— Taci! taci! — e alzandosi e movendo verso la finestra per un

istintivo bisogno di cambiare aria, quasi di purificarsi, si fermò

sul limitare del terrazzo appoggiando contro i vetri la sua fronte che

ardeva.

Elvira, rimasta presso alla tavola, pose a scaldare il bricco per il

caffè, disponendo per lei e per la sorella due tazzinette bianche a

fregi dorati, non senza essersi prima indugiata a misurare la simmetria

dei posti. Le tazzettine, come tutto il resto della casa, erano

antiche; Gentile Lamberti le aveva viste fra le inanellate dita di sua

madre e raramente si lasciavano in balìa delle persone di servizio:

l'oro fino che ne ricopriva gli orli era appena intaccato dalle labbra

reverenti che vi attingevano quasi una dolcezza di reliquia, ed Anna

udiva con una sorda irritazione il leggero tintinnio della porcellana

nelle mani di sua sorella.

— Vuoi? — disse Elvira.

Anna si volse, così turbata e con uno sguardo così insolitamente duro,

che anche Elvira provò il contraccolpo di quella violenta antipatia.

Anna era veramente troppo aspra, nè il fatto di essere la maggiore glie

ne dava alcun diritto. Elvira ebbe per la prima volta l'impressione

che nulla la legava a sua sorella. Versò il caffè e glielo porse con

alterezza. Improvvisamente Anna si sentì gli occhi pieni di lagrime;

volle accostare la tazza alle labbra, ma la depose subito e corse a

rifugiarsi nella sua camera.

Quando finirebbe quel martirio? Chi verrebbe in suo aiuto impedendole

di diventare volgare? Perchè anche questo si aggiungeva alle sue

smanie; la paura di decadere. Ad ogni giorno, quasi ad ogni ora, ella

vedeva con terrore scemare il livello della propria superiorità. Colla

reale sensazione di qualche cosa che scrosciasse intorno a lei si

sentiva mancare sotto il terreno, calare, calare abbasso.... Era ella

dunque impari alla lotta? Tutto il suo orgoglio, tutte le sue visioni

di altezza dovevano frangersi così miseramente in una amaritudine

infeconda? Era solamente per sdegnarsi e per adirarsi ch'ella aveva un

cuore sensibile, e la sua profonda facoltà d'amare non doveva produrre

che dell'odio? Invano un sottile sofisma egoistico le mormorava

dentro: Odiare il male, è bene. Non basta! Non basta! Questo grido di

protesta sorgeva da tutto il suo essere e la scuoteva non altrimenti

che una furibonda bufera fa di un alberello. Ma l'alberello era tenace:

torcevasi gemendo e non si spezzava, quasi nemmeno si piegava.

Appoggiata alla sponda del letto, in una muta concentrazione, Anna

non si accorgeva dello scorrere del tempo. La sua camera aprivasi

sulla via deserta, più che mai deserta in quelle ore meridiane di

luglio in cui il sole flagellando i muri penetrava nel chiuso ritiro,

smorzato appena attraverso le stecche delle persiane. Da una fessura

un po' larga una striscia di luce gialla, entrando, tagliava per metà

la camera e i due segmenti svanivano in una penombra dolce d'alcova,

dove leggiadri fantasmi si allungavano sulle pareti evocando le scene

tenere dell'_Orlando Furioso_. Questo affresco antichissimo era stato

la ragione per cui Anna aveva scelta la camera. Interno al letto

si stendeva il mistero della foresta con una arborescenza frondosa

che saliva fin quasi alla vôlta, rotta nel suo verde cupo dalle

biancheggianti forme di Angelica seduta accanto a Medoro. Dell'eroico

poema l'anonimo illustratore di quelle pareti, nell'origine forse

destinate ad una sposa, aveva tratto solamente i motivi gentili, per

cui gli amori del pastore e della bella non venivano mai interrotti da

guerresche e paurose apparizioni, ma era tutto all'ingiro una dolcezza

di vita felice, un rameggiare di arboscelli, una luminosità di cielo

pallidamente rosato che lasciava nella camera, con parchi rarissimi

mobili arredata, l'incerto fluttuare di una visione.

A poco a poco la calma fantastica dell'ambiente avvinse Anna. La

voluttà del sogno la prese, aggravata dal torpore del meriggio, in

mezzo alla selva che era il suo asilo. Una voce gracile salì dalla

strada cantando:

La rosa è il più bel fiore.

