Spettacoli celebrati nell’Anfiteatro Flavio dall’inaugurazione al
secolo VI, ed abolizione dei medesimi.
Nel capo primo già descrivemmo le sontuosissime feste celebrate in
Roma, in occasione dell’inaugurazione dell’Anfiteatro fatta da Tito
nell’anno 80 dell’êra nostra. Ora passiamo a ricordare gli spettacoli
che vi diedero i suoi successori, fino al secolo VI.
Domiziano (81-96), figlio di Vespasiano e fratello di Tito,
fece celebrare durante il suo impero, sontuosi spettacoli in
quell’Anfiteatro, che egli avea portato a perfetto compimento. Di
questi giuochi ce ne parla Suetonio[433]; e fra i varî spettacoli vi
fu pur data una pugna navale. Ma avvedutosi Domiziano che l’Anfiteatro
non si prestava ai grandi combattimenti navali, fè costruire presso
il Tevere una naumachia, il cui materiale fu poscia impiegato da
Traiano al risarcimento dei due fianchi del Circo Massimo, che s’erano
incendiati[434]. In questa naumachia si potevano azzuffare delle vere
flotte[435]; ma tali giuochi non son da confondersi con la pugna navale
che Domiziano diè nell’Anfiteatro Flavio.
Domiziano amò assai le _venationes_ e gli spettacoli gladiatorî; e
talvolta, perfin di notte, alla luce delle faci, assisteva ai certami
esibiti non solo dagli uomini ma pur dalle donne; e per tutto il tempo
degli spettacoli intrattenevasi, talor seriamente, con un fanciullo,
_puerulus_, che gli stava ai piedi vestito di scarlatto, _coccinatus_,
e che era una maraviglia per la sua _portentosa_ sebben piccola
testa[436].
Io penso che questo fanciullo _portentoso parvoque capite_, prediletto
da Domiziano e col quale _fabulabatur nonnumquam serio_, possa essere
l’undicenne Q. Sulpicio Massimo coronato dallo stesso Domiziano in
Campidoglio, per avere, nel concorso poetico indetto nel terzo lustro
o certame dell’agone capitolino, riportato l’onore del primato sopra
cinquantadue competitori, grecamente poetando: il cui sepolcro venne in
luce nel 1871 nel demolire la torre destra della Porta Salaria[437].
Un dì, seduto sulle gradinate dell’Anfiteatro, trovavasi un padre di
famiglia, il quale, parlando, asserì che «un Trece o Mirmillone, non
poteva paragonarsi a quel gladiatore che allora dava uno spettacolo al
popolo». Risaputolo Domiziano ordinò che dai _gradus_ quegli passasse
tosto nell’arena, e divenisse preda dei cani. Dietro le spalle gli mise
la scritta: «Empiamente ha parlato questo parmulario», ossia fautore
dei Traci, i quali, come si disse nell’introduzione, erano armati di
_parma_[438].
Marziale[439] scrisse l’ultimo epigramma dopo la morte di Domiziano;
poichè dice di lui che più giovevole cosa sarebbe stata alla gente
Flavia il non avere avuto i due degnissimi Imperatori Vespasiano
e Tito, che l’aver sortito questo terzo Cesare, malvagio e
scelleratissimo.
Domiziano fu uno dei più bravi arcieri[440]; talvolta prendeva di mira
la palma destra di un fanciullo, che, in lontananza, teneva stesa, e
vi dirigeva le frecce con tant’arte da farle passare innocue fra gli
intervalli delle dita[441].
Nell’anfiteatro della sua villa Albana fe’ combattere cogli strali,
da vicino e senza armatura, contro gli orsi della Numidia, Acilio
Glabrione, il quale fu console nell’anno 91 dell’êra volgare:
_Profuit ergo nihil misero quod cominus ursos_
_Figebat numidas albana nudus arena_[442].
Lo stesso Imperatore uccideva a centinaia le belve di vario genere, e
tra queste uccise un enorme leone africano[443].
