ATTO SETTIMO

Apparisce l’evangelista Giovanni, il quale, afflitto per la prossima

morte del maestro, esclama:

«Ohimè, che gli occhi suoi hanno velato, ecc.»

Sopravviene la Madonna, e di fronte a quello spettacolo si sviene.

Il _Cavaliere_ ordina di alzare la croce; ed il popolo riunito

nell’Anfiteatro grida: «Misericordia ecc.». Il Capo de’ Farisei

dice: «Eccovi crocifisso il malfattore»: le vesti di Cristo vengono

sorteggiate: il Crocifisso prega per i suoi crocifissori. Sulla croce

si pone il titolo:

«I . N . R . I»

e i Farisei ripetono a Pilato che il loro re è Cesare Augusto, e non

Cristo: Pilato risponde:

«Ciò che scrissi voglio che sia scritto,

Nè vo’ tornare indietro il (col) mio ditto».

Torna la Madonna, la quale dice al _Cavaliere_:

«O saggio cavalier, in cortesia, ecc.»

ma questo, adirato, risponde:

«Donna, se vuoi onor, non ti accostare, ecc.»;

il _Cavaliere_ se ne parte, e Maria rimane a’ piè della Croce.

Incomincia allora il noto colloquio fra i due ladroni; finito il quale

le Marie intonano il flebile canto:

«Maestro caro, vedove ci lasci, ecc.»

La Madonna dice al Figlio:

«Ad un ladron non hai prima parlato, ecc.»

Egli risponde:

«Donna, veggiomi già condotto a morte, ecc.»

E S. Giovanni segue:

«Signor, farò quanto m’hai comandato, ecc.»

Il Crocifisso dice: «Sitio Pater». Il _Cavaliere_ gli nega la bevanda:

poi muta consiglio e gli porge aceto e fiele. Cristo lo saporeggia e

dice: «Consumatum est».

I Farisei lo dileggiano, _lo dicono falso e rio_, ecc. La Madonna

si lagna colle turbe: Cristo ad alta voce esclama: «Eloi eloi

lagma sabactani». I Farisei credono che Ei chiami Elia, e seguono a

dileggiarlo. Finalmente, giunto il momento di morire, Cristo si fa a

dire:

«Altissimo mio Padre, onnipossente, ecc.»

Compariscono gli Angeli, i quali dicono reverentemente:

«Ecce Agnus Dei».

Longino canta:

«O cieca gente, o popolo perverso, ecc.

Misericordia, o sommo Creatore».

Segue la deposizione di Cristo dalla croce «_con la musica_ di Giuseppe

di Arimatea, di Nicodemo e delle Marie».

Fin qui il dramma. Non è nostro compito esaminarlo criticamente.

Molte cose dovremmo osservare. Solamente coll’Adinolfi[702] diremo:

«Il dramma non è tutto da lodare o degno di biasimo, ma ben poco da

mettere in paragone delle antiche, semplici e maestose rappresentazioni

anfiteatrali alle quali serviva tutta quanta la natura della

costruzione dell’edificio, e che secondo la costumanza discesa dal

greco teatro aveano nell’_arenario_ le scene fisse ed in pieno, e non

dipinte sulla tela, e ciò sia detto rispetto alla forma esteriore della

tragedia o rappresentazione, che non recava noia alcuna con la lunga

partizione degli atti, compatibile solamente nella storica tragedia,

contenente talvolta l’intiera vita di un personaggio».

Le spese che importavano simili rappresentazioni, variavano

secondo la maggiore o minore grandiosità degli scenari, palchi

ecc., e la magnificenza nell’esecuzione. Nè mancarono persone pie

le quali offrissero talvolta denaro a questo scopo; e nel libro

_Decretorum_[703], leggiamo: «che si faccia la devozione della Passione

nel Colosseo, essendo persona che per esse offerisce 60 ducati, acciò

non si perda la detta devozione».

Il dramma da noi compendiato e già esposto, fu recitato nell’Anfiteatro

Flavio fino al 1522. Il 23 Marzo dello stesso anno i fratelli della

Compagnia ne sospesero l’esecuzione, pubblicando il seguente decreto:

«Non si faccia, conforme era solito, la rappresentazione della Passione

nel Colosseo, _attento periculo ob delationem armorum, cum esset

difficile sine scandalo transire posse_»[704].

A me sembra di vedere la causa di questo decreto nello stato turbolento

in cui trovavasi Roma in quell’anno; giorni orribili, in cui la

brutalità, i furti e gli omicidi dei soldati Còrsi, come pure la lotta

di Renzo di Ceri coll’esercito dei Fiorentini e dei Sanesi, obbligavano

i Romani a star continuamente in armi.

(In questo stesso tempo accadde un fatto, che non posso tralasciar di

riferire, perchè avvenuto nel Colosseo. Un tal Demetrio greco percorse

le vie della città con un toro da lui ammansito, come egli diceva, con

arti magiche; e lo condusse al Colosseo per ivi sacrificarlo secondo il

rito antico e a fine di placare i _demoni avversi_!)[705].

