CAPITOLO PRIMO.

Edificazione — Dedicazione — Feste inaugurali — Medaglie commemorative

— Spese approssimative — Epigrafi.

Due furono gli anfiteatri stabili in Roma: quello di Statilio Tauro ed

il FLAVIO[142]. L’anfiteatro Taurense fu di piccole dimensioni[143],

e, fin dai primi tempi della sua costruzione, di pochissimo uso[144];

la sua durata poi fu breve, giacché sotto l’Impero di Nerone,

s’incendiò[145].

«Gli avanzi di esso e il nome a questi rimasto, dice il Maffei[146], ne

avranno fatta far menzione a Vittore, non dovendosi già credere che gli

edifizî e le cose da lui nominate fossero a suo tempo ancora tutte in

essere e in uso».

Augusto ideò di edificare un anfiteatro nel centro di Roma[147],

e precisamente fra i monti Palatino, Celio ed Esquilino; ma il suo

progetto non fu effettuato. L’attuazione di quell’idea era riservata

a Fl. Vespasiano il quale, nell’anno ottavo del suo consolato[148],

essendo già terminata la guerra giudaica[149], pose mano alla

grandiosa opera. Scelse allo scopo il sito prescelto da Augusto, _urbe

media_[150], sito detto _Ceriolense_[151], che Nerone avea ridotto a

foggia di lago o golfo, circondato da grandi edifizî[152], e che perciò

dicevasi _stagnum Neronis_.

Marziale[153] ne conservò la memoria in quel distico:

_Hic ubi conspicui venerabilis Amphitheatri_

_Erigitur moles STAGNA NERONIS erant._[154]

Pietro Rossino[155] scrisse che il _Colosseo fu compiuto in quattro

mesi_ (_!!_), e che vi lavorarono 12,000 Ebrei condotti schiavi da

Tito. Nessuno storico ci ha tramandato quanto Rossino afferma. Anzi

Giuseppe Flavio (il quale trattandosi di un tanto lavoro eseguito dai

suoi connazionali, non avrebbe mancato di segnalarlo nelle sue opere)

non ne fa motto. Soltanto ci dice[156] che Tito trasportò in Italia,

pel suo trionfo in Roma, oltre i capi Simone e Giovanni, 700 uomini e

non più. Narra altresì[157] che le altre migliaia di Ebrei prigionieri

erano stati o venduti, o fatti morir d’inedia o trucidati o condannati

alle miniere d’Egitto o distribuiti nelle province, per esser consumati

dal ferro e dalle bestie[158].

Dopo due anni[159] l’edifizio era giunto al terzo _gradus_; ma

Vespasiano non ebbe la sorte di vederlo compiuto, perchè la morte

lo sorprese. Suo figlio Tito gli successe e nell’Impero e nel

proseguimento del lavoro del colossale Anfiteatro. Questi aggiunse

altri due _gradus_ ai tre già costruiti da suo padre[160]; e, nell’anno

80 dell’èra nostra, ne fece la solenne dedicazione.

Eutropio e i cronologi Eusebio, Di S. Prospero e Cassiodoro,

attribuirono a Tito la maggior parte dell’opera del Flavio

Anfiteatro[161].

Neppur Tito compì del tutto l’opera: fu Domiziano, fratello e

successore di lui, quegli che, come ci dice il cronografo dell’anno

334[162], condusse l’opera dell’Anfiteatro _usque ad clypea_. Che cosa

si debba qui intendere per _clypea_, lo vedremo nel prossimo capitolo.

«Gli atti arvalici, dice il ch. Professor R. Lanciani[163] sono un

documento insigne per riconoscere a quale punto di perfezione fosse

stata condotta la fabbrica dell’Anfiteatro circa la metà dell’anno 80.

Questi atti parlano di tre _meniani_, che sono: il MAENIANVM PRIMUM

con un minimo di otto gradini marmorei, diviso in cunei; MAENIANUM

SECUNDUM anch’esso diviso in cunei, nella parte più alta del quale (M.

II. SVMMVM) gli Arvali, cioè i ministri inferiori del Collegio, avevano

ottenuto posto in quattro gradini marmorei: il MAENIANVM SVMMVM IN

LIGNEIS, diviso in tante tabulazioni, quanti erano gli intercolunnî

del portico (e gli archi da basso) con un minimo di undici sedili

di tavole. Siccome a queste tre zone principali di sedili marmorei

o lignei dobbiamo aggiungere per altre ragioni il podio dei senatori

(per non parlare dell’arena, del pulvinare imperiale, ecc.), e siccome

la divisione del terzo meniano in tabulazioni suppone la esistenza

del portico; se ne deduce la conseguenza che, nell’anno 80, quando fu

solennemente dedicata la fabbrica, essa era stata recata a compimento,

salvo forse nei particolari dell’ornamentazione, i quali saranno stati

perfezionati da Domiziano».

