CAPITOLO SECONDO.

Descrizione della parte esterna dell’Anfiteatro Flavio — Dimensioni —

Architettura — Materiali usati nella costruzione — Statue — Clipei —

Perni e spranghe — Sezione.

La forma dell’Anfiteatro Flavio è ovale, come ovali sono generalmente

tutti gli anfiteatrali edificî[204]. La lunghezza dell’asse maggiore di

questo grande ovale, compreso il primo gradino che circonda la mole,

è di m. 191,20; quella dell’asse minore è di m. 158,50. La periferia,

presa sempre sul ciglio del detto gradino, dà m. 546. L’altezza, dal

livello stradale alla sommità, è di metri 50[205].

Un’area lastricata di travertini, larga m. 17,60, attornia

l’Anfiteatro, secondandone la curva. È quella terminata da grossi cippi

di travertino, tagliati superiormente a semicerchio, alti m. 1,75,

larghi m. 0,76 e grossi m. 0,60[206]; distano l’uno dall’altro m. 3,40,

e nella loro faccia interna rimangon tracce dell’impernatura, forse

delle sbarre metalliche, che collegavano l’un cippo con l’altro.

L’intiera mole sorge esternamente sopra due gradini, il primo dei

quali ha m. 0,425 di pedata e m. 0,20 di alzata; il secondo m. 0,18 di

alzata, e, dal ciglio al plinto della base della colonna, una pedata

di m. 1,02, la quale si unisce nel vuoto degli archi col pavimento del

portico.

Consta l’edificio di quattro piani. I primi tre sono arcuati ed ornati

con colonne di mezzo rilievo, d’ordine rispettivamente Dorico, Jonico

e Corintio; il quarto piano non ha archi, ma finestre rettangolari; ed

anzichè da colonne, come i tre sottoposti, è decorato da pilastri con

capitelli Corintî: il che, secondo alcuni architetti, meglio asseconda

l’occhio in tanta altezza.

Nei due primi piani le colonne sporgono dai pilastri degli archi per

due terzi del diametro, e nel terzo piano per la sola metà. Esse hanno

tutte egual diametro, e di eguale larghezza sono eziandio i pilastri

dell’ultimo piano.

L’ordine del piano terreno è un Dorico non legittimo: non ha triglifi

nel fregio; il capitello in luogo dei tre listellini ha una gola, ed al

fusto della colonna è sottoposta una base, di un carattere differente

dalle quattro consuete. L’altezza di quest’ordine è di m. 10,50: gli

archi hanno m. 4,30 di larghezza e m. 7,10 di altezza.

L’ordine del secondo piano è Jonico, ed è alto (compreso il

piedistallo) m. 11,85. La colonna ha la base attica. Gli archi hanno

m. 4,30 di larghezza e m. 6,50 di altezza. Essendo il pavimento del

portico di questo piano a livello della cimasa del piedistallo della

colonna, vi si dovette fare un parapetto dell’altezza di un metro.

L’ordine del terzo piano è Corintio, ed è alto (compreso il

piedistallo) m. 11,60. La base della colonna è toscana: nella cornice

di quest’ordine è da notarsi che essa non ha gocciolatoio, ma i

modiglioni reggono immediatamente il listello sottoposto alla gola

finale. Gli archi sono larghi m. 4,30 ed alti m. 6,40. Anche qui, come

nel sottoposto piano, v’è, per la stessa ragione, un parapetto alto un

metro.

I pilastri del quarto piano sono Corintî, hanno la base attica, e tutto

l’ordine, compreso il piedistallo ed un dado che è sottoposto alla

base, è alto m. 13,90. Il cornicione di quest’ultimo ordine è classico,

perchè (mentre mantiene le altezze dell’architrave, del fregio e della

cornice proporzionate al pilastro), per l’introduzione di robuste

mensole nel fregio e per la semplificazione della cornice (che,

decorata a guisa di architrave da tre fasce ed una cimasa, forma nel

suo assieme, senza esser pesante, un grandioso gocciolatoio), corona

stupendamente l’intiera mole.

Questo piano, come già si disse, invece di archi ha finestre

rettangolari, le quali sono di due dimensioni, e si trovano disposte

negli intervalli fra i pilastri alternativamente. Le maggiori si

trovano nella parte superiore; hanno una dimensione di m. 1,72 × 2,57;

le minori di m. 1,30 × 0,90, e trovansi nel dado del basamento.

