_Quest. 3ª._ — L’Anfiteatro Flavio e i Martiri.
Nell’_Introduzione_ di quest’opera facemmo notare che la _venatio_ fu,
fra i Romani, un’impresa ordinariamente libera e volontaria; dicemmo
che i padroni talvolta punivano i servi, e la pubblica autorità i
delinquenti, obbligandoli a discendere sull’arena e pugnare colle
fiere; ed aggiungemmo che se i suddetti delinquenti eran rei di delitti
gravissimi e capitali, venivan essi esposti alle fiere legati ed
inermi.
È questa una cosa tanto nota, che non ha mestieri di dimostrazione. Gli
antichi scrittori, tanto storici che poeti, sì oratori che legisti, ce
l’attestano concordemente e ripetutamente.
Ma non tutti i delitti si punivano con siffatte pene; e senza perderci
in inutili parole riportiamo le leggi romane riguardanti i delitti e le
pene di cui parliamo. Eccole[894]:
1. _Qui noctu manu facta praedandi ac depopulandi gratia templum
irrumpunt_, BESTIIS OBIICIUNTUR.
2. _Auctores seditionis et tumultus vel concitatores populi
pro qualitate dignitatis aut in crucem tolluntur aut_ BESTIIS
OBIICIUNTUR, _aut in insulam deportantur_.
3. _Lex Cornelia poenam deportationis infigit ei qui hominem
occideriti eiusve rei causa furtive facendi cum telo fuerit, quive
venenum hominis necandi causa habuerit, vendiverit, paraverit,
falsumque testimonium dixerit, quo quis periret, mortisve causam
praestiterit; quae omnia facinora in honestiores poena capitis
vindicari placuit; humiliores vero aut in crucem tolluntur, aut_
BESTIIS OBIICIUNTUR.
4. _Qui sacra impia nocturnave ut quem obcantarent, defigerent,
obligarent, fecerint faciendave curaverint, aut cruci suffiguntur,
aut_ BESTIIS OBIICIUNTUR.
5. _Qui hominem immolaverint exve eius sanguine litaverint, fanum
templumve polluerint_, BESTIIS OBIICIUNTUR, _vel si honestiores
sint capite puniuntur_.
6. _Magicae artis conscios summo supplicio affici placuit, id est_
BESTIIS OBIICI _aut cruci suffigi_.
7. _Qui patrem, matrem, avum, aviam, fratrem, sororem,
patronum, patronam occiderit, etsi antea insuti culleo in mari
praecipitabantur, hodie tamen vivi exuruntur vel ad_ BESTIAS
DANTUR.
8. _Lege Julia maiestatis tenetur is, cuius ope, consilio adversus
imperatorem vel rempublicam arma mota sunt, exercitusve eius in
insidias deductus est; quive iniussu imperatoris bellum gesserit
delectumve habuerit exercitumve comparaverit, sollicitaveritve,
quo desereret imperatorem. Hi antea in perpetuum aqua et igni
interdicebantur; nunc vero humiliores_ BESTIIS OBIICIUNTUR,
_honestiores capite puniuntur_.
Ora domandiamo: i pagani credettero di rinvenire nei Cristiani qualcuno
degli enumerati delitti? Ed in caso affermativo, furono essi _damnati
ad bestias_? E se in Roma furono effettivamente dati alle fiere, in
qual punto dell’alma Città eseguivasi la condanna?
*
* *
Tutti sappiamo che fino all’impero di Nerone nessuna legge colpì il
Cristianesimo; e non v’ha chi ignori che fino a quei giorni fu esso
ritenuto dai gentili per una setta del giudaismo. Giunto il funesto
momento dell’incendio di Roma, ordinato, come si legge in Plinio
sen., Stazio, Suetonio e Dione[895], dallo stesso Nerone; questi,
onde liberarsi dall’infamia di cui l’opinione pubblica giustamente
avealo marchiato[896], ne incolpò i giudei. Il volgo ritenne per vera
quella voce sparsa; e la calunnia si rese ancor più credibile, quando
potè accertarsi che l’incendio avea avuto principio dalle _taberne_
giudaiche, site presso il Circo Massimo, e che i quartieri da loro
abitati[897] erano rimasti non tocchi dal fuoco. Ma i giudei ben
presto si liberarono da quel terribile incubo, poichè Poppea, seguace
dell’ebraismo, istigata dai suoi correligionari, perorò la loro causa.
Essa ripetè a Nerone le spudorate calunnie già disseminate dai giudei
contro i Cristiani; gli descrisse il cristianesimo quale setta empia
ed illegale; aggiunse che il Fondatore della nuova religione era
autore di una dottrina malefica, e che insegnava i delitti più empî
e nefandi[898], e concluse che l’imputazione dell’incendio di Roma
non dovesse ricadere sopra i giudei ma sopra i Cristiani, comunemente
ritenuti per una setta del giudaismo.
La perorazione di Poppea produsse effetto favorevole per i giudei,
i quali, alla lor volta, riprodussero nei tribunali le più sfrontate
calunnie contro i Cristiani, accusandoli di seguire una religione nuova
e malefica; di usare sacrifizî umani, cibandosi delle carni dei bambini
e bevendo il lor sangue; di praticare adunanze tenebrose e turpi[899],
ecc.
I seguaci di Cristo procurarono difendersi: addussero convincentissime
prove della loro innocenza e dell’onestà delle loro azioni, e
dimostrarono esser una spudorata calunnia quella del preteso
versamento del sangue dei bambini nei loro sacrifizî. Ma non poterono
discolparsene ancor meglio, giacchè la legge dell’arcano vietava
loro di manifestare i misteri della Fede e di _ponere margaritas
ante porcos_: e se poterono attestare solennemente l’insussistenza
delle azioni nefande nelle loro adunanze, non poterono però negare
di radunarsi in luoghi reconditi e sotterranei, e talvolta in ore
notturne; nè poterono negare i portenti che Iddio, per loro mezzo,
operava a conferma della verità della nuova religione.