Giustissima deduzione, che a me sembra confermata dai fatti. L’ordine

Composito, combinazione dell’Ionico col Corintio, fu invenzione dei

Romani. Esso fu usato, benchè vagamente, fin dagli ultimi tempi della

Repubblica[164]; ma dall’esempio più antico che possediamo[165], si

può fondatamente dedurre che questa combinazione fu ridotta ad ordine

architettonico ai tempi dei Flavî, e precisamente sotto il regno di

Domiziano, allorquando il Senato eresse in onore del DIVO TITO, l’arco

trionfale.

Ora se Domiziano avesse aggiunto all’Anfiteatro Flavio l’ultimo piano,

forse noi non vi vedremmo ripetuto l’ordine Corintio, ma vi troveremmo

adoperato il Composito; ordine, direi quasi, Domizianeo. Anzi io

congetturo che la costituzione del nuovo ordine architettonico sia nata

appunto dalla ripetizione del Corintio fatta negli ultimi due piani

dell’Anfiteatro regnando Tito; e che questa ripetizione abbia fatto

pensare a Domiziano, o meglio ai suoi architetti, ad un quarto ordine

propriamente detto, da adoperarsi in avvenire ed in casi analoghi.

Nè sembra far ostacolo a questo ragionamento l’ordine Composito

adoperato nel colonnato del portico del _sommo meniano in ligneis_:

giacchè convien riflettere che, se dall’iscrizione degli Arvali

dobbiamo necessariamente dedurre l’esistenza dell’ultimo piano

dell’Anfiteatro e del colonnato del meniano sommo; non possiamo però

da quella parimenti dedurre di qual materia fossero le colonne di

quel porticale al momento dell’inaugurazione dell’Anfiteatro. Pare

quindi potersi ragionevolmente opinare, che, portata sostanzialmente

a compimento la gigantesca mole colla costruzione del muraglione

esterno dell’ultimo piano, Tito, onde non protrarre più oltre la

bramata solennità, abbia fatto costruire provvisoriamente in legno

quel colonnato. E quest’ipotesi vien confermata dalla stessa lapide

dei Fratelli Arvali, nella quale, come dicemmo, si legge che i gradi

del meniano sommo erano di legno e divisi in cunei da lignei tavolati.

Morto Tito, Domiziano avrebbe compito l’opera del fratello sostituendo

alle colonne lignee, forse di ordine Corintio, le colonne di marmo

di ordine Composito[166], e perfezionandone l’ornamentazione. Se così

fosse, la mia supposizione metterebbe in concordanza il cronografo del

334 coll’iscrizione degli Arvali[167].

[Illustrazione: Fig. 1ª.]

Nella dedicazione dell’Anfiteatro Flavio[168], vero portento della

romana grandezza, e del quale Marziale[169] dice enfaticamente:

_Omnis caesareo cedat labor amphitheatro_

_Unum prae cunctis fama loquatur opus._

Tito fe’ celebrare straordinarie e sontuosissime feste; alle quali, se

vogliamo prestar fede alle parole dello stesso poeta, concorse gente

da ogni parte della terra[170]. Suetonio, nella vita di Tito, ci dice

che in quella solenne circostanza, oltre agli sceltissimi e ricchi

spettacoli gladiatorî e alle _venationes,_ ebbero luogo pur anche i

combattimenti navali[171] _in veteri naumachia._ Il passo di Suetonio,

che noi riportiamo in nota, come si legge è un po’ oscuro; e non è

facile comprendere ciò che quegli voglia intendere per quell’«_in

veteri naumachia_»[172], e con quell’«_uno die quinque millia

ferarum_». Cassiodoro[173] conviene con Suetonio relativamente al

numero delle fiere, e a G. B. Nolli non parve improbabile il racconto

di Suetonio[174].

Più chiara e particolareggiata è la descrizione che di quelle sontuose

feste inaugurali ci fa Dione. «Le gru, Egli dice[175], tra di loro

pugnarono[176], e quattro elefanti e novemila tra fiere e pecore,

furono uccise; le quali anche le donne, non però nobili, insieme cogli

uomini si diedero a ferire. Molti uomini pugnarono altresì alla foggia

dei gladiatori; molti ancora riuniti pedestri e navali combattimenti

eseguirono. Perciocchè riempiuto d’acqua di repente lo anfiteatro, in

esso introdotti furono cavalli e tori ed altri animali mansueti, che

addestrati erano a fare tutto quello che usi erano a fare in terra.

Uomini ancora introdusse Tito nelle navi, i quali divisi in Corciresi

e Corintii, colà pugnarono in costume navale. Altri ancora, fuori

della città, pugnarono nel bosco di Caio e Lucio[177], che Augusto

per quella cagione avea fatto scavare. Conciossiacchè colà il primo

giorno un combattimento di gladiatori si eseguì, e l’uccisione di molte

fiere, coperto essendosi con tavole il lago dalla parte che risguarda

le statue, e al di fuori tutto circondato ugualmente di un tavolato.