Il Maffei[207] parlando dell’ordine di questo piano, dice che, essendo

il fregio ornato da modiglioni, questi, nonostante che i capitelli dei

pilastri siano Corintî, fanno divenire l’ordine Romano o Composito.

Anche il Serlio chiama quest’ordine così, ma non a ragione; giacchè la

caratteristica principale di un ordine architettonico è il capitello:

e bene a proposito il Desgodetz scrisse: «La somiglianza che hanno

gli ordini affini, come sono il Romano ed il Corintio, il Dorico ed il

Toscano, e qualche licenza che l’architetto si prenda, non deve farli

confondere fra loro».

Il nostro edificio non ha intagli, e giustamente; perchè, a parer mio,

l’intagliar foglie, volute e cornici che doveano essere collocate a

tanta altezza ed in fabbrica cotanto gigantesca, sarebbe stato, più

che superfluo, sconvenevole; come, viceversa, sarebbe sconvenevole non

decorar con intagli ordini destinati a decorar una sala.

D’altronde l’esecuzione dell’edificio in genere, e dei particolari in

ispecie, è trascurata assai. Una trascuratezza siffatta, per non aver

riscontro nelle fabbriche contemporanee, ci attesta la fretta con cui

fu eseguita la grandiosa opera dell’Anfiteatro Flavio.

In ciascuno dei tre piani arcuati v’erano 80 fornici: quelli del piano

terreno erano numerati, ad eccezione di quei quattro che si trovavano

all’estremità dell’asse maggiore e minore, dei quali i primi due erano

i grandi ingressi all’arena, e i due secondi gli ingressi imperatorî;

sicchè ogni quadrante della periferia conteneva 19 fornici intieri e

due dimezzati.

Gli archi caduti sono 47; i superstiti 33, portanti dalla parte esterna

incisi al di sopra degli archivolti, i seguenti numeri:

XXIII XXIIII XXV _xxvi_ XXVII XXVIII XXVIIII XXX XXXI XXXII XXXIII

XXXIIII XXXV XXXVI XXXVII XXXVIII (segue un arco non numerato,

all’estremità orientale dell’asse minore) XXXVIIII XL XLI XLII

XLIII XLIIII XLV XLVI XLVII .... XLVIIII ... L LI LII LIII LIIII.

(C. I, l. VI, Parte 4, 32263).

I numeri servivano indubbiamente ad indicare a coloro che doveano

assistere agli spettacoli, qual fosse l’ingresso a loro più comodo

per portarsi al sito della scalinata assegnato alla rispettiva

condizione sociale. L’Agostini, nel quarto dei suoi dialoghi sulle

medaglie, osservò che ad ogni quattro archi corrispondeva una scalinata

interiore, la quale sboccava ad un vomitorio, ossia uscita alla grande

scalinata della cavea: e che anche sugli archi di questi vomitorî erano

scolpiti numeri onde evitare confusione.

Il numero I trovavasi a destra di chi guarda l’Anfiteatro dalla parte

del Celio; il numero LXXVI a sinistra. Al lato opposto, l’arco senza

numero lo vediamo fra i numeri XXXVIII e XXXVIIII; e questo fornice

si fa rimarcare non solo per la mancanza del numero, ma pure per le

tracce di una speciale decorazione. Non lungi da esso si rinvennero,

e si veggon tuttora, due pezzi di colonna di marmo frigio e residui

di trabeazione di marmo bianco. I gradini che circondano esternamente

l’Anfiteatro, sono in quel punto interrotti, ed i massi di travertino

formano, nella parte centrale dell’arco, un rientramento. Il Marangoni

pensa che gli archi senza numero fossero destinati all’ingresso degli

Imperatori, della loro corte e di tutti coloro che doveano sedere al

podio. Ciò troverebbe una conferma, dice, nel fatto che, passati i due

portici, e dove principiano gli archi che sostenevano le gradinate

verso l’arena, v’ha come una spaziosa sala, illuminata da qualche

apertura corrispondente alla gradinata stessa. Quest’ambiente vedesi

adornato con lavori e figure di stucco, le quali, benchè danneggiate

dall’aria e dal tempo, appariscono di squisito lavoro[208]. E poichè

sull’arco mancante di numero manca eziandio l’intera cornice, sino al

piano dell’ordine superiore; si può pensare che esso fosse adornato da

qualche gruppo o bassorilievo od anche con iscrizioni[209].

