CAPITOLO QUARTO.

_Quest. 4ª_ — L’iscrizione «Sic premia servas» è genuina o falsa?

Il titolo di questa questione farà sogghignare parecchi archeologi

moderni. Oggi infatti quasi generalmente si ritiene che la lapide

di cui parliamo sia una falsificazione del secolo XVII. Io, a dire

il vero, non avrei voluto toccare questo tasto, e volentieri avrei

taciuto, se lo studio del Colosseo non mi avesse, quasi direi,

trascinato ad indagare l’origine di questa moderna persuasione, e a

pesare le ragioni per cui la nostra lapide venga annoverata fra le

false. Inoltre, se io avessi saltato a piè pari questa questione, il

lettore avrebbe avuto ogni diritto di notare nel mio lavoro una lacuna,

e giustamente avrebbe potuto fare delle osservazioni poco benevole a

mio riguardo. Non era dunque possibile tacere; e poichè in un’opera

di quest’indole, non sarebbe stato sufficiente limitarsi alla semplice

esposizione delle varie opinioni, e terminare (come a bello studio feci

altrove)[959] con un punto interrogativo, ma faceva d’uopo esaminare

criticamente gli argomenti dei dotti; perciò ho creduto conveniente

fare sulla nostra lapide uno studio speciale.

Pertanto prego vivamente il lettore di non volersi decidere per la

genuinità o falsità della stessa, prima di aver letta per intero la mia

dissertazione.

Contradittori non mancheranno certamente; e pensare di persuaderli

sarebbe (specialmente ai tempi nostri) pressochè un’utopia. Del

resto ricordiamoci che se gli scrittori del settecento non furono

infallibili, non lo sono neppure i contemporanei.

Io appartengo al numero dei secondi, e quindi posso ingannarmi.

Nondimeno confesso con ogni lealtà che, specialmente nella presente

questione, non posso seguire ciecamente nè gli uni nè gli altri; ma

voglio studiare spassionatamente la lapide, e, senza preconcetti di

sorta, voglio esaminare le ragioni che generalmente s’adducono per

dimostrare la genuinità o meno della nostra epigrafe.

Nè per questo pretendo dire che il mio studio riuscirà completo e sotto

ogni rispetto esauriente, no; m’auguro però che esso vorrà richiamare

nuovamente l’attenzione degli archeologi in genere e degli epigrafisti

in ispecie; affinchè essi, mossi dall’amore di quella scienza che è

loro propria, possano tornar sopra una questione che, secondo il mio

giudizio, è tutt’altro che risoluta.

Presento nuovamente la riproduzione della lapide tratta dal calco

eseguito con ogni cura dal Sig. Attilio Menazzi sull’originale che

trovasi nei sotterranei di S. Martina. (V. _Fig. 14ª_).

[Illustrazione: _Fig. 14.ª_]

Non è mia intenzione fare una storia particolareggiata di questa lapide

sepolcrale. Sarebbe cosa superflua; giacchè gli archeologi già sanno

che la nostra epigrafe fu rinvenuta nel cimitero di S. Agnese sulla Via

Nomentana, negli scavi ivi eseguiti al principio del secolo XVII[960].

Sappiamo pur anche che questa lapide passò poscia nelle mani della

marchesa Felice Randanini, famosa raccoglitrice di memorie sacre;

che questi fatti ci vengono narrati da testimonî coevi e fededegni,

quali sono il Bellori[961] e l’Aringhi[962]; e che il primo di

questi scrittori fu un uomo integerrimo per costumi, dotto, e, per

quanto lo comportavano i suoi tempi, competentissimo in materie

archeologiche[963].

Nessuno ignora, finalmente, che la nostra lapide più tardi la possedè

Pietro Berrettini da Cortona[964]. Presso di lui si trovava quando il

Tolomeo la descrisse, il quale, allorchè costrusse il sotterraneo di S.

Martina, la fè fissare nelle pareti di quello stesso sotterraneo in cui

tuttora si conserva.