Nell’anno 1525 il surriferito decreto fu annullato, e si ordinò che si

ripristinassero le rappresentazioni[706]: «Fu proposto che per fare la

rappresentazione del Colosseo, secondo il disegno fatto, vi sarebbero

occorsi di spesa almeno 250 ducati; e fu risoluto che per essere l’Anno

Santo si faccia con ogni onorificenza».

Il 30 Luglio dell’anno 1525 fu stabilito che le sopraddette

«rappresentazioni avessero luogo di quattro in quattro anni, onde

evitare spese gravi»[707].

Nel 1531 si pensò a restaurare il palco, rimasto danneggiato nel sacco

di Roma (a. 1527); e si stabilì che annualmente si spendessero 20

ducati allo scopo di «conservarlo e risarcirlo»[708].

Nel 1539 nel Colosseo ebbe nuovamente luogo la rappresentazione

della Passione[709]; ma nel seguente anno (1540) cessò probabilmente

quell’uso. Gli scrittori medioevali ed il Panciroli ci dicono infatti

che quei drammi furono aboliti dal Pontefice Paolo III, il quale,

malgrado tutte le pratiche fatte dal popolo onde _perpetuare quella

devozione_, ne negò il permesso[710].

Leggiamo nel libro _Decretorum_ della Compagnia del Gonfalone: «Anno

1517, che si faccia la cappella nel Colosseo e vi si spendano 30

ducati di oro di Camera»[711]. Questa deliberazione fu presa dietro

il consenso di Raffaele De’ Casali e di Luigi De’ Mattuzzi, guardiani

dell’Ospedale del Salvatore. Il progetto però non si eseguì che

nel 1519. Nello stesso libro _Decretorum_[712] si legge: «1519, 6

Febbr. Che si faccia la cappella nel Colosseo». Allora i guardiani

dell’Ospedale del Salvatore rinnovarono il loro consenso, e permisero

alla Compagnia del Salvatore di poter cavare qualche pietra di

travertino per fare alcuni cunei e porte della stessa cappella, e

questo fu il _sacello_ detto di S. Maria della Pietà.

Come risulta dalle date, la cappella venne fatta quando ancora

nel Colosseo si eseguivano le rappresentazioni della Passione del

Salvatore; poichè una di queste ve ne fu, come già dicemmo, nel

1519[713], e non cessarono che nel 1540.

Cessati i sacri drammi nell’Anfiteatro, il palco scenico rimase

abbandonato, come pure abbandonato dovè rimanere l’intero edificio;

giacchè, non molti anni dopo, si giunse a tal eccesso da farlo divenire

campo di stregonerie notturne; ed il Cellini racconta nella sua vita

che una notte egli stesso vi assistette.

La cappella della Pietà cadde pur essa in oblio, e vi rimase per

settanta anni circa: fino a che, nel 1622, l’Arciconfraternita del

Gonfalone risolvè ripararla e ridonarla al culto. Vi aggiunse essa

alcune stanze per un custode, e nell’alto del piccolo edificio collocò

una campana. La chiesuola fu consacrata da Mons. Giulio Sansedonio, già

vescovo di Grosseto[714]. A memoria del restauro, si pose la seguente

iscrizione:

ARCHICONFRATERNITAS GONFALONIS

SACELLVM . HOC . IN . COLISEO . POSITVM . SVB

INVOCATIONE . BEATAE . MARIAE . PIETATIS

VETVSTATE . DIRVTVM . ET . COLLABENS . NE

TANTA . PIETAS. OBLIVIONI . TRADERETVR . IN

MELIOREM . FORMAM . RESTITVI . ATQVE . OR-

NARI . MANDAVIT . A . D . MDCXXII . PET . DONA-

TO . CAESIO . CVRTIO . SERGARDIO . MARIO

Q . AVRELII . MATTAEI . MAXIMO . Q . HORATII

MAXIMI . CVSTODIBVS . ET . M . ANT . PORTA

CAMERARIO .

Nell’opera del Fontana[715] sul Colosseo vi è una veduta dell’interno

dell’Anfiteatro qual’era agl’inizi del secolo XVIII. In essa si vede la

cappella suddetta col suo piccolo campanile e l’abitazione del custode;

dinanzi alla porta si scorge eretta una croce.

Questa interessante veduta ci fa conoscere il sito preciso ove

sorgeva la cappella di S. Maria della Pietà: essa sorgeva presso

la porta libitinense, ricavata nei vani sotto la gradinata del

podio, ed ove si dispiegava il palco delle rappresentazioni della

Passione, della quale si distinguono gli avanzi. Ma poichè la cappella

rappresentata in quella veduta supera il piano del palco scenico, e

non potendosi ammettere che quello sconcio sia stato fatto all’epoca

delle rappresentazioni, dovrà dedursi che le stanze (delle quali si

veggono due finestre sulla porta del _sacello_) siano state aggiunte

nel restauro del 1622, e che prima del restauro la cappella fosse

intieramente sotto il palco delle rappresentazioni.

