EGISTO. — Quelle che tengo nel mio portafoglio... (Sorella profetessa!)

CARLO. — E ciò per quel termine ed a quell'interesse che a te piacerà

fissare, poichè fino dal primo del prossimo agosto io ti posso pagare

con gli argani.

EGISTO. — Abbi pazienza; ma nemmeno cogli argani me li pigli! (Questo è

stato facile).

CARLO. — E perchè? Là, francamente, senza riguardi.

EGISTO. — (Questo sarà più difficile!) Senti, mi fu detto, non lo dico

io, che la tua officina non può reggere un'ipoteca di quarantamila lire.

CARLO. — Tu scherzi: non hai inteso che Faustini finiva or ora per

offrirmi sessantamila lire della sola società?

EGISTO. — La cosa è ben diversa: Faustini è un industriale, può

arrischiare, mentre io... E poi ho quasi deciso di fare un imprestito ad

un'opera pia, e di comprare delle cartelle coi premi. Tu non puoi darmi

altre guarentigie, e premii poi... Parliamo dunque d'altro.

CARLO. — Senti, Egisto, dacchè sono tornato dall'estero, dacchè mi sono

gettato nell'industria, io non ti ho mai parlato dei miei progetti.

EGISTO. — Questa giustizia te la rendo volentieri: tu hai subito capito

che... io non avrei mai capito, e mi hai sempre risparmiato il

racconto... Dunque parliamo d'altro, bravo.

CARLO _(ridendo)_. — Ma oggi non la scappi più!

EGISTO. — Oh Dio! E non si può davvero risparmiare questa bella istoria?

No? Pazienza! Ma posso almeno sedere? _(Carlo gli porge una seggiola)_

(Sentiamo l'eloquenza del bisogno).

CARLO. — La mia officina mi costa centotrentamila lire; ma un altro non

la fabbrica con duecento mila, perchè quella la ho fatta io pietra su

pietra, coll'esperienza lasciatami da mio padre, col frutto dei miei

studi e dei miei viaggi, e colla sollecitudine di chi spende tutti i

suoi risparmi... ho fatto dei risparmi da ufficiale, non dico di più! Ma

perchè ho resistito alla indifferenza dei concittadini, alla tepidezza

degli amici, alla ostilità di qualche parente? Perchè non mi contento di

vegetare coi ferri di vergella, o, per dir meglio, perchè mi sono

gettato in questa impresa?

EGISTO. — Non l'ho mai capito, e non lo capirò mai, te l'ho detto.

CARLO. — Perchè ho fede nella mia invenzione, fede nell'industria

nazionale. Tu forse non hai mai pensato ciò che mi insegnano quei due

ritratti di Franklin e di Ghiberti?

EGISTO. — Non meravigliartene; penso così di rado io!

CARLO. — Il Franklin m'insegna il lavoro, il risparmio, ed il Ghiberti

che per fare le porte del Battistero dovette lavorare ventitrè anni.

Egli era un genio, e fece le porte del Paradiso. Se io non sono un

genio, la colpa non è mia; ma se dopo la mia morte si dirà che ho fatto

il mio dovere come uomo e come cittadino, a me pare che avrò spesa bene

tutta la vita.

EGISTO. — (Che brav'uomo!) Si può essere d'opinione diversa, ma non si

può negare la propria ammirazione per tanto coraggio e per tanta fede.

Ne hai per tutti e due tu.

CARLO. — Sì, fede, sopratutto fede, perchè io sono di quegli ottimisti a

tutta prova, che credono alla libertà ed al progresso. Dopo pochi anni

di lotta, molti si accasciano stanchi e sfiduciati. Lo credo io, non

hanno sognato e tentato che per distruggere! A noi invece è cresciuto

l'animo, e ci accingiamo, non più alla sterile lotta che demolisce e non

rifà, ma alla grande e feconda opera dell'edificare.

EGISTO. — Bravo e Dio t'aiuti. Vuoi intanto una presa?

CARLO. — Mi studierò di essere brevissimo.

