CAPITOLO SECONDO.

Il Colosseo nel suo abbandono e poscia convertito in fortezza feudale.

Dalla metà circa del secolo VI al secolo XI il Colosseo, a quanto

pare, rimase abbandonato. Nessuno scrittore di quel corso di secoli

fa menzione di esso; e perciò qui ci è impossibile colmare tant’ampia

lacuna.

Sennonchè questa lacuna non è soltanto propria dell’Anfiteatro

Flavio, ma è comune a tutti i grandiosi monumenti pubblici di Roma;

come, ad esempio, il Circo Massimo, le Terme di Caracalla, quelle di

Diocleziano, ecc. Nè noi possiamo renderci ragione di un tal fatto,

se non opinando col Nibby che questi monumenti «non ostante che più

non servissero allo scopo a cui erano destinati, e per questo lasciati

dallo Stato in abbandono, tuttavia rimanendo di proprietà pubblica non

fosse stato permesso ai potenti privati di quei tempi di occuparli;

trovando così il perchè della mancanza per tre secoli e mezzo di

documenti pubblici e privati relativi a monumenti di questo genere:

sicchè non ci resta che contemplarne lo stato di completo abbandono in

cui si trovarono in questo periodo».

Per quanto riguarda il Colosseo, possiamo ragionevolmente supporre che

fin dalla cessazione dei ludi gladiatorî la custodia dell’Anfiteatro

cominciasse ad essere trascurata, e che sempre più proseguisse

col rarefarsi degli spettacoli venatorî. A questa trascuranza,

d’altronde legittima conseguenza delle calamitose vicende di quei

tempi, e dello spopolarsi della città, attribuì Teodorico, sul finir

del secolo V, la ruina dei monumenti romani, come egli stesso dice

per bocca di Cassiodoro: _Facilis est aedificiorum ruina incolarum

subtracta custodia, et cito vetustatis decoctione resolvitur quod

hominum praesentia non tuetur_. La reale ruina però ebbe principio

dopo l’ultimo spettacolo dato da Anicio Massimo. Il Cancellieri[596]

scrisse: «Il popolo romano _chiese licenza a Teodorico_ di ristorare

le mura della città colle _pietre dei gradini_ (del Colosseo) che si

trovavano _smosse_». Questo fatto, il quale trova un fondamento nei

danni arrecati all’Anfiteatro dall’ABOMINANDO terremoto di cui parla

Venanzio, e nella giusta deduzione che quel magistrato (per lo scarso

numero degli abitanti di Roma a quel tempo, e per la mancanza di mezzi

proporzionati) abbia restaurato quanto era allora necessario, vale a

dire l’_arena_ ed il _podio_[597]; questo fatto, dico, non può esser

avvenuto che nell’ultimo triennio della vita di quel re, fra il 523 ed

il 526, dopo la lettera di sopra riferita, nella quale Teodorico mostra

la sua ripugnanza per i giuochi sanguinarî ed il desiderio di abolirli.

La quale lettera, e specialmente la sua chiusa, dovè persuadere

abbastanza il popolo romano del volere del re.

Del completo abbandono dell’Anfiteatro a quel tempo, ce ne fa

testimonianza un _cimitero cristiano_ sviluppatosi appunto nei

primi decennî del secolo VI a pochi passi del Colosseo, di fronte

all’ingresso imperatorio che guarda l’Esquilino[598]. Questo

_cimitero_, da non confondersi coll’altro, più recente, di S. Giacomo,

situato a contatto del Colosseo dalla parte del Laterano, e che ha

salvato dalla distruzione i cinque cippi terminali dell’area esterna

dell’Anfiteatro, venne in luce negli scavi del 1895. Esso si trovava

allo stesso livello dell’Anfiteatro, ed avea le tombe coperte con

tegole improntate di bolli antichi, in nove delle quali si leggevano

_marchi_ dell’età di Teodorico. Una delle tombe, che dall’iscrizione

si potè giudicare del secolo VII circa, si rinvenne all’altezza di due

metri dall’antico piano dell’Anfiteatro, davanti all’ultimo pilastro

orientale del portico, scoperto a piè del colle. Questo cimitero,

storico documento, dopo tredici secoli di esistenza scomparve sotto il

piccone che sistemava l’attuale via, la quale rasenta il Colosseo.