Il ch. Armellini dice che la cappella di S. Maria della Pietà servì

anteriormente da guardaroba della Compagnia che rappresentava la

passione di N. S. Gesù Cristo. L’Adinolfi opina che il _sacello_

della Pietà fosse la chiesuola di S. Salvatore _de Rota Colisaei_. A

me sembra che ambedue abbiano ragione, e che un’opinione non escluda

l’altra. L’Adinolfi fa derivare la denominazione _Rota Colisaei_

dall’arena dell’Anfiteatro; l’Armellini dalla vasca rotonda della Mèta

Sudante. Più giusta tuttavia sembra essere l’opinione dell’Adinolfi,

poichè presso la Mèta Sudante v’era una chiesa dedicata a Maria SS.

detta _De Metrio_: denominazione che lo stesso Armellini giudica «una

corruttela della parola _de Meta_». Laonde farebbe mestieri ammettere

che la Mèta Sudante fosse chiamata contemporaneamente con due nomi:

cosa non facile a dimostrarsi. Che per _Rota Colisaei_ s’intendesse

invece l’arena, mi pare potersi dedurre da quel che si legge nel

_Catasto dei beni della Compagnia del Salvatore_[716]. Troviamo infatti

che nella _Ruota del Coliseo_, poco lungi dalla chiesa di S. Salvatore,

eravi _una grotta, detta anche casa, forno e luogo da conservare erbe

secche_. Ora, attorno all’arena si può assai bene trovare il posto per

questa grotta; ma attorno alla _vasca della Mèta Sudante_ no davvero!

Che poi su questa chiesina si fosse potuto stendere il palco scenico,

e far divenire essa stessa _la guardaroba_ della Compagnia, si può

argomentare dal fatto dell’abbandono in cui cadde il detto _sacello_

nel periodo che córse fra il pontificato di Pio II e quello d’Innocenzo

VIII; abbandono reso manifesto dal decreto di Pio II, col quale egli

toglieva le rendite alla chiesuola di S. Salvatore _de Rota Colisei_ e

le donava a S. Eustachio.

Nè fa ostacolo la diversità del titolo della cappella, detta prima di

S. Salvatore e poi di S. Maria della Pietà, giacchè questa diversità è

più apparente che reale.

La cappella fu sempre dedicata al Salvatore: probabilmente nella sua

primitiva erezione (perchè più conveniente all’epoca — che io ritengo

antichissima — come ora procurerò di dimostrare) vi si dipinse il

Salvatore crocifisso con la Vergine a piè della croce.

Questa pietosa scena potè benissimo essere rappresentata tra il VI ed

il VII secolo, e a quei tempi faccio io risalire l’origine di quella

cappella. Nè mancano esempî, ed uno ne abbiamo d’epoca più antica

ancora, nella scatola d’avorio, cioè, che si custodisce nel Museo

britannico, e che, come dice il Kaufmann, ragionevolmente possiamo dire

opera del secolo V. Nei restauri posteriori vi si potè esprimere la

morte del Salvatore ed il tenero dolore della Vergine più pietosamente

ancora, dipingendovi, cioè, il corpo del Salvatore deposto dalla croce

e giacente sulle ginocchia della sua SS. Madre: gruppo chiamato per

antonomasia la pietà. Poste queste considerazioni, le due denominazioni

si fondono in una. Non mi pare fuor di proposito ricordare qui quanto

scrisse il Martinelli nella sua _Roma ex etnica sacra_[717]: «S.

Salvatoris de Pietate in Campo Martio intra monasterium S. Mariae.

Antiqua _Urbis mirabilia_ referunt hic fuisse imaginem _Salvatoris_

quae dicebatur _Pietas_».

Alcuni vogliono che detta cappella si fosse appellata pur anche _S.

Maria de Stara_. Basano il loro asserto sul Registro dei possedimenti

della _Basilica Lateranense_[718], nel quale è menzionata la chiesuola

con questo nome. Io congetturo che questa denominazione non sia altro

che una piccola variante del titolo della cappella, chiamandola, cioè,

«S. Maria de Salvatore;» e che trovandosi questo secondo nome scritto

abbreviato «_S. Maria de St[=ore]_» (e forse malamente scritto), abbia

potuto originarsi il titolo di _S. Maria de Stara_.

Comunque sia è certo che l’origine di questo _sacello_ eretto

nell’interno dell’Anfiteatro Flavio dovè essere antichissima. Prima che

il papa Giovanni XXII istituisse l’Arciconfraternita del Salvatore,

detta di _Sancta Sanctorum_ (a. 1332), quella cappella già esisteva.

È ricordata durante il pontificato di Bonifacio VIII (1294-1303) nel

registro dei possedimenti della Basilica Lateranense; ed un secolo

innanzi (1192) la troviamo nominata nel libro «_De Censibus_» di Cencio

Camerario: «_S. Salvatori de Rota Colisei VI den_».

