Il Colosseo — Origine di questa voce.
Sòrte le ostilità fra i Goti e l’Impero d’Oriente, Roma andò soggetta
per venti e più anni a gravissimi mali. Non pare perciò probabile
che in quel tempo il popolo romano pensasse ai giuochi ed ai pubblici
divertimenti. Svanì pian piano l’uso degli spettacoli anfiteatrali;
e la _grande_ e _venerabile mole_ dei Flavî rimase inutile e quasi
abbandonata: così principiò a soffrire gli insulti degli uomini e dei
tempi.
Quando nell’anno 663 l’Imperatore Costantino III venne in Roma,
l’Anfiteatro Flavio conservavasi ancora intatto. Costantino depredò i
bronzi dei romani monumenti: «XII dies in civitate Romana perseverans
(Costantinus), omnia quae erant in aere ad ornatum civitatis deposuit;
sed et ecclesiae sanctae Mariae ad Martyres quae de tigulis aereis
erant discoperuit et in regia urbe cum alia diversa quas deposuerat
direxit»[568].
Costantino III fu dunque causa della mancanza degli oggetti di bronzo
che si è verificata in quasi tutti gli scavi praticati nel nostro
Anfiteatro; e probabilmente fu pure ai tempi di quell’Imperatore che
scomparvero i clipei di bronzo e le coperture delle travi esterne del
velario: anzi, con ogni verosimiglianza, fu egli stesso il rapitore
della famosa statua colossale ricordata da Marziale, e che noi
scorgiamo raffigurata sulle medaglie di Gordiano III, posta sopra un
basamento, quasi di contro alla Mèta Sudante. È vero che lì presso,
come scrive Flaminio Vacca[569], fu rinvenuta una testa colossale di
bronzo[570], rappresentante, secondo il parere di alcuni, Commodo; ma
quel rinvenimento non può fare ostacolo alla supposizione accennata,
perchè quella testa, secondo il giudizio degli scultori, e come leggesi
nel Venuti[571], non corrisponde alle misure del _Colosso_ lasciateci
dagli scrittori antichi.
Se la famosa _profezia_ attribuita al Ven. Beda fosse autentica, e
se l’interpretazione che ne dànno alcuni storici _antico-moderni_
fosse giusta, noi potremmo ritenere che nel secolo VIII l’Anfiteatro
Flavio si conservasse ancora integro. Ma poichè oggi si dubita
dell’autenticità di quel passo[572], ed è ben diversa l’interpretazione
che varî storici contemporanei ci offrono di esso; non potrà
sentenziarsi sull’integrità dell’Anfiteatro nel secolo VIII, fino a che
sulla _profezia_ di Beda non si sparga nuova luce. Sappiamo nondimeno
che in quel secolo la celeberrima _mole dei Flavî_ incominciò ad esser
chiamata, anche da scrittori serî, indifferentemente _Amphitheatrum_
e _Colosseum_. Nell’_Itinerario_ di Einsiedeln[573] leggiamo infatti:
«_Palatin traiani_. AMPHITHEATRUM»; nel Libro Pontificale invece[574]
troviamo: «COLOSSEUM».
Si disputa fra i dotti se l’Anfiteatro Flavio abbia avuto il nome
di _Colosseo_ per la grandiosità della sua mole, ovvero se questa
voce abbia tratto origine dal vicino _Colosso di Nerone_[575]; o se
finalmente tal denominazione abbia avuto principio dalla posizione
topografica del monumento: vale a dire, se l’etimologia del Colosseo,
il quale «_trovavasi nella regione d’Iside e Serapide_», provenga
_dalla corruzione della voce Collis Isaeum_[576].
Riportiamo le ragioni dei singoli scrittori, ed esaminiamo le loro
sentenze.
Il Donati, il Nardini, il Ficoroni, il Venuti e generalmente tutti i
topografi di Roma fino al Nibby, opinarono che «Colosseo» derivi dal
_Colosso di Nerone_, che sorgeva prossimo all’Anfiteatro Flavio, e che
quel nome sia stato usato per la prima volta nei _secoli barbari_.