Le prove addotte dai Cristiani non valsero a distogliere i giudici
dal condannarli; e, guidati da principî erronei, basati sulle false
testimonianze dei giudei, violentati dalla volontà del tiranno,
conclusero in senso sfavorevole per il Cristianesimo; dichiararonlo
_religione nuova_ e _malefica_[900], affermarono che i suoi seguaci
facevano _sacrifizi empi_ e _tenebrosi_, ed aggiunsero che i cristiani
erano conoscitori dell’_arte magica, sediziosi_ e _concitatori dei
popoli_[901].
In seguito a questa dichiarazione, il nome cristiano fu proscritto; e
dai tribunali di Nerone in poi, bastava che il Cristiano confessasse di
esser tale perchè non potesse parlare in sua difesa; e l’esser seguace
di Cristo equivalse ad una sintesi di delitti. «Sed Christianis solis
nihil permittitur loqui quod causam purget, quod veritatem defendat,
quod iudicem non faciat iniustum, sed illum solum expectatur, quod odio
publico necessarium est, confessio nominis, non examinatio criminis
quando si de aliquo nocente cognoscitis, non statim confesso eo
nomine homicidae, vel sacrilegi, vel incesti, vel publici hostis (ut
de nostris eulogiis loquar) contenti sitis ad pronuntiandum, nisi et
consequentia exigatis qualitatem facti, locum, modum, tempus, conscios,
socios»[902].
A quei tempi S. Pietro esortava i fedeli alla costanza della
confessione della fede, e dalle sue parole apparisce chiaramente
che fin d’allora i cristiani venivano sottoposti alle pene stabilite
dalle citate leggi: «Nemo autem vestrum patiatur ut homicida, aut fur,
aut maledicus, aut alienorum appetitor. Si autem ut Christianus non
erubescat, glorificet autem Deum in isto nomine»[903].
Nella seconda metà del primo secolo Plinio giuniore interroga Traiano
circa il da farsi contro i Cristiani: «Nomen ipsum, gli dice, etiam
si flagitiis careat, an FLAGITIA COHERENTIA NOMINI puniantur?» Questa
domanda, come ognun vede, presuppone una legge, e questa fu lasciata
intatta da Traiano colla sua famosa risposta: «Conquirendi non sunt, si
deferantur et arguantur puniendi sunt»[904].
Adriano vietò che si continuasse la persecuzione dei Cristiani, per
aversi egli potuto accertare che eran essi innocenti dei delitti che a
quel nome ritenevansi annessi, e sentenziò: «Iniustum esse ut quisquam
sine crimine reus constitueretur»[905].
Lattanzio, Sulpizio Severo, Prudenzio ed Orosio, autori
rispettabilissimi, non certo coevi ai fatti, ma non più lontani da
quell’epoca funesta che di due o tre secoli al massimo (e quindi più
autorevoli di coloro i quali nel secolo nostro e nel passato osarono
negarlo), ci dicono pur essi che Nerone emanò decreti di proscrizione
del nome cristiano, e che i Fedeli, anche dopo la strage fatta da quel
tiranno per l’incendio di Roma, venivano tradotti innanzi ai tribunali
e condannati perchè seguaci di Cristo.
È dunque indiscutibile che i Cristiani, in virtù degli editti di
proscrizione emanati da Nerone e mantenuti in vigore fino a Costantino
Magno[906], furono assoggettati alle pene comminate da quelle leggi
ai rei: e poichè fra queste non era ultima la _damnatio ad bestias_,
vediamo se i Cristiani siano stati talvolta dati alle fiere.
Ulpiano (secondo Lattanzio) raccolse le leggi in vigore contro i
Cristiani: «Domitius, _De Officio Proconsolis, libro septimo_,
rescripta principum nefaria collegit, ut doceret quibus poenis
affici oporteret eos qui se cultores Dei confiterentur»[907]. «Questa
collezione di leggi, dice il ch. Lugari[908], noi ora non la troviamo
nel Digesto, nè potremmo trovarcela; poichè nel riordinamento della
legislazione romana fatto da Giustiniano, tutte le leggi emanate in
onta del Cristianesimo furono espulse. Per questa sola riflessione cade
la poco seria sentenza di alcuni moderni che ritengono aver errato
Lattanzio[909], senza pensare che Lattanzio, avendo vissuto sotto
Diocleziano, sarebbe stato testimonio _de auditu_ ed anche _de visu_ di
quel che diceva».
Poste adunque le leggi, i contravventori alle stesse dovean esser
puniti; e perchè fossero puniti, dovean essere ricercati dalla pubblica
autorità, giacchè è dovere di ogni magistrato scovare i delinquenti,
onde purgarne la società. Nell’Impero romano non mancò nè potè mancare
questa doverosa vigilanza; chè ogni buon preside, dice Ulpiano,
«sacrilegos, latrones, plagiarios, fures conquidere debet, et prout
quisque deliquerit in eum animadvertere». Balduino[910] commentando un
passo di Cicerone, nell’orazione _pro Roscio Amerino_, esce in queste
parole: «Egli è peraltro vero che ai Romani piacque di comandare che
in mancanza di accusatori i magistrati stessi facessero la inquisizione
dei colpevoli, e fossero nel medesimo tempo accusatori e giudici».
Quel «conquirendi non sunt» di Traiano a Plinio, è una bella
conferma della ricerca che facevasi dei rei; e una conferma ancor
più chiara la troviamo nella nota fuga dei Cristiani all’inasprirsi
delle persecuzioni: fuga di cui ci rendono certi Tertulliano[911],
Origene[912], S. Cipriano[913], e S. Giovanni Crisostomo[914].
Alla ricerca dei colpevoli fatta dalla pubblica autorità s’aggiunga
finalmente la schifosa genia dei _delatores_, sì pagani o giudei che
cristiani apostati e fratelli rinnegati; e questi ultimi poi erano,
come è chiaro, anche più pericolosi dei primi «periculis in falsis
fratribus», perchè potevan essi dare alle autorità gentili copiose
liste di nomi e minuti ragguagli sulla novella religione.
