[Illustrazione: NUMMI COMMEMORATIVI RIPRODOTTI DAGLI ORIGINALI
CHE SI CONSERVANO NEL GABINETTO NUMISMATICO DELLA BIBLIOTECA
NAZIONALE DI PARIGI.]
Il Donaldson[193] dà la riproduzione litografica di questa
medaglia, con l’annotazione delle varianti. Egli ritiene non essere
_ingiustificabile_ il supporre che l’Anfiteatro fosse eretto in
origine coll’attico rappresentato in questa medaglia, ma che dopo
le conflagrazioni e dilapidazioni alle quali andò soggetto in tre
secoli, si fosse ridotto l’attico ad un altezza maggiore; non potendo
persuadersi che nella medaglia si fosse fatto un attico tanto basso
per rappresentare un attico tanto alto quale noi lo vediamo, perchè
questo supererebbe la convenzionale licenza che si osserva comunemente
nelle medaglie. L’Eckel[194] opina che la suddetta medaglia sia
_falsa_, e basa la sua tesi principalmente sull’esecuzione, la quale,
dice, _non è d’arte romana ma d’arte moderna_. A questa obiezione il
Donaldson non risponde. Ma anche ammesso che il nummo di cui parliamo
non sia d’arte moderna ma romana, noi non potremmo mai dedurne che
originariamente l’Anfiteatro _non avesse quattro ordini quanti al
presente se ne ravvisano_[195] e quanti se ne riscontrano pur anche in
una forma di stucco di epoca posteriore, rinvenuta da A. Pellegrini al
V miglio della Via Portuense e mostrata in un’adunanza dell’_Istituto
di Corrispondenza Archeologica_[196]. Io ho esaminata la riproduzione
litografica del Donaldson[197]; ho pur studiate altre medaglie ed ho
dovuto convincermi che esse presentan tutte, _oltre ai tre ordini
di arcate, il quarto piano con pilastri, finestre e dischi_[198];
ad eccezione delle medaglie di Severo Alessandro, le quali, pur
avendo finestre e dischi nel quarto piano, mancano di pilastri: ed ho
inoltre osservato che in tutte le medaglie d’età posteriore, l’attico
è rappresentato nella stessa proporzione relativamente agli ordini
arcuati, benchè a quell’epoca fosse tant’alto quanto al presente lo
vediamo[199].
Cassiodoro[200] attribuisce a Tito le ingenti spese e tutta la gloria
del nostro edificio, dicendoci che vi versò un fiume di ricchezze, e
che colla somma spesa si sarebbe potuto fabbricare una città capitale.
Barthelemy ed il P. Jacquier[201], formando un calcolo approssimativo
delle spese (secondo i prezzi in vigore verso l’anno 1756) valutarono
_il solo muro esterno_ dell’Anfiteatro 2,218,065 scudi, ossia L.
11,825,349,37. Noi non giudicheremo sull’esattezza delle cifre esposte,
giacchè queste sono da calcolarsi giusta i prezzi della mano d’opera
in vigore al tempo dei citati scrittori: prezzi, del resto, che ai dì
nostri si sarebbero quasi triplicati.
«L’erezione e la dedicazione dell’Anfiteatro Flavio, dice, e
giustamente, il Ch.º R. Lanciani[202], debbono essere state ricordate
da grandi iscrizioni monumentali contemporanee. Hübner[203],
illustrando le iscrizioni dell’Anfiteatro note nel 1856, trascrive tre
frammenti di un epistilio di pietra tiburtina: _infixa muro exteriori
litteris aevo Titi vel Domitiani non indignis_.
ESA VST
V M VRA
VI
(C. I, l. IV, _parte 4_, 32254).
Questi frammenti potrebbero facilmente prestarsi al supplemento:
_Imp. T. Ca_ESA_r divi f. Vespasianus Aug_ VST _us_; ma possono anche
convenire a qualunque altro predecessore di Sev. Alessandro, del quale
sappiamo esser stata restaurata quella parte più alta del Colosseo».
Contemporanee all’edificazione del nostro Anfiteatro debbono anche
credersi alcune iscrizioni dipinte a pennello sui travertini delle
arcuazioni del secondo ambulacro interiore; e si trovano inseriti nel
c. I, l. VI, _parte 4_, 32254.
[Illustrazione: Iscrizione]