Se giuochi tanto magnifici faceva celebrare in Albano, quanto più
sontuosi non li avrà dati nell’Anfiteatro Flavio? Marziale, che fu
il descrittore _ufficiale_ degli spettacoli celebrati sotto i Flavî
nel nostro Anfiteatro, ci dà una chiara idea della singolarità e
magnificenza dei suddetti spettacoli esibiti al popolo. «Una donna,
dice il poeta, vinse ed uccise un leone. Uno dei più grandi facinorosi
venne affisso ad una croce, ed esposto non ad un falso orso, come
nella commedia di Nevio il mimo ed attore Laureolo, sibbene ad un vero
orso della Caledonia, che lo sbranò[444]. Un condannato, che, come
Dedalo, dovea volare per isfuggire agli artigli di un orso, cadde
a terra, e fu lacerato dalla belva[445]. Un rinoceronte col corno
palleggiò un toro[446]. Un leone, che avea ferito il suo maestro o
_mansuetario_ mentre lo percuoteva, fu per ordine dell’Imperatore,
ucciso colle frecce[447]. Un orso, che, per difendere la testa dai
colpi del bestiario, se la copriva colle zampe anteriori, e, facendo
la ruota, fuggiva per la sanguinosa arena; fu costretto a fermarsi,
rimasto preso al vischio come un uccello[448]. Il bestiario Carpoforo
meritò di essere anteposto a Meleagro e ad Ercole, perchè, nello stesso
giorno e nello stesso spettacolo, uccise venti fiere: tra le quali due
giovenche, un bufalo, un bisonte, un orso ed un leone di gran mole,
insieme ad un velocissimo pardo[449]. Una macchina elevò in alto nel
mezzo dell’arena un toro, sul cui dorso era stata imposta l’effigie
di Domiziano camuffato da Ercole[450]. Simili macchine si lavoravano,
come abbiam detto, nell’officina _summum choragium_; ed erano composte
con tanta maestria, che da sè medesime si elevavano, mandando in alto i
varî piani in esse occultamente contenuti; variavano inoltre di forma,
o svolgendosi le parti che erano unite, o riunendosi per sè stesse
le dispiegate, od abbassandosi lentamente le elevate; e su di esse
apparivano talvolta i gladiatori, fuochi dilettevoli ed altre sorprese
di questo genere. Un elefante, dopo aver ucciso un toro, s’inginocchiò
innanzi a Domiziano[451]; una tigre riuscì a lacerare un leone (cosa
nuova e non mai prima avvenuta) e un toro, che, stimolato colle fiamme
per tutta l’arena, aveva colle corna alzato in aria molti fantocci,
_pilae,_ e che rimase in ultimo ucciso da un elefante, il quale lo
palleggiò alla sua volta colla proboscide[452]».
Sotto lo stesso Domiziano venne accomodata l’arena del nostro
Anfiteatro in modo da rappresentare Rodope, nella cui sottoposta
pianura, come in un teatro, Orfeo cantava, e intorno a lui ballavano
scogli e selve con ogni genere di uccelli e di animali mansueti e
feroci. Orfeo era rappresentato da un reo, il quale rimase lacerato da
un ingrato orso[453]. I fanciulli si aggrappavano alle corna dei tori;
o, correndo essi sulle groppe dei medesimi, agitavano _tela, venabuli_
ed aste, senza ricevere nocumento di sorta[454].
Altri spettacoli somiglianti ci ricorda lo stesso Marziale: spettacoli
magnifici e straordinarî, che noi, per brevità, tralasciamo di
riferire.