Io non conosco dati più antichi: forse ricerche accurate potrebbero

somministrarli. Tuttavia, l’esser certo che l’arena dell’Anfiteatro

Flavio, fu bagnata dal sangue dei Martiri[719], e lo esistere un

cimitero cristiano addossato all’Anfiteatro fra il VI e il VII secolo,

appunto in quella parte ove internamente sorgeva la cappella del

Salvatore; ed il veder questa cappella ricavata in uno dei fornici

del piano terreno presso l’arena, e quindi allo stesso livello del

cimitero suddetto, (livello che nell’alto medio evo andò gradatamente

sollevandosi, come risultò dagli scavi del 1895)[720]; ed il trovarla

finalmente registrata tra i possedimenti dell’Arcibasilica Papale,

tutto ciò mi fa ragionevolmente opinare che, cessati del tutto i ludi

fra il VI ed il VII secolo, presso l’arena del Flavio Anfiteatro,

in prossimità della porta libitinense, donde uscirono trionfanti le

spoglie insanguinate dei Martiri, si dedicasse un sacello al Re dei

Martiri. E questo fu probabilmente il nucleo del cimitero, la cui

necessaria esistenza fu giustamente accennata dal ch. P. Grisar[721].

Nella sua primitiva origine, probabilmente s’accedeva alla cappella

dalla parte del cimitero e non dell’arena, perchè a quei tempi il muro

del podio non poteva essere ancora distrutto; più tardi vi si accedette

dalla parte interna: e questo fino a che rimase in essere il palco

delle rappresentazioni della Passione, sotto il quale trovavasi la

cappella. La porta perciò, che vediamo nella tavola del Fontana, e che

dà sull’arena, fu aperta nel restauro del 1622; e ciò vien confermato

nel permesso, dato dai guardiani dell’Arciconfraternita del Salvatore,

di poter cavare qualche travertino _per far cunei e per le porte_.

Lo studio di questa cappella, che può dirsi il centro della sacra

zona formata dalle chiese che attorniarono l’Anfiteatro Flavio, ci

ha condotto a riconoscere, con grandissima probabilità, la massima

antichità possibile della venerazione verso quel luogo consacrato

dal sangue dei martiri; venerazione che i moderni ipercritici[722]

vorrebbero far credere un parto del pietoso zelo di Clemente X e di

Benedetto XIV. Almeno dicessero col Grisar[723]: «Furono i secoli

decimo settimo e decimo ottavo che per primi (?) cercarono di AVVIVARE

il ricordo dei martiri della fede cristiana fra queste solenni ruine!»

Fuori dell’Anfiteatro, dalla parte che guarda verso la via dei Santi

Quattro, vi era una piazza chiamata di S. Giacomo, a causa di una

chiesa ivi prossima dedicata a questo santo: «S. Giacomo de Coloseo».

Ecco le parole colle quali il Mellini[724] tratta di questo _sacello_:

«Vicino al Colosseo si vede un fenile il quale era prima la chiesa

di S. Giacomo detta _de Colosseo_ profanata quasi ai nostri giorni.

A questa chiesa la vigilia dell’Assunta s’incontravano il clero

lateranense e gli ufficiali del popolo romano, e quivi si risolveva

il modo di fare la processione dell’immagine del Salvatore....» Era

adorna di pitture, che furono copiate da Ferdinando Baudard e poi dal

Guattani. Fra quelle v’era una _figura colossale di S. Giacomo apostolo

sedente, col bordone e un libro nelle mani_[725].

Ivi sorgeva eziandio la casa dei Frangipani, la quale poi venne in

dominio degli Annibaldi. Relativamente alle case degli Annibaldi

_de Coliseo_, che dalla piazza di S. Giacomo corrispondevano entro

l’Anfiteatro Flavio, ci rimangono le seguenti notizie:

Nel 1365 l’ospedale del Ss.mo Salvatore comperò per trenta ducati la

metà di una casa appartenente a _Cola di Cecco di Giovanni Annibaldi_.

«Questa casa, dice l’Adinolfi[726], era o per se sola congiunta

all’Anfiteatro Flavio, o con altri suoi membri entrava perfin nel

medesimo, giacchè contenendo delle sale e delle camere, allorquando

Giovanni di Branca e Mario Sebastiani, guardiani della Compagnia del

Gonfalone ebbero ottenuto da Innocenzo Papa VIII la licenza di poter

rappresentare entro il Colosseo la sacra ed istorica tragedia della

passione di nostro Signore, addimandarono questa casa alli guardiani

dello spedale suddetto Ludovico de’ Margani ed Alto de Nigris, e

assentendo anche i conservatori di Roma per questo unico e devoto fine

glie la concedettero».

Nel 1462 la parte della casa che guardava la piazza di S. Giacomo, era

diruta; la parte invece che internavasi nel Colosseo, era ancora in

buono stato di conservazione[727].

La suddetta chiesa di S. Giacomo _de Coliseo_ profanata e ridotta a

fienile, come dice il Mellini e come pur si ricava dal Martinelli[728],

il quale scrive: _S. Iacobi apud Colosseum erat ibi ubi est foenile

cum imagine B. Mariae V. in eius angulo; habebatque hospitale, quod

ad Lateranum traslatum est, et nunc dicitur ad Sancta Santorum_, venne

finalmente abbattuta nel 1815.