Oltre ai citati autori, l’epigrafe «SIC PREMIA SERVAS» è ricordata

dal Reinesio[965], dal Bonada[966], dal Fleetwood[967], dal Lam[968],

dal Mamachi[969], dal Bianchini[970], dal Mabillon[971], dal

Marangoni[972], dal Venuti[973], dall’Orsi[974], dal Marini[975], dal

Mazzolari[976], dal Magnan[977], dal Terribilini[978], dal Fea[979],

dal Visconti[980], dal Nibby[981], dal Canina[982], dal Piale[983], dal

O’Reilly[984], dal Giampaoli[985], dal Gori[986], ecc.

Sebbene tutti questi scrittori ammettano in genere l’autenticità della

lapide[987] (non escluso il Gori, il quale, come abbiamo visto a pag.

101, trattò di diminuire quanto più potè il valore della medesima),

pur nondimeno non tutti convengono circa l’_età_ e l’interpretazione

dell’epigrafe. Passiamo ora ai moderni e contemporanei. Essi sono: il

De Rossi[988], il Tomasetti[989], il Promis[990], l’Armellini[991],

i Bollandisti[992], il Mantechi[993], il P. Grisar[994], il

Rohrbacher[995], il Cinti[996], il P. Scaglia[997].

Tutti questi autori (eccettuati il Tomasetti[998] e il Rohrbacher)

ritengono la lapide per falsa[999].

Dalla lista considerevole di scrittori che trattarono la presente

questione si deduce chiaramente essere _tre_ le opinioni degli

archeologi intorno a questa lapide. Alcuni la dicono _genuina_,

e non posteriore alla seconda metà del secolo I; altri la dicono

pure genuina, ma non anteriore al secolo V dell’era volgare; altri

finalmente la credono una falsificazione perpetrata nel sec. XVII, o,

secondo qualcuno, nel secolo XIV.

Esaminiamo una per una queste disparate opinioni, incominciando

dalla più grave: da quella, cioè, che ritiene l’epigrafe per una

falsificazione del secolo XVII.

A qualcuno potrà sembrare che quest’opinione possa trovare appoggio

sulla sentenza del De Rossi[1000] il quale scrisse: «_Christiana res

epigraphica, quae corruptricis Ligorii manus effugerat, in redivivum

aliquem hac aetate Ligorium videtur incidisse, qui optimis illis

viris_ (Severano ed Aringhi) _fucum quandoque fecerit_. Ma applicare

la sentenza del De Rossi alla nostra lapide, sarebbe fare un oltraggio

alla sua scienza e alla sua autorità; giacchè da questa applicazione

ne risulterebbe una inverosimiglianza ed una impossibilità morale.

Difatti, se fosse vero che quell’ignoto falsario, quel redivivo

Ligorio, avesse fatta incidere la nostra iscrizione, egli, con la sua

astuzia, sarebbe giunto ad allucinare non solamente quegli ottimi

uomini del secolo XVII, quali furono il Severano e l’Aringhi, ma

eziandio un altro uomo eruditissimo e dottissimo dello stesso secolo;

_un uomo amato da personaggi i più distinti, stimato dagli eruditi,

encomiato dai Gronovi, dai Mabillon, dai Crescinbeni, onorato da tutti

i buoni_[1001], sarebbe giunto ad allucinare, dico, il Bellori, il

quale assicura che la lapide «_Sic premia servas_» è _neque_ SPURIA

NEQUE RECENS. Inoltre quel redivivo Ligorio, quell’_ignoto_ falsario,

sarebbe giunto colla sua astuzia ad allucinare non solo quegli uomini

dotti ed ottimi del secolo XVII or ora ricordati, ma anche quelli

del secolo seguente XVIII; e così avrebbe allucinato un Mamachi, un

Bianchini, un Mabillon, e tanti altri che con essi ritennero la lapide

per vera.

