Descrizione dell’interno dell’Anfiteatro Flavio — Arena — Ipogei —
Portici sotterranei — Cavea — Velario — Anemoscopio — Architetto.
L’arena dell’Anfiteatro Flavio era lunga metri 79 e larga 46.
Non tutto lo spazio dell’arena era libero ai giuochi, ma attorno al
podio girava un’area, larga quanto l’altezza di questo toglieva di
visuale agli spettatori. Nell’anfiteatro di Pozzuoli questa zona è
larga m. 1,12 circa, ed è limitata da un _solco_, nel quale vi sono
due fori a distanza uguale, che trapassano la vôlta dell’ipogeo.
Lo Scherillo opina che in questi fori stessero fissate le aste
verticali che sostenevano la rete di bronzo. Nel nostro Anfiteatro
questa zona (diremo _morta_) sarebbe stata proporzionalmente larga m.
2,50 circa: ed appunto a questa distanza dal muro del podio vediamo
ricorrere nell’ipogeo una serie di pilastri di massi tufacei, disposti
regolarmente attorno attorno e a distanze uguali; ai quali massi furono
verosimilmente raccomandate le travi della grande rete, fin da quando
(dopo il regno di Domiziano) fu modificata l’arena[253]. Io congetturo
che precisamente in quest’epoca, a fine di dare un po’ di luce
all’ipogeo (il quale ne avea certamente bisogno), si lasciassero delle
aperture munite d’inferriate nel pavimento della zona _morta_[254].
Per comodità dei combattenti il suolo si ricopriva con strati di arena
comune, donde quell’area si ebbe il nome di arena[255]. Si fe’ pur uso
di polveri di vario colore, ma ciò potè accadere soltanto in occasione
di solenni rappresentazioni. Plinio[256] ci dice che nel Circo Massimo
s’adoperò a tal uso la raschiatura di _pietra specolare_. Caligola e
Nerone, in occasione di giuochi straordinarî, vi sparsero il _minio_
e la _crisocolla_[257]; e da Lampridio apprendiamo che Eliogabalo
fe’ cospargere il portico di limatura di oro e d’argento, _dolente_
di non avervi potuto spargere la limatura di _elettro_[258]. Questo
però non potè avvenire nel nostro Anfiteatro, perchè il restauro di
questa mole, grandemente danneggiata dal famoso incendio, non fu, come
vedremo, compiuto sotto Eliogabalo; ma se ai tempi di quest’Imperatore
si fossero potuti dare degli spettacoli nell’Anfiteatro Flavio, anche
l’arena di questo sarebbe stata certamente coperta di un tanto prezioso
tappeto: sappiamo infatti che quel Principe ripetè una tal pazzia
spesso e dovunque: «_Idque frequenter quocumque fecit; iter pedibus
usque ad equum vel carpentum ut fit hodie de aurosa arena_»[259].
L’arena dell’Anfiteatro Flavio vide il pietoso spettacolo narratoci
da Marziale[260] e del quale noi già parlammo nell’_Introduzione_. Due
fanciulli mentre rimovevano col rastro la sabbia per coprire il sangue
di cui era inzuppata, furono sbranati da un leone.
Nelle estremità dell’asse maggiore[261] v’erano due ingressi, pei quali
s’accedeva all’arena. L’ingresso rivolto a Sud-Est dovè essere la porta
chiamata libitinense, giacché appunto da quella parte estendevasi la
regione II celimontana, ove il _Curiosum_ e la _Notitia_ pongono lo
_spoliarium_, o luogo dove venivano strascinati i gladiatori uccisi
ed i mortalmente feriti, per essere finiti a colpi di maglio, se
boccheggianti, e poi tutti, spogliati delle loro armi e vesti non
appena divenuti cadaveri. Per questa porta fu messo fuori due volte
l’elmo di Commodo[262]; per essa si traevano via i caduti e le belve
uccise[263]; per essa erano introdotti gli elefanti, gli ippopotami,
i rinoceronti e tutti gli animali che per la loro grossa corporatura
non capivano nei _pozzi_; da quella porta finalmente entravano, a mio
parere, eziandio i gladiatori ed i bestiarî per combattere nell’arena.
Quest’ingresso era in una parola la _porta di servizio_.
L’altro ingresso è a Nord-Ovest, rivolto cioè alla parte più
ragguardevole della Città (vale a dire il Palatino ed i Fori); fu
la porta principale, che potrebbe chiamarsi _pompae_, per la _pompa
gladiatoria_, che da quella usciva sull’arena prima che si desse
principio ai ludi.
I gladiatori, vestiti di toga, muniti delle loro armi, e dopo studiate
evoluzioni, due per due andavano a presentarsi all’Imperatore, se
presiedeva, ovvero al magistrato da lui delegato a presiedere in
sua vece, se assente, acciocchè esaminasse le armi. Ora per potersi
eseguire quest’esame dall’Imperatore o dal magistrato, faceva d’uopo
che i gladiatori salissero fino al parapetto dei suggesti: era dunque
necessaria una scala.
Nell’anfiteatro di Pozzuoli venne in luce una piccola scala addossata
al muro del podio, dinanzi al pulvinare imperiale. Il can. Giovanni
Scherillo, illustratore di quel monumento, opina che quella scala
fosse costruita appunto alla scopo indicato. La ragionevolezza della
cosa e la scoperta avvenuta nell’Anfiteatro Puteolano ci autorizzano
ad argomentare che anche nell’Anfiteatro Flavio vi fosse il mezzo di
salire dall’arena ai suggesti.
V’è questione fra i dotti se l’arena primitiva dell’Anfiteatro Flavio
fosse o no _sostrutta_. Le ragioni dell’una e dell’altra opinione le
esporrò quando si parlerà degli scavi praticati nell’Anfiteatro[264].
Noi vediamo oggi l’arena _sostrutta_, come _sostrutta_ la vediamo
negli anfiteatri di Capua, Pozzuoli e Siracusa. I sotterranei
(_hypogaea_) servirono per poter dare improvvisi spettacoli. Nelle
celle (_cubilia_)[265] si racchiudevano le belve destinate per lo
spettacolo, le quali, per mezzo di elevatori meccanici[266], si
facevano (al momento opportuno) sbucare dal pavimento dell’arena.
Quanto io asserisco ci è stato tramandato dagli antichi scrittori[267];
e d’altronde così doveva essere, perchè con sicurezza si potessero
introdurre nell’arena le belve. Il pavimento dovè essere formato di
un tavolato appoggiato su grosse travi; soltanto immaginandolo di
tal fatta potremo darci ragione dei repentini cangiamenti di scena,
facendosi comparire sull’arena, come vedremo nel seguente capitolo,
fiere, monti, boschi artificiali, ecc.
Io congetturo che per introdurre le fiere nelle cellette si facesse
così: si accostava la gabbia alla porticina della cella, e sollevato
il cancello scorritore della gabbia, la bestia sbucava nella celletta,
dove, appena entrata, si racchiudeva, facendo calare la saracinesca
di ferro; in tal guisa la belva restava stretta in modo da non potersi
muovere, posando sul pavimento mobile di legno, il quale, messo a suo
tempo in movimento, la sollevava quasi fino al piano dell’arena: tanto,
cioè, quanto bastava alla belva per uscirne fuori di un salto. Questa
particolarità me la persuade tanto il maggior effetto che avrebbe
prodotto l’impetuoso uscir delle fiere dal suolo, quanto il fatto di
quell’orso, che, destinato a sbranare Saturo legato sul ponte _de cavea
prodire noluit_.
Il sollevamento ed abbassamento dei cancelli delle gabbie e delle
saracinesche delle cellette, si facevano comodamente dal _ballatoio_,
del quale in breve parleremo, che ricorreva in alto innanzi alle celle.
Qui è necessario determinare che cosa s’intendesse dagli antichi del
basso Impero per _posticum_ e _portae posticiae_, allorquando essi
parlavano di anfiteatri.
Il passo di Ammiano: «ut saepe faciunt amphitheatrales ferae,
diffractis tandem solutae posticis», ci fa conoscere chiaramente che
per _postica_ s’intendevano i luoghi dove erano racchiuse le fiere, e
donde queste sbucavano per dare spettacolo di sè nell’arena. Ci fa pur
conoscere che questi luoghi erano chiusi alla bocca da sportelli che si
disserravano: _diffractis posticis_; frase che noi troviamo pur usata
in una lapide Veliterna dei tempi di Valentiniano[268]: AMPHITHEATRUM
CUM PORTIS POSTICIIS ET OMNEM FABR.... ARENE (sic.). Questa lapide
mi sembra possa diradare la nebbia addensatasi attorno alle parole
portis posticiis, e ci fa conoscere che tra le riparazioni fatte in
quell’anfiteatro furono rinnovati eziandio gli sportelli lignei alle
bocche dei _postica_. Questi sportelli avevano non poca importanza, sia
per il meccanismo necessario a disserrarli e richiuderli con prestezza,
sia, e molto più, per il risalto e gradito effetto che acquistava
per essi lo spettacolo della _venatio_. Di questo gradito effetto
ce n’è prova un testo di Vopisco[269], il quale deplora l’immissione
nell’arena di cento leoni, fatta da Probo _una missione_, e la loro
_insipida_ uccisione per il mancato effetto del furioso slancio delle
fiere, che soleva avvenire quando (diremo con Ammiano) _diffractis
tandem solutae posticis_, balzavano sull’arena: ed io opino che questa
sia la ragione per cui siffatti sportelli li troviamo ricordati nelle
lapidi commemorative di restauri eseguiti negli Anfiteatri dopo il loro
deperimento nella decadenza dell’Impero, gloriandosi i restauratori di
avere con ciò rimessa l’arena nel suo perfetto essere.
E qui è bene notare che le aperture dalle quali nei giuochi si
facevano uscire le belve, si dissero in ogni tempo _portae_. Le parole
di Plauto[270] son chiare: «_Citius a foro fugiunt, quam ex_ PORTA
_ludis cum emissus ut lepus_»; parola con cui dopo l’invenzione degli
anfiteatri furono chiamate anche le bocche delle cellette dalle quali
uscivano le fiere, e quindi anche gli sportelli che le chiudevano;
come accade anche adesso, che si dice _porta_ tanto il _vano_ che
l’_imposta_ che lo chiude.
Conosciuto ciò che fossero negli anfiteatri i _postica_ e le _portae
posticiae_, vediamo dove quelli e queste fossero.
Le _bocche_ dei _postica_ doveano comunicare coll’arena, se da essi
sbucavano le fiere. Negli anfiteatri non v’erano che due porte che
immettessero nell’arena, e queste due grandi porte si trovavano alle
estremità dell’asse maggiore: una era la principale, e potremmo dirla
_pompae_; l’altra era la _libitinensis_. A nessuno potrà cadere in
mente che da queste porte sbucassero le fiere propriamente dette.
Nella parete poi che attorniava l’arena e sosteneva il terrazzo del
podio, non v’erano nè potevano esservi porte a quel fine, perchè dietro
di quella parete girava un corridoio, il quale era destinato, come
in breve vedremo, ad uso delle persone ragguardevoli che occupavano
il ripiano del podio. Ma anche dato e non concesso che nella parete
attorno all’arena vi fossero state porte allo scopo suddetto, come
queste si sarebbero potute chiamare _posticae_ se stavano davanti?!...
Ma dove adunque dovremo noi ricercare il luogo per il quale le fiere
sbucavano nell’arena? Non altrove che nell’ipogeo dell’arena stessa:
in quei pozzi stretti, oscuri e necessariamente coperti da sportelli di
legno. Se poi mi si domandasse la ragione per cui quei pozzi si fossero
potuti chiamare _postica_ (almeno dal sec. IV in poi, epoca degli
esempî che possediamo), risponderei:
Il sostantivo neutro _posticum_ ha due significati: 1º _uscio di dietro
della casa_; 2º _bottino degli agiamenti_[271]. In questo secondo senso
gl’interpreti ed i lessicografi spiegano quell’_appositum posticum_
di Lucilio[272]: _Pistrino appositum posticum — sella, culina._ — Ed
invero le cellette in cui si racchiudevano le fiere, per poi da esse
farle sbucare sull’arena, aveano la forma di _veri bottini_; cosicchè
non disse male Ammiano allorchè scrisse che Massimino era furibondo
come erano spesso le fiere anfiteatrali, quando uscivano finalmente
libere dai disserrati bottini. E qui si noti che nella lapide Veliterna
del IV secolo cadente, che noi già riportammo, non si legge _portis
posticis_, porte, cioè, della parte posteriore dell’anfiteatro
(espressione, d’altronde, da non potersi intendere, come saggiamente
osserva il ch. Lanciani[273], che relativamente a quegli anfiteatri
i quali stanno sul limite estremo di una città, ovvero in quelli che
avevano o uno o due o quattro soli ingressi, ovvero a metà incassati
sotterra), ma _portis posticiis_, con due _i_, ossia gli sportelli dei
_bottini_. Una porta appunto _posticia_ era quella che una leonessa
(per non offendere i ss. Taraco e compagni, tornatasene al bottino
donde era uscita, e trovatane chiusa la _bocca_) tentò di rompere coi
denti.
Nell’Anfiteatro Flavio le celle per le fiere erano 72, disposte in
quattro corsie parallele all’asse maggiore[274].
Cinque ambulacri, tre rettilinei e due mistilinei, fiancheggiavano
le corsie che contenevano le celle. Parallelamente ai lati curvilinei
degli ultimi dei cinque ambulacri ne correvano altri due, comunicanti
tutti fra loro. Negli ambulacri venivano all’occorrenza disposte
le macchine (_pegmata_), le quali, fatte uscire dalle aperture del
pavimento dell’arena, andavano _crescendo_, e talora si elevavano ad
altezza considerevole[275]. Queste macchine, dal regno di Vespasiano
a quello di Adriano, si costruirono sulla _summa Sacra Via_,
nell’officina _summum choragium_. In Marziale[276] leggiamo:
Inde sacro veneranda petes Palatia clivo,
Plurima qua summi fulget imago ducis.
Nec te detineat miri radiata Colossi.
Quae Rhodium moles vincere gaudet opus,
Flecte vias hac. . . . . . . . . . .
E nel libro _Spectaculorum_, Epig. II, dice:
Hic ubi sidereus proprius videt astra Colossus
Et crescunt media pegmata celsa via.