Il Marangoni[729] aggiunge che l’amministrazione e la cura di

questa chiesa e di questo ospedale l’ebbe l’Arciconfraternita

de’ _Raccomandati del Ssmo Salvatore_ AD SANCTA SANCTORUM fino

all’anno 1470. Lo deduce dagli statuti rinnovati in quell’anno e

confermati nel 1513, nei quali i _guardiani_ dell’Arciconfraternita

s’obbligavano, _sub juramento_, di visitare una o due volte alla

settimana quell’ospedale. Lo stesso autore[730] assicura di aver letto,

ma non ricorda dove, che l’ospedale trovavasi negli archi superiori

dell’Anfiteatro, già chiusi dai Frangipani. «In effetto, dice, tutti

i sei archi chiusi della elevazione esteriore, sono anche murati

al di dentro fra i pilastri del secondo portico, sicchè formansi e

si dividono due lunghi corridoi quanti portano i sei archi, luogo

attissimo per l’ospedale».

Il celebre letterato Francesco Valesio, senza però accennare alle

fonti, comunicò ad alcuni suoi amici che nei suddetti archi chiusi del

Colosseo vi era anticamente un monastero di monache[731].

Questo stesso asserisce il Bonet. Noi riportiamo la notizia soltanto

in ossequio alla ch. memoria del suddetto Valesio, ma siamo affatto

incerti della verità di essa.

L’Adinolfi[732] combatte energicamente queste opinioni. «È veramente

triviale (dice), e non pertanto meno curiosa l’opinione del Marangoni,

che la Società del Salvatore avesse governo non pur di questo tempietto

ma eziandio dello spedale che li era ammesso fra gli archi stessi

del Colosseo, il quale spedale dopo molti anni fusse trasportato

al Laterano ove esiste; e dell’istessa natura è quella di Francesco

Valesio quando pretende nell’Anfiteatro Flavio anticamente venisse

aperto un monastero di monache. Rincrescendomi d’involgermi in certe

quistioni tra perchè la brevità del lavoro le rifiuta, e perchè

si concerta con scrittori di molto credito, non posso nondimeno

tralasciarle per la loro necessità e pel superchio rispetto all’altrui

sentenza, sapendo per prova che tutti gli uomini qualche fiata

rimangono in inganno.

«A me dunque, che posi in disamina l’archivio della detta compagnia

anche coll’intendimento di veder meglio questa materia, pare la cosa

assai diversa e massime per due ragioni. La prima è che nell’archivio

suddetto non trovi menzionato alcun luogo dell’Anfiteatro rivolto

all’uno e all’altro uso. La seconda che questi pareri discendono dalla

falsa congiunzione di due idee, tra loro ben distinte. Nel trovar

scritto spedale e monistero del Colisseo s’intesero due fabbriche

non già vicine ma entro quella orrevole dell’Anfiteatro Flavio. Ora

partendo da un principio stabile e certo dirò che avanti e alquanto

dopo il mille come è sconosciuta la chiesa di S. Giacomo, così al

pari il suo spedale di donne, l’edificamento del quale non sembra

più antico di quello di S. Angelo, ma piuttosto da esso originato,

ed a lui assoggettato e dipendente[733]. Per avventura venne aperto

dai _Raccomandati_ per maggior comodo degli infermi[734], come meno

lontana dalla parte più popolata di Roma, e prova ne sia fra le

altre quella, che, ingrandito lo spedale al Laterano non fu chiuso

nè quello, nè l’altro assai più picciolo di S. Pietro e Marcellino

chiamato lo spedaletto, ma tutti e tre correndo gli anni di Cristo

1383, a benefizio del comune ricettavano malati[735].... Ma siccome

lo spedale.... fu aperto principalmente per donne[736], che ebbero

bisogno nelle loro malattie di essere servite da altre femmine, queste

incominciarono prima a nominarsi offerte, e costrette da necessità a

dimorare e convivere in quel luogo, tennero vita a seconda di qualche

regola; da queste dunque o da altre povere donne ivi raccolte, o come

par meglio, e dalle una e dalle altre, venne a formarsi una di quelle

devote unioni ne’ secoli di mezzo appellate case sante.

«Le abitazioni di cotali donne, conchiude l’Adinolfi, erano contigue

alla chiesa di S. Giacomo che col suo spedale dispiccato dal Colosseo

erano separate affatto da questo edifizio. Conciossiacchè venendo

ampliamente dai guardiani Bernardo de’ Ricci e Paluzzo di Giovanni

Mattei negli anni cristiani 1472, costoro chiesero licenza ai maestri

delle strade di chiudere un luogo intraposto a quella chiesa e ad

alcune possessioni dello spedale[737], ed in questa concessione per

verun modo si fa ricordanza di quell’edifizio del Colosseo, nel quale

secondo Valesio, era contenuto il loro monastero».

*

* *

Oltre alla chiesa di S. Giacomo de Coliseo, erano molto prossime

all’Anfiteatro Flavio altre chiese, delle quali oggi non rimane alcun

vestigio.

«Nell’andar direttamente per la via Maggiore seguitava, dopo il titolo

Clementino, la favolosa casa di Giovanni Papa VII; e verso l’Anfiteatro

Flavio _per lo meno quattro altre chiesette_»[738].