Quell’_ignoto_ falsario, quel redivivo Ligorio, sarebbe giunto colla

sua astuzia ad allucinare non solo quegli uomini ottimi e dotti del

secolo XVII e XVIII, ma anche quelli del secolo XIX, quali furono il

Fea, il Nibby, il Visconti ed altri, poichè anche essi dissero che

quella lapide è sincera, genuina; e taluno giunse a dirla sincrona. Non

basta: sarebbe giunto ad allucinare il Marini, quel grande epigrafista,

che lo stesso De Rossi chiamò sommo; e sarebbe finalmente giunto ad

allucinare il Card. Mai, gloria della letteratura del secolo XIX;

giacchè anche questi approvò e confermò la sentenza del Marini, che

aveva detta _elegans_ la congettura del Marangoni[1002].

Ma che un falsario possa arrivare colle sue astuzie ad allucinare tutti

i dotti di tre secoli, non esclusi i contemporanei alla scoperta,

è cosa non solamente inverosimile ma anche moralmente impossibile.

Dunque, ripeto, se la lapide di Gaudenzio si dicesse falsa per la

sola sentenza del De Rossi, si farebbe un insulto alla logica, alla

scienza e all’autorità dell’illustre archeologo, il quale si protesta

che quella sua sentenza era quasi inapplicabile alle lapidi romane di

quel tempo, ed aggiunge: «Id interim satis sit significasse ROMANAS VIX

PAUCAS HOC SAECULO IN LUCEM EDITAS _vel chartis mandatas inscriptiones

in capitis iudicium fore vocandas_».

Nè si dica che questa nostra lapide debba essere annoverata fra quelle

_vix paucas_, giacchè ciò potrà dirsi delle lapidi d’ignota origine,

non però della nostra, la cui storia conosciamo, e la quale testimonî

fededegni e contemporanei ci attestano aver veduto quasi direi, coi

proprî occhi estrarre da un cimitero sotterraneo (_elapsis annis-non

multis abhinc annis_); e dicono averla poscia posseduta la marchesa

Randanini, una delle prime raccoglitrici di lapidi; e precisamente

in tempi, in cui «_la gara di riunire le memorie cristiane non aveva

ancora aguzzato l’ingegno degli speculatori_»[1003]. Di fronte alle

egregie doti di quei testimonî, non si può dubitare della provenienza

della lapide; ed è innegabile che questa fu estratta da un Cimitero

nel quale, con tutta verosimiglianza, le escavazioni furono fatte a

cura appunto della Randanini e dell’Angelelli; il che si deduce anche

dal fatto che in una cripta trovata nel cimitero ostriano (?), vi sono

molti nomi di Signore che andarono a visitare il cimitero mentre si

scavava[1004].

Nè possiamo dire, finalmente, che la nostra lapide appartenga a quei

tempi, _in cui i negozianti di Roma non già inventarono nuove lapidi,

ma spacciarono esemplari moderni più o meno fedeli di epigrafi genuine

ed antiche_[1005].

Dunque non potremo neppur dire falsa la lapide per quella sentenza

scritta dal De Rossi. Più tardi esamineremo le altre ragioni che adduce

lo stesso De Rossi per dichiarare falsa la lapide di Gaudenzio.

Ma andiamo innanzi nell’esame degli altri argomenti che si adducono in

favore della falsità della lapide. Innanzi tutto faccio avvertire al

lettore che le falsificazioni sono assai più comuni e si trovano più

facilmente nei codici e manoscritti in genere, che nelle lapidi.

Faccio avvertire inoltre che se vi sono falsificazioni epigrafiche

antiche scolpite su marmo, queste erano quasi esclusivamente delle

lapidi pagane. Ho detto _quasi esclusivamente_, giacchè, come già

si disse, il vizio delle iscrizioni cristiane sospette, consiste

in essere riproduzioni più o meno fedeli di epigrafi _genuine_

ed _antiche_[1006]: ora _riproduzione_ non è davvero sinonimo di

_falsificazione_!