Lasciato l’Anfiteatro a discrezione del tempo, il primo che dovè

risentirne i danni fu senza dubbio il soffitto ligneo del portico

superiore, il quale pian piano dovè corrompersi, lasciando libere

a sè stesse le colonne che lo sostenevano; e queste, nel violento

terremoto che colpì l’Italia nell’aprile dell’anno 801, e recò a Roma

danni gravissimi (tra i quali la ruina della basilica di S. Paolo),

dovettero precipitare giù per la cavea, e sprofondare nell’ipogeo

dell’arena[599]. Dopo questa catastrofe più che mai trovarono alimento

alla vegetazione piante ed arbusti, che, come scrisse vivacemente il

Tournon: _plantant leurs racines dans les interstices des pierres,

avaient pris, sur les rampes ruinées, la place des spectateurs_: fu

questo senza dubbio il colmo della flora del Colosseo!

Quelle caverne e quelle boscaglie dovettero dare, con ogni

verosimiglianza, comodo ricetto ad animali d’ogni sorta, non esclusi

i lupi, i quali, come leggesi in una bolla di Paolo II, fin all’anno

1466, ancor s’aggiravan di notte presso la basilica Vaticana in cerca

di preda. _Corpora fidelium quae humabantur in coemeterio dicti campi_

(Teutonico) _saepe numero reperta fuissent a lupis exhumata_.

Finalmente l’Anfiteatro uscì da questo stato di squallido abbandono,

entrando in una nuova fase.

Sul finire del secolo XI l’Anfiteatro Flavio subì le medesime

vicissitudini che subirono gli altri grandiosi edifici di Roma antica.

Gli Orsini occuparono la Mole Adriana — già nel 985[600], stata

occupata da Crescenzio Nomentano — per molestare Papa Giovanni XVI;

ed il Teatro di Marcello. I Colonnesi presero possesso del Mausoleo

d’Augusto e delle Terme di Costantino sul Quirinale; ed il Settizonio

di Severo e l’_Anfiteatro Flavio_ vennero occupati dai Frangipani,

discendenti della nobile famiglia Anicia, secondo alcuni, od originarî

di Cori e discendenti dai _de Imperio, de Imperatore, de Imperato,

Imperii_, secondo altri[601].

E qui cade in acconcio rivolgerci una domanda: fu un utile, ovvero

fu un danno per gli antichi monumenti, l’esser passati nelle mani di

nobili famiglie romane? — Se consideriamo i pubblici monumenti come

cosa che dovea rimanere di pubblico dominio (dei quali, d’altronde,

l’autorità legittima in nome e ad utilità del popolo potea disporre);

e se osserviamo la cosa sotto l’aspetto che i monumenti, caduti nelle

mani dei privati, facilmente possono venir deturpati, modificati,

ed anche parzialmente distrutti; non possiamo lodare tali atti

d’impadronimento. Ma se si rifletta che soltanto i monumenti posseduti

dai nobili; che soltanto i materiali e le decorazioni dei monumenti

distrutti, trasferiti nei musei o adoperati in pubblici usi, nelle

chiese, ecc., si sono potuti sottrarre ai colpi del piccone demolitore,

o agli insulti della barbarie, o alla cieca cupidigia di chi tutto

sacrifica al guadagno; se si rifletta, dico, a tutto questo, dovremo

riconoscere che per i monumenti non fu un vero danno, ma piuttosto un

bene l’esser passati in possesso privato delle nobili famiglie. Che

rimarrebbe oggi della tomba di Cecilia Metella, del teatro di Marcello,

del Pantheon, ecc., se nella barbara età di mezzo non fossero stati

ridotti in fortezze o in case feudali, e l’ultimo in tempio cristiano?

La fine di tante statue colonne ed altri marmi, che ornarono tanti

magnifici edifizî, non sarebbe stata in una fornace?..... Mi si perdoni

questa digressione, e torniamo all’argomento.

Noi abbiamo notizia di un Benedetto Frangipane, che nel secolo V,

essendo Patriarca d’Occidente, ebbe la sua dimora in Trastevere[602],

ove possedeva palazzi, case ed il ponte senatorio: e nella bandiera

del rione Trastevere campeggia ancora il leone degli Anicî. Sulla

pianta del Nolli poi, pubblicata nel 1748, la via che tuttora si chiama

ANICIA, viene denominata VIA FRANGIPANE.