Ora, presentati che fossero i Cristiani dinanzi ai tribunali;
confessato che questi avessero di essere seguaci di Cristo; potevano
per avventura evadere le pene comminate per quei delitti che si
ritenevano connessi col nome Cristiano? No, ma _si deferantur_, rispose
Traiano a Plinio, _et arguantur puniendi sunt_; e i delinquenti, se
_honestiores_, venivano per lo più o decapitati od esiliati; e gli
_humiliores_ (e talvolta anche gli _honestiores_) erano o crocifissi o
condannati _ad bestias_.
Il popolo ritraeva grande sollazzo dall’assistere a quest’ultima pena,
e bramava tanto di vedere un tale spettacolo, che, come ce l’attesta
Tertulliano[915], per il più piccolo motivo domandava ai magistrati
che si gettassero i Cristiani alle fiere: «Si Tiberis ascendit in
moenia, si Nilus non descendit in arva, si coelum stetit, si terra
movit, si fames, si lues; statim Christianus ad leonem acclamatur». Il
popolo romano avea, a tale riguardo, privilegi speciali. Nel _Digesto_
leggiamo: «Ad bestias damnatos favore populi praeses dimittere non
debet: sed si eius roboris vel artificii sint, ut digne populo romano
exhiberi possint, principem consulere debet»[916].
Ai tempi dell’Impero i cittadini romani erano esenti per legge dalla
_damnatio ad bestias_; i Cristiani però furono ben presto condannati a
quella pena, qualunque si fosse la loro condizione. Così, ad esempio,
in Lione nell’anno 177, _reclamante populo_, fu condannato _ad bestias_
un Cristiano il quale era cittadino Romano. Gli stessi Imperatori
si dilettavano di siffatte condanne; e di Caligola si legge che un
giorno, non essendovi in pronto rei da darsi alle fiere, fè prendere
alcuni spettatori, e, sospintili nell’arena, diè compimento allo
spettacolo. E quanto più prendevan voga i giuochi anfiteatrali, tanto
più gli Imperatori cercarono di trovar materia onde più frequentemente
celebrarli; e fra i condannati _ad bestias_ vennero annoverati i
parricidi, i fratricidi e i rei di lesa maestà: «Etsi antea insuti
culleo in mari praecipitabantur, hodie tamen vivi exuruntur vel _ad
bestias dantur_»; e dei rei di lesa maestà leggiamo: «Hi antea in
perpetuum aqua et igni interdicebantur; nunc vero humiliores _bestiis
obiiciuntur_, vel vivi exuruntur»[917].
Dagli scritti di Tertulliano e di altri scrittori apprendiamo che,
alla fine del secondo secolo, le pene da subirsi dai Cristiani erano
determinate dall’arbitrio dei magistrati; ma il fatto ci ha dimostrato
che fra quelle non era ultima la «damnatio ad bestias». Onde il
condannato venisse meglio dilaniato dalle belve, legavasi ad un palo;
e perchè gli spettatori meglio lo vedessero, il palo collocavasi
in un punto alquanto elevato. Così leggiamo di S. Policarpo, che
ricusò di essere legato (nel rogo) al palo[918]; di Saturo: _ad ursum
substrictum..... in ponte_[919]; di s. Blandina: _Blandina vero ad
palum suspensa bestiis obiecta est_[920]. Questo _pulpito_ o _ponte_
vedesi rappresentato in varî cimelî; come, ad esempio, in una lampada
di Cartagine, illustrata dal P. Bruzza[921], nella quale vedesi il
disgraziato paziente legato ad un palo che sorge su di un ponte, mentre
un feroce leone lo assalisce per dilaniarlo.
Non sempre le belve uccidevano la vittima, perchè per lo più, anzi
che di ultimo supplicio, quella condanna serviva per torturare e far
soffrire il paziente, usandosi in tali casi di belve ammaestrate[922].
E questa fu forse la ragione per cui s. Ignazio scriveva ai romani che
nutriva la speranza di trovare nelle belve tale disposizione, che non
gli perdonassero la vita.
È notissimo che i seguaci di Cristo si propagarono in un modo
straordinario; e non possiamo negare che il Cristianesimo, specialmente
in Roma, abbia avuto uno sviluppo rapido e trionfale. In una lettera,
che s. Paolo scrisse ai Romani nell’anno 58 di C., leggiamo il nome di
un gran numero di fedeli, ai quali in gran parte erano connesse intiere
famiglie. In quella lettera si ricordano infatti i coniugi Aquila e
Prisca _et domesticam Ecclesiam eorum_; Epitteto, Maria, Andronico,
Giunia, Ampliato, Urbano, Stachyn, Apelle; quei della casa di
Aristobolo; Erodione; quei della casa di Narcisso, Trifena e Trifosa,
Perside, Rufo, Asincrito, Flegonte, Erma, Patroba, Ermine, _et qui cum
eis sunt fratres_; Filologo, Giulia, Nereo e la sua sorella Olimpiade,
_et omnes qui cura eis sunt sanctos_[923]; e nella lettera ai Filippesi
S. Paolo fa menzione di coloro, _qui de Caesaris domo sunt_. Nell’anno
64 dell’êra nostra, al triste momento dell’incendio neroniano,
fu tradotta innanzi ai tribunali, secondo la frase di Tacito, una
_multitudo ingens_ di Cristiani: frase, dice l’Armellini[924] che
ha fatto _impazzire un povero scrittore straniero, Hochart P.[925],
il quale non sapendo, per odio al Cristianesimo, accettare questa
testimonianza, ha finito col sentenziare, Tacito essere non un autore
genuino, ma uno pseudonimo d’uno scrittore del medio evo!!_
Nè per la persecuzione la nuova fede perdè terreno; giacchè, secondo
la espressione di Tertulliano, _semen est sanguis Christianorum_; e
talmente s’ingrossarono le sue file, che poco mancò che nell’anno 80,
coi nipoti di Domiziano, il Cristianesimo non salisse al trono dei
Cesari. Esso combattè gloriosamente per due secoli ancora, e si propagò
in tal guisa, che secondo lo stesso Tertulliano, se i Cristiani,
ritenuti dai pagani per loro nemici, avessero emigrato in remote parti
dell’orbe, i gentili avrebbero avuti più nemici da combattere che
cittadini cui comandare[926].