Lo deduciamo pur anche dalle osservazioni che l’architetto Apollodoro
fece ad Adriano: «_quod sublime illud_ (il tempio di Venere e Roma)
_et vacuum fieri oportebat, ut ex loco superiori in Sacram Viam magis
conspicuum esset et in concavitate machinas exciperet, ita ut latenter
in eo compingi et ex occulto in theatrum duci possent_»[277].
Dopo l’edificazione del tempio di Venere e Roma, quell’officina fu
traslatata nella regione d’Iside e Serapide, e là ce la ricordano i
ragionarî del secolo IV; ma anche così distava poco dall’Anfiteatro.
Nell’ambulacro centrale e nei due laterali v’erano, addossate alle
pareti, delle branche di scale, per le quali s’ascendeva ad un
ballatoio, che ricorreva in alto dinanzi alle celle delle fiere.
I muri di _sostruzione_ dell’arena sono composti di grandi massi di
travertino, di tufo e di costruzione laterizia[278]. A m. 6,08 circa
dal piano dell’arena v’è un pavimento ad _opus spicatum_, nel quale,
oltre al canale per lo scolo delle acque, si veggono massi quadrati di
pietra tiburtina, con una bocchetta incavata nel mezzo.
Dalla parte settentrionale s’apre sull’andamento dell’asse minore
una strada sotterranea o _cripto-portico_, larga m. 2,95, la quale si
dirige verso l’Esquilino. Un altro _cripto-portico_, con un accesso
della larghezza di m. 2,17 che poteva chiudersi con una saracinesca,
trovasi sull’andamento dell’asse maggiore, in direzione del Laterano.
Il pavimento di questo sotterraneo, è elevato sopra quello dell’ipogeo
dell’arena m. 1,50 circa, a cagione di uno _speco_, che corre sotto al
pavimento del corridoio, seguendone la direzione.
Ai lati del _cripto-portico_ vi sono otto celle; con queste e con
quello comunicano per mezzo di scale due grandi stanze, lunghe m.
25, larghe m. 3,20; il pavimento delle quali si trova allo stesso
livello di quello dell’arena, e quindi più basso del pavimento del
_cripto-portico_ e delle celle laterali di m. 1,50 circa. Si conservano
tuttora sei massi quadrilateri di travertino, simili a quelli
dell’ambulacro curvilineo, ma aventi le bocchette munite di boccolari
metallici. — Altre bocchette, ma senza metallo, le vediamo nel suolo di
cinque delle otto celle che fiancheggiano il _cripto-portico_. Questi
massi e queste bocchette, la cui forma circolare suscita naturalmente
l’idea di assi verticali giranti, sono le tracce del grande movimento
dei meccanismi dell’ipogeo dell’arena. Da questo corridoio, per mezzo
di due scale, si ascende al piano del vestibolo ad esso soprapposto.
Le due scalette sboccano nel detto vestibolo in prossimità della porta
libitinense.
Il _cripto-portico_ è spurgato per la lunghezza di m. 83,90; esso,
fino al portico esterno dell’Anfiteatro, ha le pareti composte
di grandi massi di travertino, dalle quali sporgono a distanze
pressochè uguali cinque pilastri, congiunti nella parte superiore
da _piattabande_ formate di grossi cunei di travertino. Il tratto
interno del _cripto-portico_ fu probabilmente coperto da soffitto
di legname. Questa strada sotterranea, uscita fuori dal perimetro
dell’Anfiteatro, ha le pareti e la volta di mattoni; e a m. 12
circa dal perimetro stesso, lascia a destra un altro corridoio con
piano inclinato; cosicchè dopo un lungo percorso doveva sboccare
sopratterra. Quest’ultimo corridoio, il cui andamento seconda la
curva dell’Anfiteatro, a m. 6 circa dal punto ove si dirama dal
_cripto-portico_ è traversato da una porta, la quale ha un arco
laterizio e la soglia di travertino.
Un terzo _cripto-portico_, uguale a quello ora descritto, si apriva
dalla parte opposta, seguendo sempre l’andamento dell’asse maggiore.
Già fu esso scoperto in gran parte negli scavi praticati dal Governo
Francese nei primi anni del secolo XIX[279]; ora rimane interrato, come
per la metà è pur interrato l’ipogeo dell’arena.
Di un quarto _cripto-portico_, sull’andamento dell’asse minore,
incontro a quello che si dirige all’Esquilino, se ne ha un indizio in
un pozzo scoperto a Sud-Ovest dell’Anfiteatro, e precisamente dinanzi
all’arco mediano esterno, che dava accesso al pulvinare imperiale.
Oltre a questi quattro _cripto-portici_, disposti simmetricamente
sull’andamento dei due assi maggiore e minore, ve n’è un quinto, il
quale, partendo dal _sottopodio_ presso il pulvinare imperiale (dal
quale vi si discendeva per una scala), ricorre sotto il cuneo V,
giusta la numerazione degli archi, ed a pochi metri dal perimetro
dell’Anfiteatro rivolge, ad angolo quasi retto, dalla parte del
Laterano.
Il pavimento di questo corridoio era a mosaico; la volta era adorna
di stucchi, dei quali rimangon tracce; ed aveva di tanto in tanto, ora
a destra ora a sinistra, degli _abbaini_, dai quali prendeva luce; le
pareti erano dipinte, ma nel basso avevano uno zoccolo di marmo. Sembra
andasse con piano inclinato a riuscire sopratterra poco lungi da dove
sboccava il corridoio[280] testè descritto. Fu sgombrato dalle terre e
macerie per circa 37 metri.
Si ritiene comunemente, e credo a ragione, che questo _cripto-portico_
fosse quell’andito angusto ricordato da Dione[281], dove il congiurato
Claudio Pompeiano tentò di uccidere Commodo, allorchè questi per
quell’andito si recava all’Anfiteatro. Io ritengo con alcuni archeologi
che questo _cripto-portico_ fosse senz’altro opera di Commodo.
Ma è già tempo di descrivere la cavea. La cavea del _nostro_ Anfiteatro
era divisa in cinque parti: il podio, tre ordini di gradi ed il
portico[282].
Il podio (determinato da una _praecinctio_ e dal rispettivo _iter_)
era composto di un ordine di sette gradi[283] ai quali si accedeva per
dodici vomitorî aperti nella _praecinctio_, e di un ripiano largo circa
due metri (dove venivan disposti i _subsellia_), il quale, girando a
piè della piccola gradinata, dava immediatamente sull’arena. Esso era
munito di un parapetto a _transenna_, ed aveva otto vomitorî proprî,
pei quali s’accedeva indipendentemente dalla gradinata. La larghezza
dello spazio occupato dall’_iter_ della _praecinctio_ dalla gradinata e
dal ripiano è (presa orizzontalmente) di m. 8 circa. Il muro del podio,
che faceva fronte sull’arena, era alto m. 5, compreso il parapetto a
_transenna_.
Che il podio fosse formato come l’ho descritto, risulta dalle
espressioni degli antichi scrittori[284], confermate dall’esame dei
suoi ruderi.
Sotto il ripiano dei _subsellia_ v’era un ambulacro, al quale
s’accedeva dal corridoio che girava a piè delle scale dei vomitorî
del detto ripiano. L’ambulacro aveva m. 1,80 circa di larghezza; e
nella parete opposta a quella che fronteggiava l’arena, aveva, in ogni
quarto dell’ovale, sei nicchie rettangolari, quattro delle quali della
larghezza di m. 2: le altre due erano di minor larghezza; tutte però
avevano una profondità uguale di un metro, e tutte ugualmente eran alte
m. 2 circa. — A proposito di questo corridoio, il Nibby[285] scrive:
«di marmo era inoltre fasciato il corridore sotto di esso (ripiano
del podio) che oggi è parte dell’arena, nel quale i riquadri allorchè
vennero scoperti conservavano tracce di essere stati ornati di stucchi
analoghi per lo stile a quelli della sala d’ingresso degl’Imperatori».
— Io congetturo che ivi fossero gli _agiamenti_ o cessi per i
personaggi che occupavano il ripiano del podio. Si vedono tuttora nel
basso delle nicchie le cloache coperte _a capanna_, e qualcuna ve n’è
anche nei piloni tra una nicchia e l’altra, al piano del pavimento.
Eran essi indispensabili, e specialmente in quei luoghi ove le persone
si trattenevano per lunghe ore e talvolta per una intiera giornata.
Suetonio scrisse di Augusto che nel circo «spectabat interdum e
pulvinari, et quidem cum coniuge ac liberis, sedens spectaculo plurimas
horas; aliquando totos dies aderat»[286]. Tal comodo dovette esservi
per tutti gli ordini della _gradatio_, e probabilmente furono ridotti
a tal uso i vuoti dei _sottoscala_. — Lo studiato sistema di chiaviche
nel _substrato_ dell’Anfiteatro servì a smaltire parimente le acque
piovane e le immondezze degli _agiamenti_.
La forma del podio era ovale, e secondava il perimetro dell’arena; ma
i due grandi ingressi di questa lo interrompevano, facendogli formare
due _bracci_. Nel centro di ciascuno di essi v’erano i due suggesti;
dei quali quello a sud-ovest era il pulvinare imperiale; ce lo indicano
e la sua posizione ed il passaggio chiamato giustamente di Commodo, il
quale termina precisamente a quel suggesto. Ho detto la sua posizione,
perchè trovasi nella parte più nobile dell’Anfiteatro: parte che fu
sempre rappresentata sulle medaglie a preferenza delle altre, e che
è rivolta verso la _regia Palatina_. Ivi sedeva l’Imperatore, e di lì
presiedeva agli spettacoli.
L’altro suggesto era di fronte al pulvinare, ed era destinato
principalmente al magistrato delegato dall’Imperatore a presedere
in sua vece ai giuochi. Si accedeva ai suggesti per i due ingressi
principali, rivolti l’uno al Celio e l’altro all’Esquilino[287]; e
si passava per due saloni, divisi ciascuno da diciotto pilastri di
travertino, con arcate e volte ornate di stucchi. «Prima del terremoto
del 422, scrive il ch. Lanciani[288], lungo l’orlo del suggesto più
basso della cavea (dove sedevano i personaggi _clarissimi_) al disopra
del podio correva una cornice marmorea, modinata a somiglianza delle
basi attiche[289], e questa cornice reggeva il parapetto o pluteo che
forse era di bronzo, forse di marmo. Lo scuotimento della terra avendo
rovesciato giù nell’arena cornice e parapetto, colui che condusse
i risarcimenti nell’Anfiteatro non volle o non potè riporre le cose
al luogo loro. I massi marmorei della cornice furono fatti girare di
90, di modochè la cornice che prima stava sulla fronte dei medesimi
si trovò sul piano di sopra, ed il piano di sotto, cioè il piano di
_posatura_ primitivo, divenne la fronte. Su di essa furono incise una
o più lunghissime leggende a lettere assai grandi, le quali leggende
vennero così a fare il giro di tutto il suggesto o di tutto il podio».
Nel podio, come si disse, avevano il loro posto i personaggi più
illustri, e da prima i Senatori, ai quali (secondo il decreto emanato
da Augusto[290] e che a mio parere fu in vigore in ogni tempo) era
riservato il primo ordine dei _subsellia_: ordine che nell’Anfiteatro
Flavio fu probabilmente _primus et unicus_, e situato senza dubbio nel
ripiano del podio immediatamente prossimo all’arena. Dissi _primus et
unicus_, perchè lo spazio di due metri non potè essere capace che di un
solo ordine di _subsellia_, attesochè dietro di essi dovea rimanere lo
spazio sufficiente per il passaggio.
Oltre ai Senatori, sedevano nei gradi del podio le persone investite
delle più alte dignità sacerdotali, i _clarissimi_ delle famiglie dei
Senatori, i _viri consulares_, i magistrati curuli e gli ambasciatori
esteri. Prudenzio ci attesta che avean posto nel podio eziandio
le Vestali, le quali nei pubblici giuochi furono sempre tenute
in considerazione[291]. Cicerone accenna al posto che esse aveano
nei giuochi gladiatorî: _nec si virgo vestalis, huius_ (L. Nattae)
_propinqua et necessaria, locum suum gladiatorium concessit huic_[292].
Augusto, facendo eccezione alla disposizione data per le donne, assegnò
alle Vestali un posto ragguardevole nel teatro: «_Solis virginibus
vestalibus locum in theatro separatim et contra praetoris tribunal
dedit_»; e Prudenzio, come ora dicevamo, ce le indica sedute nel podio
del nostro Anfiteatro, anzi nella _miglior parte_ di esso:
_An quoniam podii meliore in parte sedentes_[293].
Ora ci domandiamo: qual fu la _miglior parte_ del podio assegnata alle
Vestali?
Non possiamo ritenere che esse sedessero nell’_ordo subselliorum_
insieme coi Senatori, perchè, come osserva lo Hübner[294], non è noto
«che anche nell’anfiteatro e nel circo le Vestali avessero partecipato
ai posti dei Senatori». E poi, se vogliamo accettare come precisa
l’espressione di Prudenzio: «Podii MELIORE IN PARTE sedentes», noi
non dovremo ricercare le Vestali fra i Senatori, per la ragione che
nel podio v’era _qualcosa di meglio_ dell’ordine dei _subsellia_.
La miglior parte del podio erano indiscutibilmente i due suggesti.