Questi archeologi vedevano tanto limpida detta derivazione, da crederne
inutile un’opportuna dimostrazione. — Che il _Colosso_ di Nerone fosse
celebre nell’antichità, ce l’attesta il ricordo che, con segni di vera
ammirazione, ce ne trasmisero gli storici ed i poeti; e più ancora
lo deduciamo dalla festa annua che ai 6 di Giugno celebravasi in suo
onore e che ci è stata tramandata dal Calendario Filocaliano colla
frase: _Colossus coronatus_. Questa festa fu probabilmente istituita
in memoria della dedicazione di quel _Colosso_ al _Sole_, allorquando
Vespasiano, _damnatis sceleribus illius principis_, cioè di Nerone,
lo coronò con sette raggi colossali[577]. Ma non sembra credibile che
quei dotti abbiano potuto opinare che l’Anfiteatro Flavio assumesse
il nome di Colosseo _nei secoli barbari_. Essi infatti dovean sapere
(o almeno dubitarne) che a quei tempi il _Colosso_ non più esisteva.
Io mi permetterei piuttosto congetturare che quegli scrittori
pensassero invece che quella voce fosse un’eco di un _modo volgare
antico_, venuto in uso ai tempi di Adriano, e precisamente allorquando
quel _celeberrimo Colosso Neroniano_ venne collocato a pochi passi
dall’Anfiteatro.
Di questo trasporto, fatto dal suddetto Imperatore, ce ne trasmise
la memoria Sparziano[578]; e la somma difficoltà dell’impresa e la
sua felice attuazione dovettero senza dubbio lasciare nel volgo una
profonda impressione, la quale potè in seguito influir tanto da far
sostituire nel discorso volgare alla parola _Amphitheatrum_ la voce
_Colossus_. E ciò potè facilmente avvenire cambiando la frase _ire ad
amphitheatrum_, in: _ire ad colossum_; cangiamento il quale avrebbe
dato, in questo caso, origine alla frase (ora un po’ strana, ma forse
allora semplicissima): _ad Colossum eo_; espressione che, per una
naturale eufonia, potè divenire AD COLOSS’EO; e poichè nell’Anfiteatro
Flavio si davano continui spettacoli, e v’era quindi occasione
frequente di usare quella frase, pian piano l’Anfiteatro Flavio divenne
addirittura il Colosseo.
Un caso non simile ma uguale è avvenuto ai tempi nostri. Il teatro
principale di Roma, detto di Apollo, sorse presso la _Torre di Nona_;
e sebbene questa torre non si possa affatto paragonare al famoso
_Colosso_ di Nerone, pur nondimeno essa diè il nome al teatro; e detta
denominazione fu usata da tutti indistintamente, anche dalle persone
di più alto ceto, in modo, che formatasi dalle due parole un’unica
voce, ognuno per dire: _vado al teatro_ di Apollo, diceva: _vado a
Tordinona_. Non pare adunque impossibile che anche gli antichi invece
di dire: _ad amphitheatrum eo_, dicessero: _ad colossum eo_ e poscia,
per eufonia, _ad Coloss’eo_[579].
Se poi si volesse ricercare nell’antichità un’origine più conforme
alla gravità di quei dotti, potremmo opinare che quel vocabolo si
principiasse ad usare subito dopo effettuato il trasporto del _Colosso_
a pochi passi dell’Anfiteatro; e che, come da _Isis_ nacque _Isaeum_,
da Adriano _Adrianeum_, ecc.; così anche dal Colosso sia nata la voce
_Colosseum_.
In ogni modo, che l’Anfiteatro Flavio sia stato chiamato dal volgo
_Colosseo_ prima del secolo VIII è un fatto certo; e una prova la
troviamo negli stessi documenti del secolo VIII, nei quali la parola
_Colosseo_ è usata come nome proprio dell’Anfiteatro a tutti cognito.
Il Maffei, il Mazzocchi, il Nibby ed altri ritengono che l’Anfiteatro
Flavio non abbia preso il nome di _Colosseo_ per il Colosso, ma per la
sua colossale mole. Ecco le parole del Maffei[580].