Una prova materiale poi del gran progresso del Cristianesimo in Roma,
l’abbiamo finalmente nelle aree primitive e nei cimiteri sotterranei.
Nel solo raggio di cinque chilometri dal recinto di Servio Tullio, e
senza considerare le aree ed i cimiteri minori, noi troviamo circa 30
cimiteri detti maggiori, i quali tutti furono iniziati non oltre il III
secolo _inclusive_.
Da quanto fin qui si è detto, possiamo dedurre:
1.º Che Nerone proscrisse la religione cristiana, e che colle sue leggi
si diè principio all’êra delle persecuzioni;
2.º Che i delitti connessi col nome cristiano erano puniti da quelle
leggi con varie pene, e fra queste non era ultima la _damnatio ad
bestias_;
3.º Che i Cristiani furono tradotti dinanzi ai tribunali, sia
perchè ricercati d’ufficio dai magistrati, sia perchè accusati dai
_delatores_, o pagani o ebrei o rinnegati fratelli;
4.º Che i seguaci di Cristo furono realmente condannati _ad bestias_;
ed abbiamo addotto, _per incedens_, qualche esempio[927];
5.º Che essendo i Cristiani a quei tempi in gran numero, numerose pur
dovettero essere le vittime, nel mondo pagano in genere, e nella sua
capitale in ispecie.
*
* *
Ma se queste deduzioni sono generalmente ammesse dagli storici, non
così concordi sono essi nello stabilire il sito in cui nell’alma Città
de’ Cesari si gettavano i Cristiani alle fiere dopo l’edificazione
dell’Anfiteatro Flavio.
Alcuni dicono non potersi assicurare che l’arena del Colosseo sia stata
bagnata dal sangue cristiano: ed appoggiano il loro argomento _sulla
mancanza di formali documenti_, i quali (dicono) sono necessarî, perchè
in Roma v’erano _circhi_ in cui egualmente s’eseguivano i combattimenti
colle fiere, e perchè v’erano almeno _due anfiteatri_. Rispondiamo:
Dicemmo nell’_Introduzione_ che dopo l’invenzione degli anfiteatri,
le _venationes_ si eseguirono costantemente in questi; che il circo
non venne più usato a tal uopo, perchè poco adatto allo scopo; e
che se in qualche caso eccezionale tornò questo ad usarsi per i ludi
venatorî, ciò avvenne mentre l’anfiteatro veniva restaurato per danni
subiti e causati da incendî, terremoti, ecc. — Ora ci piace aggiungere
quanto a questo rispetto scrive il ch. P. Sisto Scaglia[928]: «Veteres
antiquitatum romanarum periti, non videntur satis distinxisse inter
_circum et anphitheatrum_, circa praefata spectacula. Ut sim brevis,
Demsteri dumtaxat verba citabo: _Quamvis autem theatra, circi et alia
huiusmodi loca singulares quaeque, ac proprios ludos haberent, et
exercitationes cuique loco accomodatas: tamen eadem saepe omnibus in
locis peracta sine discrimine fuerunt_[929]. Est scilicet in his verbis
cur quaeramus quomodo et ludi circenses in amphitheatro et tragoediae
vel gladiatorii ludi in circo fierent. Circus Romuli Maxentii, circo
Neronis multo inferior, cuius notabiles adhuc ruinae ad tertium
circiter milliarium Viae Appiae conspiciuntur, satis ad rem nostram
conferret. Sed quid dicendum de maioribus circis? Nemo non videt quam
parum eiusmodi hippodromi scenicis spectaculis ludisque gladiatoriis
aliisque id genus convenirent, cum exigua tantum pars spectatorum
possent ludis gaudere. E contrario in _amphitheatris_ omnes ad unum
ludos cernere satis, quocumque in arenae loco agerentur, poterant.
Quod autem omnem dirimit difficultatem illud est, quod NULLIBI IN
RUINIS HIPPODROMORUM inventae sint _caveae_ ubi belluae asservarentur;
eas vero in superstitibus amphitheatris recognoscere adhuc aliquando
licet».
Relativamente poi alla seconda ragione che si adduce, e che consiste in
ammettere _almeno due anfiteatri_ in Roma, diciamo:
A pag. 31 di questa _opera_ asserimmo che gli anfiteatri stabili
in Roma non furono che due: quello di Statilio Tauro ed il Flavio;
ed aggiungemmo che il Castrense, se potè chiamarsi nei catologhi
_anfiteatro_, non fu tale che per la forma e non già per la sua
destinazione a’ pubblici spettacoli, che mai non l’ebbe[930]. Se noi
infatti esaminiamo l’edifizio castrense; se esaminiamo, dico, le sue
dimensioni, la rozzezza dei suoi muri ed il sito ove sorgeva, vedremo
tosto che un tal edifizio non potè essere stato adibito a scopo di
pubblici spettacoli.
Ho detto: le _sue dimensioni_; giacchè era esso tanto piccolo che
in nessuna maniera poteva servire ad accogliere in sè le tante
migliaia di spettatori che s’adunavano nell’anfiteatro in occasione
dei ludi gladiatorî; ed era assolutamente improporzionato ad una
città di pressochè un milione e mezzo d’abitanti, e alla quale in
quelle circostanze affluivano genti pur anche da remotissime regioni.
L’anfiteatro Castrense non ebbe che il podio ed una precinzione
composta di nove soli gradi; e di questo ce ne fa fede Palladio in un
disegno, già forse conosciuto dal Durand, ed ultimamente riprodotta
dal ch.º Lanciani[931], ove abbiamo le misure già prese dal famoso
architetto Vicentino.