Il Nibby[210] ed altri argomentano dalle medaglie che «dinanzi al

parapetto di ciascun arco vi dovea essere esteriormente un piedestallo

con una statua pedestre: fatto, aggiunge egli, confermato dagli ultimi

scavi, e che apparisce da qualche traccia superstite». Io stesso ho

veduto coi miei occhi queste tracce patentissime, e specialmente le ho

osservate nel parapetto che trovasi nel fornice del terzo piano e sopra

l’arco che porta il numero XXXIII, ove rimane il posto già occupato dal

piedistallo; ed ho osservato l’interruzione della cornice che serve di

finimento al parapetto stesso, perchè coperto dalla parte posteriore

del piedistallo (V. Fig. 2).

Il Guazzesi[211] opina che le statue che si veggono incise nelle

medaglie ornassero effettivamente l’Anfiteatro Flavio; ma dice che

esse non furono stabili e di marmo, bensì d’altra materia e mobili,

da esporsi in mezzo agli archi giusta le circostanze e qualità degli

spettacoli da rappresentarsi nel nostro Anfiteatro. E basa la sua

opinione sul fatto (?) del non trovarsi nel mezzo di essi archi alcun

segno o vestigio di base o di piedistalli, che rivelino la cessata

esistenza di statue stabili e di marmo.

Si vede che il Guazzesi esaminò molto superficialmente l’edificio!

In ogni modo, le statue fossero o mobili od immobili, di marmo o di

gesso, di terracotta o lignee; se non vogliamo negar fede alle medaglie

ed ai fatti, l’Anfiteatro Flavio fu indiscutibilmente decorato con

statue. «Gli archi aperti del secondo e terzo piano, dice il ch. H.

Grisar[212] erano nell’ampio giro animati di statue di marmo e di

bronzo».

Ciascuno dei tre ordini arcuati, come ho detto poc’anzi, consta di

80 fornici; le finestre maggiori però del 4º piano non sono che 40,

perchè s’alternano in modo che per ogni due archi v’è una finestra.

— Esaminando le medaglie, vediamo che in ogni spazio libero, tra un

finestrone e l’altro, vi fu scolpito un disco. Sarà stato questo un

capriccio dello scultore, o veramente in quegli spazî vi fu qualche

cosa? Vediamolo.

Alcuni archeologi, tra i quali il Nibby[213], ritennero che i _clipei_

dei quali ci parla il cronografo dell’anno 334[214], non furono

altro che quegli ornamenti rotondi che _sormontavano la cornice

dell’Anfiteatro, formando una specie di merlatura_. Rispetto il parere

di tali scrittori; ma siccome quella _specie di merlatura_ che si vede

accennata nelle medaglie, io dubito non sia altro che la serie delle

grossi travi del velario, rivestite probabilmente di bronzo e coronate

alla testata da un ornamento finale, così ho voluto intraprendere uno

studio speciale intorno a questo punto. Ecco il risultato delle mie

ricerche.

Per _clypeus, clypeum e clupeus_ tutti gli scrittori antichi, in

relazione ad edificî, han voluto sempre significare quello scudo

rotondo, per lo più di bronzo, coll’effigie scolpita od a rilievo, di

una divinità o di un eroe o di qualche personaggio illustre[215]: scudo

che si soleva collocare sulle pareti esterne dei tempî[216], ed in

luoghi pubblici[217].

Ora, dicendoci il cronografo suddetto che Domiziano portò l’Anfiteatro

_usque ad clypea_, non potremmo noi congetturare che i clipei

non fossero _quegli ornamenti rotondi che sormontavano la cornice

dell’Anfiteatro_, ma bensì _veri scudi_ di bronzo, i quali, come si

rileva dalle medaglie, _sfolgoravano fra i pilastri esterni del quarto

piano_?[218].