«Questa mirabil mole chiamasi in Roma per tradizione immemorabile il
Coliseo; in latino si trova scritto _Coliseum_ o _Colosseum_. Il comune
consenso dei moderni scrittori ha già fissato da gran tempo, che così
si denominasse l’Anfiteatro dal popolo, perchè in poca distanza da
esso stesse il Colosso di Nerone: ma alcune considerazioni io proporrò,
perchè altri giudichi se così debba continuarsi a credere. Il Colosso
di Nerone[581] alto 120 piedi, opera di Zenodoro, fu collocato nel
vestibolo della sua Casa aurea. Abbiamo un epigramma di Marziale[582]
per cui si trova Tito d’aver restituita all’uso pubblico, e convertita
in benefizio comune quella grande parte di Roma che Nerone aveva
occupata con la sua casa. Vediamo in esso, come ov’era prima l’atrio,
Tito fece strada, in poca distanza dalla quale era il Colosso, e
vediamo come _la venerabil mole dell’Anfiteatro_ non fu alzata nel sito
dell’atrio, o sia del vestibolo, ma in quello delle peschiere (_stagna
Neronis erant_), che dovean certamente essere dal vestibolo assai
lontane. Presso all’Anfiteatro, ov’eran prima orti e passeggi, fece
Terme chiamate da Marziale veloci doni (_velocia munera_); la ragione
appar da Suetonio, che dice furono edificate in fretta (_celeriter
extrudis_).
«Altre osservazioni ancora par che persuadano rimanesse in non piccola
distanza dall’Anfiteatro il Colosso di Nerone. Fu esso poi mosso dal
suo luogo, e fatto trasportare da Adriano: secondo Sparziano fu allora
dedicato al Sole; ma sappiam da Plinio[583], _damnatis sceleribus
illius principis_, che ciò era fatto fin dai suoi tempi, in odio alle
scelleraggini di Nerone, e però quando il fece ristorar Vespasiano,
di che parla Suetonio. Commodo poi lo tramutò di nuovo, fattagli
levar la testa con riporvi la sua. Ora dice Sparziano che nel sito
ov’era prima il Colosso, fu poi fatto il Tempio della _Dea Roma_ (_De
eo loco in quo nunc templum Urbis est_), quale non sarà certamente
stato a ridosso dell’Anfiteatro; anzi convien dire ne fosse assai
lontano, s’è il mentovato da Vittore in region diversa (_Templum urbis
Romae_). L’istesso autore mette pure in region diversa dall’Anfiteatro
un Colosso, distinto tra gli altri, e di consimil grandezza, che per
quello appunto di cui si parla, par si palesi dall’aver avuto sette
raggi intorno al capo, che lo denotavano sacro al Sole. Non potè
adunque denominarsi l’Anfiteatro da statua, che non gli era prossima,
nè attinente per nessun conto».
La prima parte dell’argomentazione del Maffei si basa chiaramente
sopra un falso supposto. Egli infatti crede che il Colosso di Nerone
fosse assai lontano dall’Anfiteatro, mentre ormai nessuno dubita che
il tempio di Venere e Roma, ossia il _templum Urbis_ di Sparziano,
trovavasi immediatamente di fronte al Colosseo; e quindi sappiamo di
certo il posto ove Adriano collocò il Colosso.
Sicchè è cosa positiva l’opposto di quanto opinava l’illustre storico
Veronese; e il Colosso di Nerone, dedicato al Sole, fu sempre vicino
all’Anfiteatro, e dopo il suo traslocamento trovavasi tanto prossimo
ad esso, che se avesse avute aperte le braccia, avrebbe potuto quasi
toccare colla mano i travertini del Colosseo.
Ma prosegue il Maffei: «che se prossimo ancora fosse stato un colosso
a così vasto e dominante edifizio, anzi che dato il nome è assai più
credibile l’avesse preso: e n’abbiam chiaro l’esempio, ove riferisce
Plinio[584]: _vocatur Pompeianus a vicinitate theatri_, che un colosso
di Giove, grande come una torre, fatto porre nel Campo Marzio da
Claudio, per esser vicino al teatro di Pompeo, acquistò il nome di
Pompeiano».
Il Colosso di Nerone sorse pur troppo vicinissimo all’Anfiteatro,
eppure non prese il nome di _Flavius_ o _Flavianus_! Nessuno degli
scrittori antichi ce lo ricorda infatti con questo appellativo.
Gli ultimi due argomenti del Maffei sono i seguenti:
«Che se altri mi richiede, donde adunque originata io pensi tal
denominazione, dirò che da null’altro, se non dal comparir questo
edifizio tra tutti gli altri, quel che era tra le statue un colosso, e
dall’uso antico di chiamar così tutto ciò che eccedesse in grandezza.
Vennemi questo pensiero gran tempo fa nel leggere in Suetonio, come a
tempo di Caligola Esio Proculo per l’insigne ampiezza e bella forma del
suo corpo veniva chiamato _Colossero_ o _Colosseo_; come forse in quel
luogo deve scriversi: _ob egregiam corporis amplitudinem et speciem
Colosserus dictus_[585]».