Non mi sembra ammissibile che le Vestali sedessero nel _pulvinar_,
perchè questo suggesto era riservato all’Imperatore; ed ebbe il nome
di _pulvinar_ (nome proprio della _sedes_ o _lectisternium deorum_)
«quasi che (dice il Morcelli) in quel suggesto _imperatoris tamquam
numinis sedes esset_». Che ivi sedesse eziandio la famiglia imperiale
_masculini sexus_, lo possiamo dedurre dalle parole di Svetonio, il
quale narra che Augusto «spectabat interdum e pulvinari, et quidem
cum coniuge[295] ac liberis»: che vi sedessero talvolta anche le
persone estranee alla famiglia imperiale invitatevi dall’Imperatore,
ce ne fanno fede e il fatto di Tito, che invitò i due _patricii
generis convictos in affectatione imperii_ ad assistere al suo fianco
ai giuochi gladiatorî, ed ai quali patrizî _oblata sibi ornamenta
pugnantium inspicienda porrexit_[296]; e l’altro fatto di Domiziano, il
quale per tutto il tempo dello spettacolo gladiatorio aveva con sè il
fanciullo _portentoso parvoque capite, cum quo plurimum fabulabatur,
nonnunquam serio_[297]: ma che vi sedessero anche le Vestali, lo
ignoriamo. Anzi dai due decreti emanati nel regno di Augusto, e che
sono di questo tenore: 1.º _Faeminis ne gladiatores quidem, quos
promiscue spectari solemne olim erat, nisi ex superiore loco spectare
concessit. Solis virginibus vestalibus locum in theatro separatim
et contra praetoris tribunal dedit_[298]. 2.º[299] _Quoties Augusta
theatrum introisset, ut sedes inter vestalium consideret_[300], mi pare
potersi dedurre che le Vestali non sedessero insieme all’Imperatore
nel pulvinare. Io inoltre opino che il primo decreto destasse non
poco malumore nel popolo, giacchè _gladiatores promiscue spectari_
SOLEMNE _olim erat_; ed in tal caso Augusto dovè non disprezzare il
pericoloso fermento, e cercare un mezzo opportuno onde calmare il
malcontento suscitatosi; e forse fu questa la ragione per cui emanò
un secondo decreto col quale stabiliva che neppure all’Imperatrice
fosse lecito di assistere agli spettacoli «_promiscue_», ossia, nel
caso suo, coll’Imperatore nel pulvinare; ed essa era in obbligo,
andando in teatro, assidersi fra le Vestali, mostrando così che _la
legge era uguale per tutti_[301]. Di qui apparisce chiaramente che le
Vestali non sedevano nel suggesto imperiale; e poichè occupavano _la
miglior parte del podio_, non ci rimane che assegnar loro il luogo
più distinto dopo il suggesto imperiale, vale a dire il suggesto che
era di fronte al pulvinare. Ivi, come dicemmo, sedeva il personaggio
delegato dall’Imperatore a presedere ai giuochi in sua vece; alla sua
destra, in separato scompartimento (_separatim_), le sei Vestali[302];
alla sinistra, i consoli insieme al _munerator, editor_ o _dominus_,
alle cui spese si davano i giuochi, e che in quella circostanza aveva
le insegne e l’autorità di un magistrato. Severino Boezio ci mostra
l’_editor_ nel circo, assiso appunto tra i due consoli: «_Cum in
circo duorum medius consulum circumfusae multitudinis expectationem
triunphali largitione satiasti?_»[303].
Nè mi sembra di avere esagerato, assegnando alle Vestali anzichè ai
Consoli la parte destra; poichè sappiamo che questi, qualora si fossero
imbattuti con le sacerdotesse di Vesta, dovean ceder loro il passo; e
che, secondo il decreto del 776 d. R., tra le Vestali dovea avere il
suo seggio l’Augusta.
Per completare la descrizione del podio, ci resta di parlare
dell’apparecchio di cui questo era munito onde gli spettatori fossero
sicuri dagli assalti delle fiere. Di quest’indispensabile apparecchio
se ne avea già una vaga notizia, e sapevasi che consisteva in una
serie continua di reti tessute di grossi fili metallici[304]: ma non
ci sarebbe stato certamente possibile farne una descrizione esatta, se
il poeta Calpurnio, vissuto ai tempi di Carino e Numeriano, non avesse
nei suoi versi così particolareggiatamente parlato della sua struttura
e magnificenza. Egli dice che al termine dell’arena dell’Anfiteatro
Flavio, verso il muro marmoreo del podio, era distesa tutt’attorno
un’ammirabile serie di rulli d’avorio, che, girando intorno ad assi,
rendevano impossibile alle fiere l’appigliarvisi con le unghie,
facendole, se vi si fossero provate, ricadere subito al basso. Aggiunge
che v’era una rete tessuta di _aurei fili_, insieme a molti denti di
elefante sporgenti in sull’arena, tutti d’egual grandezza e _lunghi più
ancor d’un aratro_[305].
Da questa descrizione mi sembra poter dedurre come fosse
nell’Anfiteatro Flavio disposta quest’opera di difesa. A breve distanza
dal muro del podio del nostro Anfiteatro, al termine della zona che
noi già dicemmo _morta_, sorgevano ad eguali intervalli delle travi
foderate di bronzo, in tutto o in parte dorate, collegate a due a due
da una trave orizzontale, formando così un dolce poligono inscritto
nell’ovale: poligono necessario per il movimento dei rulli, il quale
sarebbe stato impossibile ottenere su di una curva; — sull’alto delle
travi poi erano solidamente fissati i robusti assi rettilinei, intorno
ai quali giravano i rulli d’avorio. Negli specchi fra una trave e
l’altra erano tessute le reti, e dalle fronti delle travi sporgevano i
denti verso l’arena.
Al podio seguiva immediatamente un ordine di dodici gradi,
determinato da una _praecinctio_, col suo _iter_ largo m. 3,50. Questa
straordinaria larghezza dell’_iter_ è dovuta ai quaranta _abbaini_,
fatti in esso per illuminare il sottoposto ambulacro. La gradinata
ha quattordici vomitorî aperti nella _praecinctio_, era destinata ai
quattordici ordini dei cavalieri, e costituiva la _prima cavea_.
Segue quindi un terzo ordine di diciannove gradi, determinato esso
pure da una _praecinctio_ col suo _iter_. Quest’ordine ha trentadue
vomitorî, sedici dei quali sboccano alla metà della gradinata e
sedici dalla _praecinctio_. Questa era straordinariamente alta, ed
in essa, oltre le porte dei vomitorî, v’erano ventotto finestre,
dalle quali prendeva luce il corridoio posteriore. La serie delle
finestre era frammezzata con simmetria da trentasei nicchie con
statue. V’ha chi opinò che quei tripodi marmorei, con faccia piana
nella parte posteriore per addossarsi al muro, rinvenutisi negli
scavi dell’Anfiteatro (la loro non poca quantità ci fa argomentare ve
ne siano stati in buon numero), fossero collocati in quelle nicchie
per bruciarvi sostanze aromatiche. Ma collocando i tripodi in quegli
incavi ed in quella sola precinzione, mal si sarebbe provveduto al fine
cui essi erano destinati. A me sembra più ragionevole che i tripodi
fossero stati addossati esternamente alle pareti di ciascuna delle
_precinctiones_, ove le essenze odorifere avrebbero prodotto il loro
completo effetto, e tutto l’ambiente anfiteatrale sarebbe rimasto
egualmente profumato.
Che quelle nicchie poi invece di tripodi contenessero statue, ce
lo fa argomentare ciò che si legge nelle _Memorie Enciclopediche
Romane_[306], «Si sono trovate negli scorsi giorni sull’alto
del Colosseo fra scarichi antichi di macerie, due torsi di donne
panneggiate assai bene, una delle quali si vede aver avuta la testa
incassata, cosa non rara nelle statue antiche; mancano ambedue di
testa, braccia e piedi; dovettero probabilmente ornare quel giro di
nicchie ancora esistenti che al di sopra della seconda precinzione
facevan prospetto all’Anfiteatro».
Questa _praecinctio_ straordinaria, che, a guisa di grandiosa _fascia_,
cingeva l’immensa cavea, io congetturo che sia il _balteus_ di
Calpurnio, decorato probabilmente da intarsî di fine pietra e forse
anche da mosaici di smalto.
La parola _balteus_, che vuol dire propriamente cingolo[307], s’adoperò
dagli oratori[308] e dai poeti come sinonimo di _praecinctio_, benchè
questa e non quella sia la voce tecnica per indicare le zone verticali
che dividevano in diversi ordini la _gradatio_ dei teatri, degli
anfiteatri e dei circhi. Questo terzo ordine costituiva la _media
cavea_.
A quest’ordine ne seguiva un quarto, _summa cavea_, composto di sette
gradi, la cui _praecinctio_ formava zoccolo al basamento del portico.
Anche qui l’_iter_ girava al basso della gradinata ed ivi sboccavano
dodici vomitorî.
La cavea era coronata da un portico di ottanta colonne di ordine
composito. La gradinata del portico, costruita da legname, si componeva
di undici gradi, ed era divisa da tavolati (_tabulationes_)[309].
La parte della cavea dalla _praecinctio_ della gradinata assegnata
ai quattordici ordini dei cavalieri a tutta la _summa cavea_ (ossia
la _media_ e la _summa cavea_), nonchè una buona parte del portico,
era destinata ai cittadini, _plebs_, la quale _plebs_ con ogni
verosimiglianza, era divisa secondo le tribù.
I varî ordini di cittadini che vi avevano cunei propri, e dei quali
abbiamo particolar notizia, sono i seguenti:
_a_) I TRIBUNI. Leggiamo in Dione[310] che fra gli onori decretati
a Giulio Cesare v’era: «ut semper sella curuli sederet, excepto per
ludos. Tum enim sessio ei in tribunicio subsellio inter eos qui quoque
anno Tribuni essent concedebatur». E similmente fra quelli decretati
ad Augusto: «ut in subselliis Tribunorum plebis sederet»[311]. In
Calpurnio leggiamo:
«Nivei loca densavere Tribuni»
Presso i Tribuni ebbero luogo speciale i loro _viatores_. Tacito[312]
scrive: «liberto et accusatori praemium operae, locus in theatro inter
viatores _tribunicios_ datur».
_b_) I COLLEGI SACERDOTALI: eccettuate le persone costituite nei gradi
più alti del sacerdozio, le quali, come già si disse, sedevano nel
podio. Arnobio scrive: «Sedent in spectaculis publicis sacerdotum
omnium collegia». I collegi sacerdotali _officiali_ erano otto:
_Pontifices, VII viri epulones, XV viri sacris faciundis, augures,
fetiales, arvales, sodales Titii, Salii_. — I collegi semi-officiali
erano cinque: _Collegium Lupercorum, Collegium Mercurialium, Collegium
Capitolinorum, Collegium Veneris Genetricis, Collegium Minervae._
V’erano poi le _Sodalitates: sodales Matris magnae, Augustales,
Claudiales,_ ecc.
I posti assegnati al collegio degli Arvali ce li ricorda con esattezza
la nota lapide[313], e la chiara notizia che questa ci porge ci potrà
servire di guida per investigare dove avessero avuto posto gli altri
collegi sacerdotali.
_c_) I PATRES FAMILIAS. «Maritis e plebe proprios ordines
assignavit»[314]. Marziale[315] dice:
«Sedere in equitum liceat an tibi scamnis,
Videbo Didyme: non licet maritorum».
_d_) I PRAETEXTATI. _Pueri nobiliores et honestiores_, e vicini a
questi i _pedagogi_. Ce l’attesta Svetonio: «PRAETEXTATIS _cuneum
suum et proximum_ PEDAGOGIS». Di questi due cunei rimangon tracce
nell’Anfiteatro Flavio, in due gradi, nella fronte dei quali leggiamo
le lettere:
ETEXT
VIIIS
(C. I, l. VI, parte 4, 32098c).
E nella fronte dell’altro:
(_paedagogis_) (_p_) VERO (_rum_)
(C. I, l. VI, parte 4, 32098d)
_e)_ La MILIZIA. «Militem secrevit a populo» Svet.
Alla classe meschina della cittadinanza fu assegnata la maggior parte
del portico. Suetonio ci dice che Augusto «sanxitque ne quis pullatorum
media cavea sederet», e noi per la testimonianza di Calpurnio dobbiam
dire che nell’Anfiteatro Flavio non solo quella classe non sedette
nella _media_ ma neppur nella _summa cavea_, e che ebbe il suo posto
unicamente nel portico:
«Venimus ad sedes ubi pulla sordida veste
Inter femineas spectabat turba cathedras.
Nam quocumque patent sub aperto libera coelo
Aut eques aut nivei loca densavere tribuni».
Nel portico ebbero parimenti posto le donne: «inter femineas spectabat
turba cathedras». La legge augustea relativa al posto che le donne
doveano occupare nei pubblici spettacoli rimase sempre in vigore, ed io
opino (come già accennai) che riguardasse le donne tutte, di qualunque
grado si fossero, eccettuate le Vestali e l’Imperatrice. Le parole
usate da Suetonio «feminis» (termine generico) e «solis Vestalibus»
(contrapposto a «feminis») bastano da sè sole a provare l’universalità
della legge. Al passo di Suetonio s’aggiunga l’autorità di Calpurnio.
Questo poeta non è satirico, e quindi nelle frasi e nelle parole
di quel pastorale componimento in cui egli ci descrive l’Anfiteatro
Flavio, non ci è lecito sospettare nascosti sali mordaci. Ora dicendoci
il poeta che la «turba pulla» sedeva _inter femineas cathedras_;
sapendo che la _cathedra_ non era sedia per donne volgari, mi pare che
Calpurnio venga a confermarci che la legge colpì le donne tutte, non
escluse quelle di grado elevato.
Sennonchè qual sarà stata la ragione per cui fu assegnato alle donne il
portico? Se questo provvedimento fosse stato determinato da soli motivi
di moralità, bastava che Augusto le avesse raccolte in cunei separati,
mantenendole nell’ordine corrispondente alla rispettiva casta!... La
ragione che mosse Augusto ad assegnare alle donne il portico, a me
sembra di poterla scorgere nella confusione grandissima che dovea
nascere allorquando una pioggia avesse interrotto lo spettacolo e
costretti gli spettatori a ricoverarsi nei portici, i quali, come
dice Vitruvio[316], si facevano appositamente a questo scopo: «Post
scenam porticus sunt constituendae, uti cum imbres repentini ludos
interpellaverint, habeat populus quo se recipiat ex theatro».
La ressa per uscire dai vomitorî sotto la sferza di una pioggia
dirotta dovè essere stato qualche cosa di serio. Questo gravissimo
inconveniente fu forse il motivo precipuo che spinse Augusto ad
assegnare alle donne posto nel portico. In caso di pioggia esse non
sarebbero state costrette a muoversi; e su dai loro posti avrebbero
potuto tranquillamente godersi la fuga di quell’immensa moltitudine.
Spettacolo invero esilarante per chi non si trovava in mezzo a quel
parapiglia! — Senza questa provvida disposizione il _confusissimum
atque solutissimum morem spectandi_ non sarebbe stato sufficientemente
corretto.
La legge di Augusto rimase in vigore per tutto il periodo imperiale. Ai
tempi di Carino e Numeriano[317] le donne sedevano ancora nella _parte
più alta_ dell’Anfiteatro, vale a dire nel portico. Nè poteva essere
altrimenti, perchè la causa determinante della legge era sempre viva;
e i teatri, gli anfiteatri ed i circhi rimasero in tutto il periodo
imperiale quali erano ai tempi di Augusto.