Da queste due avvertenze deduco che la sentenza di coloro i quali

dicono essere la nostra lapide una falsificazione del secolo XVII, è

per lo meno inverosimile; e quell’iscrizione sarebbe od il primo, e

finora caso unico, od un raro esempio di lapide cristiana esistente,

_totalmente falsa_. Ora per affermare una cosa simile, non basta una

semplice asserzione, ma è necessaria una piena, evidente e matematica

dimostrazione.

Ma ammettiamo per un momento che si tratti di una falsificazione del

secolo XVII. Noi, come abbiam visto, conosciamo la storia della lapide.

Fu trovata nel cimitero di S. Agnese, e questo non può negarsi, perchè

testimonî fededegni ce l’attestano.

Ora ciò che questi testimonî ci riferiscono viene confermato dai fatti.

Si sa con certezza che quando venne in luce la lapide, nel cimitero di

S. Agnese, furono eseguiti degli scavi. Questi dovettero restituire,

come l’esperienza c’insegna, epigrafi cristiane, le quali poi (per ciò

che si è detto di sopra) dovettero andare nelle mani dell’Angelelli e

della Randanini; e noi sappiamo, che precisamente nelle mani di questa

andò la nostra lapide. L’autenticità dunque dell’iscrizione «Sic premia

servas» non può essere contrastata logicamente. E se si ammettesse che

l’iscrizione fosse stata falsificata, si dovrebbe pure dimostrare che

il falsario, _ignoto_, ebbe tanto ardire da portarsi _per il primo_ in

un cimitero sotterraneo fino allora inesplorato, nonchè l’avvertenza,

forse singolare in quel tempo, di scrivere la lapide in questione

sopra un marmo di _forma cimiteriale_, perchè non s’avesse in seguito

a dubitare della sua autenticità; nasconderla in quel cimitero; e

tutto ciò poi senza alcun utile da parte sua, e senza sua gloria,

giacchè scoperta che fu ed estratta, i testimonî contemporanei _non

dànno lode ad alcuno_, nè dicono che alla Randanini _costasse_ molto

l’averla[1007]. Ma tutto ciò è inverosimile. L’origine dunque della

lapide fa giustamente argomentare che ella non sia falsa.

Dal momento poi della scoperta fino ai giorni nostri la sua storia si

potrebbe scrivere senza difficoltà.

Dal cimitero passò alla Randanini, da questa a Pietro da Cortona,

e questi, dopo poco tempo, la pose ove tuttora la vediamo. Di qual

monumento si conosce con maggior precisione, con più certezza

la storia? E questo è un altro argomento per negare la falsità

dell’epigrafe.

Ma se la falsità non è probabile nè verosimile, è però possibile;

benchè, per quel che si è detto, nego che vi sia possibilità morale.