Traiano amò moltissimo gli spettacoli venatorî e gladiatorî[455] e ne
fece dare in gran copia e di magnifici. L’Henzen[456] scrisse: _Ipse
vero Traianus, ut vir bellicosus ac fortis, valde iis laetatus est,
triumphos suos venationibus ac gladiatorum muneribus magnificentissimis
ornavit_. Pel suo trionfo Dacico (a. 108) fece combattere
nell’Anfiteatro 11,000 belve feroci e 10,000 gladiatori[457]. «Questi
spettacoli, dice il Gori[458], ebbero luogo non solo nell’Anfiteatro
Flavio, ma anche in quello edificato da Traiano. Pausania infatti
scrive, che questo Imperatore costrusse un gran _teatro rotondo_[459],
ossia un anfiteatro,(?) posto, secondo Sparziano, nel Campo Marzio e
distrutto in seguito da Adriano contro il voto di tutti[460], non già
perchè Adriano fosse nemico degli spettacoli anfiteatrali, ma perchè
si era dichiarato rivale di Apollodoro, celebre architetto di cui
servivasi Traiano».
Qual fosse le scopo prefissosi dal Gori, nel creare nuovi anfiteatri,
lo vedremo nella IV parte (quest. terza) di questo lavoro. Ora mi
limito a dire che Sparziano non usa la voce _amphitheatrum_, ma
_theatrum_: se uno scrittore greco usasse la parola θέατρον per
denotare un anfiteatro, non recherebbe maraviglia, giacchè sappiamo
che ai Greci poco piacque usare la voce _anfiteatro_; ma che uno
scrittore romano chiamasse teatro un _anfiteatro_, è incredibile. Il
Lanciani[461] dice: «Pausania registra fra le grandi opere di Traiano
in Roma..... _theatrum magnum undequaque rotundum_, cioè l’Anfiteatro
Flavio. È una _inesatta asserzione_ del geografo....». Il teatro
perciò fatto edificare da Traiano nel Campo Marzio non possiamo dirlo
anfiteatro; e se quest’Imperatore avesse dato, come vuole il Gori,
spettacoli nel suo teatro, questi al più sarebbero stati i gladiatorî;
non mai le _venationes_, le quali erano, direi impossibili in edificî
di tal natura, e che, come già si disse, dopo l’invenzione degli
anfiteatri si celebrarono constantemente in questi e si bandirono
financo dai circhi[462].
Anche Adriano si dilettò di dar giuochi nel nostro Anfiteatro. Alle
volte egli stesso scendeva sull’arena; e una volta riuscì ad uccidere
di propria mano un leone. Durante gli spettacoli, imitando Tito nei 100
giorni della dedicazione dell’Anfiteatro, gettava (separatamente agli
uomini e alle donne) globoli o palle con entro diversi donativi. In
Atene esibì nello stadio la caccia di 1000 fiere; in Roma fè uccidere
molte fiere, 100 leoni ed altrettante leonesse; e nell’anniversario del
suo natale, per 6 giorni continui, diè lo spettacolo di ludi gladiatorî
e la caccia di 1000 fiere[463].
Adriano ordinò: _Decoctores bonorum suorum, si suae auctoritatis
essent, catomidiari in amphitheatro, et dimitti iussit_[464]; questo
castigo fu ben descritto da Prudenzio[465].
Solenni spettacoli fè celebrare Antonino Pio nell’Anfiteatro Flavio.
Mostrò tigri, elefanti, _crocute_[466], _strepsiceroti_[467],
_coccodrilli, ippopotami_ ed altri animali, ricercati in ogni parte
del mondo: in una sola giornata mostrò cento leoni: _Edita munera in
quibus elephantos et crocutas et strepsicerotas et crocodilos_ etiam
hippopotamos, et omnia ex toto orbe terrarum cum tigridibus exhibuit.
Centum etiam leones una missione edidit_[468].
Nella guerra contro i Marcomanni[469] Marc’Aurelio arruolò moltissimi
gladiatori; e gli spettacoli che fe’ dare nell’Anfiteatro furono tanto
splendidi che in una sola _missione_ presentò insieme e fece uccidere
cogli strali 100 leoni[470].
Ma i ludi più superbi e più magnifici ebbero ivi luogo imperando
Commodo.