Come la gioventù

Nasce, fiorisce e muore

E non ritorna più.

E la voce aveva note gutturali singolarmente dolorose, un po' tremule,

che davano alle parole un fascino di passione, come se il cantore

improvvisasse per sfogare un suo intimo schianto. La vecchissima

canzone che Anna non conosceva, pianta più che modulata nel silenzio

ardente del meriggio aveva perduto durante i lunghi anni d'oblìo la

volgarità che accompagna tutto quanto cade nel dominio pubblico.

Essa rinasceva nella sua freschezza ingenua, nella sua malinconia

rassegnata; rinasceva nel signorile paludamento dei morti che non

assomiglia a nessun altro e che i vivi guardano con rispetto. Essa,

che mille bocche d'amanti avevano ripetuta nei giovani anni e poi

scordata, ritentava l'eco della via solitaria, lungo il muricciuolo

degli orti; e le note del nuovo cantore gutturali, dolorose, un po'

tremule, sembravano tesserle intorno una corona di rose vizze dentro

cui tremavano lagrime lontane.

Anna si affacciò al davanzale, ma la canzone era già tornata nel suo

sepolcro; il silenzio imperava assoluto: un gobbetto attraversava la

strada....

— Anna? — chiese Elvira toccando leggermente l'uscio — ti vesti?

— È già l'ora? — rispose Anna schiudendo l'imposta con una visibile

intenzione di gentilezza.

Le due sorelle si trovarono di fronte. Elvira aveva un abito color di

rosa sparso di sottili trifogli, stretto alla cintura da un nastro rosa

e colle maniche un po' corte che lasciavano scoperto il braccio fino al

gomito. Anna la guardò un istante senza parlare.

— Va bene?

Anna pensava come mai Elvira, che non era molto molto bella, si

avvantaggiasse così particolarmente per un semplice cambiamento

d'abito, ma volendo ad ogni costo cancellare il ricordo della durezza

di prima, le cinse la vita con una mano e la baciò. Elvira non avvertì

lo sforzo. Dopo averle raccomandato di essere sollecita, per non

giungere troppo tardi alla Mostra, dileguò nella fuga delle ampie

stanze che il suo abito rosa illuminava di un mobile splendore.

Un profumo di eliotropio, molle ed insipido profumo che ella non

poteva soffrire, era rimasto sulle mani di Anna. Si affrettò a versare

dell'acqua nel suo lavabo, ma tolto dalle mani il profumo persisteva,

caldo ancora del contatto che lo aveva portato sul suo volto. “Odioso

odore!„ mormorò Anna slacciandosi la vestaglia. Davanti a lei il

lavabo apriva la conca azzurrognola colma d'acqua. Vi tuffò il viso

e trascinata da un subitaneo senso di delizia sciolse rapidamente la

leggera biancheria che la avviluppava gettandosi ondate d'acqua sulle

spalle.

Questo esercizio le diede un benessere fisico così soave da indurla

a ripeterlo più volte, eccitata dallo stesso piacevole rumore che

l'acqua produceva rimbalzando dalle sue spalle al lavabo e da questo

in minutissime perle sul pavimento di pietruzze alla veneziana che

già luceva tutto come iridescente cristallo. La striscia di sole,

attraverso il filtro delle persiane, si era nel frattempo allungata

fino a toccare i piedi della bagnante. Una mezza luce aurea l'avvolgeva

tutta e sullo sfondo verdeggiante del bosco dove Angelica e Medoro

stavano abbracciati ella poteva credersi una ninfa antica. Le sue forme

veramente ritraevano la grazia elegante che intorno al Partenone e fra

le ceneri dissepolte di Pompei fa rivivere ancora sulla curva delle

anfore la bellezza delle figlie di Nereo.

Sottili, fluide, aventi il raro dono della morbidezza nella esilità, le

braccia di Anna riposavano alfine. Ella stava assaporando la frescura

dei recenti lavacri, immobile e ritta, col pensiero preoccupato dalla

strofa che aveva udito cantare alcuni istanti prima, non ricordandola

esattamente, eppure colpita dalla tristezza che accomuna in un solo

destino la gioventù e le rose. E si guardava le braccia, sollevandole

lentamente fino al viso, al di sopra dei capelli, congiungendole in

alto palmo a palmo con un arcano desiderio di amplesso che le fece

mormorare sospirando: “Sarebbero pure una nobile coppa per l'amore!„

— Dov'è? Dov'è? — gridò dal corridoio la voce di Flavio.