Occorreva però un _temperamentum_ che rendesse alle donne nobili del
patriziato e alle doviziose della plebe meno dura l’impressione di
trovarsi (sebbene del tutto separate) sotto lo stesso tetto colla
parte più meschina della cittadinanza. Questo _temperamentum_ fu
opportunissimo; e nella nota lapide degli Arvali ve ne troviamo sicure
tracce. In essa leggiamo che ai detti _fratelli_, oltre agli VIII gradi
del meniano I ed ai IV nel II _sommo_, furono assegnati XI gradi nel
MENIANO SUMMO IN LIGNEIS alla _tabulatio_ LIII. Dunque nel portico,
tra la _turba pulla_, oltre le donne ebbero luogo anche gli Arvali; e
come ve l’ebbero gli Arvali, vi poterono aver luogo gli altri collegi
sacerdotali. Posto ciò, io credo di non essere troppo ardito, se,
basato su questi dati, espongo la mia opinione circa la disposizione
degli spettatori nel portico.
Nei quattro punti del portico, corrispondenti alle estremità dell’asse
maggiore e minore, si destinarono alcuni intercolonnî per le donne;
e riterrei ragionevole, che alle estremità dell’asse minore (sulle
quali eranvi anche i due nobilissimi suggesti) sedessero le donne del
patriziato; e che alle estremità dell’asse maggiore fossero destinati
alcuni intercolonnî per quelle della plebe, escluse, ben inteso, le
_pullatae_.
Il numero degl’intercolonnî dovette essere proporzionato alla quantità
delle donne dell’una e dell’altra classe; e poichè il numero delle
plebee superava indiscutibilmente quello delle patrizie, le prime
dovettero avere nel portico un numero maggiore d’intercolonnî.
La _tabulatio_ assegnata agli Arvali è la LIII. Da quest’intercolonnio
a quello di mezzo ve ne sono altri quattro; sicchè, prendendone pure
quattro dalla parte opposta ed il mediano, alle donne plebee sarebbero
stati assegnati nove intercolonnî in ciascuna delle due estremità
dell’asse maggiore. Ragion vuole poi che la _tabulatio_ simmetrica a
quella degli Arvali (ossia la LXII) fosse stata assegnata ad un altro
collegio sacerdotale.
Il provvedimento fu, come si disse, opportunissimo, perchè le donne
si videro onorate di potersi assidere fra la classe dei cittadini
più veneranda; e la plebe misera, che (già fin dai primi decreti di
separazione nell’assistere ai ludi, emanati, per testimonianza di
Livio, da Scipione Africano) aveva dimostrato forte risentimento, si
trovò fra la nobiltà, l’agiatezza ed il sacerdozio; in una parola, il
provvedimento fu tale, che lasciò tutti contenti e..... gabbati.
Alle donne della plebe misera furono verosimilmente assegnate nel
mezzo della _turba pulla_ due _tabulationes_ nei quattro centri dei
quadranti dell’ovale fra le estremità degli assi maggiore e minore.
Le donne del patriziato e quelle dell’alta plebe sedettero (come si
deduce da Calpurnio) in cattedre più o meno ricche secondo il grado; le
_clarissimae_ forse ebbero cattedre mobili nella prima fila; le altre
l’ebbero probabilmente fisse nei gradi, nei quali ciascun dei posti fu
guarnito di una spalliera concava.
I quattro gruppi d’intercolonnî destinati alle donne del patriziato e
dell’alta plebe dovettero esser decorati più che gli altri del restante
del portico, ed arricchiti di dorature. Ne abbiamo un cenno in una
lapide di Terni (Orell. 3279) che dice:
OPVS. THEATRI. PERFECIT. IN. MVLIEBR.
AERAMENTIS. ADORNAVERE.
Poste le cose in questa guisa, i versi di Calpurnio acquistano una
chiarezza che forse prima, almeno per me, non avevano.
«Venimus ad sedes ubi pulla sordida veste
INTER FEMINEAS SPECTABAT TURBA CATHEDRAS
. . . . . . . . . . . . . . . . . .
Balteus en gemmis EN ILLITA PORTICUS AURO
Certatim radiant.....».
Sulle iscrizioni dei sedili e sulla distribuzione dei _loca_, abbiamo
uno studio interessante del ch.º R. Lanciani[318], il quale mi pregio
prendere per mio duce e maestro; ed egli permetterà che io usi, qui,
delle stesse sue dotte parole.
«La divisione dei posti, _discrimina ordinum_[319], nell’Anfiteatro, a
tenore delle leggi già promulgate, dell’etichetta e delle precedenze
di corte, dei privilegi, dei diritti acquisiti, delle costumanze
invalse fra i varî ordini dei cittadini, fu fatta nell’anno stesso
della solenne dedicazione dell’Anfiteatro, e naturalmente prima che
questa avesse luogo, imperando Tito, consoli suffetti L. Elio Plauzio
Lamia, Q. Pattumeio Frontone. Se ne ha memoria negli atti arvalici
dell’anno stesso[320], dei quali sarà fatta più speciale menzione fra
poco. Non so spiegare per quale ragione lo Hübner sia stato indotto
a credere tale assegnamento di posti posteriore di un anno alla
dedicazione dell’Anfiteatro[321] poichè la testimonianza di quegli atti
e specialmente della frase _loca adsignata (fratribus arvalibus) in
amphit(h)eatro L. Aelio Plautio Lamia, Q. Pactumeio Fr(o)ntone cos_ non
ammette discussione.
«L’ufficio di distribuire i posti, in questa solennissima contingenza,
fu affidato a Manio Laberio Massimo, procuratore della Giudea sotto
Vespasiano[322], prefetto dell’annona nell’anno 80[323], il quale è
stimato dal Cardinali[324], consenziente il Borghesi[325], la medesima
persona col Manio Liberio Massimo, legato della Mesia e console per la
seconda volta nell’anno 104.
«Il Marini, il Guasco, il Torre, il Morcelli, lo Hübner hanno
interpretato in vario senso cotesta ingerenza di Laberio prefetto
dell’annona nella distribuzione dei sedili anfiteatrali. La frase _loca
adsignata...... ab Laberio Maximo procuratore praef. annonae.....
curatore Thyrso l._ è certamente oscura, e non trova riscontro
nell’epigrafia contemporanea. Una sola cosa è certa, ed è che quei due
individui ebbero la direzione nel gravissimo affare.
«Rimangono documenti intorno ai posti assegnati ai senatori, ai
cavalieri, a varî collegi sacerdotali, agli ambasciatori ed agli
ospiti, ai pretestati, ai pedagoghi dei fanciulli, agli apparitori dei
magistrati, alla plebe, ai gregarî di stanza in Roma.
«Per gli altri ordini, collegi, sacerdozî, corporazioni ecc., si può
supplire alla mancanza di documenti speciali con le notizie che si
hanno indirettamente intorno le precedenze gerarchico-amministrative di
ciascuno di essi. Prima di ragionare minutamente dei posti assegnati
ai singoli gruppi e delle memorie che ne rimangono, incise sui marmi
del Colosseo, mi è d’uopo stabilire due canoni fondamentali. In primo
luogo, benchè le notizie relative ai singoli gruppi, che trarrò dagli
scrittori e dai marmi, non si riferiscano tutte all’Anfiteatro, ma
talora ai teatri, talora al foro, scena antichissima di giuochi
gladiatorî, talora al circo, pure hanno uguale valore, uguale
significato anche per l’Anfiteatro: in quanto che Tito e Domiziano
inaugurandolo e distribuendone i sedili, non poterono in modo alcuno
derogare alle leggi promulgate sugli spettacoli, ed alle costumanze
già invalse. Intorno a questo canone abbiamo splendida testimonianza
nei marmi stessi dell’Anfiteatro, e sopratutto in quel sedile lungo
m. 1,50, alto m. 0,39 e largo m. 0,45, sulla cui fronte leggermente
ricurva sta scritto a caratteri del secol d’oro:
[Illustrazione: Iscrizione]
sigle che lo Hübner interpreta e supplisce: [collegio..... orum qu]ib.
in theatr. lege pl[ebis] ve [scito..... sedere l]icet p. XII.....
Il Fea crede che la voce theatrum stia qui a far la vece di
amphitheatrum: mentre è chiaro che tutt’intera la leggenda esprime
questo senso: _a tenore delle leggi, dei plebisciti, dei senatus
consulti vigenti, si assegna al collegio dei tali e tali quel dato
numero di piedi, quel dato posto, cui hanno diritto nel teatro_.
Del resto il senatus consulto di Augusto, cui accenna Suetonio si
riferiva[326] ad ogni genere di spettacoli, e noi vedremo fra poco
con quanta mirabile precisione le epigrafi dei sedili del Colosseo
corrispondano ai singoli paragrafi di quel senatusconsulto[327].
«Il secondo canone si riferisce alla cronologia delle iscrizioni
dei sedili. _A partire dall’anno 80, fino a tutto il secolo terzo si
incisero sui sedili soltanto i titoli dei varî ordini, corpi morali,
gruppi ecc. con cifre indicanti il numero dei piedi cui ciascun ordine
ecc. avea diritto di occupare: giammai si incisero nomi di individui._
«Nel secolo quarto incominciano ad apparire nomi senatori, individuali,
predominando però il caso plurale, il che significa che coteste prime
iscrizioni furono graffite per indicare il posto non di un individuo
ma di una famiglia. Nel secolo quarto scadente e nei successivi, ogni
senatore volle graffito il proprio nome nel sito ove la propria sedia e
il proprio cuscino eran collocati in occasione di spettacoli. E siccome
quest’uso ha durato per parecchie generazioni, così quelle pietre sono
state incise e scalpellate sin quattro volte.
1. SENATORES «_Spectandi confusissimum ac solutissimum morem (Augustus)
correxit, motus iniuria senatoris, quem Puteolis per celeberrimos
ludos consessu frequenti, nemo receperat. Facto igitur decreto
patrum, ut, quoties quid spectaculi usquam publice ederetur primus
subselliorum ordo vacaret senatoribus_[328]. La origine antichissima
della confusione deve riconoscersi nel fatto che — prima del trionfo
di L. Mummio — cioè prima dell’introduzione dei sedili di legno, tutti
stavano in piedi nel circo o nel foro, pochissimi sedevano in terra o
sugli scanni recati espressamente dai servi. Un’assemblea di gente in
piedi non può non essere disordinata: pur tuttavia, la modestia e la
riverenza del popolo verso i padri coscritti era spontanea e profonda
abbastanza da lasciar loro i posti migliori. Narra Val. Massimo (4, 5,
1), che dalla fondazione di Roma fino all’anno 560, _promiscuus senatui
et populo spectandorum ludorum locus erat; nunquam tamen quisquam
ex plebe ante patres conscriptos in theatro spectare sustinuit; adeo
circumspecta nostrae civitatis verecundia fuit_. In quell’anno 560, nel
quale la supremazia del governo senatorio sul plebeo fu definitivamente
costituita, i senatori furono separati dalla plebe negli spettacoli.
_Per quingentos autem et quinquaginta octo_ (560) _annos senatus populo
mixtus spectaculo ludorum interfuit. Sed hunc morem Atilius Serranus et
L. Scribonius aediles, ludos matri deum facientes, superioris Africani
sententiam secuti, discretis senatus et populi locis solverunt_[329];
e Livio conferma: _Censores Sex. Aelius Paetus et C. Cornelius
Cethegus...... gratiam quoque ingentem apud (senatores) pepererunt,
quod ludis romanis, aedilibus curulibus imperarunt, ut loca senatoria
secernerent a populo, nam antea in promiscuo spectabant_[330].
«Il Becker[331], crede che Augusto abbia semplicemente separato
senatori e cavalieri dalla plebe, senz’altra divisione fra le classi
più nobili: a me sembra poter dedurre dal passo di Suetonio che i
senatori fossero separati dai cavalieri, ed ai primi fosse attribuito
(nel circo) il _primus subselliorum ordo_, che è quanto dire il posto
d’onore. Ciò è confermato dal passo di Dione, relativo all’anno 5, τὰς
ἱπποδρομίας χωρὶς μὲν οί βουλευταὶ, χωρὶς δὲ οί ἱππεις άπό τοῦ λοιποῦ
πλήθους εἱδον, ὄ καὶ νῦν γίγνεται[332].
«Claudio fece qualche cosa di più: _circo vero maximo.... propria
senatoribus constituit loca, promiscue spedare solitis_[333]. Il
Becker interpreta questa notizia come una separazione dei senatori
dai cavalieri. Si oppone a questa teoria il passo parallelo di
Dione, dell’anno 41, così tradotto dallo Jordan[334], _antea in circo
spectabant senatores, equites, plebes urbana_, PRIVATIM SUO QUISQUE
LOCO, _nimirum ex quo tempore hic spectandi mos lege_ (_roscia, giulia
teatrale_ etc.) _sanctus est: neque vero certa loca attributa erant,
sed tum_ (a. 41) _Claudius senatoribus eam quam nunc tenent sedem
concessit_. Questo racconto di Dione può interpretarsi in tre maniere:
1º che prima di Claudio, purchè senatori e cavalieri e plebe stessero
vicendevolmente divisi, potevano occupare quel posto che loro
talentava: e che Claudio abbia alle tre classi assegnato un posto
fisso. Ciò non è ammissibile, perchè molto tempo prima di Claudio ai
due ordini senatorio ed equestre, quel posto fisso era stato assegnato:
2º che le leggi anteriori a Claudio abbiano voluto soltanto separare
la massa dei senatori e dei cavalieri della plebe, e che Claudio abbia
suddiviso il gruppo dei senatori per cariche, vale a dire in consolari,
pretori, edilici etc. Di una suddivisione generale per cariche e per
dignità al tempo dell’impero si ha indizio nel passo di Erodiano, ove
narra di un affronto fatto a Commodo nel teatro πληρωθέντος δὲ τοῦ
θεάτρον μετὰ πάσης εὐκοσμιας, τῶν τέ ἐν ἀξιώσεσιν ἐν ἐξαιρέτοις ἐδραις
καὶ ώς ἐκὰστοις διετέτακτο ἱδρυμένον etc.[335]. Della separazione dei
consolari dal restante ceto, abbiamo due documenti: il primo nel passo
di Arnobio _sedent in spectaculis publicis..... senatus_, CONSULATO
FUNCTI PATRES etc.[336]: il secondo nel seguente brano di iscrizione
scoperto negli scavi del 1874[337]:
[Illustrazione: Iscrizione]
3º che Claudio abbia assegnato a ciascun senatore e sua famiglia un
posto determinato lungo tanti piedi nel tale o tal altro cuneo del
«primus subselliorum ordo»; conciossiachè sappiamo da Suetonio che
anche i posti senatorî eran divisi per cunei. Nel secondo giorno delle
feste settimonziali, Domiziano _omne genus rerum missilia sparsit, et
quia pars maior inter popularia deciderat, quinquagenas tesseras in
singulos cuneos equestris ac senatorii ordinis pronunciavit_[338].