I discendenti di questa famiglia emigrarono successivamente in varî

luoghi; e quei che rimasero in Roma ebbero il loro centro principale

sul Palatino, là proprio dove un tempo dimorarono i Papi, e dove nel

secolo IX sorse l’episcopio di Giovanni VIII. Quest’edificio era a

poca distanza dell’Arco di Tito; ed appunto fra l’Arco e l’episcopio

i Frangipani innalzarono una torre, che i cronisti ricordano come il

luogo più sicuro della curia e della cancelleria ecclesiastica: _locus

tutissimus curiae_. Questa torre, detta perciò _Chartularia_, fu

innalzata su i resti di un antico edifizio, e trovavasi a sinistra di

chi dal Colosseo s’avanza verso l’Arco di Tito[603].

Oltre alla torre _Chartularia_, i Frangipani adoperarono a loro

fortezze gli archi di Tito e di Costantino. Ma la fortezza principale

dei Frangipani era presso il Colosseo; anzi era una parte stessa

di questo Anfiteatro, il quale fu posseduto da questa famiglia fin

dall’anno 1130; e possedevano inoltre in quel rione due _corpi_ di

case. Il primo era sulla piazza di S. Giacomo, il secondo trovavasi

presso l’Arco di Tito. Il Papa Innocenzo II[604], a fine di ripararsi

dalla fiera persecuzione dell’antipapa Anacleto II[605], si rifugiò

nelle fortezze dei Frangipani presso il Colosseo. Il card. d’Aragona,

nella vita di quel Pontefice, scrisse: _Ad tutas domos Frangipanum

de Laterano descendit, et apud S. Mariam novam et Chartulariam atque

Colossaeum_[606]. Tolomeo Lucchese dice: _Recollegit in domibus

Frangepaniorum quae in Coliseo erant_. F. Tolomeo, vescovo di Torcello,

contemporaneo, nella storia del suo tempo[607] scrive che nell’anno

1133 Innocenzo II _se recollegit in domibus Frangipanensium, quae erant

infra Colisaeum, quia dicta munitio fuit tota eorum_. I Frangipani

ebbero presso il Colosseo due case. In quale di esse il Pontefice

Innocenzo II si ricoverò? Qualche moderno scrittore opina che si

ricoverasse in quella del Colosseo, basando la sua opinione sulle

riferite parole di Tolomeo Lucchese, e dalla frase _infra Colisaeum_,

usata da altri scrittori. L’Adinolfi è di parere che la parola

«_infra_» _possa interpretarsi abbasso od innanzi al Colosseo; sicchè

il loro detto poco varrebbe a sciogliere il nodo della questione. Le

parole del Lucchese sono più chiare, e sembra indicare la casa che

corrispondeva alla piazza di S. Giacomo e che comunicava col Colosseo.

Ciò non ostante_, conchiude, _non è da stimare per certissima, non

essendo più case di essi addossate al Colosseo, ma una solamente_.

Dalle parole del vescovo di Torcello si deduce che il Colosseo era

stato cangiato in vera fortezza (_munitio_), difesa da genti armate e

soldati, e che apparteneva alla famiglia dei Frangipani, _quia dicta

munitio fuit tota eorum_.

La mole resistette agli attacchi della fazione parteggiante per

l’antipapa, il quale, furente ed acceso di collera, andò a saccheggiare

la Basilica Vaticana, il Patriarchio di S. Maria Maggiore ed altre

chiese di Roma, servendosi delle usurpate ricchezze per corrompere i

Romani, onde farsi da questi sostenere.

Innocenzo II passò in Francia, e vi si trattenne fino alla morte

dell’ex ebreo Anacleto II. Al suo ritorno (il quale avvenne nel

1142), dovè con sommo suo dispiacere, assistere alla cerimonia

della ripristinazione del Senato Romano e della Repubblica, la quale

occupò il Colosseo e tutte le altre torri e fortezze dei Frangipani,

nonchè quelle tenute dagli altri baroni creduti avversi al governo

popolare[608].

«Spenta la persecuzione fatta da Pietro di Pier Leone (antipapa

Anacleto II), si accese nel popolo romano la brama di ridurre nel

proprio dominio Tivoli ed altre città del Lazio. In sulle prime

rimasero vincitori i Tivolesi, ma poi ebbero la vittoria i Romani,

sicchè quelli domandarono mercè al Pontefice, e l’ottennero. Dispiacque

la concessione ai Romani; e, indignatisi contro Innocenzo, posero in

vigore l’antico Senato. La famiglia Frangipani, che avea accolto nelle

sue fortezze il Pontefice, fu tenuta dal popolo come nemica, e la torre

_Chartularia ed il Colosseo_ caddero in sue mani»[609].