Ella diede un balzo fino all'uscio, chiudendolo a chiave con un terrore

irragionato e convulso, mentre Elvira rispondeva a Flavio:

— Si sta vestendo.

I due giovani entrarono nel salotto che faceva fronte alla camera di

Anna. Il mormorio delle loro voci le giungeva distinto attraverso il

breve spazio. Diceva Flavio:

— Però verranno?...

— Sì, sì, verremo e subito.

Così rispondeva Elvira con un trillo di allodola felice.

Anna si coperse rapidamente, smaniosa di sottrarsi ad una impressione

penosa, o meglio a due impressioni; una penosa e l'altra irritante: e

forse ad un'altra ancora più acuta, più indefinita, a cui si mesceva un

bizzarro istinto di pudore segretamente offeso.

Per dispetto i nastri si spezzavano, i ganci non si congiungevano.

Sotto la sua mano febbrile la stoffa sembrava prendere una attitudine

di rivolta, e intanto che dibattevasi contro i piccoli ostacoli

materiali tendeva con ansia l'orecchio alle voci dei due giovani che

si erano straordinariamente abbassate di tono. Ora non percepiva che

qualche sillaba, qualche motto staccato. Tuttavia il dialogo continuava

animatissimo, passando dal sommesso bisbiglio della parola al fruscìo

alato del sorriso ed al spezzato singulto che fa gorgogliare la voce

nelle fauci con un canto di acque profonde.

Nell'ansia Anna sospendeva l'opera, madida la fronte di sudore. A un

tratto le voci tacquero. Il silenzio altissimo non era più interrotto

che dalle pulsazioni del suo cuore tumultuante. Che cosa avveniva?

Erano forse partiti? o Flavio era partito? Provò un istante di

vertigine. Dove, dove erano? Perchè tacevano? Le parve di udire un

piccolo colpo di tosse, ma avendo in quel medesimo istante urtato in

una spazzola che cadde rumorosamente a terra, non poteva essere sicura.

Chiamò: “Elvira!„ Nessuna risposta. Forse si trovavano sul terrazzo.

Ma perchè Flavio era venuto? Dovevano incontrarsi all'Esposizione. Sua

sorella si era vestita prima del tempo: aveva sempre una gran premura

di vestirsi. E il silenzio continuava! — Ah! una voce finalmente....

Non la loro voce, no. Era il cantore che ripassava per la via deserta

. . . . . . . . .

Nasce, fiorisce e muore

E non ritorna più!

Anna si affacciò questa volta alle persiane per vederlo. Cercava i suoi

guanti, pur avendoli sotto gli occhi, toccandoli.

Finalmente eccola pronta. Si precipita fuori della camera ed urta

Elvira che veniva alla sua volta.

— Dove eri?

— Quando?

— Ma ora.

— Qui.

— Sola?

Elvira solleva il capo e la guarda con una certa meraviglia. Anna

arrossisce.

— Possiamo avviarci, — soggiunge Elvira. — Flavio ci precede.

— Che cosa aveva?

— Chi?

— Flavio.

— Nulla.

— Perchè è venuto?

— Voleva essere sicuro che noi andassimo.

Attraversano l'ampia anticamera, escono sullo scalone, scendono sotto

il portico, il vecchio pensionato rientra allora e le saluta; il

portinaio le arresta un momento per mostrar loro un ricciolone del

terrazzo che ha bisogno di essere riparato: mostra in pari tempo una

nuova piantagione de' suoi vasi, un cespuglio di dittamo, e ne offre un

ramoscello a ciascuna. Sulla porta Anna chiede:

— Che cosa ha detto?

— Chi?

— Flavio.

— Nulla.

— Mi sembrava che aveste una discussione.

— No.

Il cielo ha quel pallore opaco delle giornate troppo calde. L'aria è

immobile: non trema una foglia; le pietre del marciapiede scottano,

bianche di luce e di polvere. Le due sorelle si avviano lentamente.

