CAPITOLO TERZO.

Il Colosseo nelle mani del Senato Romano — Giostre in esso celebrate.

Sotto il pontificato di Clemente V Roma e l’Italia trovavansi

travagliate da gravi dissensioni. Il Papa, per riparare a tali mali

e per il buon governo dell’una e dell’altra, inviò da Avignone tre

Cardinali[626] i quali, come abbiam detto nel passato capitolo, posero

sotto la giurisdizione del Senato e del Popolo Romano il Colosseo.

Ludovico Bonconte Monaldeschi, nei suoi _Frammenti delle cose accadute

dall’anno 1328 sino all’anno 1340_, riferisce che il giorno 3 Settembre

dell’anno 1332[627] il Senato Romano, in occasione della venuta

di Ludovico il Bavaro, volle celebrare nell’Anfiteatro Flavio una

_caccia di tori_. Questo racconto fu criticato e messo in dubbio da

Leone Allacci, ma ritenuto come storico dal Muratori, dal Manzi, dal

Nibby, dal Visconti, dall’Adinolfi, dal Lanciani, ecc. ed anche dal

Gregorovius, il quale nelle due prime edizioni della sua _Storia_ non

dubita punto della storicità del fatto, ma poi nella terza e quarta

edizione, benchè narri il racconto, nondimeno fa notare che la sorgente

di esso porta tutti i caratteri della _non autenticità_.

Non v’ha dubbio che la _Historia Monaldesca_ contiene parecchie

cose che ci autorizzano a dichiararla qual lavoro di un falsario

e probabilmente del noto Ceccarelli condannato a morte da Gregorio

XIII per aver falsificato, come dice la sentenza, parecchi documenti

precipuamente della famiglia Anguillara, _ac etiam diversa Imperatorum

privilegia, genealogias et historias_. Ma il Fumi[628] (sostenitore

della falsità della _Cronaca_ e dell’opinione che le assegna per autore

il Ceccarelli) scrive: «Egli (il Ceccarelli) razzolò lungamente negli

archivî di Orvieto.... ed ebbe agio di consultare cronache e carte

di casa Monaldeschi per comporre la sua _Historia Monaldesca_, dove

seppe così bene mescolare cose VERE a cose false, da non poter scorger

di leggieri dove l’inganno sia nascosto». Ora, ammettendo quanto il

Fumi dichiara, non potremo noi opinare coi succitati autori, che il

fatto delle _giostre dei tori_ entri fra le cose VERE inserite nel

zibaldone Monaldeschiano? Ed invero, quel racconto nulla ha in sè che

lo renda sospetto, anzi trovasi in esso qualcosa che ci autorizza a

ritenerlo autentico; ed è, che i nomi proprî dei giostratori son tutti

convenienti all’epoca assegnata al fatto, mentre in altri racconti

della _Cronaca Monaldesca_ leggiamo, come osserva lo stesso Fumi, nomi

classici inusitati fino a tutto il secolo XIV.

Nè ci è lecito dire essere impossibile che una _giostra di tori_ sia

avvenuta circa la metà del secolo XIV, perchè non possiamo asserire

con certezza che quel giuoco non sia stato assolutamente in uso prima

del secolo XV; e quanto io affermo, si deduce pur anche da queste

parole dello stesso Fumi: «(la giostra del toro) _assai_ VEROSIMILMENTE

introdotta non prima del secolo XV».

Sicchè, seguendo io l’esempio dei suddetti autori, sotto ogni

aspetto rispettabili, m’accingo a narrare il fatto. Anzi reputandolo

interessantissimo tanto per la storia degli spettacoli celebrati

nell’Anfiteatro, quanto per la storia di Roma e delle sue famiglie

celebri, lo riproduco letteralmente. Ma siccome il codice donde il

Muratori ne estrasse la descrizione è poco corretto, noi trascriviamo

il racconto da un codice appartenente al barone P. E. Visconti e da lui

stesso pubblicato nel _Giornale Arcadico_[629]. Anche le annotazioni

sono dello stesso ch. Visconti.

«Nello detto anno (1332) si fece il giuoco del toro al coloséo: che

avevano raccomodato tutto con ordine di tavoloni[630]. Fu gettato il

bando per tutto il contorno, acció ogni barone ci venisse. Racconteró

quelli giovani ci furono e chi ci morio[631].

«Questa festa, primieramente fu fatta alli tre di Settembre del detto

anno. Tutte le matrone di Roma stavano sopra li balconi foderati di

panno rosso. Ci era la bella Savella Orsina con due altre sue parenti.

Ci erano le donne Colonnesi; ma la giovane non ci poté venire, perché

si era rotto un piede al giardino della torre di Nerone[632]. Ci era

la bella Jacopa di Vico, alias Rovere; e tutte menarono le belle donne

di Roma. Perché a quella Rovere toccarono le donne di Trastevere;

all’Orsina tutte quelle di piazza Navona e di S. Pietro; alla Colonnese

tutte le altre che restavano, che arrivavano fino alli Monti e

alla piazza Montanara, e a San Girolamo vicino al palazzo Savello.

Finalmente, tutte le femmine nobili da una banda e le artigiane

dall’altra[633]. _Li nobili uomini da una banda: l’altri di mezza mano

dall’altra,_ e li combattenti dall’altra. E furono cavati a sorte dal

vecchio Pietro Jacopo Rosso da Sant’Angelo alla pescheria. Il primo

cavato fu un forastiere da Rimini, _chiamato Galeotto Malatesta_[634],

che comparse vestito di verde, collo spiedo in mano, e portava alla

cappelletta di ferro scritto: SOLO IO COME ORAZIO. Andó incontro al

toro, e lo ferì nell’occhio manco; ma il toro diede a fuggire. Allora

esso ci dette una botta alla natica; e il toro tirava un calcio al

ginocchio, e cascó; e il toro iva correndo ma non lo trovó.