Ma la Repubblica e i partiti popolari sono non di rado violente

bufere che duran poco. Quando i popoli s’avveggono dell’inganno e del

lucroso mestiere dei suoi corifei, dànno un passo indietro e tornano

alla calma, tanto loro proficua e necessaria. Pochi anni dopo[610]

Alessandro III, veduta in fiamme la chiesa di S. Maria in Torre, e

la Basilica di S. Pietro nelle mani di Federico I; e, per le tante

insidie tesegli dall’esercito di quest’Imperatore, trovandosi nella

dura necessità di abbandonare il palazzo Lateranense; insieme ai

cardinali ed ai vescovi discese alle sicure case dei Frangipani presso

S. Maria Nuova, la Torre _Chartularia_ ed il Colosseo: e quivi ogni

giorno s’adunavano le Congregazioni, si trattavano cause e si davano

risposte[611].

«In quell’epoca, dice il Gori[612] il Colosseo divenne la fortezza

tutelare della libertà (sic) pontificia»; e dal Panvinio[613]

apprendiamo che in quell’epoca «il Colosseo comunicò il suo nome

ad una regione di Roma della quale i Frangipani erano i capitani,

ed i cui _bandonarii_ precedevano colle insegne il Papa nel dì

dell’incoronazione».

Alessandro III scomunicò Federico I, e, forse nell’Agosto del 1167,

partì da Roma, per maggior sicurezza, nelle due galere o battelli

armati che aveagli mandato sul Tevere il re di Sicilia, Guglielmo[614].

Verso la fine del pontificato d’Innocenzo III (1216), Pietro Annibaldi,

nipote per parte di donna del suddetto papa Innocenzo III[615],

volle edificare una torre nelle vicinanze dell’Anfiteatro, onde poter

attaccare i Frangipani e far loro abbandonare il Colosseo. Le torri

degli Annibaldi erano sulla _sostruzione_ del tempio di Venere e Roma,

e se ne trova una traccia nella pianta di Leonardo Bufalino.

Ma i Frangipani non rimasero inerti, e dalla torre di Naione[616] e

dallo stesso Colosseo procurarono mandare a vuoto il disegno degli

Annibaldi. Questi però non si scoraggirono, ed il desiderio d’occupare

il Colosseo era il loro sogno dorato[617]; ed ecco che si presenta

loro un’occasione propizia. Federico II si porta in Acquapendente:

si manifesta persecutore della Chiesa; rompe le relazioni con papa

Gregorio IX, e mette in iscompiglio la città di Roma. L’Imperatore

ebbe per un momento il sopravvento; e gli Annibaldeschi approfittarono

di questa congiuntura per ottenere che Federico II forzasse i

Frangipani, Enrico e Giacomo, a ceder loro la metà del Colosseo

coll’annesso palazzo, e a sanzionare la cessione con giuramento[618].

Forse sull’altra metà aveva diritto il Senato Romano fin dai tempi di

Corrado, allorquando fu violentemente presa; e ciò per porre nelle mani

dei suoi favoreggiatori metà dell’ampio edificio.

E per giungere a tale determinazione, debbon esser sopraggiunti dei

fatti che noi ignoriamo; poichè Federico II, all’epoca di Gregorio

IX, quando era in possesso di quella fortezza, fu da Pietro Frangipane

molto ben trattato.

I Frangipani, alla lor volta, reclamarono presso Innocenzo IV,

domandandogli l’annullamento di quel trattato. Il papa annuì, e con

breve del 18 marzo 1244 dichiarò _nulla_ la cessione del Colosseo, per

non essere stata opportunamente chiesta dai Frangipani l’indispensabile

facoltà di poter cedere un luogo del quale essi non eran padroni, ma

semplici feudatarî del sovrano Pontefice; e dichiarò pur _nulla_ la

permuta degli altri beni, perchè fatta non con libertà, ma sotto la

violenza e le minacce di Federico II. Ecco il tenore della bolla:

«Quum sicut lecta coram nobis vestra petitio continebat, nuper

apud Aquapendentem in presentia Principis constituti, eidem ad suam

instantiam ipsius timore perterriti, MEDIETATEM COLISEI CUM PALATIO

EXTERIORE sibi adiacente et omnibus iuribus ad ipsam medietatem

pertinentibus dilecto filio Anibaldo civi romano titulo pignoris

obligata, quae ab Ecclesia Romana tenetis in feudum de facto cum

de iure nequiveretis, duxeritis concedenda, praestitis nihilominus

iuramentis vos contra concessionem huiusmodi non venturos, licet ex

hoc essetis non immerito puniendi, attendentes tamen, quod coacti

quodammodo terrore tanti principis id fecistis, concessionem huiusmodi

_nullam_ esse penitus nuntiantes praedicta ad vestrum et Ecclesiae

Romanae ius et proprietatem _auctoritate praedicta revocamus_:

iuramentis praedictis nihilominus relaxatis, eadem auctoritate

excomunicationis vinculo, ac poenae quinque millium marcharum argenti

omnes qui contravenire praesumserit supponentes»[619].

Il Sommo Pontefice (per impedire che il Colosseo andasse a cadere nelle

mani di Federico II, con grave danno di Roma) dichiarò formalmente

esser l’Anfiteatro di diretto dominio della Santa Sede; e per questa

pontificia dichiarazione si vennero a far manifeste le differenti

opinioni dei varî partiti; poichè alcuni credevano che il Colosseo

appartenesse alla Chiesa, mentre altri ritenevano appartenesse

all’Imperatore.

Annullato il contratto, gli Annibaldeschi dovettero abbandonare il

Colosseo, ove in quel frattempo avevano abitato: _Annibaldenses quoque

Romani Proceres se munierunt, in Colossaeo, in eoque habitarunt,

quemadmodum antea Frangipanes_[620]; e i Frangipani tornarono nel loro

primitivo possesso.

«E quanto alle abitazioni fatte dai Frangipani entro il Colosseo,

si riconoscono fino al presente le muraglie che occupano e dividono

fra gli archi esteriori e gli interiori sopra l’antiche scalinate,

al numero di 13 verso il Laterano, onde il circuito era molto

considerevole, ed è a credersi, che fossero anche similmente chiusi

quelli dell’ordine inferiore corrispondenti; ed in effetto nel

pavimento dei superiori si scorgono aperture fatte per poter discendere

con scale alle parti inferiori; ed anche si veggono nella stessa parte

superiore chiusi i pilastri dei due portici nel mezzo, e formano due

ambulacri, sino ove tagliato si vede tutto l’ordine dell’elevazione

esteriore»[621].

Sul declinare del secolo XIII e sugli esordî del XIV, gli Annibaldi,

malgrado la bolla pontificia, approfittando dei torbidi che agitarono

Roma, tornarono in possesso del Colosseo. Però nel 1312[622], dopo il

solenne banchetto tenuto in Roma dall’Imperatore Enrico VII, il quale

era venuto nell’alma Città per ricevere la corona imperiale dai legati

spediti da Avignone dal Papa Clemente V, lo stesso Imperatore costrinse

gli Annibaldi a rendere alla S. Sede i palazzi e le fortezze delle

Milizie, come pure la torre di S. Marco ed il Colosseo: _Annibaldumque

Militiarum palatia, munitionesque, ac turrim S. Marci et_ COLISAEUM,

_quorum possessor erat reddere cöegit_. «Non è a credere, dice

l’Adinolfi[623], che tutto l’edifizio anfiteatrale fosse da questi

abitato, benchè molte sue parti fossero state o chiuse o afforzate

da loro per guarentirlo dalle parti contrarie all’una od all’altra

famiglia. Occuparono fino al secondo piano dell’edifizio»[624].

Verso la metà del secolo XIV i Frangipani possedevano ancora un palazzo

presso il Colosseo. Nell’archivio Lateranense[625] v’è un istrumento in

data 22 Ottobre 1238, per il quale Pietro Riccardo Frangipane vendè ad

Orso Orsini _quartam partem Palatii magni et domorum junctorum Coliseo

et prope Coliseum_.

I Legati Pontificî posero sotto la giurisdizione del Senato e del

Popolo Romano il Colosseo, il quale, come vedremo nel prossimo

capitolo, fu nuovamente destinato ai pubblici spettacoli.

L'anfiteatro Flavio nei suoi venti secoli di storia · 第 30 / 94 题