Ho aggiunto: _la rozzezza dei suoi muri_; poichè nella costruzione di
quell’edificio il materiale usato fu il laterizio, e quindi di ben poca
cosa in confronto coi muri degli anfiteatri Tauro e Flavio, che sono di
pietra tiburtina.
Ho detto finalmente: _la posizione od il sito ove sorgeva_; imperocchè
non fu esso edificato _urbe media_, come il Flavio, o nel _Campo
Marzio_, come il Tauro; ma fuori delle mura della città, in un luogo di
poco conto e affatto incomodo per accedervi.
I classici ricordano gli anfiteatri Taurino e Flavio, ma nessuna
menzione fanno del Castrense; e se lo troviamo nei cataloghi,
dobbiamo ciò ad Aureliano, il quale ebbe la bella idea di conservarlo,
innestandolo nelle sue mura.
Io opino con il Lugari[932] che l’edifizio Castrense altro non fosse
che il _vivarium_, cioè il serraglio delle belve destinate ai giuochi,
e la _schola_ dei _venatores_. «Che questo edifizio fosse il vivario,
dice il testè citato autore, è reso evidente da un passo di Procopio
nella sua storia della guerra gotica dove questo scrittore narra
l’assalto dato da Vitige alle mura di Roma[933]. Dice pertanto Procopio
che — Vitige andò con molta gente nei dintorni della porta Prenestina
contro quella parte del recinto che i Romani chiamano _Vivario_,
dove le mura erano facilissime ad espugnarsi. — Nel capo poi seguente
aggiunge che — ivi il luogo era piano interamente e perciò soggetto
agli assalti dei nemici, e le muraglia talmente a mal termine da non
poter la cortina opporre gagliarda resistenza; che — v’era in quel
punto un muro sporgente per non lungo tratto dalla linea del recinto,
costrutto dai Romani dei tempi più antichi, non per sicurezza maggiore,
perchè non aveva nè la difesa di torri, nè vi erano stati fatti i
merli, nè altra cosa dalla quale si fosse potuto respingere un attacco
dei nemici contro il recinto, ma fatto per un piacere non bello, cioè
per tenervi custoditi leoni ed altre fiere, dal che questo edifizio fu
chiamato vivario, poichè così chiamano i Romani il luogo ove sogliono
nudrire bestie non mansuete. Ora essendo indisputabile che l’anfiteatro
Castrense si trovi nei dintorni della Porta Prenestina, che faccia
parte delle mura sporgendo fuori della linea del loro andamento, che
non abbia difesa di torri, non risultando dal suddetto disegno del
Palladio, aver avuto merli; vedendosi manifestamente le mura contigue
a questo edifizio dalla parte di Levante verso la porta Prenestina,
ove innanzi è pianura aver sofferto gravissimi danni, tanto d’essere
stato necessario in gran parte ricostruirle, e le mura che si attaccano
al Castrense dalla parte di Ponente verso l’Asinaria, ove il terreno
è scosceso mostrandocisi tuttora assai ben conservate, ed apparendo
nel mezzo del nostro edifizio tracce non dubbie di destruzione,
quali dovrebbero esservi state secondo la narrazione di Procopio, e
non trovandosi infine altra parte delle mura circostanti alla quale
accomodar si possano così bene i connotati lasciatici da Procopio,
ritengo d’aver còlto nel segno riconoscendo in questo edifizio il
_Vivarium_. A ritenere pel vivario il Castrense, prosegue il Lugari,
non può recarci ostacolo l’esser tal fabbrica di forma ovale, perchè
nessuna legge dettata dalla natura della cosa ha mai prescritto dover
essere il vivario rettangolare, quale comunemente se la immaginarono
gli archeologi: nè osta il suo tipo anfiteatrale, che parrebbe per sè
escludere affatto l’idea di celle per custodirvi le belve, avvegnachè
vi poterono queste nel caso trovar posto comodo ed abbondante[934].
Anzi io stimo il tipo anfiteatrale essere acconcio assai per siffatto
edifizio. Infatti, dovettero i _venatores_ avere la loro scuola ove
addestrarsi alla caccia e dove ammaestrare le belve[935]; ma separare
il vivario dalla _schola_ dei _venatores_ sarebbe riuscita cosa
assai incomoda e pericolosa per il trasporto quotidiano delle belve
dal vivario all’arena e dall’arena al vivario qualora i due edifizî
fossero stati distinti; dunque dovette avere il vivario nel suo centro
l’arena, attorno alla quale, per sua natura di forma ovale, fosser
disposte le celle per le fiere. Confortano questa mia opinione le
escavazioni fatte dal P. Martignoni nell’anfiteatro Castrense durante
la prima metà del secolo XVIII, nelle quali fu scoperta, come dice il
Ficoroni che la vide, l’antica platea, ossia l’arena, e sotto questa
si rinvennero delle vaste stanze ripiene di stinchi e d’ossa di grossi
animali; ecco le sue parole: «portandomi colà, e veduto l’antico
piano, restai non poco maravigliato; ma più rimasi sorpreso, allorchè
avvisato dal detto P. Martignoni calai per una scala contigua al muro
di fuori sotto la platea, e vidi, che ve n’era un’altra più spaziosa
ripiena di stinchi, e d’ossa di grossi animali»[936]. Le espressioni
del Ficoroni ci fanno conoscere che quest’arena non fu di legno come
nell’Anfiteatro Flavio, ma stabile e di murazione; e che quelle vaste
stanze sotterranee non servirono per gli usi dei giuochi anfiteatrali,
ma per deposito di ossa di grossi animali. Questo fatto rannodato
all’altro, del non essersi, nell’escavazione degli ambulacri formati
dai muri di sostruzione dell’arena dell’Anfiteatro Flavio, trovata
traccia di ossa di animali, mentre stando alla proporzione dei due
anfiteatri se ne sarebbero ivi dovute trovare in copia grandissima, ci
conduce a ragionevolmente pensare che le fiere uccise nell’Anfiteatro
Flavio venissero trasportate nel Castrense, dove date le carni in cibo
alle belve che là si custodivano, si gettasse in quei sotterranei il
carcame, forse regalìa dei _venatores_, i quali poi a lor vantaggio
avran fatto traffico di quelle ossa: chè fur queste sempre materia di
commercio, anche ai nostri tempi; ne’ quali di più a somma vergogna
della decantata civiltà del secolo XIX s’andò tant’oltre da far
traffico eziandio delle ossa umane su i campi di Crimea. So bene che
il Nardini seguito dagli archeologi fin quasi al dì d’oggi pensò fosse
stato il vivario in quello spazio rettangolare che trovasi a destra
della porta Maggiore lungo le mura esternamente[937]; ma dopo la
demolizione delle torri onoriane e d’altre costruzioni che deturpavano
il magnifico monumento delle due acque Claudia ed Aniene nuova, la
supposizione del Nardini non può più reggersi, avvegnachè il fornice
destro che egli stimò fosse la porta principale del vivario, si vide
aver servito a tutt’altro, al passaggio cioè della via Labicana come
al passaggio della via Prenestina serviva il sinistro. Inoltre la
serie dei monumenti sepolcrali rinvenuti presso il detto fornice sul
margine destro della Labicana rendono affatto impossibile il vivario in
quel posto; dacchè tra l’area occupata dai sepolcri e l’acquedotto di
Claudio, che in quel tratto fu incorporato alle mura, non resta che uno
strettissimo spazio.