Sulla soglia della Mostra, proprio nella corrente del pubblico che

entrava a frotte, due signori discorrevano con animazione senza

perdere di vista i nuovi arrivati, ai quali anzi uno di essi faceva

largo con un gesto semicircolare, imponente e grazioso insieme, che

aveva dell'invito e della condiscendenza. Era costui un ometto magro,

segaligno, il cui volto color limone ornavasi di alcuni cespugli di

pelo bigio disposti bizzarramente qua e là, incerti ancora (benchè il

loro proprietario toccasse i sessant'anni) se divenire baffi, barba o

basette. Vestito accuratamente di panno nero, con uno spillo di mosaico

nella cravatta nera e un paio di guanti color marrone, appariva chiaro

che la sua dignità naturale si era per la circostanza agguerrita di

minuziose cure esterne, incaricate di avvertire dell'esser suo anche

i più distratti. Concorreva allo scopo un portamento della testa più

eretto del solito, un girare in tondo degli sguardi dove era in eguali

dosi compenetrata la sicurezza di sè e un benigno compatimento che

distribuiva a caso sulla folla come spruzzi d'acqua benedetta.

— Capirai — diceva al suo interlocutore lasciando cadere le parole

dall'alto, palleggiandole quasi prima di decidersi a regalarle — non si

riceve per nulla una buona educazione. Mio nipote....

— È suo nipote?

— Già, già, stretto parente, strettissimo. L'ho allevato io dall'età di

nove anni; è quasi mio figlio; l'ho coltivato veramente a guisa di una

pianticella, potando, estirpando, innestando. Si può dire che egli non

ha un'idea che non sia stata prima mia. Il disinteresse col quale noi

educatori seminiamo nelle giovani menti germi di frutti che esse sole

raccoglieranno è ciò che forma la serietà, direi quasi la santità della

nostra missione.

Il signor Pompeo sospese di parlare per gettare un'occhiatina di sbieco

sopra alcuni foglietti che l'altro s'era levati di tasca e che stava

riempiendo di note. Il signor Pompeo lo conosceva benissimo, perchè era

stato suo scolaro e lo aveva bocciato parecchie volte, ma ora essendosi

messo a fare il critico d'arte gli incuteva una specie di soggezione

dietro la quale stava pure l'ansia di vedersi quando che sia citato

su per le gazzette. Non che la cosa gli dispiacesse, tutt'altro, ma

capiva l'importanza del momento e la necessità di posare bene. Con una

mano nello sparato dell'abito, pendente l'altra con nobile negligenza

lungo il fianco, il signor Pompeo pensava: “Anche questo l'ho formato

io. Chi sa mai che portato in alto dalla capricciosa fortuna non riesca

ad avere il suo quarto d'ora di celebrità; allora deve necessariamente

ricordarsi di me. Purchè sia riuscito a purgarsi dei neologismi!„

— Signor professore, lei dunque dice che suo nipote ha vent'anni?

— Ventuno.

— Ed ha sempre avuto questa passione per l'arte?

— Certo, certo.

— Dimostrata fino dall'infanzia?

— Dimostratissima. I suoi quaderni erano pieni di sgorbi.

— Di sgorbi?

— Voglio dire.... sai bene.... i primi tentativi.... Già anche

Raffaello avrà incominciato così. _Ars longa_. Quel Raffaello che

pittore!

Il signor Pompeo si lisciò i cespugli del mento inarcando le ciglia e

sollevandosi sulla punta dei piedi perchè gli sembrava che la folla lo

nascondesse troppo. Si avanzava difatti un gruppo di giovani che dalle

corte casacche e dai larghi cappelli apparivano allievi della scuola

di pittura: si avanzavano circondando rispettosamente un signore alto,

corpulento, ben vestito, il quale procedeva in mezzo a loro nè più

nè meno che Gesù fra gli apostoli, predicando il verbo con una voce

volontariamente affiochita per non attirare l'attenzione dei profani,

esprimendo giudizi brevi, recisi, che si limitavano qualche volta ad

una crollata di spalle o ad un _peuh!_ sdegnoso, accolti dalla turba

devota con umile deferenza, con rossori e pallori improvvisi che

dimostravano l'alta influenza del personaggio.

— È il commendatore professore _X_ — susurrò piano il critico d'arte

all'orecchio del signor Pompeo, — vado a sentire che cosa dice.

Facendo subito seguire l'atto alle parole il critico d'arte si

cacciò così bene nel crocchio che la sua esile persona di giovinetto

stremenzito non apparve più, tra le falde del commendatore e i cappelli

degli allievi, che a guisa di un uccelletto saltellante in cerca di

becchime.