Il Maffei[219], non potendo non prestar fede alle medaglie, dovè

conchiudere: «nel quarto piano del Coliseo veggiam finestre quadrate

alternatamente, nelle medaglie veggiamo gli spazî intermedî, non nudi

come son nella fabbrica, ma occupati da certi tondi, che paion clipei,

ed altro non possono rappresentare, che ornamenti posticci (?), quali

si ponessero e levassero». Osservando il monumento, m’avvidi che nel

mezzo degli spazî che si alternano colle grandi finestre del quarto

ordine dell’Anfiteatro, vi sono dei fori, nei quali evidentemente

furono fissati i perni degli scudi stessi.

Questi fori da me veduti, e da non confondersi con quei buchi fatti,

come vedremo, ne’ bassi tempi per estrarre i perni metallici, li

troviamo negli spazî superstiti che sono a piombo degli archi portanti

i numeri: XIII XXV XXXI XXXIII XXXV XXXX XLII XLVIII L (Vedi Fig. 2).

L’ordine con cui furono fatti questi fori ci dà chiaramente a vedere la

forma dell’oggetto ad essi raccomandato. Quattro sono disposti in modo

da poter per essi condurre una circonferenza, e due altri si trovano

laterali al più basso, formando con questo una linea orizzontale.

Pertanto l’oggetto raccomandato a quei fori fu senza dubbio uno

scudo rotondo circondato da una corona di lauro con la tenia di

legamento accappiata nel basso. Da questi fori si può anche dedurre

approssimativamente il diametro del clipeo, perchè due dei quattro

fori pei quali si può condurre una circonferenza si trovano, come gli

spigoli degli stipiti delle finestre maggiori, a piombo del mezzo dei

due spazi interposti fra i tre mensoloni.

Che nell’Anfiteatro Flavio vi siano stati clipei è indiscutibile. Il

cronografo ce lo dice chiaramente: che questi scudi o clipei siano

stati posti fra una finestra e l’altra del quarto ordine, ce lo

dimostrano evidentemente le medaglie e le vestigia che ne rimangono

nel monumento. — Ma chi si rappresentò in quegli scudi? Perchè non li

collocarono in tutti e singoli gli spazi liberi? Perchè procedono e si

alternano in una maniera sì strana?

La risposta a questi quesiti non è certamente facile. Io, nondimeno,

nella IV parte — _Questione 2_. — di questo scritto presenterò il mio

umile giudizio; e sarei lietissimo se altri potessero dare ai quesiti

proposti soluzione più plausibile.

Negli interpilastri, al piano degli architravi delle finestre, sporgono

dalla parete grandi modiglioni di travertino, aventi ciascuno un

incavo; e, corrispondenti a questi, nella cornice di coronamento, vi

sono altrettanti _vani_ o _fori_. Allorchè l’Anfiteatro Flavio era

ancora intiero, il numero dei modiglioni ascendeva a 240.

[Illustrazione: _Fig. 2ª._]

Questi servivano a sostenere (ed i vani a contenere) le travi

verticali, fasciate di bronzo, le quali a lor volta sostenevano il

velario, perchè gli spettatori fossero riparati dai cocenti raggi

solari[220].

La già citata cronaca dell’Anonimo, pubblicata dall’Eccardo,

e le medaglie ci rivelano, dice il Nibby[221], _che la sommità

dell’Anfiteatro era coronata intorno da una specie di merlatura di

scudi rotondi, che l’Anonimo_ sovrammenzionato chiama CLYPEA. Altri poi

disegnano questi _merli_ a foggia di piramidette sormontate da globi o

palle, ornamento trascurato da molti.

Noi già abbiamo esposto il nostro parere circa il significato della

voce _clypeus_ o _clypeum_ ed abbiamo accennato che quella _specie di

merlatura_ e di _piramidette_ rappresentate nelle medaglie altro non fu

che l’insieme dei finimenti delle antenne che sorreggevano il velario.

Passiamo perciò ad altro.