Il Lanciani[739] opina, e saggiamente, malgrado l’ipercritica dei

moderni Bollandisti[740], che nelle vicinanze del Colosseo, oltre

a varie cappelle vi fossero pur’anche sette chiese. L’opinione

dell’illustre archeologo vien confermata dalle scoperte e dai

documenti; le prime ci hanno rivelato la esistenza di alcuni oratorî

o cappelle nelle vicinanze del Colosseo; i secondi ci hanno conservato

memoria di almeno otto chiese in quel dintorno.

Fra gli oratorî che circondavano il Colosseo, merita il posto

d’onore quello sacro a S. Felicita, martire romana, ed ai suoi figli.

Quest’oratorio fu scoperto nel 1812.

Il primo a parlarne fu il Morcelli nel 1812, poi il Piale nel 1817;

anche il Mai più volte nei suoi scritti parla di quest’oratorio; e

poscia il Canova, il Nibby, il Garrucci, il De Rossi, l’Armellini,

il Marucchi, il Grisar, ecc. Non è questo il luogo di descrivere ed

illustrare quell’antichissimo oratorio: tanto più che le sue pitture

e le scoperte ivi fatte sono state già illustrate e pubblicate da

molti scrittori. Solo mi sia permesso intrattenermi alquanto sul

motivo della erezione di un oratorio sacro a S. Felicita, celeberrima

martire romana, in questo luogo; motivo che ha dato occasione a varie

congetture.

Il De Rossi[741] propose la congettura che qui fosse la casa del marito

di Felicita, di nome Alessandro; argomentando l’ignoto nome del marito

da quello di uno dei figli, chiamato appunto Alessandro: e ciò lo

ricava dalla greca iscrizione a graffito in una parete laterale della

stanza, dove, nonostante l’incertezza della lettura, quello che al

ch. archeologo sembra certo è, che vi si legga: «_Alexandri olim domus

erat_».

Il Grisar[742], benchè dica che in mancanza di sorgenti non ci è

permesso sciogliere la questione, pure a lui sembra che l’affermativa

spiegherebbe meglio la venerazione delle dame Romane per questo

santuario: venerazione, che viene espressa in un graffito del muro.

Questa congettura però, a mio modo di vedere, incontra non poche

difficoltà; e tralasciatane per brevità ogni altra, è certo che qui

non potè essere la casa di una nobile matrona, quale fu Felicita,

nè del suo marito, nobile anch’esso; perchè non può dubitarsi essere

quest’oratorio parte dei sotterranei delle Terme di Traiano, che altro

non sono se non gli avanzi della casa aurea di Nerone[743].

Altri congetturano che questo sia il luogo immediato ove la Santa ed

i figli furono trattenuti per esser da quello condotti al martirio. Ma

anche quest’opinione incontra difficoltà. Se la sepoltura di Felicita e

dei figli fosse stata fatta sulla via Labicana o sulla Latina, non si

avrebbe tanta difficoltà ad accettare il parere di quegli scrittori.

Ma è certo che la sepoltura di Felicita e di sei dei suoi figli fu

sulla via Salaria, e quella di Gennaro sull’Appia. Sembra adunque

troppo lontano il luogo della esecuzione della sentenza capitale (che

l’esperienza insegna prossimo al luogo della sepoltura) da quello ove

quei Santi sarebbero stati detenuti per esser condotti al martirio.

Altri opinano finalmente che questo luogo fosse la _custodia privata_,

ove la Santa ed i figli furono trattenuti nel tempo del processo.

Ma gli atti c’indicano il luogo preciso ove il processo si svolse,

e questo è il Foro di Marte: «_Postera namque die_, dicono gli atti,

_Publius sedit in Foro Martis et iussit eam adduci_», e dopo essa ad

uno ad uno i figli. La distanza del luogo di cui si parla dal Foro di

Marte fa abbandonar la proposta congettura, senza notare che, come ogni

Foro ebbe la sua _privata custodia_, così l’ebbe pur anche il Foro di

Marte.

In questo stato di cose, sia lecito anche a me proporre una congettura,

che ricavo dalle circostanze di luogo, di tempo e di costumi.

È certo che all’Anfiteatro Flavio furono non poche volte condotti i rei

per esser puniti, e che anche i cristiani[744] furono là condotti, e

non di rado, più per provare la loro costanza nella Fede ed indurli a

rinnegarla, che per ultimo supplicio[745].

È certo eziandio che prossimo all’Anfiteatro vi dovè essere un

luogo di _custodia_ per i rei destinati a subire il supplicio

nell’arena dell’Anfiteatro stesso. Ora quell’oratorio così prossimo

all’Anfiteatro, nei sotterranei delle Terme, sulla strada che menava

all’Anfiteatro[746], e precisamente da quella parte ove trovasi la

porta Libitinense, per la quale s’introducevano i rei nell’arena,

non può negarsi essere stato luogo molto adatto allo scopo. E che

questo fosse veramente un luogo di custodia, lo dimostra, come nota

il De Rossi[747], la pittura stessa della Martire, ove le due figure

effigiate in proporzioni piccole per rispetto ai Santi, sono di

carcerieri «_Clavicularius carceris_».