«Questo assegnamento di posti personali, il quale mi sembra confermato
dal passo di Sparziano in Didio[339], _occupatis, omnium subselliis
populus geminavit convicia in Julianum_, — non deve credersi una
novità assoluta. Se ne hanno esempî anche ne’ tempi della repubblica
(benchè come eccezione alla regola) tanto nel foro per le monomachie,
quanto nel circo per le ippodromie[340]: SELLAE. CVRVLIS. LOCVS. IPSI.
POSTERISQUE. AD. MURCIAI. SPECTANDI. CAVSSA. DATVS. EST. _Sedecim eodem
tempore Aelii erant, quibus una domuncula erat...... inque maximo et
Flaminio spectaculo locus: quae quidem loca ob virtutem publice donata
possidebant._ Assai importante, fra tutti, è il passo di Cicerone:
_senatui piacere Sergio Sulpicio statuam in rostris statui, circumque
eam statuam locum ludis gladiatoribus liberos posterosque eius
quoquoversus quinque pedes habere_[341] equivalente a m. q. 2,187. Che
nelle assegnazioni di posti personali si tenesse conto, in generale,
perfino delle semiuncie e dei sicilici, lo sapevamo dagli atti arvalici
dell’anno 80; che poi di tal rigorosa parsimonia si facesse uso
anche verso chiarissimi personaggi di rango senatorio, è confermato
dal seguente brano di Cicerone[342]: _(Clodius) quaerit ex me, num
consuessem siculis locum gladiatoribus dare? Negavi; at ego, inquit,_
NOVUS PATRONUS (?) _instituam sed soror quae tantum habet consularis
loci, unum mihi solum pedem dat._
«Come nel teatro i senatori ebbero il posto migliore
nell’orchestra[343] nella quale sedeva anche l’imperatore[344], così
nell’anfiteatro fu loro assegnato il podio[345] nel quale fu anco il
palco del sovrano, protetto da gelosie[346].
«Dalle dotte disquisizioni dello Hübner[347], è provato quanto sia
difficile ritrovare nel Colosseo il sito esatto nel quale sedevano
senatori e cavalieri; quanto sia difficile riconoscere la forma e la
disposizione del podio, e quanto sia oscura la stessa divisione in
meniani.
«Ma che i senatori sedessero sul ripiano infimo che dominava
immediatamente l’arena, privi di sedili marmorei, ma capace di due o
tre file di seggiole, credo poterlo dimostrare così:
«I massi marmorei scorniciati sui quali è incisa la grande iscrizione
di Placido Valentiniano, mentre servivano di coronamento al murello del
podio, servivano pure di base e sostegno alla ringhiera forse di marmo,
ma assai più probabilmente di bronzo, la quale formava parapetto.
Infatti tutti quei massi scorniciati conservano la incassatura del
parapetto a questo modo:
[Illustrazione: Iscrizione]
«Ora le più antiche e perfette iscrizioni recanti i nomi di due, di
tre, di quattro _clarissimi viri_, sono incise precisamente su quella
lista che corrisponde al di fuori della ringhiera: la qual cosa
dimostra che i chiarissimi personaggi sedevano precisamente su quei
massi di marmo. Che poi questi stessero dove li ho collocati, cioè
sul ciglio dell’infimo suggesto o podio, è dimostrato dalla regolarità
somma con la quale sono caduti in fondo all’arena. I massi scoperti nel
1878 contenenti le prime parole dell’iscrizione di Valentiniano III, si
seguivano con regolarità e senza gravi lacune nel testo. Ora ciò non
potrebbe essere avvenuto se fossero precipitati dai baltei superiori.
Del resto è cosa nota che i nove decimi dei marmi di ogni specie
trovati nell’arena spettano al suggesto senatorio siccome quello che le
stava più vicino».
2. EQUITES. «Dei cavalieri si può ripetere quello che si è detto dei
senatori. Assisterono promiscuamente agli spettacoli, misti alla
folla, prima dell’introduzione dei sedili: poi si saranno riuniti
in gruppo tenendosi fra i senatori e la plebe: e col tempo avranno
acquistato una specie di diritto e di privilegio a preceder questa in
tutte le rappresentazioni circensi, teatrali, gladiatorie. Nell’anno
687/87 L. Roscio Otone, tribuno della plebe, confermò con la sua _lex
roscia theatralis_ gli antichi privilegi dell’ordine, aggiungendone
forse dei nuovi e più speciali[348]. _L. Otho, vir fortis, meus
necessarius equestri ordini_ RESTITUIT _non solum dignitatem sed
etiam voluptatem. Itaque haec lex, quae ad ludos pertinet, est omnium
gratissima, quod honestissimo ordini cum splendore fructus quoque
iucunditatis est_ RESTITUTUS»[349]. Furono destinati ai cavalieri _in
theatro quatuordecim gradus proximi_[350] e che facevan giro attorno
l’orchestra dei senatori. Questa misura sollevò l’indignazione del
popolo al punto, che Cicerone dovette far ricorso a tutto l’artificio
della sua eloquenza per calmare gli spiriti esacerbati[351]: esacerbati
non tanto dal mero fatto dei XIV _ordines_, quanto dal riconoscimento
indiretto sì, ma solenne del ceto equestre (cioè del ceto
_capitalista_) come seconda autorità politica dello stato[352]. Del
resto queste lotte fra le varie classi dei cittadini pei posti negli
spettacoli non erano cosa nuova. « Ἔμελλεν ὁ δὴμος θεάσθαι μονομάχους
ἔν ἀγορᾷ καὶ τῶν ἀρχόντων οί πλεῖστοι θεωφητήρια κόκλῳ κατασκευάσαντες
ἐζεμίσθουν. Ταῦτα ὁ Γάιος ἐκέλευεν αὺτοὺς καθαιρεῖν, ὅπος οῖ πένητες ἐκ
τῶν τόπων ἑκείνων ἄμισθὶ θεάσασθαι δύνωνται»[353].
«Dalla legge roscia ebbero origine le frasi: _sedere in quatuordecim
ordinibus — in equite spectare — in equestribus, in pulvino equestri
sedere_, assai frequente presso gli scrittori[354]. _Quum autem
plerique equitum, attrito bellis civilibus patrimonio spectare ludos_
E QUATUORDECIM _non auderent, metu poenae theatralis: pronunciavit,
non teneri ea, quibus ipsis parentibusve equester census unquam
fuisset_[355]. Non è questa la sola alterazione che le vicende dei
tempi avevano recato alla regolare osservanza della legge roscia.
_Quum spectaculo ludorum gregarium militem, in quatuordecim ordinibus
sedentem, excitari per apparitorem iussisset, rumore ab obrectatoribus
dilato, quasi eundem mox discruciatum necasset, minimum abfuit quin
periret concursu et indignatione turbae militaris_[356]. Benchè
Suetonio, nel notissimo paragrafo del c. 44, non faccia menzione di
ordinamenti speciali riguardo al ceto equestre, non v’ha dubbio che
Augusto si sia occupato anche di loro, come, del resto, dimostrano e il
paragrafo poco anzi citato dal c. 40, ed i testi già recati a proposito
dei senatori.
«Nerone adottò pei cavalieri, e soltanto nel circo, un’altra misura,
la quale non è ben chiara. Ne parlano Tacito e Plinio. Il primo nel
libro 15, capo 32 degli annali riferisce, che nell’anno 65 l’imperatore
_equitum romanorum locos sedilibus plebeis_ ANTEPOSUIT _apud circum.
Namque ad eam diem indiscreti inibant, quia lex Roscia nihil nisi de
quatuordecim ordinibus sanxit._ Il secondo poi aggiunge aver Nerone
soppresso gli euripi che circondavano la lizza attribuendo ai cavalieri
il maggiore spazio così guadagnato. (Caesar dictator) _euripis harenam
circumdedit, quos Nero princeps sustutit, equiti loca addens_[357].
«Dal confronto di due testi sembra apparire che la legge roscia sia
stata rispettata nel solo teatro: e che nel circo (dove i 14 ordini
sarebbero stati esuberanti, eccessivi) i cavalieri avessero preso
posto, non appresso ai subselli senatorî, ma forse nelle gradinate
più alte, che erano veramente le migliori per godere tutto lo insieme
delle cose, e più lontane da quei nembi di polvere dei quali parla
Ovidio. Nerone li avrà fatti discendere nell’ordine più basso, e per
non togliere troppo posto alla plebe, avrà spinto in fuori i posti dei
senatori, nell’area già occupata dagli euripi, attribuendo ai cavalieri
lo spazio lasciato libero dai senatori. Si veggano i dotti commenti
dello Hübner[358] e dello Jordan[359]. Tito, ed il suo agente Manio
Laberio Massimo, dividendo i sedili del Colosseo, attribuirono ai
cavalieri gli ordini più bassi e più vicini ai senatorî, uniformandosi
se non alla lettera, allo spirito almeno della legge roscia. Domiziano
con editto promulgato forse quando ebbe recata a compimento la fabbrica
dell’Anfiteatro _licentiam theatralem promiscue spectandi_ IN EQUITE
_inhibuit_. Marziale lo chiama: _edictum quo subsellia certiora
fiunt_[360].
«Intorno ai posti dei cavalieri nel Colosseo, alle _scamna equitum_
di Marziale (5, 41), abbiamo un documento contemporaneo alla sua prima
dedicazione. È un gradino marmoreo lungo m. 1,17, alto m. 0,72, largo
m. 0,40 sulla fronte del quale è scritto a lettere auree:
EQVITI (_bus_)
(C. I, L. VI, _Pars._ 4, 32098).
«Questi posti erano divisi per cunei, come risulta dalla testimonianza
di Suetonio[361] già allegato di sopra. Uno dei cunei[362] era chiamato
_IVNIORVM_[363]. _Equester ordo cuneum_ GERMANICI _appellavit, qui_
IUNIORUM _dicebatur_. — Questo passo dimostra che i cavalieri, senza
avere forse posti _personali_, sedevano però distinti fra loro, per
cariche e per dignità. Le divisioni, delle quali ho contezza, sono
queste:
_a_) _iuniores_, forse quelli che attualmente prestavano servizio nelle
turme equestri. Sedevano in un cuneo separato.
_b_) _decoctores_, cavalieri decaduti nel censo. Sedevano nei due
ordini più alti e più lontani dall’orchestra e dall’arena.
_c_) coloro che, di origine libertina, avevano raggranellato il censo
equestre. Sedevano c. s.[364].
_d_) i tribuni militari ed in genere gli ufficiali superiori delle
milizie stanziate in Roma[365].
_e_) i _decemviri litibus iudicandis_[366].
_f_) _Tribuni plebis_. Forse a questa classe va riferita la glossa di
Porfirio _ad Horat. Epod._ 4: _ex quattuor_ (_decim_) _autem ordinibus,
quos lege Roscius Otho tr. pl. in theatro equestri ordini dedit, duo
primi..... tribuniciis vacabant._ Le si riferisce senza dubbio il passo
di Dione 44,4 nel quale fra gli onori decretati in favore di Cesare
nell’anno 710/44 si registra: καὶ καθὲζεσθαι ἑπὶ τοῦ ἀρχικοῦ δίφρου
παντακῆ πλὴν ἐν ταῖς πανηγύρεσιν..... τότε γὰρ ἐπῒ τε τοῦ δημαρχικοῦ
βάθρου καὶ μετὰ τῶν ἀεὶ δημαρχούντων Θεὰσθαι ἔλαβεν.
«A tutte queste classi di _magistratus ordinis equestris_ allude
Calpurnio nei ben noti versi della settima ecloga: _Venimus ad sedes
ubi pulla sordida veste, — Inter foemineas spectabat turba cathedras —
Nam quocumque patent sub aperto libera coelo. Aut eques aut nivei loca
densavere tribuni._
«I cavalieri, a differenza dei senatori, non graffiarono il nome nel
proprio loco, nemmeno in tempi di decadenza assoluta, forse perchè non
ebbero posti personali. Una sola leggenda conosco che possa applicarsi
agli ordini dei cavalieri: ed è incisa in un _gradino_ di marmo,
spettante ad uno scalare, a lettere di forma esilarante. Dice:
ABINSTEIF. A[367]
(C. I, L. VI, part. 4, n. 32098).
e lo attribuisco ai gradini equestri, perchè i senatori non sedettero
mai nel marmo.
3. SACERDOTUM OMNIUM COLLEGIA. «Il testo principe intorno ai posti
sacerdotali è il lamento di Arnobio 4, 35 p. 151 Hild. _Sedent in
spectaculis publicis sacerdotum omnium collegia:_
_a) pontifices maximi_
_b) et maximi curiones_
_c) sedent quindecim viri laureati._
_d) et Diales cum apicibus flamines._
_e) sedent interpretes augures divinae mentis et voluntatis._
_f) nec non et castae virgines perpetui nutrices et conservatrices
ignis._
«È chiaro che Arnobio non parla rigorosamente, e che è d’uopo tener
conto la sua enfasi rettorica. Nondimeno tengo per certo che, nel
periodo di Augusto a Claudio, questi sacerdoti abbiano indistintamente
seduto _in senatu_ e che, dopo Claudio, abbiano ciascuno avuto la
propria sede distinta e determinata di tanti piedi nel tale o tal altro
cuneo, dell’ordine cui appartenevano. È certo parimenti che Arnobio non
mentova tutti i collegi sacerdotali che avevano diritto a sedere sul
podio. Abbiamo memoria e documenti per ciò che spetta _a_) agli arvali,
_b_) alle vestali, _c_) al flamine diale, _d_) ai sacerdoti augustali,
e, particolarmente ai soldati fluviali.
_a) Fratelli Arvali_[368].
_b) Vergini vestali_[369].
_c)_ Flamine diale. «Di costui fanno parola Arnobio, nel passo
soprariferito, e, indirettamente, Suetonio[370] narrando aver
l’imperatore presieduto al _certamen quinquennale assidentibus Diale
sacerdote_ — cet.».
