PVELLAE FAVSTINIANAE S. C.

e portante sul rovescio la figura di un edificio non dissimile

dal nostro Anfiteatro. Questa medaglia, prosegue il Mezzabarba, fu

conservata nel Museo Bassetti; e, secondo la descrizione trasmessagli

dal Noris, giudica che siffatto edificio rappresenti il restauro di

quest’Anfiteatro, eseguito da Antonino Pio in onore e memoria della sua

moglie Faustina. «Di qual sorta però fosse, dice il Marangoni[532], non

ne troviamo memoria».

Sotto il brevissimo impero di MACRINO[533], l’Anfiteatro Flavio

arse. Dione[534], che fu teste oculare, così parla[535]: «Il teatro

venatorio[536], percosso dal fulmine nello stesso giorno dei Vulcanali,

fu così incendiato, che rimasero incendiati tutti i gradini ed il

recinto superiore; e tutto il resto fu dal fuoco danneggiato. Nè giovò

l’aiuto umano, quantunque vi scorresse, per così dire tutta l’acqua di

Roma; nè potè arrestarlo la pioggia, che in grande copia e veemenza

cadeva; quasi che l’acqua che vi cadeva da ambo le parti venisse

assorbita dalla forza dei lampi: e vi si aggiunse che per questo motivo

lo spettacolo dei gladiatori per molti anni si diede nel circo».

Ma come mai il fulmine potè far ardere l’Anfiteatro? Il Ch.

Lanciani[537] dice a tal proposito: «per me è un mistero che il

Colosseo possa essere stato da un fulmine ridotto a così mal termine,

d’aver avuto bisogno di non men di sei anni per ripararlo. D’altronde

il fatto è provato dalla testimonianza di Dione, dalle monete di Severo

Alessandro e dai grandi restauri di quell’età». Ma se si rifletta

che la parte superiore dell’Anfiteatro era circondata da una grande

quantità di legname; che sul terrazzo del portico v’erano attorno

attorno arrotolate le voluminose tende di ciascun settore del velario e

l’immenso cordame per distenderle; che v’erano inoltre 240 verricelli

lignei, i quali erano necessarî per la giusta tensione dei canapi,

e che, verosimilmente erano incatramati e formavano l’ossatura del

velario stesso; non si rimarrà più tanto dubbiosi in ammettere che

un fulmine, investendo le travi esterne verticali foderate di bronzo,

abbia potuto produrre una tanto disastrosa catastrofe, e danneggiare

la parte marmorea del monumento. Sembra che in quell’occasione andò in

fiamme pur anche il pavimento o suolo ligneo dell’arena, del quale il

Lanciani[538] scrive: «L’arsione poi del pavimento o suolo dell’arena,

dimostrerà a coloro che non la vogliono intendere, che, almeno fino dal

principio del terzo secolo, l’arena lignea era pensile sulle proprie

costruzioni».

Nell’anno stesso dell’incendio, ma prima che questo avvenisse, Macrino

avea già aboliti i giuochi volcanali; ma la rovina dell’Anfiteatro,

avvenuta ἐν ἀυτῆ τῶν Ἠφαιστείων ἡμέρα, cioè nel giorno stesso

nel quale avrebbero dovuto aver luogo i ludi aboliti, destò nel

popolo tal terrore superstizioso, che ne domandò e ne ottenne il

ripristinamento[539].

Sotto l’impero di Eliogabalo, s’iniziarono i restauri del nostro

edificio: _Et Amphitheatri instauratio post exustionem_[540]; e

nell’anno 223 Severo Alessandro li proseguì[541], ordinando che le

tasse sborsate dalle donne di male affare si destinassero ai restauri

dell’Anfiteatro, del teatro di Marcello, del circo e dell’erario:

_Lenonum vectigal, et meretricum, et exoletorum in sacrum aerarium

inferri vetuit, sed sumptibus publicis ad instaurationem theatri,

circi, amphitheatri et aerarii deputavit_[542]. Severo Alessandro

condusse a termine il restauro; e di questo risarcimento fa fede

quel nummo già da noi riportato al capitolo quarto, e che nel diritto

presenta la protome dell’Imperatore paludata, coll’epigrafe:

L'anfiteatro Flavio nei suoi venti secoli di storia · 第 23 / 94 题