Dietro le spalle del signor Pompeo entravano intanto senza che egli se

ne avvedesse, le signorine Lamberti. Graziose, eleganti, severamente

distinte, erano molto guardate sempre dovunque si recassero, ma più

che le loro persone si imponeva l'aureola del loro nome. Muta da tanti

anni la voce di Gentile Lamberti echeggiava ancora nei cuori che aveva

fatto palpitare per quel privilegio che hanno certe anime ardenti di

prolungare la loro vita oltre i confini della materia; ed accadeva

spesso alle fanciulle di udir mormorare sul loro passaggio: “Sono le

figlie di Gentile Lamberti„ con un accento di simpatia rispettosa che

faceva vibrare profondamente il cuore di Anna e schiudere sui labbri di

Elvira un sorriso di vanità soddisfatta.

La curiosità del premio e le polemiche che lo avevano preceduto

attiravano quel giorno alla Esposizione una folla grandissima. Per

le sale, dove si circolava a stento, il caldo era insopportabile.

Un'afa impregnata di migliaia di esalazioni, corrotta da microbi

invisibili, nauseabonda nel suo odore fondamentale che inutilmente

veniva a tratti a tratti interrotto dalla presenza di qualche profumata

signora, gravava su tutte quelle persone raccolte. I velari di tela

bianca distesi a mezza volta per regolare la luce contribuivano

a restringere lo spazio, imprigionando l'aria, rendendola vieppiù

soffocante e irrespirabile. In quella atmosfera lattea, uniforme, la

folla si pigiava più intontita che allettata, ricevendo nella retina

degli occhi un'impressione confusa di colori che per la maggioranza si

risolveva in una leggera emicrania: scossa tratto tratto da un soggetto

impressionante, da una arditezza nuova di esecuzione che le traeva

esclamazioni derisorie e faceva correre ratte le facezie di bocca in

bocca, ma riprendendo quasi subito il suo andare pesante e rassegnato

di branco umano davanti alla sfilata interminabile dei quadri.

— Fa troppo caldo, — disse Elvira.

Le due sorelle erano ansiose di sapere se la premiazione fosse già

stata fatta. Non guardavano nulla e nessuno, seguendo docilmente la

folla, intente solo a rintracciare Flavio. Una grossa famiglia borghese

composta di tre generazioni, tutte ferme davanti ad una tela intitolata

_La stiratrice_ le arrestò contro lor voglia per qualche minuto.

— Questo meriterebbe il premio! — esclamò con voce potente il padre di

famiglia.

Gli altri fecero coro, lodando chi la bella faccia tonda della

stiratrice, chi la rimboccatura perfetta delle sue maniche, chi

la trovata di un gattino accoccolato con fine accorgimento nella

biancheria appena stirata, chi la naturalezza della pugnetta alla

quale non mancava neppure una lieve sfrangiatura di stoffa bruciata.

La madre di famiglia guardò a lungo prima di pronunciarsi, poi espresse

l'opinione che non si stira sopra una tavola così bassa.

— Fa veramente troppo caldo, — disse ancora Elvira.

— È curioso. Tu non soffri mai il caldo — osservò Anna con dolcezza.

— Ma oggi è eccessivo.

— È vero. Se potessimo trovare una sala meno affollata....

— M'era parso di scorgere il signor Pompeo.

— Dove?

— Non si vede più.

Incontrarono delle amiche:

— Oh! il vostro giovine pittore, che successo!

— Hanno esposto la premiazione? — domandò Elvira.

— Non ancora.

L'onda della folla le divise. Le due sorelle furono sospinte innanzi

mentre esse si riguardavano scansando i contatti, desiderose di

giungere vicino al quadro di Flavio. Ma il quadro era in una delle

ultime sale.

— Fermiamoci un momento, — propose Elvira.

A mala pena trovarono un posto sopra uno dei divani collocati nel

mezzo delle sale. Intorno ad esse sedevano alcune persone della buona

società, fra cui una signora di quelle che i giornali letterari e gli

autori nelle prefazioni dei loro libri chiamano intellettuali. Ella

stava appunto concludendo un discorsetto sulla pittura:

— .... è La Sizeranne che lo afferma, dobbiamo credergli.

— Non credo però — rispose un signore di mezza età che le stava ritto

dinanzi facendosi fresco con un ventaglietto giapponese — che i nostri

artisti farebbero bene ad imitare gli Inglesi.

— Non le piace Burne Jones?

Sì dicendo la signora intellettuale volse un'occhiata alle nuove

persone che si erano sedute sul divano per giudicare su di esse

l'effetto di quel nome.

— Sì, mi piace un Burne Jones; due sarebbero già troppi. Il genio non

può far scuola; essendo la manifestazione di una forte individualità

esso è principio e fine a se stesso.