_d) Sacerdoti Augustali._ Dei posti riservati agli augustali fa
menzione Tacito[371] narrando del senatus consulto per le onoranze
funebri a Germanico: _honores decreti....... ut sedes curules
sacerdotum augustalium locis, superque eas querceae coronae
statuerentur._ E nel senatus consulto per le onoranze a Druso si
ripete:[372]
VTIQUE. OMNIBVS theATRIS _sellae curules habentes drusi_
CAESARIS NOMINA I_nscripta locis augustalium ponerentur._
«Del collegio dei sodali fluviali, abbiamo indirettamente notizia da
Suetonio[373].
«_Paeanisti_ (?) — Ai LOCA del collegio dei peanisti[374] si è voluto
riferire[375] questo brano d’iscrizione trovata circa dieci anni or
sono[376] nel cimitero di s. Agnese, sulla via Nomentana:
[Illustrazione: Iscrizione]
«Ed infatti quella cifra dei quattro piedi e la menzione dei _cunei
fenestrarum_ non disconverrebbero ad un rescritto di concessioni di
posti dell’anfiteatro. Ma prescindendo dalla difficoltà di spiegare
come i peanisti abbiano potuto _extruere_ cosa alcuna nell’anfiteatro,
il confronto del libello greco con il rescritto di Severo, benchè
ambedue mutili, mi induce a credere trattarsi piuttosto di qualche
contravvenzione alle leggi promulgate da Severo e Caracalla circa gli
edificî e le _insulae_ della città[377] — per es. la sporgenza abusiva
di un meniano in area pubblica: — contravvenzione per la quale sarà
stata richiesta e concessa la condonazione.
4. LEGATI-HOSPITES. «La maggior parte delle memorie lasciate dagli
scrittori sui posti propri degli ambasciatori e rappresentanti
diplomatici si riferisce al teatro. _Romae legatos liberarum
sociarumque gentium vetuit in orchestra considere, quum quosdam etiam
libertini generis mitti deprehendisset_[378].
«A questa legge si fecero eccezioni continue. Claudio permise ai
legati dei Parti, degli Armeni e dei Germani di sedere _in senatu_
cioè nell’orchestra[379]. Sotto Nerone avvenne qualche cosa di simile,
se pure Tacito non confonda i suoi due ambasciatori frisî Verrito
e Malorige con gli ambasciatori germani di Suetonio[380]: Traiano
τοὺς πρεσβευτὰς τοὺς παρὰ τῶν βασιλέων ἀφικρομένους ἐν τῷ βουλευτικῷ
θεάσασθαι ἐποίει[381].
«Anche nei giuochi gladiatorî ebbero ab antico sede onorevolissima.
Agli ambasciatori marsigliesi, venuti in Roma dopo l’incendio gallico
_locus spectaculorum in senatu datus_ (est)[382]. Finalmente sappiamo
l’istesso essere avvenuto nel circo _quodam autem muneris die Parthorum
obsides, tunc primum missos, per arenam mediam ad spectaculum induxit,
superque se subsellio secundo collocavit_[383]. A questa classe di
persone riferisco due epigrafi dei sedili del Colosseo. La prima,
appartenente al primo secolo, dice:
_hos_]PITIB[_us_
(C. I, L. VI, parte 4, 32098 (_e_))
«La seconda è ripetuta su due gradini, grezzi nella superficie, con
lettere dei tempi Severiani:
_l_ GADITANORVM
_m_ GADITAN_orum_
(C. I, L. _ib_.).
«Ambedue questi sedili sono degni di osservazione, perchè conservano
la famosa linea di divisione. Nel primo è segnata 4 centimetri
all’infuori, cioè a sinistra, della lettera G: nel secondo 2 centimetri
_all’infuori_ della stessa lettera.
5. PRETEXTATI. «Il _senatus consulto_ augusteo rilegò i pretestati in
un cuneo del teatro: _praetextatis cuneum suum assignavit_. Chi sa che
non sia questo il _cuneus iuniorum_ del quale abbiamo parlato di sopra.
Di questo gruppo è rimasto documento epigrafico nel Colosseo. Sulla
fronte di un sedile è scritto con lettere della buona epoca[384]:
ETEXT
VIIIS
(C. I, L. VI, p. 4, 32098 _c_).
6. PAEDAGOGI. «Questi due marmi, prosegue il ch.o Lanciani, confermano
egregiamente la sentenza, aver Tito o Domiziano seguito alla lettera i
regolamenti augustei nella divisione dei posti anfiteatrali.
_paedagogis p_ VERO _um_
(C. I. L, part. 4, 32098, _d_).
7. APPARITORES MAGISTRATUUM PUBLICORUM POPULI ROMANI. «Dalla narrazione
di Tacito[385] riferibile all’anno 819/66 — _liberto et accusatori_
(Publii Galli eq. r.) _locus in theatro inter viatores tribunicios
datur_ — con molta probabilità si può argomentare che gli _apparitores_
dei diversi magistrati, cioè gli _scribae, lictores, viatores,
praecones_, secondo le loro rispettive decurie avessero posti fissi nel
teatro[386].
8. POPULARIA (loca). «La plebe fu divisa per tribù e per istato
civile. Della divisione per tribù negli spettacoli si hanno memorie
fino dagli antichissimi tempi di Roma. Essa fu fomentata dall’abuso
dell’_ambitus tribuarius_ e degli _spectacula tributim data_ per parte
di chi cercava, acquistare sul pubblico influenza all’approssimarsi
delle elezioni: _in circo totas tabernas tribulium causa comparare_.
Si consultino Cicerone, _Vatin._ 15, 37; _Mur._ 34, 72; Orelli, _Ind.
leg._ p. 286; _hanc autem_ (plebem) _tributim divisa loca occupasse
tempore Ciceronis et Dionysii, ipsorum verba sat certo testantur:
ad Severi usque tempora, an idem mos manserit, incertum est_[387].
Io credo che il costume fosse serbato anche nei tempi imperiali: in
primo luogo perchè non v’era ragione di rinunciare ad una misura così
semplice e così opportuna a disciplinare quelle folle tremende: in
secondo luogo, perchè, della continuazione del costume, mi sembra
trovare documento nella _basis magna marmorea litteris magnis_ scoperta
sulla fine del quattrocento _in angulo circi maximi_ versus templum
Herculis victoris in foro Boario et Tiberim_ dedicata a Traiano,
nell’anno 103, dalle
TRIBVS . [=XXXV]
QVOD . LIBERALITATE
OPTIMI . PRINCIPIS
COMMODA . EARVM . ETIAM
LOCORUM . ADIECTIONE
AMPLIATA . SINT
(C. I. L. VI, 955).
«Si sa in qual modo avvenisse cotesta _locorum adiectio_ dal c. 5 del
panegirico di Plinio. Poco prima dell’anno 100 Traiano fece demolire la
tribuna imperiale, cedendone l’area al popolo. Quest’area era capace
di cinquemila posti, dal che risulta che il _cubiculum principis_ era
vasto due volte più dei nostri teatri della Scala, di S. Carlo, ecc. La
plebe di ciascuna tribù fu suddivisa per istato civile; i coniugati da
una banda, le donne (e forse i celibi) dall’altra.
_a_) _Maritis a plebe proprios ordines assignavit_[388], la quale
misura sembra allo Hübner essere conseguenza delle leggi _iulia de
adulteriis_ dell’anno 757/4, e _papia poppea_ dell’anno 762/9 e degli
editti contro il celibato, emessi dopo la vittoria di Azio[389]. Ho
già notato che cotesta separazione degli ammogliati dagli scapoli,
ebbe vigore soltanto _inter popularia_ non mai per gli ordini senatori
ed equestri. Gli ammogliati delle trentacinque tribù sedettero fra
l’ultima fila dei cavalieri ed il _maenianum summum in ligneis, ubi
pulla sordida veste — inter foemineas sedebat turba cathedras._
_b_) «Anticamente le donne sole non erano escluse dal consorzio comune:
_antiquitus solebant mulieres cum viris omnibus interesse spectaculis
indifferenter_ come dice lo scoliaste di Giovenale[390]. Il costume
durava al tempo di Silla[391], di Cicerone[392] e di Ovidio[393],
benchè da alcune frasi del poeta possa dedursi che le donne scompagnate
occupavano già per abitudine il portico in cima ai sedili: _Sic
ego marmorei respexi summa theatri. — Eligis e multis unde dolere
velis_[394]. Augusto rese obbligatorio e legittimo il loro isolamento:
_Foeminis ne gladiatores quidem, quos promiscue spectari solemne olim
erat, nisi ex superiore loco spectare concessit..... Athletarum vero
spectaculo;_ prosegue Suetonio: _muliebre sexus omne adeo summovit,
ut pontificalibus ludis pugilum par postulatum distulerit in sequentis
diei matutinum tempus, edixeritque — mulieres ante horam quintam venire
in theatrum non placere._
«L’usanza di Roma divenne generale, almeno nelle regioni italiche:
e gli altissimi sedili dei teatri furono chiamati _muliebri_. Cf.
l’iscrizione di Terni ap. Orelli 3279: OPVS . THEATRI . PERFECT . IN .
MVLIEBRIB . AERAMENTIS . ADORNAVER.
_c_) «Dai citati versi di Calpurnio, sulla _sordida turba pulla veste_,
arguisco che anche gli scapoli debbono essere stati rilegati lassù; e
mi sembra che a questa speciale classe accennino gli scrittori, usando
la voce _pullati_. Stazio, _silv._ 1, 6, 43, parlando delle largizioni
di Domiziano, conferma indirettamente questa triplice divisione: _una
vescitur omnis ordo mensa: parvi, femina, plebes, eques, senatus._
9. MILITARI. «È ragionevole il credere che i gregarî dei corpi di
milizia stanziati in Roma, i pretoriani, gli urbani, i peregrini,
i vigili, i misenati, i ravennati, ecc. avessero posto fisso
nell’anfiteatro, come lo avevano senza dubbio negli altri luoghi di
spettacolo. Cf. il _militem secrevit a populo_ del regolamento di
Augusto. I _corporis custodes_, gli _equites singulares_ avranno forse
avuto una distinzione speciale.
«Le epigrafi dei sedili fin qui citate sono quelle che possono con
probabilità o con certezza attribuirsi ad un dato ordine o gruppo di
spettatori, ma non sono tutte». Fin qui l’illustre Lanciani.
Le sigle ed i numeri, d’epoca buona, che si leggono sulla fronte di
altri gradini marmorei, li riporteremo nell’Appendice II.
*
* *
Il _Curiosum urbis_ ci assicura che nell’Anfiteatro Flavio v’erano
87,000 posti, _loca: Regio_ III. _Isis et Serapis. Continet Monetam,
Amphitheatrum qui continet loca [=LXXXVII]_. — Questo stesso leggesi
nel _De Regionibus_, il quale in altro non differisce dal _Curiosum_
se non in questo: che nel primo il numero dei posti vien indicato in
cifre, mentre nel secondo s’indica in lettere. _Regio_ III. _Isis
et Serapis. Cont. Monetam. Anphit..... qui capit octoginta septem
millia._ — Pomponio Leto nel suo _Vittore_ ritiene la stessa cifra.
Fra gli scrittori moderni poi ve n’è chi diminuisce d’assai la capacità
dell’Anfiteatro.
Fra questi noto Leon Home, il quale nel suo _Lexique de Topographie
Romaine_[395] scrive: «L’ensemble de la _cavea_ qui pouvait contener
de 50,000 a 55,000 personnes. Le chiffre des Regionales — 87,000 —
est évidemment très exagéré». L’Huelsen, prendendo occasione dalla
scoperta del Vaglieri, (la quale consiste in aver questi riconosciuto
che in alcuni luoghi, ove le tavole degli Arvali sono intiere ed hanno
il margine antico, il testo finora creduto intiero non lo è, perchè
la scrittura fu continuata sul margine di un’altra tavola attigua),
conchiude che il Colosseo non poteva contenere più di quaranta o
quarantacinque mila spettatori seduti; e dice che, calcolando che
gli spettatori _pullati_[396] fossero altri cinque mila, non si
oltrepasserebbe in nessun modo il numero di 50,000 persone. Però
osserva che, almeno nell’epoca buona, non fu assegnato nell’Anfiteatro
un posto _ad hominem_, ma che si assegnò alle corporazioni, ai
sodalizi, ai collegi sacerdotali, un certo numero di piedi di spazio
rispettivamente, lasciandosi ai singoli membri dei collegi stessi il
diritto di accordarsi fra loro sulla distribuzione di detto spazio.
Sicchè se su piedi 5-5/16, che erano degli Arvali[397], si fossero
voluti adagiare due soli sacerdoti, oppure starvi tre alla stretta, ciò
non riguardava affatto l’officiale incaricato della distribuzione dei
posti[398].
Ammessa l’opinione del ch.º Huelsen apparisce chiaro che se
(specialmente in caso di spettacoli straordinarî) la curiosità avesse
fatto occupare disagiatamente a due persone il posto designato per una,
si sarebbe raddoppiato il numero degli spettatori; ossia l’Anfiteatro
sarebbe stato materialmente capace di circa 100,000 persone. La cifra
pertanto indicata dai Regionarî non è assolutamente esagerata, molto
più se si rifletta che il Codice Vaticano _n._ 3227 del _Curiosum_,
invece di _loca_ [=LXXXVII] ha: _capet loca LXXVII_.
Dai portici del piano terreno dell’Anfiteatro si accedeva ai varî
ordini di gradi per passaggi e scale diverse[399]. In ogni quadrante
dell’ovale dal secondo giro (2) del portico esterno tre passaggi
(3) immettevano nell’ambulacro (6) sottoposto all’_iter_ della
_praecinctio_ della gradinata dei cavalieri: da quest’ambulacro, per
quattro scale (8), si saliva alla gradinata del podio, e per mezzo di
dodici passaggi si giungeva all’ambulacro (9), dal quale si ascendeva
al ripiano dei _subsellia_.
Inoltre dallo stesso secondo giro (2) del portico esterno, quattro
scale (5) ad una branca conducevano all’ambulacro, nel quale s’aprivano
i vomitorî della gradinata dei cavalieri; ed altre cinque scale (4)
a due branche menavano ai piani superiori, vale a dire alla _media
cavea_, alla _summa_ ed al portico. Con tal sistema l’immensa folla
degli spettatori era ripartita in modo, che questa poteva discendere ed
uscire dall’Anfiteatro senza confusione e disordine.