Aggiunti altri esempî consimili, così prosegue;
«Mi accertai del tutto scorrendo poi l’_Istoria_ d’Erchemperto Monaco
dell’edizione di Camillo Pellegrini, replicata ora nel tomo secondo
delle _Cose Italiche_; perchè due volte in essa chiamasi _colosso_
(forse è da legger _Colosseo_) l’anfiteatro di Capua, dove non era
certamente il Colosso di Nerone. Appar però manifestamente, come si
dava tal nome agli anfiteatri dal popolo, per la loro maravigliosa
altezza».
Tralascio gli esempî tolti dalla straordinaria grandezza dei corpi
umani, perchè appunto da questi esempî si fa manifesto che il nome
_colosso_ fu sempre proprio delle statue gigantesche, e che da queste
passò a significar coso di grande mole; e vengo all’ultimo argomento.
Il monaco Erchemperto chiamò _colosso e forse Colosseo_ l’Anfiteatro
di Capua, _ove non era certamente il Colosso di Nerone_; ma lo chiamò
così quando l’Anfiteatro Flavio già da tempo dicevasi Colosseo; e se il
suddetto monaco chiamò con questo nome l’Anfiteatro di Capua, dovè così
chiamarlo come appunto un contadino (che io conobbi mentre egli era al
servizio di un mio amico) soleva chiamare _Via Appia_ qualunque antica
via lastricata di poligoni di lava basaltina[586].
Il Mazzocchi non aggiunge agli argomenti del Maffei che l’autorità di
Esichio. È vero che gli etimologisti greci fanno derivare la parola
κολοσσός dallo _sforzo_ che fa la vista per giungere ad una grande
altezza; ma è pur certo che questo vocabolo κολοσσός e dai Greci e dai
Latini fu costantemente usato ad indicare le statue di straordinaria
grandezza.
Il Nibby finalmente dice di non poter ammettere che l’Anfiteatro Flavio
abbia preso il nome dal _Colosso di Nerone_, perchè nei _tempi barbari_
questo non più esisteva. L’opinione del Nibby trova una risposta nella
spiegazione già da me enunciata, e che io immaginai per poterci rendere
ragione del come il Donati e gli altri dotti di sopra citati abbiano
potuto ritenere che l’Anfiteatro Flavio prendesse il nome di Colosseo
dal _Colosso di Nerone_.
Rimane ad esaminare l’opinione del Corvisieri, il quale crede che la
voce _Coliseo_ abbia tratto origine da _Collis Isaeum_. Ecco le sue
parole: «.... Nel perdere il suo nome una contrada, quello talvolta
non dispariva del tutto ma rimaneva appiccato ad un monumento vicino;
come avvenne dell’Anfiteatro Flavio che prese nome di _Colliseo_
da una vicina contrada così detta dall’Iseo sulle falde del colle
Esquilino.... È d’avvertirsi che sì l’una che l’altra lezione[587]
conservano chiare le forme del _Collis Ysaeum_, vocabolo poi convertito
per eufonia in _Collisaeum_, il quale, come da per sè suona, non
potè mai appartenere in origine all’_Anfiteatro Flavio_; ma bensì ad
un tempio della Dea Iside, detto dal _colle_ per la sua giacitura,
ed anche per distinguerlo da qualsifosse altro tempio dello stesso
titolo. L’anonimo Einsidlense, che si vuol vissuto tra l’VIII e il
IX secolo, ebbe occasione di nominare nel suo schema topografico
di Roma l’Anfiteatro Flavio, ma lo disse _Amphitheatrum_ e non già
_Collosaeum_, nè _Colisaeum_. Ho esaminato inoltre le leggende dei
SS. Martiri, utilissime a rischiarare la topografia di Roma nel
medio evo, come quelle che in buona parte, secondo la sana critica,
si reputano esercitazioni rettoriche della letteratura monastica
di quel tempo; e non ho mai trovato abbiano detto altrimenti che
Anfiteatro quel luogo, il quale, per essere stato destinato alla
morte di tanti campioni del cristianesimo, ebbero spesso il bisogno
di nominare. La terza regione di Roma fu appunto detta di Iside dal
tempio di questa Dea, che come principal monumento vi dovea figurare
prima dell’impero di Tito e di Nerone. La memoria di questo tempio fu
registrata nelle MIRABILIA ROMAE: _Coloseum fuit templum Solis, mire
magnitudinis et pulchritudinis, diversis camerulis adaptatum, quod
totum erat cohopertum ereo celo et deaurato, ubi tonitrua, fulgura, et
coruscationes fiebant, et per subtiles fistulas pluvie mittebantur.
