordata nella vita di Leone III, quando si parla di S. Michele _in
Septimo_, fra la chiesa di S. Agapito, _qui ponitur ad Vinculam_, e
quella dei santi Silvestro e Martino. Lo stesso Duchesne[1144] scrive
che la chiesa di S. Agapito è quella stessa che più tardi fu detta _S.
Maria_ (_ante titulum Eudoxiae_) ossia il monastero (_S. Mariae_) _ad
S. Petrum in Vincula_.
Dice inoltre che _S. Maria in Monasterio_ era situata _dietro_ la
chiesa di S. Pietro _in Vinculis_; vale a dire più su quella cima
dell’Oppio detta _Esquilinus_ che sul _Septimius_. A pag. 61, n. 63,
tomo II, aggiunge però che, da un documento del 1014 la chiesa di _S.
Maria in Monasterio_ è detta ANTE _Titulum Eudoxiae_. L’Armellini, il
quale pubblicò la seconda edizione delle «Chiese di Roma» alcuni anni
dopo dell’edizione duchesniana del _Liber Pontificalis_, dimostrò ad
evidenza che la chiesa di _S. Maria in Monasterio_, cioè S. Agapito,
era di fronte alla Chiesa di S. Pietro _in Vinculis_, che è quanto dire
sul Settimio.
La Chiesa di S. Michele _in Septimo_, ricordata fra quelle di S. Pietro
_in Vinculis_ e S. Agapito, sorgeva dunque su quella parte dell’Oppio
che si disse _Septimius_, cangiato poi in _Septimus_ o per una delle
solite alterazioni causate dal tempo e dagli uomini, od anche, e più
verosimilmente, perchè il copista tralasciò una _i_; ed in questo caso
noi dovremmo leggere senz’altro: _Basilica S. Arcangeli_ IN SEPTIMIO
(_monte_).
Nè fa ostacolo la sentenza del Nardini, il quale, a motivo di quel
_Petilium lucum_ aggiunto al Settimio, cerca questo nell’Esquilino sì,
ma verso il Viminale; e lo deduce da quel _Petilinum lucum_ di Livio.
Ma innanzi tutto _Petilium_ o _Poetelium_ e _Petilinum_ o _Poetelinum_
sono nomi ben diversi; eppoi, quel _Lucus Petelinus_ menzionato
da Livio e da Plutarco, a proposito del giudizio contro M. Manlio,
trovavasi _extra portam Flumentanam_ (così leggono ormai quasi tutti
i critici, invece di _frumentariam_); e questa porta i topografi la
collocano presso il _Forum Olitorium_, e cioè tra l’odierno Ponte Rotto
e il Ponte Quattro Capi, presso a poco ove ora è la Via o Vicolo del
Ricovero[1145].
Nemmeno fa ostacolo l’opinione del Corvisieri, il quale crede che
questa parte dell’Oppio fosse detta _Coliseo_[1146]. Imperocchè, pur
concedendo che tal nome fosse stato dato a quella collina, sarebbe
sempre il nome volgare, (_il nome dato al tempio d’Iside_, come egli
dice, _situato in quel colle (!) per distinguerlo forse da qualche
altro tempio dello stesso nome_); ma il nome classico, il vero nome,
il nome proprio sarebbe stato sempre quello di _Septimius_ in tempi
remoti, e di _Septimus_ (se così si voglia leggere) in tempi meno
antichi: e così qui verrebbe a proposito il detto del medesimo autore:
che, cioè, nella stessa città _s’incontrano contrade e monumenti più
conosciuti per un nome di volgare capriccio che per il vero dato loro
in origine_.
Questa soluzione però gioverebbe se vi fosse difficoltà, ma per me
questa difficoltà non esiste. Imperocchè il tempio d’Iside della III
regione non fu (nè deve quindi supporsi collocato) sulla collina che
sovrasta all’Anfiteatro. Noi già confutammo l’opinione del Corvisieri
nella Parte II, cap. I di questo studio; riputiamo quindi inutile
ripetere quanto allora dicemmo.
Pertanto, conchiudendo, diremo che nessuna località geografica è
conosciuta col nome di mons _Septimius_; e soltanto, per testimonianza
di Varrone e del Libro Pontificale, si ricorda in Roma una parte
dell’Esquilino così denominata.
Dunque il martire che si legge nell’inciso del codice di Brussels è un
martire romano.
Ma nessun martire di nome Gaudenzio è conosciuto in Roma, ad eccezione
di quello di cui si parla nella lapide che ha motivato questa lunga
dissertazione. Dunque probabilmente è questo il martire ricordato
nell’inciso del Martirologio d’Usuardo, codice di Brussels.
Quanto non sarebbe eloquente per la storia del nostro Gaudenzio questa
località, designata dal Martirologio Brusellense, con quelle parole:
«Ad radicem montis Septimi [i] passio S. Gaudentii martyris»?..... Ci
direbbe insomma che Gaudenzio, liberto di Vespasiano, fu fatto uccidere
nella casa del suo padrone, dinanzi alla fabbrica da lui edificata, ove
appunto fu scoperto uno degli oratorî che attorniavano il Colosseo;
unico oratorio (come dicemmo quando parlammo delle chiese ed oratorî
che circondarono l’Anfiteatro Flavio) rimasto senza nome.
Ma, ripeto, questa non è che una mia congettura, della quale, se a
qualcuno piacesse potrà servirsene per dire chi sia quel Gaudenzio
che il Sollier confessava di non sapere, _fateor me ignorare_;
e rimarrebbero soddisfatti anche coloro, i quali, col Muratori,
s’auguravano che un giorno gli studiosi avrebbero fatto un po’ di luce
su quel Gaudenzio ignoto.
Riassumiamo. Abbiamo visto:
1º che la lapide di Gaudenzio fu rinvenuta negli scavi praticati nel
secolo XVII nel cimitero di S. Agnese sulla Via Nomentana;
2º che alla marchesa Randanini non costò l’acquistarla, e che non si
può supporre una falsificazione fatta a scopo di lucro;
3º che a nessuno degli scopritori si dà lode dagli autori coevi al
rinvenimento, perchè essa fu trovata a caso inaspettatamente, invece di
essere stata studiosamente cercata;
4º che a quell’epoca non v’era questione di sorta sull’architetto del
Colosseo; e quindi non vi potè essere chi, per far trionfare la propria
opinione, avesse motivo di nascondere quella lapide sotto le frane di
un cimitero sotterraneo;
5º che non fanno ostacolo all’autenticità della stessa lapide la
paleografia, gli apici e la dicitura;
6º che anche ai tempi di Vespasiano vi poterono essere martiri, e che
vi furono effettivamente; ed abbiamo addotte le ragioni plausibili per
ammettere che Gaudenzio potesse essere l’architetto del Colosseo;
7º abbiamo veduto, finalmente, che il _Gaudentius_ menzionato nel
Martirologio di Usuardo è probabilmente il nostro.
Non è dunque ormai ragionevole negare recisamente l’autenticità della
lapide «_Sic premia servas_», basandosi soltanto sugli argomenti
negativi generalmente addotti e da noi sfatati. Ed io son certo che
ogni uomo di buona volontà dovrà convenire che, se i miei argomenti
non sono del tutto atti a dimostrare _apoditticamente_ la genuinità di
quella lapide, sono almeno atti a suscitare dei dubbi, i quali faranno
sì che i dotti, col loro studio, tornino sopra una tanto scabrosa
questione.