Ora, a compire la descrizione dell’interno dell’Anfiteatro Flavio, mi
resta a parlare del velario.
Lo scopo del velario già l’enunciammo[400]: esso serviva a riparare gli
spettatori dagli ardenti raggi solari. Plinio[401], dopo aver narrato
delle vele di vario colore adoperate nelle flotte di Alessandro Magno,
e di quelle purpuree che avea la nave con cui M. Antonio andò ad Azio
con Cleopatra, dice: «_Postea in theatris tantum umbram facere_»; le
quali parole c’insegnano che, abbandonato nelle navi l’uso di vele
colorate, passarono queste a far ombra ai teatri. Anche Lucrezio fa
menzione di siffatto lusso nei velarî:
«Et vulgo faciunt id lutea intenta theatris
Per malos vulgata trabesque trementia flutant»[402].
Il primo che introdusse la tela da navi colorata nei teatri fu,
per testimonianza di Plinio[403], Q. Catulo, allorquando dedicò il
Campidoglio. Questa tela parve troppo rozza a Lentulo Spinter, e
nei giuochi apollinari, come scrive il citato autore, usò per primo
nel teatro vele di finissimo lino: «_Carbasina deinde vela primus in
theatro duxisse traditur Lentulus Spinter apollinaribus ludis_»[404].
Ed infine lo stesso Plinio ci attesta che Nerone adornò le vele con
ricami d’oro: _Vela nuper colore caeli stellata per rudentes, terra
etiam in amphitheatris principis Neronis rubente_»[405].
Sembra che i velarî ordinariamente s’incominciassero a stendere in
primavera. L’apprendiamo da due AVVISI, scoperti in Pompei, scritti in
caratteri rossi, nel primo dei quali Numerio Popidio Rufo notificava
al pubblico che egli il 29 d’Ottobre avrebbe dato in quella città una
caccia, e che il 29 di Aprile l’anfiteatro sarebbe stato coperto con
velario. L’altro _avviso_ fu scoperto sulla _Via degli Augustali_[406].
Relativamente alla struttura del velario, non s’ha a credere che questa
sia una cosa tanto facile ad immaginarsi come comunemente si ritiene.
Fino a pensare che vi dovè essere un’armatura, probabilmente di
corde, costituita da duecento quaranta raggi, che partendo dalle travi
verticali andassero a rannodarsi ad un ovale centrale più o meno ampio,
non vi si trova difficoltà. Ma se si rifletta che il peso dei canapi,
delle carrucole, delle tende e delle corde che servivano per tirarle,
avrebbe fatto necessariamente calare, e non poco, l’ovale centrale,
e fatto rimanere il velario pendente in basso, producendo un pessimo
effetto ed una disgustosa soffocazione negli spettatori del _portico_;
siamo costretti a ricercar il modo con cui avranno gli antichi cercato
di evitare quello sconcio.
Per ottenere lo scopo, si dovea far sì che l’ovale, e quindi i raggi
fossero, per quanto era fisicamente possibile, orizzontalmente tesi:
in questo caso le tende, attaccate per un capo all’ovale e fissato
per l’altro al disopra dell’attico del porticato, avrebbero formato un
dolce padiglione dall’alto in basso, producendo un gradevole effetto.
Questa tensione (che dovea essere fortissima, a cagione del non
intercedere tra il piano delle _testate_ delle travi e quello
dell’attico del colonnato spazio maggiore di tre metri) non si sarebbe
potuta ottenere che per mezzo di verricelli, i quali agissero su
ciascuno dei duecento quaranta raggi.
Il Canina saggiamente opinò che alle travi esterne ne corrispondessero
altre all’interno dell’edificio, onde ottenere maggiore resistenza.
Erano esse necessariamente collegate insieme per mezzo di traverse,
formando tutto un sistema. Ce l’assicura Calpurnio: «Vidimus in coelum
trabibus spectacula TEXTIS»:
«Coronato di travi _in un conteste_
Vidi il superbo Anfiteatro al cielo
Surgere. . . . . . . . . . . . . . »
traduce il Biondi.
Alle _testate_ delle travi interne erano fissate robuste carrucole,
a fin di mandare verticalmente le funi ad arrotolarsi ai verricelli
orizzontali, i sostegni dei quali poggiavano sul pavimento del
portico, ed erano assicurati con arpioni alla parete di perimetro
dell’Anfiteatro.
È bene qui notare che le _testate_ delle travi che sostenevano il
soffitto del portico e il soprapposto pavimento, oltre ad essere
incassate nella cortina del muro di perimetro, poggiavano sopra solidi
mensoloni; e questo dimostra che quelle _testate_ dovevano sopportare
un peso maggiore di quello d’un soffitto e di un pavimento.
Sorge una difficoltà, ed è che qualora si volesse supporre l’ovale
centrale non di altra materia che di canapo, sarebbe stata cosa ben
difficile fargli prendere e mantenere la sua forma regolare.
A rimediare a quest’inconveniente, si potrebbe immaginare l’ovale
centrale formato di una zona orizzontale di piastra metallica, di
una sufficiente consistenza e del minor peso possibile; immaginandone
inoltre la periferia esterna non maggiore di quanto era necessario per
attaccarvi le duecento quaranta funi, e (perchè la sua massa fosse
relativamente minima) composta di due fasce riunite a traliccio. A
questa zona metallica si sarebbero fissati duecento quaranta anelli,
onde attaccarvi gli uncini legati ai capi dei canapi. Agli anelli
avrebbero fatto capo altre duecento quaranta corde che, discendendo in
dolce curva fin sopra l’attico del portico, avrebbero servito di guida
al distendimento e raccoglimento delle vele.
Una corona di metallo dorato, dalla quale scendessero vele cerulee
ornate di auree stelle; padiglione degno dell’imponente cavea ove
tutto era splendore: «_sic undique fulgor percussit_»[407], sarebbe,
non v’ha dubbio, una brillante idea! Ma si sarebbe potuta attuare?...
La risposta la dovrebbe dare il calcolo, al quale nè io ho tempo di
consacrare, nè, credo, varrebbe la pena di consacrarvelo, restando la
cosa in ogni modo nel campo delle ipotesi.
L’operazione di tendere il velario si eseguiva sul terrazzo soprapposto
al portico, ed era affidata a’ soldati di marina.
Lampridio[408] scrive: «_Sane quum illi saepe pugnanti, ut deo,
populus favisset, irrisum se credens, populum romanum a militibus
classariis qui vela ducebant in amphitheatro interimi praeceperat_»;
e questi marinai furono certamente i Misenati, perchè essi avevano il
loro quartiere nella stessa regione dell’Anfiteatro. Nel _Curiosum_
e nel _De Regionibus_ leggiamo: _III Regio.... Castra Misenatium_.
Preziosa indicazione topografica, la quale, mentre ci rende certi
della vicinanza del quartiere dei Misenati all’Anfiteatro, dà pur
anche valore alla scoperta di un frammento d’iscrizione, in cui si fa
menzione dei _Castra Misenatium_, rinvenuto dall’Henzen tra le schede
del Fea, nelle quali si attesta che il frammento _fu scoperto fuori
della parte semicircolare delle terme di Tito_[409], ossia poco lungi
dal nostro Anfiteatro.
La situazione del quartiere dei marinai della flotta di Ravenna (in
Trastevere, presso la naumachia di Augusto, al servizio della quale
erano destinati quei militi) rafforza l’argomento desunto dalla
vicinanza del quartiere dei Misenati all’Anfiteatro Flavio, e prova che
essi appunto erano i _classarii_ destinati a tendere il velario.
Nel 1776, alle radici dell’Esquilino verso il Colosseo, si rinvenne un
raro _anemoscopio_ di marmo, il quale fu trasportato al Museo Vaticano,
e tuttora si ammira sulla _Loggia del Belvedere._ Esso consiste in un
prisma dodecagonale, largo (da faccia a faccia) m. 0,555, e alto m.
0,30: gli spigoli, formati dalle facce laterali, sono adorni di un
risalto cilindrico di m. 0,03 di diametro; e sulla faccia superiore
(orizzontale), ai quattro punti cardinali, sono incisi in bella
paleografia le seguenti parole:
MERIDIES — SEPTENTRIO — ORIENS — OCCIDENS. (V. _Fig. 3ª_).
[Illustrazione: _Fig. 3.ª_]
Nel centro v’è un foro circolare del diametro di m. 0,045: in esso fu
introdotta l’asta della banderuola, e tuttora si vede l’impiombatura
che la fissava. Dal residuo dell’asta che rimane incassato nel foro,
sappiamo che la grossezza di detta asta era di m. 0,025. (V. _Fig.
4ª_).
Sulle facce laterali vi sono incisi in caratteri molto spontanei, ed
anche belli, i nomi dei venti (in greco ed in latino) in questo modo:
ΖΕΦΙ
ΡΟΣ
FAVO
NIVS
(V. _Fig. 5ª_)
Questo raro istrumento trovato presso il Colosseo, appartenne alla
_Mole dei Flavî_?
[Illustrazione: _Fig. 4.ª_]
Non sarebbe certo irragionevole opinare, che, sull’alto
dell’Anfiteatro, vi fosse stato un _indice_ esatto dei venti per norma
del comandante dei Misenati; affinchè questi, conosciuta con certezza
la direzione del vento, potesse (qualora impetuoso) dar ordine o di
tendere le vele soltanto da quella parte in cui rimanevano a riparo,
ovvero, se già distese, ordinare di ritirare quelle che si trovavano
nella direzione del vento. La forma del velario richiedeva senza
dubbio una sorveglianza diligente: poichè la grande apertura centrale
lasciava libero adito ai venti; e questi, se si fossero introdotti
sotto il velario ed avessero invaso la parte che trovavasi di fronte,
avrebbero fatto sollevare violentemente le vele, le quali, agitandosi
soverchiamente, avrebbero recato non poca molestia agli spettatori
e causato gravi danni. Che il vento potesse danneggiare gli edificî
destinati ai pubblici spettacoli, si può ragionevolmente argomentare
dalla stessa loro _struttura a cielo aperto_: e che talora il vento
l’abbia realmente danneggiati, lo possiamo dedurre da Plauto, il
quale nella sua commedia «_Curcullio_»[410], fa narrare alla giovane
_Planesium_, ciò che a questa accadde allorquando, ancor fanciulletta,
assistè agli spettacoli dionisiaci, ove aveala condotta _Archestrata_
sua nutrice. _Non appena questa avea adagiato la fanciulletta nel
teatro, levossi un_ VENTO _tanto_ TURBINOSO, _che pose a soqquadro
l’intiero edificio_[411].
[Illustrazione: _Fig 5.ª_]
La forma dell’_anemoscopio_ rinvenuto presso il Colosseo è adattissima
per ottenere il fine sopra indicato. Occorreva infatti che il
comandante avesse sott’occhio e quasi direi, stando a tavolino,
la _Rosa dei venti_, e vedesse la direzione dei medesimi. Pertanto
sarebbe stato necessario che il prisma dodecagonale marmoreo stasse
sul terrazzo dell’Anfiteatro, nel senso del meridiano astronomico
locale, e sopra un piedistallo alto 90 centimetri circa: vale a dire,
collocato in modo, che, una persona in piedi, volendo, avesse potuto
vedere comodamente il piano superiore dell’istrumento e leggere
agevolmente i nomi dei venti incisi sulle facce laterali[412]. E
perchè, guardando la faccia superiore dell’istrumento, si potesse
vedere la precisa direzione del vento, io congetturo che la banderuola
fosse fissata ad un cannello metallico lungo quanto l’asta; che il
cannello fosse appoggiato liberamente sulla punta dell’asta, ed in
basso munito di un _indice_ orizzontale, il quale, secondando il
movimento della banderuola, avrebbe mostrato sul piano, la direzione
del vento. La banderuola poi, avrebbe dovuto superare l’altezza
dell’attico dell’Anfiteatro, affinchè potesse esser mossa liberamente
da ogni vento; e la grossezza dell’asta è tale, da potersi innalzare
con ogni solidità fin oltre a due metri; altezza che, aggiunta a quella
del piedestallo e del prisma soprappostogli, avrebbe permesso alla
banderuola di superare l’attico di un metro e mezzo almeno.
La cura di evitare la violenza molesta del vento e i danni dei
quali spesso è causa, non è cosa nuova presso gli antichi. Vitruvio
prescrive che nell’edificazione di una nuova città, s’abbia riguardo
alla direzione dei venti; e vuole, che, costruita la cinta, nel centro
dell’area da questa racchiusa, _si descriva, sopra un levigato piano
di marmo_ (da lui chiamato «_marmoreum amussium_»), _orizzontalmente
disposto_ (_ovvero sul suolo stesso spianato a perfezione e
livellato_), _la Rosa dei venti; e ciò, a fin di stabilire la direzione
delle vie e delle piazze tra l’una e l’altra regione degli otto venti
principali; e per liberare da molestia i cittadini e da malanni la loro
salute_[413].
In conclusione: se in tutti gli antichi teatri ed anfiteatri era cosa
prudente prevenire i pericolosi effetti del vento, nell’Anfiteatro
Flavio era di necessità assoluta. Se quell’immenso velario, a
tant’altezza, si fosse lasciato senza sorveglianza e a discrezione dei
venti, si sarebbe facilmente potuto ivi verificare il fatto immaginato
da Plauto: «_Exoritur ventus: turbo: spectacula ibi ruunt_». Questa
necessità evidente, e la prudenza degli antichi, specialmente nelle
cose pubbliche, mi hanno indotto a congetturare che quell’_anemoscopio_
rinvenuto in prossimità del Colosseo, sia appartenuto alla _Mole
Vespasianea_ per la sorveglianza del velario. E la mia congettura trova
appoggio nella bella paleografia delle quattro parole incise sulla
faccia superiore dell’_anemoscopio_; paleografia che, per la forma e
regolarità delle lettere, può convenire benissimo all’età dei Flavî.
Anche le lettere dei nomi dei venti, si potrebbero forse riportare a
quei tempi; perchè, quantunque siano state eseguite con minor cura e
con una paleografia che tende al corsivo, pur nondimeno sono di buona
forma. Chè se taluno volesse ritenere quei caratteri per un’opera
posteriore all’età dei Flavî, non credo che potrebbe farli discendere
più giù degli inizi del secolo terzo; ed in questo caso si dovrebbe
conchiudere, che i nomi dei venti furono incisi ai tempi dei grandi
restauri fatti da Eliogabalo e Severo Alessandro nel nostro Anfiteatro.