«Ancor peggiore di questa è l’altra opinione la quale fu in vigore
tra i secoli XV e XVI, che cioè nell’area del castro Pretorio vi
fosse stato eziandio il vivario[938], e questo, come si deduce dalle
espressioni di Lucio Fauno e dei suoi contemporanei, lo argomentarono
a quei tempi sia per la protuberanza che questo edifizio produceva
nelle mura, credendolo perciò il vivario accennato da Procopio, senza
badare alla località del tutto diversa in cui lo poneva lo storico,
sia per le celle che si vedevano attorno alle mura, le quali allor
si pensava fosser covili di fiere; così Lucio Fauno: _id ex eo etiam
perspici potest quod nonnullae caveae prope moenia videmus manufactae
ferarum antris ac lustris persimiles_. Il volgo poi appellava
quell’area vivariolo, come ci attestano concordemente gli scrittori di
quell’età[939], ad eccezione del Bufalini che nella sua pianta di Roma
lasciato l’appellativo _vivarium_ all’area del castro Pretorio applica
il nome di _vivariolum_ ad alcuni pochi ruderi posti nella vallata al
di fuori del suddetto castro[940].
«Siffatta opinione fu confutata dal Panvinio col riconoscere
assolutamente in quella grande area quadrata, detta fino a quel tempo
_castrum custodiae_ ed insieme vivario, il campo dei pretoriani e
conseguentemente in quelle celle le abitazioni dei militi. Fu allora
che alcuni pensarono il vivario ricordato da Procopio fosse sorto in
quel tratto di terreno che fiancheggia esternamente alle mura il lato
sud del castro Pretorio. Ma questa opinione riconosciuta erronea nei
suoi fondamenti, per non trovarsi quell’area nella località indicata
da Procopio, fu rigettata dal Nardini e dal Nibby, seguiti pressochè
da tutti gli archeologi posteriori. Taluno però ai nostri giorni
impressionatosi dalla presenza di due grossi muri posti ad angolo retto
tra loro nel tratto di terreno suddetto, segnatone uno dal Bufalini
nella sua pianta di Roma e l’altro dal Nolli nella sua, e dei quali si
potè vedere qualche resto fino al 1872, ha risollevato la vieta idea
del vivario in quel posto. Ma da quel che sono per dire si parrà chiaro
che quelle muraglie non possono in alcun modo convenire al recinto
del vivario ricordato da Procopio; e da prima la lor costruzione di
opera quadrata a grandi parallelepipedi di tufa; dico di tufa giacchè
ce lo attestano quei massi squadrati adoperati nei risarcimenti delle
mura in quel torno, fa rimontare quell’edifizio a tempo anteriore
assai alla introduzione dei giuochi anfiteatrali in Roma; e la forma
rettangolare di quell’area circoscritta da quei muri tufacei d’opera
quadrata fa nascer più che d’altro la idea di un antichissimo campo
d’arme in quella località, riconosciuta in tutti i tempi la più esposta
agli assalti dei nemici; fin dal tempo di Romolo del quale si legge di
aver costituiti due accampamenti attorno alla sua Roma e l’un dei quali
appunto su queste alture, e chi sa quell’area non sia propriamente
desso forse abbandonato quando fu costruito il famoso aggere serviano;
abbandono confermatoci dalla mancanza di un terzo muro che corresse
lungo la via, la quale usciva dalla porta Viminale dell’aggere di
Servio, e dal prostrarsi, a quanto sembra, di quel lato del claustro,
ricordato dal Nolli al di là della detta via, come il chiarissimo
Lanciani ha opinato, segnandolo con linee punteggiate nella _Forma
Urbis_; per le quali cose la via anzidetta avrebbe traversato contro
ragione l’area in discorso.
«Ed è tanto spontanea la idea che destan quell’area e quei muri, di
un accampamento, che lo stesso Lanciani parlando di quella, che esso
ritiene pel vivario, esce in siffatte parole: _il vivario fu un lungo
rettangolo del tipo di un campo romano fabbricato di grandi blocchi di
pietra, simile alle baracche della seconda legione Partica ad Albano_.
Del resto fosse o no questo l’accampamento di Romolo, il certo è che
il claustro in questione è di tempo anteriore all’età dell’Impero,
e già a quest’epoca abbandonato, essendo che il castro Pretorio, per
quel che sopra si è detto di quei muri, ne occupò una parte; e di più
i ritrovamenti fatti presso gli avanzi di quelle antiche muraglie,
di capitelli marmorei di grandi dimensioni e di lastre di marmo
mischio[941] ci dicono che nel periodo imperiale altre fabbriche ancora
vi si ergevano. Inoltre trovandosi codesti muri del preteso vivarium in
condizioni tali da non potersi supporre lasciati in piedi da Aureliano,
è giuocoforza conchiudere che non siano queste le muraglie del vivario.