Ma ammettiamo che vi sia: in questo caso non resta che esaminare

l’iscrizione giusta i canoni della critica lapidaria. Prima però che

io incominci questo esame, credo opportuno ripetere al lettore che la

sentenza che dice falsa la nostra lapide, ha contrario il parere di

uomini sommi. Nè intendo parlare degli antichi collettori epigrafici,

i quali poterono riunire, senza discernimento, lapidi genuine e false,

non altrimenti che i moderni compilatori, i quali ne annoverano fra

le lapidi false altre che forse un giorno la sana critica restituirà

alla loro vera fede e fra le lapidi sincere. Nè parlo di altri

scrittori sotto altro riguardo rispettabilissimi, ma che in materia

epigrafica, o in critica lapidaria, non hanno autorità decisiva,

come sono il Mamachi, l’Orsi, il Bianchini, il Mabillon, ecc.; nè di

quegli archeologi, i quali, sia per ragione di tempo sia per ragione

di studio, non potrebbero dare (come direbbero i moderni) adeguato

giudizio su antichità sacre, come, p. es., il Fea, il Nibby, il Venuti,

il Piale, ecc.; ma parlo di profondi conoscitori di epigrafia, e di

epigrafia cristiana, e di letterati, alla cui memoria si farebbe un

grave insulto, se si dicesse che eglino non seppero scernere il vero

dal falso in questione di epigrafia. Parlo del Marini. Questi la

ritenne per lapide genuina, l’annoverò fra le iscrizioni cristiane

sincere, e disse _elegans_ la congettura del Marangoni, già da noi

riportata al c. III, part. I di questo lavoro. È vero che il Marini

non ordinò nè rivide o corresse le sue schede per la gran collezione

epigrafica cristiana; ma è pur vero che la nostra epigrafe si trova in

quella parte del manoscritto che era la più disposta, direi quasi, per

la stampa. Ecco la ragione per cui il Mai la pubblicò senza difficoltà

di sorta. Ma in ogni modo è certo che la nostra lapide non fu, come

tante altre, trascritta dal Marini per soli suoi fini particolari, ma

fu da lui esaminata, studiata, riveduta: giacchè entra nel novero di

quelle poche, cui appose nota; e non una nota qualsiasi ma una nota,

che, nella sua brevità, rivela la competenza del sommo epigrafista che

era.

Il Marini dunque, che nei suoi _Arvali_ (e quante volte ebbe occasione)

battè senza pietà il povero Ligorio, ed inveì sempre e veementemente

contro i falsarî, non pensò punto alla falsità della nostra lapide;

anzi la lodò e ne ammise l’autenticità.

Parlo inoltre del Mai, il quale visse in tempi in cui l’archeologia

cristiana aveva già incominciato il suo sviluppo; che aveva ben veduta

nella raccolta Mariniana lo studio dell’illustre collettore, il quale,

eccezione fatta delle lapidi calaritane, tutte le altre ben aveva

riunite per pubblicarle; del Mai, dico, il quale non ebbe difficoltà di

riportare la nostra epigrafe e ritenerla per genuina e sincera.

Parlo finalmente del Visconti.

Egli nel 1827 dimostrò la genuinità e la sincerità della nostra

lapide e la ritenne come sincrona; nè mai ritrattò la sua sentenza

benchè cessasse di vivere nel 1875, quando la sacra archeologia aveva

raggiunto il suo pieno sviluppo ed era già ridotta a scienza.

Ritenendo dunque come cosa indiscutibile la falsità della nostra

iscrizione s’andrebbe contro la notissima autorità di sommi uomini,

epigrafisti, letterati ed eruditi.

Ma, a dire il vero, oggi a questo poco si bada; e solo fanno eco

e trovano appoggio facilmente quelle opinioni moderne che tendono

a distruggere una qualche tradizione. È vero che i progressi fatti

dall’archeologia sacra in questi ultimi anni, sono notevoli, ma è anche

vero che non hanno gettata _nuova luce sulla nostra questione_.

Le cose si trovano allo stesso punto, e le difficoltà purtroppo sono

sempre le stesse! Non resta per tanto che esaminare criticamente la

lapide.

*

* *

Uno dei maestri della critica lapidaria, non v’ha chi l’ignori, è il

Maffei.

È vero che oggi si ritiene che i suoi canoni siano applicabili alle

sole lapidi pagane, e si opina aver egli errato nello studio delle

lapidi cristiane. Ma se noi esaminiamo i suoi canoni, e con riserbo

facciamo qualche distinzione, mi sembra che essi possano anche

applicarsi alle lapidi cristiane.

Infatti, nella sua _Arte critica lapidaria_[1008] il Maffei stabilisce

certi criterî, coi quali egli insegna il modo di distinguere le

iscrizioni vere dalle false; e dice che di due specie sono gli indizi

per i quali si possono riconoscere le une dalle altre: ALTERA PRACTICA,

_uti vocant, ab ipsa monumentorum inspectione petita_; INTERIORA ALTERA

_et ab iis quae continentur desumpta_.

Gli indizî _estrinseci_, secondo lo stesso autore, sono: _genus,

facies, color_; e segue spiegando ciò che per essi s’intende. I secondi

poi, ossia gli intrinseci, sono: la _troppa_ antichità della lapide, la

singolarità delle formole, i punteggiamenti e cose simili.