Più crudele di Domiziano e più impuro di Nerone, provava egli
particolar diletto negli spettacoli sanguinarî. Se tal feroce
inclinazione fosse in lui perchè nato di adulterio commesso da Faustina
sua madre con un gladiatore, secondo alcuni; o perchè concepito,
come altri vogliono, dopo che Faustina si era lavata col sangue di
un gladiatore svenato, del quale s’era invaghita[471], lo ignoriamo:
certo, il fatto ci mostra che Commodo si manifestò piuttosto quale
figlio di un gladiatore, che principe generato dal filosofo M. Aurelio.
Frequentò la _schola_ dei gladiatori, e sovente al par degli altri,
nudo o velate le spalle con un semplice panno purpureo, entrava
all’arena, brandiva il ferro, e comandava che i gladiatori pugnassero
con lui. Questi alla più leggiera ferita si dichiaravano vinti; e,
prostrati ai suoi piedi, qual trionfante lo veneravano. In tal guisa
vinse mille gladiatori; e per celebrare la sua valentia fece troncare
la testa al colosso del Sole, del quale a suo luogo parleremo, e in
luogo di quella ne fè porre un’altra che presentava le sue sembianze;
poi nella base della statua appose la scritta:
MILLE GLADIATORVM VICTOR
(Lampridio)
Ordinò che si registrassero i nomi di tutti i gladiatori da lui vinti;
si celebrassero i suoi trionfi nelle pubbliche memorie, e s’aggiungesse
che pugnò 635 volte. Nel nostro Anfiteatro uccise di propria mano,
con saette, molte fiere; scoccava l’arco con somma destrezza, e sempre
colpiva. Fè fabbricare una macchina, che si disse περιδρομος, intorno
alla quale egli girava per non essere offeso dalle bestie: e fu così
che potè uccidere una quantità di cervi, daini, tori, leoni, pantere,
ecc., senza essere obbligato a replicare il colpo. Una volta una
pantera si scagliò contro di un uomo. Commodo tende il suo arco, e le
assesta una frecciata sì opportuna, che la fiera cade ai piedi del
malcapitato. Lampridio racconta anche che una volta Commodo apparve
nell’Anfiteatro Flavio vestito in modo strano. Ecco come: egli amava
una sua donna, ed aveva il suo ritratto ov’era dipinta in forma di
Amazzone. Un bel giorno dunque si veste anche egli da amazzone, si
porta all’Anfiteatro e si fa acclamare col titolo di Amazzonio.
Spesso assisteva agli spettacoli anfiteatrali vestito da donna:
durante i quali, e contro le leggi, beveva; ed una volta, credendosi
schernito dagli spettatori, i quali invece l’acclamavano qual dio,
ordinò ai soldati della marina, destinati a tendere il velario, che
uccidessero tutti gli accorsi all’Anfiteatro. Dicevasi Ercole, e diè
ordine d’incendiare Roma, come colonia sua; ma ciò non avvenne perchè
fu dissuaso da Leto, prefetto del Pretorio. Fra i nomi assunti da
Commodo vi fu quello di _Capo dei secutori_[472]: capo, cioè, di quei
gladiatori i quali, come vedemmo nell’introduzione, inseguivano i
reziarî, PALUS _primus Secutorum_ per la secentesima volta.
Dal palazzo, o casa Commodiana Palatina, si trasferì alla casa
_Vectiliana_ sul Celio, adducendo a pretesto che in quello gli
spettri turbavano i suoi sonni. Contro ogni consuetudine, ordinò che
gli spettatori assistessero agli spettacoli non _togati_, ma vestiti
del gabbano (_paenula_) come nei funerali; ed egli stesso talvolta
presiedeva ai giuochi in veste di color bruno. Per due volte gli
cadde l’elmo alla porta _Libitinensis_, che era quella porta per la
quale negli anfiteatri si estraevano fuori dell’arena i cadaveri dei
gladiatori[473].