— I preraffaelliti tuttavia non hanno detto la loro ultima parola.

— Eh! eh! — fece il signore dal ventaglietto senza spiegarsi

maggiormente.

Due damine intanto si erano fermate a stringere la mano

dell'intellettuale.

— Oh! cara, ma questo premio non si vede ancora.

— La giurìa sente il caldo — pronunciò il signore ventilandosi con

maggior lena.

— E sì — disse la intellettuale sottolineando le parole — che la scelta

non dovrebbe essere difficile. Procedendo per eliminazione, che cosa

resta da giudicare? tre o quattro lavori, se pure!

— Per conto mio — rispose una delle dame cui il gran naso a becco

usurpava il posto del viso e che portava una corona da marchesa —

non vedo un solo quadro che mi ispiri il desiderio di averlo nel mio

salotto.

— Quella testa è molto espressiva! — esclamò la sua compagna indicando

un _San Gerolamo_ che le stava davanti, nero e giallo come un tizzone

abbrustolito.

— Ma ti pare! una bella figura che farebbe al di sopra del mio divano

_Louis quinze_! Roba da Tebaide, cara.

— Sarebbero più in istile quelle fanciulle che il pittore chiama:

_Primavera ellenica_, ma.... troppo nude — interruppe la intellettuale.

— I pittori abituati alle crudezze dell'Accademia dimenticano spesso

che vi sono al mondo anche delle signore.

— Delle _vere_ signore, — accentuò la proprietaria della corona

marchionale dilatando le narici del suo gran naso.

— Un quadro per il suo salotto, marchesa — interruppe il signore dal

ventaglio — potrebbe essere quello del giovine simbolista: _Viene!_

— Ah: no, mi impressiona troppo. Non posso esimermi dal pensare che vi

è un ladro nella camera vicina.

— Che idea!

— È così. Dal volto dell'adolescente spira un terrore, un'ansia....

— Ammetto l'ansia, ma la spiego diversamente.

La signora che aveva dimestichezza con Burne Jones e con La Sizeranne

aperse una parentesi per dire:

— Non mi pare che appartenga alla scuola simbolistica. È al contrario

di un verismo che colpisce.

— Si può essere simbolici e veri nello stesso tempo. Che ne pensa la

marchesa?

— Penso che ad ogni modo la cornice è di cattivo gusto.

Le signorine Lamberti si alzarono.

— Se potessimo trovare Flavio! — mormorò Anna.

Elvira non rispose, pallida e oppressa da una stanchezza a cui la breve

fermata non aveva recato alcun ristoro.

Ripresero così il lento andare in mezzo alla folla, afferrando a

volo brani di conversazione, mezzi giudizi, parole staccate che si

incrociavano bizzarramente.

Un vecchiotto arzillo, con baffi alla Vittorio Emanuele e cappello

di panno verdone posto alla sgherra, si appoggiava fortemente sul

braccio di un compagno, brontolandogli nell'orecchio con attitudine da

congiurato:

— Bisogna che ritornino alla pittura storica; non c'è altra salvezza.

Cosa vogliono dire tutti codesti fantocci? La fantasia! Il sentimento!

Baie. Storia ci vuole; e disegno ci vuole. Non c'è più nessuno che

sappia disegnare. Vedere a' miei tempi l'Induni, il Focosi.... Vedere

l'Emanuele Filiberto che getta ai piedi dell'ambasciatore spagnuolo le

insegne del Toson d'oro!

Il chiacchierio di due ragazze passò sopra alla voce del brontolone.

— .... il basso della gonna filettato di bianco.

— E i bottoni bianchi.

— No, neri.

— Meglio bianchi.

Le signorine Lamberti trasalirono all'improvviso. Qualcuno aveva detto:

“Il premio....„ Ma non poterono udire altro. Elvira, tacitamente,

infilò il suo braccio sotto il braccio di Anna.

Giunsero infine alle ultime sale. Un drappello di giovani mascherava il

quadro di Flavio, tanto che sembrava poco possibile potersi avvicinare.

Anna tuttavia che era più alta della sorella si sollevò un istante

sulla punta dei piedi e ricadde subito, stringendo nervosamente il

braccio di Elvira. Aveva visto il cartello del premio affisso sul

quadro.

— Lascia vedere anche a me, — disse Elvira con voce velata da insolita

commozione.

La vecchia casa · 第 7 / 9 段