*
* *
Dopo d’aver contemplato così minutamente questa stupenda _mole_,
sorge spontaneo il desiderio di sapere chi ne fosse l’architetto.
Vana speranza: il nome di questo grande giace sepolto in un oblio
inesplicabile. Il silenzio dei classici e degli antichi scrittori reca
veramente maraviglia! Lo stesso Marziale, che tanti epigrammi dedicò al
Flavio Anfiteatro, non ne fa parola.
Chi mai fu quell’ingegno sublime che diresse questa grandiosa e
sontuosa opera? È questa la domanda che in tutti i tempi, e sempre
indarno, si è fatta costantemente dai dotti; questo l’oggetto perenne
di congetture, questioni e dispute infruttuose. Non possediamo
documento certo; e finchè questo non apparisca, l’architetto del
Colosseo ci sarà sempre ignoto. Nondimeno, per ragione di storia,
riporteremo qui le differenti opinioni, lasciando a ciascheduno la
piena libertà di accettare quella che crederà più verisimile.
Giuseppe Antonio Guattani[414] scrive: «Gli intendenti non lasciano
di censurare le parti di quest’edificio (del Colosseo), trovandovi
profili inesatti, modinature cangianti di altezza, di misure e
distanze non corrispondenti. Al Serlio piacquero sì poco tutte le
cornici, che le chiamò tedesche(!), deducendone che l’ARCHITETTO
_fu sicuramente un tedesco_». In nota poi aggiunge: «Marziale, ne fa
autore un certo Rabirio, architetto della casa di Domiziano, perchè
di tutta la fabbrica vorrebbe darne l’onore a quell’Augusto, il di
cui pane mangiava. Ma è a tutti noto il dolce stomachevole di quel suo
epigramma. Se ne fa generalmente autore un certo _Gaudenzio cristiano_,
in vigore di una iscrizione (che trovasi) nel sotterraneo di S.
Martina; oscura per altro, e che poco persuade».
Dalle parole del Guattani rileviamo chiaramente che il preteso
architetto dell’Anfiteatro o fu un tedesco, o fu Rabirio, o,
finalmente, un cristiano di nome Gaudenzio.
La prima opinione è del Serlio. Che Vespasiano si fosse servito di un
tedesco, non sarebbe cosa da recar maraviglia. Le province Germaniche
erano già soggette all’Impero, ed uno schiavo di quelle regioni, reso
libero, potè benissimo servire l’Imperatore in qualità di architetto.
L’opera di artisti liberti prestata ai reggitori dell’Impero non è una
novità per gli archeologi. Ma dedurre assolutamente la nazionalità
dell’architetto dalle modinature è un po’ troppo! Molto più che la
fretta con cui furono eseguiti i lavori dell’Anfiteatro, tradì il
pensiero dell’architetto. Forse un anacronismo trasse il Serlio a
quella conclusione, credendo di vedervi rispecchiate le goffe cornici
gotiche degli edifici settentrionali dell’epoca, come si suol dire,
_antico-moderna_.
La seconda opinione ne fa architetto Rabirio. I sostenitori di questa
s’appoggiano al LV epigramma del lib. VII di Marziale, il quale dice:
«Astra polumque tua cepisti mente, Rabiri,
Parrhasiam mira qui struis ante _domum_;
Phidiaco si digna Jovi dare templa parabit
Has petat a nostro Pisa Tonante manus».
Ma chi non vede che qui Marziale non parla dell’Anfiteatro, bensì della
costruzione di una _domum_ diretta da Rabirio, il quale era architetto
non di _Vespasiano_ ma di _Domiziano_? E chi ignora che quando
«nell’anno 80 fu solennemente dedicato (l’Anfiteatro) esso era stato
recato a compimento, salvo forse nei particolari dell’ornamentazione, i
quali saranno stati perfezionati dal Domiziano»?[415].
La terza opinione, finalmente, sostenuta dal Marangoni e da altri
scrittori, attribuisce la direzione del nostro augusto monumento ad un
cristiano di nome Gaudenzio.
Il Nibby[416] dice che ai suoi tempi «i più s’inclinavano ad accettare
quest’opinione». I moderni però la rigettano unanimemente.
Ciò che fece credere al Marangoni e a tutti i seguaci di quest’opinione
che fosse Gaudenzio l’architetto dell’Anfiteatro Flavio, fu una lapide
con iscrizione cristiana rinvenuta nel cimitero di S. Agnese[417].
Riporto qui le parole del Bellori contemporaneo della scoperta: «Non
pigeat hic inscriptionem veterem advertere quae Amphitheatri Flavii
architecto adscribitur, elapsis annis reperta erutaque in coemeterio
divae Agnetis via Nomentana.... neque spuria reque recens, sed
orthographia et caractheres longe sequiorem Vespasiano Augusto aetatem
indicant»[418].
La paleografia di questa lapide, la quale, come dice il Muratori,
_già esisteva presso Pietro da Cortona e schedis Ptolomaeis_, ci
riporterebbe (secondo il Nibby)[419] al secolo V dell’êra volgare; ed
il Nibby stesso aggiunge che l’iscrizione non dichiara che Gaudenzio
fosse l’architetto, ma che solo si può dedurre aver Gaudenzio lavorato
in quest’Anfiteatro. Detta epigrafe non è stata mai pubblicata conforme
all’originale. Il Marangoni, il Visconti, il Marucchi, ecc., ce la
presentano in caratteri comuni di stampa; e benchè l’abbiano riprodotta
esattamente riguardo alla disposizione delle parole, sono stati
inesatti riguardo ai segni, i quali dal Marangoni e dal Marucchi furono
espressi tondi, e dal Visconti in forma di lunghi apici. L’Aringhi, il
Venuti, il Nibby, il P. Scaglia ed i recenti Bollandisti la riproducono
altri in caratteri comuni di stampa (come il Nibby, il Venuti ed i
Bollandisti), altri in un _fac-simile_ arbitrario (come l’Aringhi ed il
P. Scaglia); ma tutti inesattamente in quanto alla disposizione delle
parole. Solo l’Aringhi ed il P. Scaglia esprimono con più verità degli
altri la forma degli apici.
[Illustrazione: Fig. 6.ª]
Ora avendo io fortunatamente saputo essersene testè fatto un calco dal
Sig. Attilio Menazzi (una copia del quale si conserva nell’Accademia
di S. Luca) ed avendone potuto avere una fotografia, posso presentare
l’iscrizione nella sua reale genuinità. (Vedi _Fig. 6ª_).
Nel Gori[420] leggo: «Una lapide marmorea, rinvenuta nelle catacombe
di S. Agnese lungo la via Nomentana, parlando in nome di un Gaudenzio
costruttore di un teatro del crudele Vespasiano, e che in luogo di
essere premiato dalla città da lui nobilitata col detto monumento, fu
condannato a morte pella sua religione cristiana, indusse nel Marangoni
l’opinione che fosse costui l’architetto del Colosseo. Ma in primo
luogo la paleografia irregolare e scorretta di quest’iscrizione che ho
nuovamente copiata nel sotterraneo di S. Martina, indica chiaramente
che non è dell’epoca di Vespasiano o de’ suoi figli, ma sibbene del
V secolo riproduzione forse di qualche leggenda popolare contraria
alla _verità storica_ (sic); giacchè Vespasiano punì i giudei per
la loro ribellione, non perseguitò mai i cristiani, nemici naturali
degli ebrei. In secondo luogo in detta iscrizione si parla non
dell’Anfiteatro Flavio, ma di un _teatro_ costrutto da Vespasiano (?)
_non si sa_ in quale città».
Il Marangoni[421], dal canto suo, ragiona così: «Ella è cosa di
riflessione, come, essendo l’opera di questo Anfiteatro così eccellente
per l’architettura, e di ammirabil lavoro, e giudicata da Marziale
molto più pregevole di tutte le più celebrate maraviglie del mondo,
nè egli nè altri scrittori di quel secolo e de’ susseguenti abbiano
fatta memoria del suo ingegnosissimo architetto. Marziale stesso, che
visse nei tempi di Vespasiano, di Tito e di Domiziano, celebra con
elogio ben singolare quella di Rabirio, architetto di Domiziano, per
la fabbrica di un palagio sul Palatino, dicendo che avendola eretta
emulatrice del cielo conveniva dirsi che la di lui mente avesse
penetrato il cielo e compresa la nobiltà e bellezza degli astri,
avendo fabbricata una casa ad essi somigliantissima[422]. Or quanto
più degnamente, e con tutta giustizia, avrebbe dovuto immortalare il
nome e la memoria dell’architetto di questa grande ed ammirabile opera
dell’Anfiteatro, uomo senza dubbio a quei giorni celebratissimo, ed
anche da sè conosciuto. Siami pertanto lecito di attribuire questo
silenzio all’odio di questo ed altri scrittori Gentili di que’ secoli,
che alla cristiana religione portavano, invidiando sì bella gloria al
grande architetto dell’Anfiteatro, per essere egli Cristiano, e per tal
cagione ancora martire di Gesù Cristo.
La congettura (prosegue) sembrami non mal fondata sopra un’antica
iscrizione in marmo, della lunghezza di sette palmi e poco più di uno
largo, che serbasi nella Confessione della chiesa di santa Martina alle
radici del Campidoglio....
Le lettere di questa lapide non sono di eccellente scultura, benchè
fatte in tempo di Vespasiano, in cui fiorivano in Roma le buone
arti; e molte parole di essa non sono staccate: ma ciò non dee recar
maraviglia, posciachè non poterono i fedeli, fra le loro angustie,
fare scolpire questa iscrizione da qualche eccellente maestro gentile;
e perciò anche quasi tutti i monumenti cimiteriali sono per lo più
di cattivi o non ben formati caratteri, quantunque siano de’ tempi
migliori. Di questa iscrizione non fece memoria Marsilio Onorato,
ecc....».
Il tenore dell’epigrafe già noi l’abbiamo veduto. Qui basterà
riportarne la traduzione, che lo stesso Marangoni[423] fa nella nostra
_italiana favella_:
«Così dunque tu premî, o Vespasiano crudele?
Premiato sei colla morte, o Gaudenzio.
Gioisci, Roma, ove all’autore di tua gloria
Promise quegli, ma ogni premio ti dà Cristo
Che altro teatro ti preparò nel cielo».
«Quivi (continua lo stesso Marangoni)[424], si pone la parola
_theatrum_ per contrapposto all’Anfiteatro, poichè ne’ teatri si
rappresentavano cose gioconde e dilettevoli, e negli Anfiteatri
spettacoli funesti e sanguinosi. Quindi è che questo Gaudenzio
potrebbe dirsi che, essendo cristiano, fosse in premio di aver eretta
questa gran fabbrica, con tanta gloria di Roma, da Vespasiano stesso
fatto morire. Potrebbesi però opporre che Vespasiano non incrudeli
contro i Cristiani; ma a ciò può rispondersi che anche sotto di lui
non mancarono martiri; poichè, sebbene non rinnovò editti contro di
essi, nulladimeno continuava la persecuzione di Nerone: imperciocchè,
per testimonianza del Martirologio Romano, si ha di S. Apollinare
vescovo di Ravenna: _22 Julii_. «_Qui sub Vespasiano Caesare gloriosum
martyrium consumavit_». Inoltre è certo ch’ei fece ricercare ed
uccidere tutti quelli ch’erano della stirpe di David[425], e che si
eccitò una grande strage e persecuzione contro gli Ebrei[426]; e non
v’ha dubbio che a quei tempi sotto il nome di Ebrei compresi erano
anche i Cristiani di Roma, come si ha dagli stessi scrittori Gentili;
e specialmente Domiziano, figliuolo di Vespasiano medesimo, fece morire
diversi, _qui in mores Judeorum transierant_[427], cioè che abbracciata
aveano la cristiana fede: quindi è che, stante l’addotta iscrizione,
potrebbe argomentarsi che Gaudenzio, perfetto cristiano, fosse stato
l’eccellente architetto dell’Anfiteatro Flavio....».
Questa opinione del Marangoni piacque al Marini, e la disse
_elegans_[428]. Ma i moderni, ripeto, la rigettano unanimemente;
ritengono la lapide per falsa, e molti attribuiscono la falsificazione
a Pirro Ligorio. A dire il vero, quando comparve la lapide, Pirro
Ligorio era già morto da più di un mezzo secolo: sarebbe stato meglio
l’avessero questi attribuita ad _un redivivo Ligorio_, come si espresse
il De Rossi a riguardo delle poche lapidi cristiane falsificate.
«Nunquam in Christianis epitaphiis acclamatio ad imperatorem apparet»
scrive il P. Sisto O. C. R.[429], nelle sue _Notiones Archaeologiae
Christianae_. La forma delle lettere, aggiunge il Mantechi, i segni
d’interpunzione, l’intiero testo, rivelano la falsità dell’iscrizione
(di Gaudenzio)»[430].
È certo che la paleografia di quest’epigrafe, come pure la sua
dicitura, non è affatto ordinaria; e nessuno potrà senza dubitarne
asserire, come fece il Marangoni, che quella lapide sia dei tempi
dei Flavî. Ma chi ne sarà stato l’autore? A quale scopo questa
falsificazione? Non forse per speculazione, come fanno gli odierni
_spacciatori di antichità_? Ovvero per ingannare i posteri?... Nell’uno
e nell’altro caso dobbiam dire che il falsificatore non si sarebbe
manifestato molto atto ed esperto nel suo vile officio. Difatti, o che
la lapide sia stata falsificata a scopo di lucro, o a fine d’ingannare;
in ambedue i casi il falsificatore avrebbe dovuto imitare un po’ meglio
la paleografia e lo stile dell’epoca. Oltre a questo perchè nasconderla
e sotterrarla nel cimitero di S. Agnese?
A suo luogo[431] esamineremo particolareggiatamente tutte e singole le
opinioni, e vedremo il loro valore. Fin d’ora però dobbiamo dichiarare
arbitraria l’osservazione del Gori[432]; giacchè la lapide «SIC PREMIA
SERVAS» non può essere «una riproduzione di qualche leggenda popolare
contraria alla verità storica»; e non può essere per la semplicissima
ragione che la _verità storica_ circa l’architetto del Colosseo è
finora ignota a tutti.