EGISTO. — Benone.

CARLO. — O io non capisco nulla, o i mali più funesti alla nostra

industria sono indifferenza nelle classi elevate ed ozio ed ignoranza

con tutte le loro conseguenze nel popolo.

EGISTO. — Povera gente! Ma che conti adunque di fare?

CARLO. — Provare, io di famiglia patrizia, alla classe elevata che

invece di tenere il suo capitale sott'olio in cantina, lo può affidare

con vantaggio all'industria...

EGISTO. — Bravo!... parla del capitale.

CARLO. — Ma non possiamo avere industria col solo capitale, ci vuole la

mano d'opera.

EGISTO. — Peccato!

CARLO. — Non basta il principale; ci vuole l'operaio attivo,

intelligente, sicuro; e per averlo tale, bisogna sollevare il popolino

dalla miseria morale e materiale in cui giace, instillandogli il

sentimento della dignità e l'istruzione dei suoi doveri.

EGISTO. — Senti; il popolino, anche quello che lavora, è cascato nelle

grinfe dei sobbillatori della piazza: anzi, mi pare già di vedere in

aria i nuvoloni della tempesta... Scappa!!

CARLO. — Bravi! per vincere la tempesta non trovate nulla di meglio che

fuggire od evitare di parlarne! Andarle incontro bisogna, far dieci

passi quando lei non ne fa che cinque; guardarla bene in volto, e vedere

se l'ignoranza, l'ozio, l'invidia e la torbida ambizione che la guida

siano più potenti della scienza e della libertà!

EGISTO. — Sì; ma ne sento dir tante degli operai, delle loro pretese

senza fine e dei loro disordini!

CARLO. — Bisogna anzitutto separare i lavoratori dagli oziosi e dai loro

avvocati, e poi si vedrà che il vero operaio è assai migliore della sua

fama. Senti: io il nostro popolo non l'ho studiato nei libri; ma in lui

istesso, soldato, agricoltore od artigiano, e perciò posso parlarne con

amore come senza adulazione. Degli operai io ne ho di tutte le

provincie, e se tutti hanno difetti, hanno tutti belle virtù, e

anzitutto un gran buon senso. Il nostro toscano patisce un po' di

fiaccona, ma è quieto, sobrio ed accurato. Il veneziano è un po'

ciarliero, ma è svelto. I piemontesi ed i lombardi non sono sempre

sobrii e quieti, ma sono molto attivi. Il romagnolo è poco disciplinato,

ma è tutt'anima. Il napoletano...

EGISTO. — Indolente?

CARLO. — Non è vero; il napoletano, quando ha fiducia in chi lo dirige,

vale quanto gli altri. Vedi, il nostro paese è tutto migliore di quello

che si dice; cioè, intendiamoci, ci sono due Italie distintissime: una

piena di rancori, di gelosie, di calunnie, l'Italia dei _beceri_, dei

_barabba_, dei _lazzaroni_; la bella Italia in cui per tutto ideale

della vita si ha il dolce far niente, per sistema lasciar correre, per

patria il campanile; la patria mia e tua, se tralasciamo qualsiasi

occasione di dire e di fare che la plebe diventi popolo, e che anche per

noi questo sia il primo secolo del lavoro.

EGISTO. — È vero; ma ce n'hai forse un'altra Italia?

CARLO. — Per mille racchette se ce n'è un'altra! Bambina, veh! che ama

un pochino di chiaccherare; ma a scuola ci va tutti i giorni..... che

non è festa. Ma è bambina, e, se pensiamo un momento al suo passato,

possiamo ben dire che tutti i giorni la fa il suo miracoletto!... Diamo

tempo al tempo, e vedremo che l'avvenire darà ragione agli uomini che

credono alla libertà e si affaticano a colmare gli abissi che il passato

ci scavò d'intorno. Noi non saremo più; che monta? Ci saranno i nostri

figli!

Capitale e mano d'opera Le Commedie, vol. 1 · 第 28 / 118 题