Erant preterea ibi signa supercelestia et planete Sol et Luna que
quadrigiis propriis ducebantur. In medio vero Phebus_ etc. — Ben
s’intende che il _Coloseo_ nell’età delle _Mirabilia_ più non esisteva,
poichè se ne parla come d’un monumento che fu; e quindi la descrizione
che se ne fa così impropria si deve credere basata sulla volgare
tradizione del popolo, il quale, lontano dai tempi dell’idolatria,
potè facilmente esser tratto a credere come indizio del tempio del
Sole qualche avanzo della sua decorazione che accennava ai misteriosi
simboli del culto Isiaco tra’ quali avean pur luogo il Sole, la Luna ed
altri segni celesti. Dobbiamo aver sempre presente che nel medio evo
si giudicò assai grossamente delle nostre antichità. Rari sono que’
monumenti, anzi rarissimi, che restarono immuni da un travisamento.
Rispetto al _Coloseo_, poco ci caglia che non si scrivesse il giusto:
ma basti il vederlo indicato ben diverso dall’_Anfiteatro Flavio_,
com’è altresì questo del Coloseo. Forse fin dai tempi di Beda era già
crollato il _Coliseo_, secondo mi par di raccogliere dall’oscurissimo
contesto delle riferite parole; nelle quali con troppa serietà s’è
detto racchiudersi una giocosa predizione di quel pio scrittore.
«Il Beda parla in quel punto della vana presunzione che ha l’uomo di
non errare, della facilità che ne ha, e della vergogna che gliene
deriva se ne venga convinto. A rafforzare la qual sentenza pare si
valesse di quel vaticinio, che, dato come infallibile e come tale
creduto, egli vedeva a’ suoi tempi smentito dal fatto. Il nome di
_Coliseo_ rimase per lungo tempo attribuito alla contrada, e scomparsi
gli avanzi di quel monumento, passò quindi a distinguere unicamente
il vicino Anfiteatro; e fu la colossale figura di questo, per cui
il popolo, ignaro della vera origine del vocabolo, lo _ammodò_ in
_Colosseo_. A suggellare ciò che ho detto, adduco la gravissima
testimonianza di Benedetto, canonico di S. Pietro (sec. XII), dalla
quale si conosce come a suo tempo fosse ancora distinto l’Anfiteatro
della contrada, che, come ho detto, prese il nome di _Colisseo_.
Descrivendo egli l’itinerario del Papa nel tornare il lunedì santo
dalla Basilica Vaticana al Laterano, dice che, giunto all’arco
trionfale di Costantino, divertiva a sinistra _ante Amphitheatrum et
per sanctam viam juxta Colliseum_[588]; e queste parole c’indicano
eziandio chiaramente la postura del _Colliseo_ sulle pendici
dell’Esquilino»[589].
L’argomentazione del Corvisieri si riduce a questo: A levante
dell’Anfiteatro v’è una lacinia dell’Esquilino, sulla quale (secondo il
ch. autore) esisteva un tempio Isiaco, creduto nel medio evo del Sole.
Questo tempio dalla sua elevata posizione, per distinguerlo dagli altri
d’Iside che erano in Roma, fu detto _Isaeum collis_, dal che _collis
Isaeum_ e finalmente _Colliseum_ e _Coliseum_; termine per lungo tempo
attribuito alla contrada, e che poi, dal popolo ignaro della vera
origine di quel vocabolo, fu applicato all’Anfiteatro Flavio, perchè
lo vedeva un colosso! La poca sodezza di questa argomentazione è
palpabile: con tutto ciò è bene dimostrarla.
Ritenere che su quella parte dell’Oppio la quale guarda l’Anfiteatro
Flavio, sia esistito un tempio Isiaco, è un vero abbaglio. Non v’ha
infatti chi ignori che quel sito fu occupato primieramente dalla _Domus
aurea_ di Nerone, la quale estendevasi dalla _somma sacra via_ fin
oltre le Terme di Traiano, con tutte le sue parti sontuose, non esclusa
la termale e la magnifica piscina detta oggi le _Sette Sale_: posizione
determinata con chiarezza da Marziale e da Suetonio, e resa certa
dalle escavazioni fatte in quella zona. Poscia sorse su quell’altura
la casa di Tito; ed il rinvenimento del Laocoonte ricordato da Plinio,
_in Titi Imperatoris domo_[590], ce l’ha dimostrato fino all’evidenza.