«Uscì allora tutto carrucciato Cecco della Valle, ch’era vestito mezzo

bianco e mezzo nero. Il motto che portava al cimiero era: IO SONO ENEA

PER LAVINIA. E questo lo fece perché Lavinia si chiamava la figlia di

messer Iunevale, ch’esso ne ardeva[635]. Combatteva valorosamente col

toro, quando uscí l’altro toro, e così _Meco Stallo_[636], forzuto

giovane, vestito di negro, che gli era morta la mogliera, e diceva il

motto: SCONSOLATO VIVO: e si portó bene col toro.

«Uscì Caffarello, giovane sbarbato, che portava il colore del pelo del

lione, e diceva suo motto: CHI LO PIÙ FORTE DI ME?

«Uscì un forastiero di Ravenna, figlio di messer Lodovico della

Polenta, vestito di rosso e nero, e suo motto diceva: SE MORO ANNEGATO

NE LO SANGUE DOLCE MORTE.

«Uscì Savello di Anagni, vestito di giallo, e diceva il suo motto:

OGNUNO SI GUARDI DALLA PAZZIA D’AMORE.

«Uscì vestito di cenerino Giovanni Iacopo Capoccio, figlio di Giovanni

di Marzio[637], e il motto suo diceva così: SOTTO LA CENERE ARDO.

«Poi uscì Cecco Conti, con un vestito di colore d’argento, e il motto

diceva: COSÌ BIANCA HO LA FEDE[638].

«Uscì Pietro Capoccio, vestito d’incarnato, e suo motto diceva: IO DI

LUCREZIA ROMANA SONO LO SCHIAVO. E voleva denotare, ch’era lo schiavo

della pudicizia di Lucrezia romana.

«Uscì messer Agapito della Colonna, con un vestito di colore di ferro

e certe fiamme di foco, e portava alla cappelletta una colonna. V’era

scritto intorno: SE CASCO CASCATE VOI CHE VEDETE[639]. Voleva dire, che

la casa Colonna era il sostegno del Campidoglio, e che le altre erano

il sostegno del Papa.

«Uscì poi Alderano della Colonna, vestito bianco e verde, e portava

una colonna al capo, col motto che diceva: QUANTO PIÙ GRANDE TANTO PIÙ

FORTE[640].

«Uscì un altro sbarbatello, figlio di Stefano senatore; si chiamava

Cola della Colonna, vestito color pardiglio, e con un motto:

MALINCONICO, MA FORTE.

«Uscì un Paparese, vestito a scacchi bianchi e negri, col motto: PER

UNA DONNA MATTO.

«Uscì Annibale degli Anniballi, giovanetto di prima barba, con un

vestito di color marino e giallo, e suo motto era: CHI NAVIGA PER AMORE

S’AMMATTISCE.

«Quel giovanotto di Stalli andava vestito di bianco ma co’ legami

rossi: al cimiero il pennacchio col motto: SONO MEZZO PLACATO. E il

vicino suo, cioè Iacopo Altieri, era vestito di celeste colle stelle

gialle: il motto diceva: TANTO ALTO SI PUOTE. Il motto lo fece uno zio

suo letterato, donde cominciò la grandezza di questa casa che aspirava

alle stelle, e comprò la casa a Santa Maria de’ Stalli[641] e si

chiamava Piazza d’Altieri.

«Uscì Evangelista d’Evangelista de’ Corsi, vestito di color celeste, e

portava al cimiero un cane legato, e il motto diceva: LA FEDE MI TIENE

E MANTIENE.

«Uscì Iacopo Cencio, con un vestito bianco e lionato, e il motto

diceva: BONO COLLI BONI CATTIVO COLLI CATTIVI.

«Uscì il figlio di Fusco, con un vestito verde e brache bianche[642]:

al cimiero v’era una colomba con le fronde d’oliva, e il motto era:

SEMPRE PORTO VITTORIA.

«Uscì Franciotto de’ Mareri[643] vestito di verde come la donna smorta,

e il motto era: EBBI SPERANZA VIVA QUA MI MUORE.

«E molti altri, che io mi stracco di raccontarli. Tutti assaltarono

il toro, e ne rimasero morti diciotto, e nove feriti. Delli tori ne

rimasero morti undici. Alli morti si fece grande onore, e ri portarono

a seppellire a santa Maria Maggiore e a Santo Giovanni Laterano.

«Camillo Cencio, perchè il nipote ch’era un piccolino, nella folla

era cascato, e fattolo cadere il figlio della sorella del conte

dell’Anguillara, il Cencio gli diede in capo una stortata, che il

povero giovane morse subito.

«La folla fu a santo Giovanni per vedere seppellire i morti al

giuoco»[644].

Da questo racconto si deduce che il Colosseo, nei primi decennî del

secolo XIV era luogo pubblico, ma già in parte rovinato e mancante di

sedili, essendovisi dovuti fare per la descritta circostanza palchi di

legno onde far sedere le gentildonne.

Dopo queste feste e deplorabili spettacoli dati nell’Anfiteatro

Flavio, non troviamo nella storia che ve ne siano stati posteriormente

celebrati altri; e lo stesso monumento non si nomina più nè come

fortezza nè come luogo di spettacoli: neppure nell’anno del tribunato

di Rienzo, in cui è fatta menzione di tante altre contrade di Roma.

L'anfiteatro Flavio nei suoi venti secoli di storia · 第 31 / 94 题