Posto ciò, non sarebbe, credo, azzardato il supporre che S. Felicita

e figli fossero ivi condotti per esser poi presentati alle belve

nell’Anfiteatro, almeno a provare ancora una volta la loro costanza. S.

Felicita fu martire nel principio dell’impero di Marco Aurelio, quando,

cioè, la plebe gridava: «_Christianos ad leones!_». Dopo la morte di

Antonino le incursioni barbariche minacciavano l’Impero; il Tevere uscì

dal suo letto, e recò gravissimi danni; Roma era in preda alla fame;

la peste poco dopo devastò regioni: conveniva cercar vittime a placar

l’ira degli dèi; e queste vittime furono i Cristiani. Era il grido del

momento: «_Christianos ad leones!_»[748]. Felicita ed i figli furono

tra le vittime designate.

È vero che gli _atti_ tacciano su ciò; ma conviene osservare che questi

_atti_ sono brevissimi e semplicissimi. Essi altro non ci ricordano

che l’esame e la morte dei Santi; e se questo episodio dell’Anfiteatro

non lo ricordano, fu forse perchè non ebbe seguito. Dico _forse non

ebbe seguito_, giacchè le Matrone Romane perorarono presso l’Imperatore

per la loro compagna, matrona anch’essa «_Inlustris_»; e l’Imperatore

M. Aurelio che, al dire di Dione[749], di Capitolino[750] e di

Erodiano[751], aveva orrore per i ludi cruenti dell’Anfiteatro, accolse

la domanda; e Felicita ed i figli furono liberati da questa prova.

La scritta che leggesi sul capo di Felicita nel dipinto del nostro

oratorio: «Felicitas cultrix Romanarum (_matronarum_)», come tutti

convengono, ce ne è una conferma. Quel _cultrix_, numero singolare,

non si può riferire alle matrone, come senza badarvi si è fatto;

perchè queste sono in numero plurale. Il Garrucci vide la difficoltà,

e riferì quel _cultrix_ ad una _qualunque Felicitas_, devota della

Santa omonima; costretto però ad aggiungervi: «_votum solvit_», che non

gli appartiene, come anche notò il De Rossi. Secondo la mia opinione,

quel _cultrix_ esprime la gratitudine di S. Felicita verso le Matrone

Romane.

Sennonchè, come nota l’Allard[752], l’Imperatore, di fronte alla

grande agitazione popolare causata dal terrore superstizioso,

liberando Felicita ed i figli dalle zanne dei leoni, non potè a meno

di rassicurar la plebe, ordinando che il sangue destinato a placare

l’ira degli dèi, invece che nell’Anfiteatro fosse sparso in punti

diversi di Roma. «_Leur immolation_, scrisse l’Allard[753] parlando

dell’iscrizione trovata nel 1732 nel cimitero di Processo e Martiniano,

POSTERA DIE MARTVRORVM, eut quelque chose d’exceptionnel: ils furent

_les martyrs_ proprement dits, c’est-a-dire les victimes choisies

entre tous les chrétiens pour être sacrifiées à la colère des dieux, un

jour où le fanatisme, la superstition, la peur, voulurent à tout prix

arroser d’un sang illustre divers points de la ville de Rome».

Il De Rossi[754] scrive che il graffito greco, ricordante un

_Alexandri_ δόμος, era scritto sull’intonaco primitivo anteriormente

alle pitture cristiane; e che nel medesimo intonaco si leggevano

pure in graffito: «_Achillis vivas_» ed altri nomi, come: «_Cassidi,

Maxi..., Saeculari_....»; e sotto: «_in de_», che il De Rossi lesse:

«in Deo». Da questo Egli dedusse che nei graffiti del primo intonaco

si ha indizio del culto del luogo, anteriore alle pitture cristiane.

E giustamente; poichè tutti sanno che la parola domus nel linguaggio

cristiano ordinariamente significa _oratorio_, e le acclamazioni _Vivas

in Deo_ sono cristiane.

Conchiudo:

Fra gli oratori che circondavano il Colosseo, quello sacro a S.

Felicita è il più antico; e se (come assai bene lo dimostrò il De

Rossi) le pitture cristiane, rappresentanti la nostra Santa e i suoi

figli, non sono posteriori alla metà del secolo V (443), ed il culto di

quel luogo è anteriore alle pitture, dobbiam conchiudere che l’oratorio

di S. Felicita e figli risale al IV secolo dell’êra volgare.

E bene a ragione fu esso il primo; giacchè quel luogo era, come si

disse, la custodia per coloro che dovean essere esposti alle fiere

nell’Anfiteatro: supplizio che subirono non pochi cristiani. Difatti

noi troviamo qui una _domus Alexandri_; ed il vescovo Alessandro,

sepolto _ad Baccanas_, fu (secondo gli atti interpolati bensì ma in

sostanza veritieri)[755] esposto alle fiere nell’Anfiteatro; e così,

chi sa che anche i nomi di Achille, Cassidio, Massimo e Secolare, uniti

a quelle cristiane acclamazioni, non siano anch’essi, nomi di Cristiani

_damnati ad bestias_ nel Colosseo?....