Poco prima che Commodo morisse, già da sè stesso erasi procacciati
auguri funesti. Erodiano narra che Lucilla, sorella di Commodo, tramò
la famosa congiura contro la vita del fratello. Quinziano faceva
parte di questa congiura: apparteneva all’ordine senatorio, ed era di
animo pronto ed audace. Un giorno questi si nascose in quell’oscuro
andito che noi già descrivemmo nel cap. terzo; e, veduto comparire
l’Imperatore, snudò improvvisamente il pugnale, e ad alta voce esclamò:
«il Senato ti manda questo!» Ma mentre così parlava e stoltamente
ostentava il nudo pugnale, venne arrestato dalle guardie, e condannato
a morte insieme cogli altri congiurati[474].
Mai s’era visto nè udito, dice lo stesso storico, che un Imperatore
sfidasse i più rinomati gladiatori, ed uccidesse di propria mano
tante fiere. Sicchè da ogni angolo d’Italia e dalle regioni finitime
accorrevano le genti in Roma, per assistere a quegli straordinarî
spettacoli.
Nel giorno stabilito, il nostro Anfiteatro rigurgitava di gente.
Commodo scendeva sull’arena, e in destrezza superava i più eccellenti
tiratori di arco (i Parti) ed i più bravi lanciatori di giavelotti (i
Numidi). Dione, anch’esso ascritto all’ordine senatorio, racconta le
prodezze ed i combattimenti di Commodo[475]. Alle sue _Storie Romane_
rimettiamo coloro che bramassero averne una contezza particolareggiata.
Noi, per non essere troppo prolissi, ci limitiamo a ricordare
sommariamente che Commodo, prima di portarsi all’Anfiteatro, soleva
indossare una _tunica serica_ con maniche, bianca e trinata di oro.
Dione e tutti i senatori lo salutavano ornato di quell’abito. Lungo
la via che conduceva all’Anfiteatro, si portava innanzi ad esso la
pelle di un leone e la _clava_. «Nel primo giorno (dice Dione) ei solo,
Commodo, uccise cento leoni, girando intorno alla banchina posta sotto
il podio. Tutto l’Anfiteatro era stato diviso da diametri connessi,
con tetto e peridromo[476], i quali tagliavano l’Anfiteatro in doppia
direzione[477] per potere con dardi più facilmente trafiggere le
belve».
Racconta lo stesso storico che Commodo scese dal _luogo più elevato
al piano dell’Anfiteatro_; e qualunque bestia da macello che a lui
s’avvicinava, tosto l’uccideva; e che inoltre fece cadere una tigre,
un ippopotamo ed un elefante. Dopo il pranzo entrava nella pugna
gladiatoria....... Con esso pugnavano i maestri dei giuochi, ed anche
altri gladiatori.... dai quali in altro non differiva che in questo:
essi discendevano nell’arena per poche monete, mentre Commodo si
_contentava_ ogni giorno di venticinque miriadi![478] Simili spettacoli
durarono quattordici giorni; e mentre Commodo combatteva, noi Senatori
(prosegue Dione) ci raccoglievamo colà coi cavalieri..... Prorompevamo
con altissime grida, nelle solite acclamazioni; e talvolta esclamavamo:
«Signore sei tu, primo, felicissimo; vinci, a memoria di uomini,
Amazonio!»
Molti del popolo neppure entravano nell’Anfiteatro: alcuni poi si
dipartivano dopo essersi arrestati un momento a guardare: chi _indotto
dalla vergogna delle cose che ivi si facevano, e chi per timore_. Erasi
infatti sparsa la voce che l’Imperatore avea stabilito di trafiggere
con saette gli spettatori: di fare, cioè, ciò che fece Ercole cogli
Stinfalidi. Il popolo, d’altra parte, avea ben donde di ritenere per
vera quella voce che circolava; giacchè non ignorava che quel mostro
una volta riunì in un luogo tutti gli storpi, gli zoppi, ecc.; ed
avendo loro circondato le ginocchia con figure di serpenti, e date
ad essi delle spugne perchè le lanciassero, quasi fossero pietre, e
considerandoli quali giganti, li percosse e li uccise.