I muri in questione non fecer parte del recinto aurelianeo, chè le mura
in quel punto tagliandoli fuori si attaccano direttamente a quelle
del Castro Pretorio. Ora supporre che siano stati lasciati intatti
a lor posto grossi muri di qualche altezza a contatto del recinto,
è supporre un errore strategico madornale, che sebbene si volesse,
non si potrebbe supporre in Aureliano, il quale per essere rimasto il
circo di Eliogabalo a contatto delle mura lo fece appunto abbattere
per tal riguardo; dunque dovettero questi muri essere stati demoliti
da Aureliano, se pure a quel tempo erano in piedi, e perciò non furono
le muraglie del vivario. Nè per attestarcene la esistenza in pieno
essere ai tempi di Aureliano giova appellare alle piante iconografiche
ed alle prospettive del secolo XVI, chè per quanto uno voglia mettere
a lambicco il cervello per ritrovarveli non gli sarà mai dato. Vegga
chi lo desidera le piante iconografiche illustrate dal De Rossi, dallo
Stevenson, dal Müntz, dal Gnoli e dall’Hülsen, che se in talune vi
ha segnato qualche monumento estramuraneo, questo lo troverà fuor di
tutte altre porte che della Tiburtina. Di più la lunghezza di questi
muri è talmente grande da contrastare apertamente con quanto del muro
del vivario ci narra Procopio, vale a dire che era di breve lunghezza.
Oltre di che la espressione dello storico Greco, _un muro_, mal si
addirrebbe a due muri in isquadra. Ma quello che fa assolutamente
escludere la ipotesi, che l’area presso il Castro Pretorio fosse il
vivario, è la sua situazione. Il vivario, secondo narra Procopio,
si trovava nei dintorni della Porta Prenestina, sicchè non possiamo
cercarlo oltre la Tiburtina, ma quest’area è al di là e assai al di là
della Tiburtina, dunque essa evidentemente non fu il vivario.
«Venendo ora alla seconda parte della mia sentenza, prosegue il
Lugari, dico che l’appellativo _Castrense_ dato dai cataloghi a questa
fabbrica di forma anfiteatrale ci apre la via a riconoscere in essa
la palestra dei _venatores_ e ci conferma eziandio nell’opinione che
fosse questo edifizio al tempo stesso il vivario. Ognun sa che la
parola castrense accenna a malizia: così era detto _peculium castrense_
quel danaro che il figlio, ricavatolo dal militare, potea ritener come
suo. Suetonio dice che Caligola _cognomen castrensi ioco_, o loco
come leggono alcuni, _traxit, quia manipulario habitu inter milites
educabatur_[942]. Militari furono i giuochi appellati _ludi castrenses_
e _munus castrense_; e similmente la _corona castrensis_ fu detta
così perchè premio dei militari. Quando dunque i cataloghi appellano
castrense questa fabbrica è sicuro indizio che essa appartenne a
soldati: a quale scopo poi loro appartenesse la forma anfiteatrale
cel dice chiaro, e tutti gli archeologi lo hanno riconosciuto, a scopo
di giuochi[943]. I _ludi castrenses_ ed il _munus castrense_, giuochi
venatorî[944] dati probabilmente dai Pretoriani[945], ci fan travedere
che furono essi i soldati ai quali questo edifizio appartenne; e come
a costoro veramente appartenesse ed a qual fine ecco in pronto ad
insinuarcelo alcune antiche testimonianze.
«Da due lapidi, una dedicatoria rinvenuta sul principio dello scorso
secolo presso la porta Viminale[946], l’altra lusoria trovata nel
Castro Pretorio[947] apprendiamo che dei Pretoriani v’ebbe una classe
dominata dei venatores, il compito della quale era, come dall’assieme
dei fatti è lecito ragionevolmente dedurre, non solo di prodursi nelle
rappresentanze venatorie, che in date ricorrenze davansi nei loro
alloggiamenti[948], e talora in quelle apprestate nei luoghi destinati
ai pubblici spettacoli[949], ma eziandio di ammaestrar le fiere ed
addestrare alla lotta i bestiarî. Or questi Pretoriani _venatores_
dovettero avere un luogo ove potessero comodamente esercitare sè
stessi a lottar colle fiere ed adempiere il loro magistero; ma come
non riconoscerlo e per la forma, e per la inettitudine a pubblici
spettacoli e per la pertinenza a giuochi militari, nell’anfiteatro
_Castrense_, situato appunto nella regione del Castro Pretorio? —
Inoltre questa palestra non avrebbe potuto trovare posto migliore
che nel centro dello stesso vivario, dove senza condurre in
giro quotidianamente le belve a fin di portarle alla _schola_
dei _venatores_, le avesser questi avute belle e pronte ad ogni
concorrenza.
«Questa ragionevole postura della palestra averla ben compresa gli
antichi lo dimostra il fatto, d’essere stato cioè affidato il vivario
alla custodia appunto dei Pretoriani, ed il monumento epigrafico che ce
lo attesta, col rappresentarci venatori esenti, _venatores immunes_,
far causa comune col custode del vivario, _cum custode vivarii_, ci
conforta a ritenere indivisa la palestra dal vivario.
«Dunque l’applicazione di _Castrense_ data dai cataloghi a questo
edifizio di forma anfiteatrale ci è argomento a ritenere che questa
fosse la _schola_ dei _venatores_, e corrobora le deduzioni già fatte,
che fosse a un tempo il _vivario_».
Fin qui il ch. Lugari.