Ora è evidente che i primi, vale a dire, i canoni estrinseci, siano

applicabili anche alle lapidi cristiane.

Un’iscrizione cristiana scolpita su di un marmo, la cui _facies et

color_ mostrino essere marmo moderno, si dirà giustamente falsa[1009].

Lo stesso si dica di una lapide sepolcrale cristiana (il cui _genus_

è cimiteriale), se questa per la paleografia si dovesse riportare ai

secoli VII e VIII. Viceversa: una lapide che per la sua iscrizione

dovremmo creder dell’epoca in cui i cimiterî sopratterra erano rari,

e di cui quindi il _genus_ dovrebbe essere cimiteriale; se essa

presentasse la forma ossia il _genus_ delle lapidi non cimiteriali,

non si potrà recisamente ripudiare, ma si potrà dubitare della sua

sincerità.

Dunque questi dati estrinseci, che c’insegna il Maffei per distinguere

le lapidi vere dalle false, mi sembra possano applicarsi anche alle

lapidi cristiane.

In quanto poi all’indizio intrinseco principale (la paleografia),

volendo il Maffei che si usi circa di esso somma cautela e che mai

sia disgiunto dagli indizî estrinseci, è indubitato che valga eziandio

(non certo assolutamente e disgiunto dagli altri) anche per le lapidi

cristiane. E il De Rossi[1010] c’insegna: «Egli è innegabile, ed anche

i più circospetti e peritosi epigrafisti lo confermano, che l’argomento

paleografico, adoprato con giudizio, ha molto valore».

Dunque i dati estrinseci posti dal Maffei possono aver forza nell’esame

delle lapidi cristiane sospette. I dati intrinseci poi non sono tutti

egualmente ed assolutamente applicabili alle lapidi cristiane.

Il Maffei dubita dell’autenticità di una lapide se questa presenta

un’antichità assai remota. Ma questo criterio non può applicarsi

alle epigrafi cristiane, delle quali ve ne sono molte che risalgono

fino ai tempi primitivi della Chiesa e alla stessa età Apostolica.

Dunque questo canone non è applicabile al caso nostro. Dubita ancora

di una lapide, se l’epigrafe si allontana, secondo la sua specie,

dalla comune formola e dizione. Ma questo canone, se è giusto per le

lapidi appartenenti a monumenti romani pubblici e privati, non è così

assolutamente applicabile alle lapidi cristiane, le quali, benchè

anch’esse avessero, secondo la diversità delle epoche, le loro formole

e dizioni, pure, per la singolarità delle circostanze, dei luoghi e

degli scrittori, poterono andar soggette, e vi andarono effettivamente,

ad eccezioni[1011]. Il Lupi[1012] scrive: «In omnibus facultatibus

habenda prae oculis est aurea illa sapientium virorum constitutio qua

iuris prudentes in legum oraculis intelligendis utuntur ut semper

exceptione aliqua restringenda putent effata veterum, quamtumlibet

absuluta, ne forte inopino aliquo casu queat eorum veritas labefactari;

omnis namque definitio in iure civili periculosa est, rarum est enim ut

non subverti possit quod quidem aliqua prudentes dictum, _prudentissime

dicitur ubi sermo est_ DE ANTIQUORUM EPITAPHIIS».

Ciò posto, applichiamo alla nostra lapide tutti quei criterî che si

possono ad essa applicare.

Il _marmoris color et facies_ è uno dei criterî estrinseci. Ora il

marmo della nostra lapide è evidentemente antico, essendo marmo greco,

ed è certamente antico, anche perchè sull’altra faccia della lapide

v’è scritta un’altra epigrafe indiscutibilmente antica, e che secondo

l’Aringhi, il Fletwood, il Marini ed altri, dice:

L'anfiteatro Flavio nei suoi venti secoli di storia · 第 73 / 94 题