In tutto il recinto esterno dell’Anfiteatro, ed anche

internamente[222], il materiale usato nella costruzione è il

travertino. I massi, come è proprio dell’opera quadrata, sono commessi

senza malta; o al più come dice il Gori[223], furono assestati

con una leggera còlla di calce, ed erano collegati fra loro con

spranghe e perni di ferro, i quali rimangono tuttora entro alcuni

buchetti quadrati, profondi un dito circa. Tal modo di costruzione

è antichissimo; e ce lo dimostra un passo di Tucidide[224], il quale

afferma che nelle grosse mura, fabbricate per consiglio di Temistocle

dagli Ateniesi intorno al Pireo, non v’era _nè ghiaia, nè malta; ma

grosse pietre commesse insieme e tagliate in quadro, le esteriori delle

quali erano collegate fra loro con ferro e piombo_. «Arduo dovè essere

il lavoro di chi, in età men rimota, smantellò una parte del Colosseo!»

esclama il Fontana.

L’Eschinardi[225] ci assicura d’aver visto grosse spranghe di ferro in

una colonna fra gli archi LII e LIII, e nell’arco XLVIII; e che il 12

Agosto 1689, giorno in cui cadde un arco interno dell’Anfiteatro, vide

fra i materiali molte altre spranghe. Anche il Ficoroni[226] ci narra

che allorquando, nel 1703, a cagione del terremoto, cadde un’_ala_

dello stesso Anfiteatro, trovò fra i travertini due spranghe, _una

di metallo ed una di ferro, le quali commettevano l’una coll’altra

pietra_.

Eccettuati alcuni rari casi in cui a collegare i massi di pietra

quadrata s’usò il legno, fin da antichissimi tempi s’usò, come si è

detto, il metallo e specialmente il ferro. Vitruvio[227] prescrive

che nei monumenti composti di un nucleo di muratura rivestito di un

paramento di pietra quadrata, questo si colleghi con una controparete

interna di tufi squadrati, per mezzo di spranghe di ferro e piombo.

L’uso di concatenare in questa guisa le antiche fabbriche fu causa

che col tempo nascessero nei monumenti quei tanti buchi che anche

oggi vediamo, e che così orribilmente deturpano eziandio l’Anfiteatro

Flavio. Vi fu chi credè che quello sfregio fosse opera delle mani dei

barbari; altri poi l’attribuirono ai mercanti, i quali avrebbero fatto

quei fori per introdurvi i pali onde sostenere le tende in occasione di

fiere, ecc.[228]. Oggi però nessuno dubita che la maggior parte di quei

fori siano stati praticati collo scopo di estrarre i perni metallici

che stringevano le pietre fra di loro. In ogni parte dell’Anfiteatro

o furono asportate le _chiavarde_ o fu tentato estrarle. Nell’età di

mezzo il ferro addivenne un articolo un po’ raro, e quindi crebbe di

prezzo; l’abbandono, d’altra parte, della città fece sì che i custodi

degli armenti ed i pastori frequentassero quel rione; e questi poi, chi

per povertà, chi per speculazione e chi per passatempo, intrapresero

quella pessima occupazione.

Alcuni opinano che quel latrocinio abbia avuto principio fin dai

tempi di Teodorico[229], giacchè questi riprese aspramente coloro che

_rubavano dai muri il metallo ed il piombo_. Altri invece, e con più

ragione, sostengono che Cassiodoro non parli dell’Anfiteatro Flavio, ma

bensì delle rovine del teatro di Pompeo e d’altre fabbriche. Laonde,

dicono, presero equivoco Flavio Biondo[230], Lucio Fauno[231], ed il

Martinelli[232], che dissero l’Anfiteatro già in rovina ai tempi di

Teodorico, la cui lettera (sulla quale questi scrittori fondano la

loro opinione) non parla delle rovine dell’Anfiteatro Flavio, in cui a

quell’epoca si rappresentavano ancora i giuochi, ma bensì delle rovine

dell’Anfiteatro di Catania.