Questa casa però non fu che la parte più nobile della _Domus aurea_,
assegnata da Vespasiano a Tito, ed estendevasi sull’Oppio. Finalmente
sopra una gran parte della _domus Titi_ furono erette le Terme di
Traiano, le quali si conservano ancora in parte, ma che nel secolo XVI
si trovavano in tanto eccellente stato di conservazione, che Palladio
potè lasciarcene i disegni[591]. Sappiamo inoltre che il tempio d’Iside
e Serapide della IIIª regione fu ben lungi da questa cima dell’Oppio;
e sebbene ad alcuni sembrò vederlo sull’estremo lembo orientale
del colle, pur tuttavia la grande maggioranza degli archeologi lo
ritiene sorto nella valle Merulana, presso la chiesa dei SS. Pietro
e Marcellino, dove in ogni tempo vennero in luce copiosi monumenti
Isiaci. Cade così la maggiore della argomentazione del Corvisieri, e
con essa la conseguenza.
Tuttavia, se piacesse considerare per poco alcune prove addotte da
quell’autore a sostegno della sua tesi, si troverebbero vacillanti
assai. Ed invero, che dire del vaticinio così detto di Beda, e del
passo delle _Mirabilia_ riferiti dal Corvisieri al tempio d’Iside? Per
ciò che riguarda il primo, converrebbe immaginarci il tempio d’Iside
della III regione qualcosa di assai più celebre e grandioso del tempio
di Giove Capitolino o del Pantheon, se il _profeta_, chiunque si
fosse, fece dipendere da quel tempio le sorti di Roma e del mondo!
Relativamente poi al passo delle _Mirabilia_, fa di mestieri osservare
che questo è preso dalle _Mirabilia breviata et interpolata_[592] e
che nella prima edizione della _Mirabilia_[593] e nella _Graphia_[594]
è scritto: _ante Coleseum templum Solis_, e non _Coleseum fuit templum
Solis_. Leggendo adunque, colle prime edizioni, _ante Coleseum templum
Solis_, si rende chiaro che il _templum Solis_ (che per il Corvisieri
sarebbe lo stesso che _Isaeum_) non era nè poteva essere il _Coloseum_.
Se inoltre il passo delle _Mirabilia breviata et interpolata_ fosse
stato riportato per intero, si sarebbe veduto a colpo d’occhio che le
stesse _Mirabilia_ interpolate distinguono il Colosseo dal tempio.
Il passo infatti chiude con queste parole: _Ante vero Coliseum fuit
templum in quo fiebant cerimoniae praedicto simulacro_ (al Colosso del
Sole). Del resto, il rozzo e molto superficialmente erudito scrittore
ci dà senz’altro la descrizione dell’Anfiteatro Flavio attinta dai
classici. In quel _coopertum aereo celo et deaurato_ vi si scorge
l’esametro di Calpurnio: _Balteus en gemmis, en illita porticus auro.
Certatim radiant_....; nell’_ubi tonitrua, fulgura et coruscationes
fiebant_, apparisce il passo di Dione: «Il teatro venatorio percosso
dal fulmine.... quasi che l’acqua che vi cadeva da ambo le parti
venisse assorbita dalla forza dei lampi»; in quel _per subtilis
fistulas pluviae mittebantur_ si rileggono le parole di Seneca:
_Numquid dubitas, quin sparsio illa, quae ex fundamentis mediae arenae
crescens in summam amphitheatri altitudinem pervenit, cum intentione
aquae fiat_.
Ma perchè andar più oltre colle osservazioni, se l’autore si basa su di
un falso supposto?
Ecco come l’Adinolfi giudicò l’opinione del Corvisieri: «Vi è qualche
erudito che vorrebbe distinguere il _Coliseo_ da Anfiteatro, dicendo
che l’Anfiteatro fosse vicino al Colle Iseo, opinione che ha della
sofisticheria»[595].
Di fronte a queste disparate opinioni, il sagace e prudente lettore
sceglierà quella che gli parrà più verosimile.