Il dì seguente celebrati furono i giuochi Circensi; il terzo giorno

si diede un combattimento navale di tremila uomini, che susseguito

fu da una pugna di fanti. Perciocchè gli Ateniesi, superato avendo

i Siracusani (giacchè sotto questo nome pugnato avevano), scesero

nell’isola, ed assalito avendo certo muro che intorno al monimento di

quel luogo era condotto, lo presero. Per cento giorni[178] durarono

quegli spettacoli atti a pascere la vista. Ma utile riuscì ancor questo

alla plebe, perchè Tito piccioli globi di legno da luogo eminente nel

teatro gettava, i quali tessere contenevano coll’indicazione di qualche

vivanda, di una veste, e di un vaso d’argento o d’oro, di cavalli, di

giumenti, di bestiami e di servi. Chiunque, alcuno di quei globetti

coglieva, portavalo al dispensatore de’ donativi, e la cosa che dentro

era scritta, conseguiva».

Tito dedicò l’Anfiteatro in nome proprio e non in quello del padre;

ed a questa dedicazione, nonchè alle sontuose feste e giuochi in

quell’occasione celebrati, alludono due medaglie, portanti nella parte

dritta la figura di Tito, assisa sopra trofei ed in atto di presentare

un ramoscello d’olivo; e, sul rovescio, l’Anfiteatro con la Mèta

Sudante a sinistra[179], ed un portico a doppio ordine di colonne a

destra: prospetto che corrisponde alla parte dell’edificio che guarda

il Celio, il cui arco, prossimo al centrale del primo ordine esterno,

portava il numero I[180]. Che il _cono_ che osservasi a sinistra

dell’Anfiteatro rappresenti la _Mèta Sudante_, checchè ne dica il

Maffei[181], non v’ha ormai chi dubiti. Ma che cosa sia quel portico

a doppio ordine di colonne che si scorge a destra, è ancora molto

disputabile. Se col Guattani[182] e col Nibby[183] si volesse ritenere

che quel portico abbia comunicato col palazzo di Tito sull’Esquilino,

noi non ci sapremmo spiegare come esso si potesse vedere dal lato

opposto dell’Anfiteatro. Il prospetto dell’edificio rappresentato

nella medaglia corrisponde, come si è detto, alla parte che guarda

il Celio. Ma a destra di chi guarda l’arco centrale, prossimo al

fornice che portava il numero I, non v’è certamente l’Esquilino. Che

cosa adunque potrebbe rappresentare quel portico? Forse un _luogo

ove s’intrattenevano le persone di riguardo, allor chè i raggi del

sole eran troppo ardenti, facendovi combattere qualche coppia di

gladiatori?_[184] — Forse un luogo coperto destinato al _ritiro di chi

voleva sollevarsi un poco dall’incomodo di stare nell’Anfiteatro molto

tempo_ per tornarvi tosto, o per ristorarsi, _giacchè nell’Anfiteatro

era proibito il bere_, ecc.?[185] — Forse un _apoditerio_, o finalmente

un _propilèo_?[186].

Fra tante opinioni, anch’io mi permetto esprimere la mia.

Sappiamo che l’Anfiteatro è opera dei Flavî: Vespasiano lo incominciò,

Tito proseguì l’edificio e lo dedicò, Domiziano lo portò a compimento.

Sappiamo inoltre che Tito costrusse presso l’Anfiteatro le sue Terme,

e che, finalmente, Domiziano _ristabilì la Mèta Sudante_, facendola

_assai bella e decorata_[187]. Non potremmo adunque congetturare che

in quelle medaglie si siano volute commemorare simultaneamente le tre

famose opere dei Flavî, vale a dire, l’Anfiteatro, le Terme e la Mèta

Sudante? E questa congettura non si rende ancor più verosimile se si

rifletta che solamente nelle medaglie dei Flavî vediamo effigiato il

portico a doppio ordine di colonne? Se così fosse, il portico di cui

parliamo sarebbe una parte delle _Thermae Titianae_[188]. Le ragioni

poi che ci spingono a ritenere le Terme di Tito verso il Laterano

piuttosto che sull’Esquilie, le esporremo a suo luogo[189].

La prima di queste medaglie ha l’iscrizione:

IMP. T. CAES. VESP. AVG. P. M. TR. PPP. COS. VIII S. C.[190]

Anno 883/80

Tito fu console per l’ottava volta l’anno 80; i titoli corrispondono

a quelli di un Imperatore vivente. L’altra medaglia ci mostra Tito

già morto, poichè gli si dà in essa il titolo di DIVO.[191] Il Nibby

opina che Domiziano sia stato colui il quale fece coniare queste

due medaglie; e che, per conservare quest’imperatore la data della

dedicazione fatta dal fratello, abbia unito alla prima medaglia

i titoli di lui come ancor vivente; e, sull’altra, ne abbia fatta

l’apoteosi, dandogli il titolo di DIVO:[192]

L'anfiteatro Flavio nei suoi venti secoli di storia · 第 14 / 94 题