Dobbiamo confessare esser cosa ben difficile potere stabilire il tempo

preciso in cui ebbe principio questa deturpazione dei monumenti. Il

Nibby[233] ritiene che quei buchi siano stati fatti ai tempi in cui

i Frangipani abitarono il Colosseo. Il Fea[234] dice, invece, che,

osservando bene la fabbrica del Colosseo, ha notato che alcuni di quei

buchi si dovettero fare in tempi molto remoti, prima, cioè, che (come

vedremo a suo luogo) i Frangipani ne prendessero possesso: perchè,

dice, innanzi tutto è inverosimile che quei signori, sì ricchi e

potenti, abbiano potuto far compire per un vile guadagno quell’atto

vandalico; e neppure è credibile che abbiano lasciato il Colosseo,

in balìa di miserabili guastatori di monumenti, i quali facevano

professione di cercar piombo, ferro e metallo, per trarne utile colla

vendita: e secondariamente, perchè i buchi suddetti si trovano anche

in quei luoghi, su de’ quali i Frangipani fabbricarono o appoggiarono

muri da loro fatti per abitarvi. Altri buchi poi, soggiunge, furono

certamente fatti dopo che quella famiglia lasciò di possedere

l’Anfiteatro Flavio: nell’epoca, cioè, in cui i Papi trovavansi in

Avignone, e dopo la caduta di una gran parte del portico esteriore.

Si vedono infatti buchi praticati nei siti delle rovine, ove mai si

sarebbero potuti fare, se l’edifizio fosse stato nel suo essere: buchi,

che negli stessi luoghi e nella parte conservata non si osservano

davvero; vale a dire, nelle piante dei pilastri che corrispondono alle

vólte rovinate.

È un fatto incontestato che fin dai tempi degli Imperatori, ed anche

prima, vi fosse gente iniqua, che, per capriccio o per far dispetto

a qualcuno, deturpasse i monumenti sepolcrali, e rompesse le statue

poste in pubblico, o le insudiciasse[235]; che vi fossero oziosi e

mal viventi, i quali rubassero i metalli di cui gli edifizî erano

esteriormente adorni, o fracassassero statue di metallo già dedicate

o esposte al pubblico[236], o che mandassero in rovina i sepolcri[237]

di coloro i quali (contravvenendo alle leggi)[238] si facevano tumulare

con gioie, oro, argento e vesti preziose[239].

Stabilitisi gli Imperatori in Costantinopoli, crebbero in Roma le

miserie e gli oziosi; e tosto si sospesero le relazioni commerciali con

quelle nazioni estere, donde s’importavano i metalli. Allora non mancò

chi si dedicasse a raccogliere il piombo, il ferro ed i bronzi dalle

fabbriche fatiscenti, ora con permesso ed ora colla semplice tolleranza

dei magistrati. Ammiano Marcellino[240] ce lo dice chiaramente,

allorquando ci riferisce che dovendo Lampadio[241], per suo ufficio,

restaurare varie fabbriche, ed ergerne delle nuove, inviava apparitori

in traccia dei raccoglitori dei metalli, sotto il pretesto di

comprarli; e che gli inviati, trovatili, li toglievan loro senza

pagamento, correndo in tal guisa serio rischio d’essere uccisi dai

defraudati. Dal codice Teodosiano[242] poi apprendiamo che non solo i

privati, ma pur anche i Prefetti ed altri Magistrati, o per avarizia o

per risparmio, tolsero gli ornamenti metallici dagli antichi monumenti,

sebbene fossero in bonissimo stato. La legge contro questo abuso fu

emanata dagli imperatori Arcadio ed Onorio nell’anno 398. In seguito

i barbari, non paghi di spogliare Roma del suo oro, del suo argento e

di qualsiasi opera artistica di metallo, giunsero perfino a tormentare

il suo popolo, onde obbligarlo a manifestare i supposti tesori[243].

Allora crebbe più che mai il bisogno dei metalli, e principalmente

del bronzo, e la mania di estrarlo dai pubblici monumenti. Teodorico

permise, o piuttosto confermò l’uso di appropriarsi qualunque

pezzo di metallo che fosse caduto dagli edifizî, vietando, in pari

tempo, di toglierlo da monumenti, se ancora trovavasi al posto per

ornamento[244].

Malgrado queste disposizioni, la strage del bronzo e del piombo

cresceva smisuratamente: i metalli si toglievano dovunque si trovavano;

e di notte si rompevano anche le statue che ancora in gran numero

ornavano la città. Fu allora che Teodorico si vide nella necessità di

deputare un magistrato, detto _Comitiva Romana_[245], al quale diede

l’incombenza speciale d’invigilare sopra coloro che approfittavano

delle tenebre notturne onde perpetrare più impunemente quel vandalismo.