Un altro oratorio fu scoperto negli scavi del 1895, fra residui di

fabbriche antiche, presso la nuova via dei Serpenti. Riporterò le

parole del ch. Gatti, che allora descrisse la scoperta[756]. «Sopra

un muro curvilineo che trovasi alla distanza di m. 44 del Colosseo in

corrispondenza delle arcate XXXXIIII e XXXXV, e costituiva l’abside

di una piccola chiesa, si conserva la parte destra di una pittura a

fresco, onde quella parte era decorata. Nel mezzo della composizione

era rappresentata una figura seduta su ricco trono marmoreo, certamente

la Vergine Maria col Bambino Gesù nel seno. Non ne rimane che una

piccola parte della veste, e la fiancata sinistra del trono; il quale

apparisce adorno di musaici, secondo lo stile così detto cosmatesco.

Genuflessa al lato del trono medesimo è una piccola figura colle

braccia sollevate in atto di preghiera. Ha il capo tonsurato, e

veste una casula di color rosso puro. È il ritratto di colui che

fece eseguire la pittura ad ornamento dell’oratorio. Segue l’imagine

poco minore del vero, di un santo barbato, in piedi, con tunica di

color cenere, stretta alla vita con una correggia di cuoio, e con

corto mantello rossastro. L’abito è monastico; ed è probabile che in

questa figura sia effigiato S. Benedetto. Ad essa doveva corrispondere

un’altra simile figura dal lato destro del trono, ove siede la

Vergine. Il dipinto è contornato da riquadrature in rosso: sulla fascia

inferiore si veggono tracce di scrittura, con lettere di color bianco.

La composizione e lo stile del dipinto sembrano doversi attribuire al

secolo XIII o XIV.

«Nel campo della pittura si leggono i seguenti nomi di visitatori

graffiti con una punta:

[Illustrazione: Iscrizione]

Il Lanciani, pur dubitando, opina che questi avanzi di oratorio si

debbano attribuire alla chiesa di S. Maria de Ferrariis[757]; ma questa

chiesa, come vedremo quando di essa si parlerà, per documenti certi

conviene collocarla altrove. E poi, essendo la composizione e lo stile

del dipinto del secolo XIII o XIV, e non esistendo altri documenti

che dimostrino la preesistenza della chiesa (come tale) alle pitture

suddette, l’opinante ben fece a dubitare di quella congettura. È dunque

per me un incerto oratorio. La pittura è stata trasportata al Museo

Nazionale.

Le chiese poi più vicine all’Anfiteatro Flavio, delle quali si ha

memoria, sono:

1.º SS. Quadraginta Colisaei.

2.º S. Maria de Ferrariis.

3.º S. Giacomo.

4.º S. Salvatore de Insula.

5.º S. Salvatore de Arcu Trasi.

6.º S. Maria de Metriis.

7.º S. Nicolò de Colosso e Colisaeo.

8.º SS. Abdon e Sennen.

I moderni Bollandisti[758] saltano a piè pari la questione intorno

a queste chiese, che, come vedremo, sono certamente esistite nelle

vicinanze del Colosseo; come pure tacciono degli oratorî, dei quali

parlammo di sopra, benchè quando essi scrissero fossero già scoperti.

Rivolgono le loro armi contro _S. Salvatore in Ludo_ od _in Tellure_,

e, contro _S. Maria de arcu aureo_, che nulla hanno a vedere col

Colosseo; e, costretti a parlare della chiesa dei Ss. Abdon e Sennen,

e non potendone negare resistenza, conchiudono con un «il est probable»

che la lettura degli atti abbia suggerito l’idea di erigere una chiesa

in loro onore in questo luogo.

Del resto, la esistenza di queste _otto_ chiese e di questi oratorî

attorno al Colosseo serve a dimostrare la venerazione che, da secoli

e secoli, prima dell’epoca fissata dai Bollandisti per il culto di

questo monumento — secolo XVII — era prestata all’Anfiteatro, benchè

le chiese e gli oratorî niuna relazione diretta avessero coi martiri

che in esso patirono: giacchè appunto attorno a centri indubitabili di

grande venerazione noi vediamo verificarsi il fatto dell’aggruppamento

di chiese ed oratorî di vario titolo; come, ad esempio, attorno alle

basiliche Lateranense e Vaticana, ed a quella _Apostolorum_ sulla Via

Appia. Anzi questo fatto non solo si è verificato attorno a luoghi

sacri fin dalla loro origine, ma eziandio attorno a monumenti destinati

per loro natura ad uso profano, e divenuti poscia venerabili, presso

i cristiani, per qualche motivo speciale. Così attorno al grandioso

edifizio delle Terme di Diocleziano, sorsero le chiese di S. Salvatore

_in Thermis_, dei Ss. Papia e Mauro, e l’oratorio cristiano scoperto

nel 1876 sul _Monte della Giustizia_ (ove è ora la dogana); e ciò,

perchè gli altissimi muri di quella immensa mole erano stati cementati,

dirò così, dal venerando sudore di migliaia di confessori della fede.

L'anfiteatro Flavio nei suoi venti secoli di storia · 第 44 / 94 题