Escluso l’Anfiteatro Castrense, non rimangono in Roma che due
anfiteatri stabili e destinati ai pubblici spettacoli: il Taurino ed il
Flavio. Ma l’anfiteatro di Statilio Tauro fu, fin dal principio e per
la sua scarsa capacità in poco uso. In occasione infatti della vittoria
Aziaca, della pretura di Druso, del natalizio di Augusto e della morte
di Agrippina, benchè l’anfiteatro di Tauro già fosse edificato, pur
nondimeno i solenni ludi non furono celebrati in esso, ma bensì o nel
Campo Marzio, entro steccati di legno, o nel Flaminio o finalmente
nei _Septi_; e l’anfiteatro di Tauro andò sempre maggiormente in
disuso. Caligola tentò di darvi nuovamente giuochi gladiatorî, ma se
ne indispettì per la sua piccolezza di quell’anfiteatro, e, come dice
Dione, lo disprezzò: τὸ γὰρ τόῦ Ταῦρου Θέατρον ὑπερεφρόνησε[950].
Per i giuochi che egli diede nell’anno 38 dell’èra volgare, fece
chiudere con legnami un’area, e perchè questa fosse più spaziosa,
ordinò la demolizione di grandiosi edifizî. Nerone non si curò affatto
dell’anfiteatro Taurino, e ne fe’ costruire uno di legno nella regione
del Campo Marzio, il quale durò tutto il terzo anno del suo impero.
Nel regno di questo stesso Principe arse l’anfiteatro di Tauro[951],
e dopo l’edificazione del FLAVIO, non si pensò più a restaurarlo:
anzi la nuova e grandiosa mole fece dimenticare, come dice il Nibby,
l’anfiteatro Taurino, e d’allora in poi non venne più ricordato
dagli storici; e se lo troviamo nei cataloghi, è perchè nel secolo IV
ancora se ne conservavano considerevoli avanzi, i quali, secondo il
Maffei[952] — appoggiato ad un passo di Cassiodoro[953] — erano forse
ridotti ad altr’uso. E lo stesso Maffei opina inoltre che ai tempi di
Teodorico già fosse diroccato e passato da parecchio tempo addietro
in proprietà privata. Nè sarebbe questo un caso unico nei cataloghi,
poichè anche l’anfiteatro Castrense, tuttochè abbandonato e ridotto a
far parte delle mura, pur nondimeno se ne fa in essi menzione.
Dunque non rimase in Roma che un solo anfiteatro stabile ed in pieno
uso per i pubblici e solenni spettacoli; e questo fu il FLAVIO.
Gli antichi scrittori confermano questa conclusione. Essi infatti
non contraddistinguono mai l’Anfiteatro Flavio con aggettivi, ma ne
parlano costantemente in modo assoluto. Capitolino, narrando le opere
eseguite da M. Antonino Pio, così si esprime: _Romae haec extant:
Templum Hadriani, Graecostadium post incendium restitutum, instauratum_
AMPHITHEATRVM. — Lampridio scrive: AMPHITHEATRVM _ab eo instauratum
post exustionem_; e Vopisco: _additit alia die_ in AMPHITHEATRO _una
missione centum iubatos leones_ etc.
È questo il modo costante di esprimersi di tutti gli autori; talchè
il Maffei[954], in un capitolo della sua _Verona illustrata_, parlando
degli anfiteatri, dice: «Il perpetuo modo di parlare degli scrittori e
Cristiani e Gentili fa conoscere a bastanza, come in Roma un Anfiteatro
solo era d’uso, ed era in possesso di tal nome; poichè nol distinguono
essi con sopranome alcuno; e quando dicono, _fu ristorato l’anfiteatro,
fu condotto nell’anfiteatro, si fecero giuochi nell’anfiteatro_,
intendono senz’altro di quel di Tito, il che dimostra come era solo;
poichè non soleano a cagion d’esempio dire il _Teatro_ per significare
quel di Pompeo, benchè più sontuoso degli altri».
Concludiamo:
Abbiam veduto che le _venationes_, dopo l’invenzione dell’anfiteatro,
si celebrarono ordinariamente e costantemente in questo, e raramente ed
eccezionalmente nei circhi.
Abbiam veduto che l’unico anfiteatro, che in Roma era in pieno uso
dall’anno 80 d. C. in poi, fu il FLAVIO.
Abbiam veduto che ove si celebravano le _venationes_, ivi eziandio si
gettavano alle fiere i rei, _veri_ o _presunti_ che fossero, di certi
delitti; e poichè i reati che si credevano connessi col nome cristiano
si punivano, come dicemmo, colla _damnatio ad bestias_, dobbiam
conchiudere che l’arena dell’Anfiteatro Flavio fu bagnata dal sangue
cristiano; e che il numero dei Martiri ivi immolati non fu scarso,
giacchè la proscrizione del Cristianesimo, proclamata da Nerone, durò
fino alla promulgazione dell’editto di Costantino[955].
Ma se possiamo positivamente affermare (e di questo ne debbono essere
persuasi anche i più ipercritici) che l’arena del Flavio Anfiteatro
fu bagnata dal sangue cristiano, non così, dopo i — sebbene vacui —
sofismi dei moderni ipercritici[956], possiamo dare un elenco specifico
dei singoli Martiri. Farebbe mestieri accompagnarlo con un lungo e
laborioso studio critico sopra ciascuno di essi[957]. Io mi limito a
riprodurre i nomi di quei pochi Martiri, che fino al 1897 comunemente
si ritennero immolati nel Colosseo; lasciando ad altri il compito di
dimostrare l’autenticità di quest’elenco.
S. Ignazio,
S. Eustachio e famiglia,
S. Taziana,
Ss. Abdon e Sennen,
S. Martina,
Ss. CCLXII soldati,
Ss. Vito e Modesto,
Ss. Sempronio e compagni.
A quest’elenco del Marangoni aggiungerò col Martigny (_Dictionnaire des
antiq. chrétiennes_ s. v. COLYSÉE) e col Kraus (_Real-Encyclopaedie der
christlichen Alterthümer_, s. v. COLOSSEUM) S. Alessandro Vescovo, per
le ragioni accennate quando si parlò degli oratorî che circondavano il
Colosseo[958].