Nelle calamità sopravvenute a Roma sul cadere del secolo VI, e nella

quasi totale indipendenza dai magistrati, dagli Imperatori e dai Sommi

Pontefici, della quale cominciavano a godere i suoi cittadini, accrebbe

la noncuranza dei monumenti; e le statue ed altri lavori artistici,

che erano sfuggiti alla rapacità dell’Imperatore Costantino III,

perirono quasi tutti prima del secolo X. Secoli di miseria universale,

di barbarie nelle arti, nelle lettere e nei costumi; secoli, in

cui la metropoli del mondo ad altro non pensava che a consumare e a

divorare se stessa! — A quei disgraziati secoli perciò, a mio parere,

dobbiamo riportare la _maggior parte_ di quei buchi che sì orribilmente

deturpano l’Anfiteatro Flavio.

Nell’arco di Susa[246] s’osservano varî fori, simili a quelli fatti

nel nostro Anfiteatro. Ecco quanto a questo proposito scrive il

Maffei:[247] «Richiesto, quando fui sul luogo, che significassero

(quei buchi dell’arco), feci osservare come i buchi soprastanno sempre

al congiungimento di due pietre, e non si veggono oltre ad una certa

altezza. Ma perchè ognuno si rendea difficile a crederlo, mandato

in cerca di scalpelli, e fatto fare un simil buco in sito non ancor

tocco, apparve la chiave, qual levata, e portata meco conservo fra

le cose antiche da me raccolte. Il ferro, così perchè più tenacemente

legasse, come perchè fosse da ruggine difeso, è tutto circonvestito di

piombo, onde appare il riscontro e la verità dei passi di Tucidide e di

Vitruvio»[248].

Ma non tutti i buchi che s’osservano nelle pareti dell’Anfiteatro

Flavio, furono fatti allo scopo di asportarne i perni metallici.

Esaminando infatti la forma, il luogo e la disposizione simmetrica di

alcuni di essi, si scorge ad evidenza, dice il Fea[249], che _furono

fatti per appoggiarvi legni, onde sbarrare le arcate, o per difendersi,

come era solito farsi in tempi di guerre civili_, in cui si sbarravano

anche le case e le strade per combattervi[250]; _o per farvi divisioni

di camere, o per uso di qualche arte; e alcuni forse per uso antico di

giuochi, in occasione di essi: come può congetturarsi da altri simili

nell’Anfiteatro di Pola, che non può dirsi mai stato abitato nei bassi

tempi, come il Colosseo._

Osservando attentamente il profilo o sezione delle pareti esterne

dell’Anfiteatro Flavio, si vedrà che la grossezza di esse pareti

diminuisce gradatamente verso l’interno, in guisa che il basamento del

piedistallo delle colonne del secondo piano cade a piombo del diametro

superiore delle colonne del primo piano; e così via dicendo[251].

Questo non lo riscontriamo nell’anfiteatro di Verona. Il Serlio dice,

e con ragione, che il ritrarsi delle pareti verso l’interno _dà maggior

fortezza all’edificio_.

Al Palladio piaceva opinare che i muri diminuissero piramidalmente

dall’una e dall’altra parte; ma dato che da una sola parte le pareti

dovessero diminuire, questa dovea essere l’esterna, giacchè l’interna

era resa solida dalle travature. E questa è forse la ragione per

cui tuttora rimane una buona parte dei portici esterni del nostro

Anfiteatro, mentre del Veronese rimane sì poca cosa!

Quanto alla tinta di color di calcina, la quale sembra passata su

molti travertini, essa è un effetto del vento freddissimo di tramontana

dominante nell’inverno in Roma[252].

L’aspetto esterno del monumento, benchè deformato dalle ingiurie

degli uomini e degli elementi, è imponentissimo. Basta vederlo, per

non dimenticarlo mai più. La sveltezza di una mole così colossale è

dovuta alla sua forma curvilinea, che sfugge ed inganna l’occhio,

e sorprende lo spettatore. Il pittoresco che v’ha insensibilmente

introdotto il tempo colla sua opera di distruzione, l’ha reso sì vago

ed interessante, che molti giunsero a non desiderare la riedificazione

della parte diruta.

Ma già è tempo di descrivere la parte interna del nostro Anfiteatro. .

L'anfiteatro Flavio nei suoi venti secoli di storia · 第 16 / 94 题