«Questo timore[479], era a tutti comune, nè più agli altri che a noi
stessi appartenenti; perciocchè anche a noi senatori tal giuoco fece
che per quella cagione certissimo eccidio avessimo ad aspettarci.
Conciossiachè ucciso avendo egli uno struzzo (Στρουδός), e tagliato ad
esso il capo, si accostò al luogo ove sedevamo; e quel capo stendendo
a noi colla sinistra, colla destra la spada sanguinosa, nulla disse in
vero; il capo suo soltanto crollò, sogghignando colla bocca, a fine
di mostrare che la stessa cosa avrebbe a noi fatta. Per la qual cosa
movendosi molti al riso, perchè quell’atto invece di timore il riso
aveva in noi eccitato, sarebbero stati essi con quella spada medesima
trucidati, se io masticate non avessi le foglie del lauro che nella
corona aveva; e persuaso non avessi agli altri tutti di fare lo stesso;
affinchè con un movimento continuato della bocca, celare potessimo
gli indizi del riso........ Nell’ultimo giorno de’ giuochi il di lui
elmo fu altrove recato per la porta per la quale sogliono fare uscire
i defunti. E da queste cose nacque in tutti l’opinione che la di lui
morte fosse assolutamente vicina».
Sotto l’impero di Commodo, la professione di gladiatore, che prima era
infame per legge, addivenne tanto nobile, che si formò il collegio
_Silvano Aureliano_, il quale era composto di quattro decurie, ed
aveva a sua disposizione un tempio dedicato a Silvano[480]. Alla stessa
epoca probabilmente rimonta pur anche il _collegio_ degli _Arenarî_ o
_Bestiarî_, del quale fa menzione una lapide modenese[481].
Settimio Severo, per celebrare il proprio ritorno, il decennio del
suo impero e le vittorie da lui riportate, diè nell’Anfiteatro Flavio
varî spettacoli. Dione[482] ce li descrive così: In quell’occasione
«sessanta cignali Plauziani[483], per disposizione fatta, tra di essi
pugnarono, ed uccise furono molte altre bestie, e principalmente un
elefante ed un corocota[484]. Questo è un animale indiano; e allora
per la prima volta che io sappia, fu portato in Roma. Il suo colore è
quello della lionessa, mescolato con quello della tigre; la sua figura
partecipa degli animali medesimi, ed anche di quella del cane e della
volpe per singolare radunamento. E formato essendo il ricettacolo
delle fiere nell’Anfiteatro a foggia di una nave, così che 400 fiere
racchiuder potesse[485] e mandare fuori in una volta; sciolta essendosi
quella nave all’improvviso, ne scapparono fuori orsi, lionesse,
pantere, lioni, struzzi, asini selvatici, bisonti, i quali sono una
specie di buoi barbara per natura ed all’aspetto. Adunque 700 fiere in
tutto e bestie da macello furono vedute scorrere, a vicenda; e quindi
rimanere uccise. Imperciocchè secondo il numero dei giorni delle feste,
che sette furono, sette centinaia di bestie furono ammazzate».
Caracalla si dilettò grandemente dei giuochi gladiatorî e delle
_venationes_[486]. Parecchi spettacoli fe’ celebrare nel nostro
Anfiteatro: colle proprie mani uccise un elefante, una tigre ed un
_ippotigre_[487]. Costrinse il famoso gladiatore Batone, da tutti
stimato invincibile, a battersi nello stesso giorno, ed uno dopo
l’altro, con altri tre gladiatori: Batone, già sfinito, rimase vittima
del terzo.
Antonino Caracalla onorò il cadavere di Batone con pompose e magnifiche
esequie[488]; e, per compensare in qualche maniera quel suo atto
crudele, gli fece edificare un magnifico sepolcro. Il Fabbretti[489],
presso la Via Aurelia, nella villa Doria-Pamphili, ritrasse il disegno
del cippo, alto piedi 6, once 6, dedicato a questo famoso gladiatore: