larga onda di gioia. Si parlava molto e forte intorno a loro, ma non
erano più in grado di intendere nulla. Appena se videro, e confusamente
anche questo, il signor Pompeo ritto accanto alla tela premiata
sorridendo al pubblico con benevolenza.
— Andiamo, — mormorò Anna.
Rifecero una sala o due, ma il bisogno dell'aria pura le portò ben
presto nel piccolo giardino della Mostra il quale era stato per
la circostanza provveduto di fiori e di alte felci che aggruppate
artisticamente davano per gli occhi l'illusione della frescura. Si
erano da poco accomodate sopra una panchina, in un cantuccio discreto e
ombroso, quando Flavio venne a raggiungerle.
Il povero fanciullo raggiava tutto attraverso una velatura indefinibile
di mestizia rimastagli dalla sua triste infanzia e che il successo
non poteva cancellare interamente. Egli aveva inoltre quella vera
modestia che fa del trionfo un piacere raccolto, che lo sottrae alle
manifestazioni turbolente e chiassose per innalzarlo ad una specie di
rito intimo, quasi ad un patto religioso e solenne coll'anima.
— Suo, suo, tutto suo! — Alludendo al trionfo così Flavio rispose
stringendo la mano di Anna, turbata anch'essa e felice, eppure mesta
di una mestizia che anzichè essere in lei l'ombra del passato sembrava
un'oscura prossima minaccia.
Elvira indugiava a parlare. Col busto per metà rovesciato
sull'appoggiatoio della panchina fissava Flavio con uno sguardo
ardente, insolito in lei, che non tardò ad esercitare sul giovane
una singolare potenza di attrazione. Ella era in quel divino momento
della giovinezza che conferisce ad ogni cosa viva il massimo della sua
potenza. Per quanto casta e severamente educata, ed anche innocente,
usciva da tutta la sua persona un impetuoso fascino di desiderio.
Flavio lo sentiva, e nello stato di sovreccitazione in cui trovavasi
gli riusciva impossibile la difesa. Si guardavano così, rapiti, colle
pupille molli di involontarie seduzioni.
Quel silenzio parve ad Anna insopportabile; volle romperlo in qualche
modo e incominciò a volgere a Flavio una quantità di domande la cui
volubilità era troppo palese perchè ella stessa non avvertisse un senso
di stonatura. Avrebbe allora voluto muoversi, riprendere la passeggiata
affannosa in mezzo ai quadri, ma si erano appena sedute ed Elvira
sembrava stanca assai. Guardandola in quella sua posa languida, col
momentaneo pallore che le ingentiliva il volto, col busto giovanile
fasciato di rose e il collo nudo emergente nel trionfo della linea
che nessuna orma di tempo aveva ancor tocca, ne subì suo malgrado il
misterioso impero. Sua sorella le apparve in quell'istante più che mai
straniera ma armata di invincibili diritti. Piegò il capo e seguendo
distrattamente cogli occhi il disegno della ghiaia per terra cadde in
un profondo silenzio.
Un'orchestrina mascherata da un gruppo di felci gigantesche eseguiva
un'aria dell'_Orfeo_. Le note delicatamente appassionate cadevano nel
piccolo giardino non ancora invaso dalla folla, dove aliava un fresco
odore di azalee appena dischiuse, dove il caldo greve ancora ma non
contaminato conciliava un soave torpore sognante.
— Come si sta bene qui! — sospirò Elvira a fior di labbro.
Nello stato di sensibilità acuta in cui si trovava Flavio, coi nervi
vibranti, la fantasia in tumulto, tutto il suo essere sollevato
da un'onda di vita, anche quelle semplici parole si vestirono di
imagini dolcemente accese quali fiaccole sul limitare di un sentiero
nuovo, sconosciuto e tentante. Gli occhi di Elvira erano quel giorno
straordinariamente larghi, natanti in un'ombra violacea di una
morbidezza sofferente e voluttuosa e si attaccavano a quelli del
giovane con un lungo, insistente richiamo, con bagliori inconsci di
febbricitante.
— Temo — continuò Elvira sorridendo di un sorriso infantile — che i
suoi ammiratori vengano a rapirla.
— Non è facile, — balbettò Flavio senza sapere molto quel che si
dicesse, invaso come era da un dolcissimo turbamento.
Quando Anna sollevò gli occhi li vide stretti in un colloquio di
brevi parole: brevi e interrotte come le parole che si erano scambiate
poche ore prima a casa e che non aveva potuto comprendere. Vide pure
il braccio destro di Elvira, dal quale ella aveva tolto il guanto,
abbandonato sulla spalliera in vicinanza di quello di Flavio e benchè
l'atto fosse giustificato dalla lunga confidenza, Anna ne ricevette
una impressione disgustosa. Deviando lo sguardo avvertì la singolare
animazione degli occhi di sua sorella.
— Stai meglio, mi pare?
— Sì, molto meglio. Era il caldo eccessivo delle sale che mi opprimeva.
M'è rimasto un po' di cerchio alla fronte, ma passerà anche questo.
Senza volerlo Anna tornava a guardare il braccio nudo di Elvira.
Avendo fatto un movimento per accomodare il cappello la manica le era
scivolata in alto scoprendo per un istante il gomito.
— Dov'è andato a finire il tuo guanto? — domandò Anna con calma.
Elvira e Flavio si mossero insieme per cercarlo; esso cadde dalla
panchina e Flavio lo raccolse prontamente ridendo.
— Non sarà quello della sfida, — gli disse Elvira a bassa voce.
Flavio rise ancora senza rispondere. Cingeva entrambi una zona
luminosa, calda di invisibili correnti, dove sbocciavano le loro tenere
giovinezze come fiori che il sole ha raggiunti. Anna pensò che riso e
parole si riferivano senza dubbio a qualche loro precedente discorso
e fu presa da un sentimento penoso di umiliazione che la ripiombò nel
silenzio. Ella sentì in quel momento l'amarezza della vita che passava.
. . . . . . .
La folla riversandosi ora nel piccolo giardino li fece fuggire. Elvira
dimenticò ancora il suo guanto e intanto che Flavio tornava indietro a
prenderlo Anna disse con una certa impazienza:
— Ma dovresti rimetterlo una buona volta!
Dolcemente Elvira ubbidì, infilando le dita del guanto ad una ad una,
finchè rimase il solo pollice che fece sparire con un movimento rapido
spingendo il braccio in avanti e tendendolo così per qualche secondo,
bianco e nudo, nella luce del sole che ne indorava la leggera pelurie.
— Come sono sottili gli abiti delle donne! — esclamò ingenuamente
Flavio, fissi gli sguardi sulla manica di Elvira.
— Le piace questo?
— Molto. Fin dal primo istante che lo vidi mi colpì il disegno del
trifoglio. È leggiadrissimo.
Anna aveva un abito simile nella stoffa e nel disegno: diverso
solamente per il colore che le era parso troppo giovanile. Ma Flavio
non se ne era accorto.
— Prima di andarcene vogliamo vedere il quadro un'ultima volta? — disse
Elvira con grazia provocante, mostrando un interesse che toccò Flavio
nelle più intime fibre dell'amor proprio.
Dinanzi al quadro Elvira si appassionò, si esaltò quasi, trovando
parole ardite, dolci, profonde, misteriose, le quali finirono di
versare nelle vene del giovane la turbatrice ebbrezza del più capzioso
dei liquori.
A un tratto impallidì, aggrappandosi alla parete, coll'occhio che
accennava a spegnersi, tutto il corpo preso da un subitaneo languore.
Anna e Flavio la sorressero, ma si riebbe subito. Accettò nondimeno il
braccio di Flavio per uscire dalle sale.
Giunti a casa fu consigliata di coricarsi perchè si reggeva a stento.
Ella non ne volle sapere, assicurando che un po' di riposo in libertà,
sul terrazzo, l'avrebbe rimessa completamente. — Quando però fu l'ora
del pranzo la debolezza era aumentata.
— È il caldo — andava dicendo a chi insisteva perchè si mettesse a
letto. Intanto le durava negli occhi quella strana fosforescenza e nel
fondo delle occhiaie si addensava l'ombra violacea.
Volle prendere il suo posto a tavola, ma non toccò cibo. Lagnavasi
ancora del caldo e parlava, parlava animatamente della Mostra, del
premio, delle persone incontrate. Anna la osservava con inquietudine.
Subito dopo pranzo scese Flavio.
— Non va troppo bene, — gli disse Anna nel vano dell'uscio. — Vorrei
chiamare il medico.
Flavio si turbò.
— Speriamo non sia nulla di grave, — soggiunse Anna avvedendosi
dell'impressione fatta.
— È sempre grave per me ciò che le riguarda, — rispose Flavio
semplicemente.
Elvira era ritornata sul terrazzo. Quando vide Flavio gli sorrise con
grande dolcezza e gli fece posto accanto a sè.
— Senta la mia mano. Anna pretende che abbia la febbre.
Flavio le prese la mano.
— E senta qui! — gli tese la fronte. — Scotta?
Flavio non disse nè sì nè no, temendo di spaventarla, ma il suo sguardo
cercando quello di Anna lo tradì.
— Sono dunque ammalata davvero? — esclamò Elvira, — e domani che si
doveva andare in campagna!
— Giorno più, giorno meno, non importa, — disse Anna in tono
conciliativo. — Andremo dopodomani.
Parlarono un po' di tempo di boschi, di montagne, di sentieri ombrosi,
di escursioni da farsi tutti e tre insieme, perchè Flavio doveva andare
a trovarle. Elvira se lo fece promettere ripetutamente. A poco a poco
però l'ardore del conversare le venne meno, il corpo le si piegava
spossato, affranto.
— Vieni a letto, — le disse ancora Anna. — Vieni!
Questa volta non oppose resistenza. Si accommiatò da Flavio gettandogli
uno sguardo umido e ardente e sorretta dalla sorella si trascinò fino
alla sua cameretta attigua alla camera di Anna.
Non aveva nemmeno più la forza di spogliarsi. Anna dovette slacciarla,
ritirarle gli abiti ad uno ad uno, coricarla al pari di una bambina.
Era la prima volta che Anna si trovava in un contatto immediato con
Elvira e per quanto una pietà gentile le consigliasse quell'aiuto
non poteva vincere in se stessa il ribrezzo della di lei carne.
Perfino dalle vesti di lei, ammucchiate sul tappeto, saliva alla sua
sensibilità irritata un'impressione di nausea che la faceva soffrire
nell'intimo delle viscere, per cui sollevò rapidamente il cumulo della
biancheria ricacciandola in fondo della camera.
— Brucio, — diceva Elvira, e questa parola ripetuta ad intervalli con
voce fioca era la sola che ella ormai pronunciasse.
Anna propose di non affrontare la notte senza udire il consiglio del
medico.
— Sì, sì, — rispose Elvira, — chiamalo e che mi faccia guarire presto!
Durante l'aspettativa si assopì lievemente. Anna, che la vide chiudere
le palpebre, allontanò il lume perchè potesse riposare e oppressa ella
stessa dalle fatiche della giornata, si appoggiò al davanzale della
finestra respirando l'aria a larghe ondate.
“Non sarà nulla certamente„, pensava sprofondando le pupille nel vuoto
oscuro. “Un po' di stanchezza, l'afa di oggi, la commozione.... Era
vera commozione? Ma perchè? Lo aveva ella amato fin da piccino? Lo
aveva protetto quando gli altri lo deridevano? Aveva ascoltate le prime
voci di quell'anima così tenera e così sensibile? Si era fatta il suo
pensiero e la sua coscienza?... O non lo aveva invece sempre deriso e
disprezzato? Perchè dunque sarebbe commossa lei? Perchè?„
Un gruppo di affanno le strinse la gola. Tutte le scene della giornata
le sfilarono davanti: le parole, i silenzi, gli sguardi, i sorrisi.
Egli aveva ventun anni e lei diciassette....
“Come riposava ora tranquilla! Non sarebbe nulla certamente,
tuttavia....„
Una rapida visione di giovani vite troncate sul fiore le attraversò la
memoria.... Sobbalzò, i suoi polsi batterono un istante con violenza;
il cuore le si volle schiantare contro le braccia conserte.
“Nulla: non sarà nulla!„ disse a voce alta quasi per combattere un
incubo — e chiuse le persiane con precauzione per non svegliare la
dormente.
Per quanti giorni, per quante notti il tifo tenne sospesa la sua
orribile falce sula vita di Elvira! la ingorda falce grondante di tanto
sangue giovane. Finalmente la febbre era cessata. Se non riappariva
nella ventitreesima notte l'ammalata poteva considerarsi salva.
— Guarirà! guarirà!„ affermava Anna con gli occhi ardenti nelle
guancie infossate, con una eccitazione nervosa che teneva essa pure
in uno stato quasi febbrile. Anche quando gli altri, sfiduciati,
temevano, Anna ripeteva insistentemente con una specie di furore,
quasi prevenendo un'accusa: “Guarirà„. E rammentava tutte le malattie
sorpassate da Elvira nella puerizia; una scarlattina delle peggiori, la
difterite, che più? non era ella caduta, ai primi passi, per tutta la
lunghezza della scala senza farsi il benchè menomo male?...
Flavio non esprimeva alcun giudizio, ma i suoi silenzi pieni di
angoscia e le lunghe soste al capezzale dell'inferma avvincevano con
forza sempre maggiore la sua anima all'anima della vecchia casa ancora
una volta piangente. In qual modo non avrebbe egli amata la dimora
che racchiudeva tutto il suo mondo, se alla trama dell'amore passato
ogni ora aggiungeva un filo di più? se egli non si sentiva vivere che
sotto lo sguardo di Anna e nella vicinanza dolcemente turbatrice di
Elvira? La malattia della fanciulla, scoppiata nel giorno stesso che la
commozione del premio lo investiva, preceduta dalle inconscie seduzioni
delle loro giovinezze, ammantava di un carattere sacro l'attrazione
naturale dei sensi. Egli considerava Elvira come la predestinata, colei
che doveva unire per sempre il suo destino al destino dei Lamberti e
curvo sul letto dove ella soffriva spiava trepidamente le fasi della
malattia con una attitudine sicura dove già delineavasi l'idea del
possesso.
Quella sera, dopo la sentenza del medico, Flavio indugiava più che mai
ad accomiatarsi. Poche ore ancora di angoscia, di aspettativa, e quelle
ore doveva passarle solo, nella sua camera, lassù al secondo piano dove
tante notti egli aveva già vegliato spasimando.
— Se rimanessi qui.... con lei? — aveva detto ad Anna.
Ma prima ancora che Anna rispondesse comprendeva la necessità di
lasciarle qualche ora di riposo.
Lui partito, Anna si soffermò alcuni istanti nella camera dell'inferma
per prendere gli ultimi accordi colla suora di guardia. Elvira dormiva,
tranquilla, colle lunghe treccie sciolte sul guanciale, le braccia
fuori della coltre, velate appena dalla tela sottile della camicia
da notte che si arrestava passato il gomito con una arricciatura
di trine. Non era più il braccio rigoglioso che sfuggendo al guanto
sembrava sfidare la luce nella procace sicurezza della sua nudità;
era un povero braccio scarno, madido di sudore: Anna guardandolo lo
confrontò macchinalmente colle proprie braccia. E tornò a sentire il
ribrezzo di quella carne nuda, perseguitata dall'odore straniero che
emanava e da quell'altro odore preferito da Elvira, l'odore molle e
scipito d'eliotropio che trovavasi in tutte le sue biancherie e che
nell'ambiente chiuso, tra la fuga sottile degli eteri schierati sul
tavolino, metteva una nota bassa leggermente nauseabonda.
— Dio le fa la grazia, — disse la suora, — non vede come riposa in pace?
Metodicamente, colla calma dell'abitudine, la suora prese una boccetta
di fra le tante che erano sul tavolino e ne versò alcune goccie in un
bicchiere; poi andò a riporre la boccetta sopra una mensola riflettendo
a voce alta:
— È meglio. Uno sbaglio è subito commesso.
Anna volle guardare la boccetta che la suora aveva creduto di non
confondere colle altre. La prese in mano e vide che portava un
cartellino con sopra una testa da morto.
“È un calmante„, pensò, rimettendo a posto la boccetta con un istintivo
movimento di repulsione; poi si mosse in punta di piedi.
Era il tocco. Se avesse potuto dormire quattro ore, almeno le quattro
ore che la separavano dall'alba! Da molto tempo il sonno le era
diventato ribelle. Si spogliò tuttavia e si pose a letto, provando
l'istantaneo sollievo degli abiti sciolti e delle lenzuola fresche che
le conciliarono a tutta prima un soave torpore dove i suoi nervi si
distesero e la sua fantasia si acchetò beneficata da un pietoso oblìo.
Ma la fiammella del pensiero non riusciva a spegnersi interamente.
Attraverso le nebbie del sonno, l'angoscia dell'idea fissa la
martellava nella forma inconsistente dell'incubo. Si sentiva premere
il cuore da due mani invisibili, mentre un riso schernitore usciva
dalle tenebre senza voce e senza labbra come il riso di uno spettro.
E un sogno delineavasi. Ella non aveva riposta la boccetta del veleno
sulla mensola, bensì sul tavolino, insieme alle altre; la suora,
sbagliandosi, aveva dato il veleno ad Elvira. Una inchiesta era stata
aperta e si sapeva che lo sbaglio veniva da lei. — Vero sbaglio?...
Vero sbaglio?... — le chiedevano. Una visione raccapricciante
della Corte d'Assise e dei giudici le sfilò davanti. Il cuore le si
schiantava più che mai stritolato dalle invisibili mani; l'oscuro
riso, fischiando, gridava: — Avvelenatrice. — E quella parola sorgeva
dalle tenebre in caratteri di fuoco, si avanzava lampeggiando, la
investiva, la copriva tutta. Ora non era più una parola, era un volto:
un terribile volto sconosciuto che somigliava a Elvira.
Mise un grido e balzò a sedere sopra il letto, colle pupille sbarrate,
ansimando. Due rivoletti di sudore le scendevano da una parte e
dall'altra delle tempie, mentre una sensazione di gelo la paralizzava
nella linea del dorso obbligandola a tenere la testa eretta e fissa in
una attitudine di stupore. Riconobbe a poco a poco che si trovava nella
sua camera; guardò senza vederle le pareti istoriate, la finestra, il
lavabo; allungando le braccia le sue dita si impigliarono nei trafori
del merletto che ornava la coperta. Così, muta nel velo delle ombre,
Anna assistè gradatamente allo sciogliersi dell'incubo, allo sparire
del fantasma, al risorgere della propria coscienza veggente e sicura.
Era libera, era monda.
Ricadde supina chiudendo gli occhi.
Ma il sonno non tornava. Una inquietudine, dapprima leggera, le faceva
battere i polsi adducendovi un fastidioso prurito che il caldo e
l'afa della notte non tardarono a rendere insopportabile. Voltandosi
e rivoltandosi pensava: “Sono sicura di aver messa la boccetta sulla
mensola?„ E si immaginava di non averla messa, di addormentarsi
placidamente e di venire svegliata dai gemiti di Elvira agonizzante.
Allora faceva uno sforzo di mente per ricordarsi con esattezza il
movimento della sua mano quando aveva deposta la boccetta. Non vi
poteva essere alcun dubbio; risentiva ancora nel palmo la sensazione
di sfregamento contro la mensola di legno e rammentava l'idea che le
era allora balenata di sostituirla, alla guarigione di Elvira, con una
mensola di porcellana, di fabbrica fiorentina, più elegante e più gaia.
Posava qualche istante su queste visioni liete, sulle prime passeggiate
che farebbero insieme, sulle prime visite; ma lo stesso eccitamento
della fantasia in cerca di immagini gioconde le accresceva l'insonnia.
A un tratto il dubbio la riprese con violenza: “E se mi fossi
sbagliata?„
Ciò che la turbava più che tutto era quella persistenza nel figurarsi
la morte di Elvira; nel pensare che l'aveva avuta sempre presente, che
le era in certi istanti sembrata quasi necessaria, e in fondo a quel
continuo dubbio vide una tentazione mostruosa.
Dormire in tale stato non era più possibile. Accese il lume, scese dal
letto, si coprì appena con una vestaglia leggera e lasciando il lume
in camera propria entrò in quella di Elvira rischiarata da una fioca
lampada. Le sue sottili pianelle non producevano alcun rumore ed ella
camminava così leggermente movendo a guisa di stelo l'esile persona che
il suo passaggio non spostò neppure una particella d'aria. Solo quando
fu presso al letto di Elvira la suora che teneva le palpebre chine sul
rosario le sollevò con lentezza mormorando:
— Riposa ancora.
Anna fece scorrere le dita sulla fronte della sorella. La suora disse:
— Non c'è (alludeva alla febbre). — Dio le fa la grazia.
Anna girando gli occhi verso la mensola riconobbe la boccetta del
veleno e trasse un lungo respiro. La suora aveva reclinate le palpebre
sul rosario.
“Pure„, pensò Anna ricordandosi le parole del medico “del tifo non si è
mai sicuri fino a guarigione completa. Se il delirio la riprendesse? La
suora mi sembra stanca. Molti ammalati nel delirio sono sfuggiti alla
sorveglianza. La suora potrebbe addormentarsi, non sarebbe una cosa
straordinaria. Nemmeno sarebbe straordinario che Elvira stessa movesse
a prendere quella boccetta. L'ha proprio di contro a lei, a' piedi del
letto„.
Il sangue le diede un tuffo. “Io non ne avrei colpa„, mormorò. “Nessuno
ne avrebbe colpa„.
Fece alcuni passi verso l'uscio, poi retrocesse titubante. Non
sarebbe meglio levarla anche dalla mensola? Portarla fuori di camera
addirittura?... Oh! ma tutto ciò era insopportabile alla fine. Prese
una decisione violenta ed uscì, dritta, movendo a passi risoluti per la
casa tutta aperta nel silenzio della notte d'agosto.
Come era tiepida la notte! e profonda e misteriosa. Dalle finestre
spalancate l'argenteo chiaror lunare entrava a illuminare la lunga fuga
delle stanze, così alte sotto i loro soffitti a vôlta, nella imponenza
maestosa ed elegante dei grandi usci fiorati tra gli stipiti d'oro
dolcemente luccicanti nella penombra.
Sul corridoio che separava l'appartamento in tutta la sua lunghezza
e dove la luce penetrava più scarsa Anna gettò appena uno sguardo,
ma non le parve vuoto. Le orme leggere delle sue bisavole passanti
e ripassanti nell'amoroso affaccendamento di massaie intente ad
accrescere il benessere della casa, avevano lasciato un soffio quasi
impercettibile di operosità onesta e serena che sembrava cingere di
una perenne vigilanza i vasti armadi di legno d'acero addossati alle
pareti; e brevi orme di bambini narravano pure i giuochi dell'infanzia,
le rincorse, i fuggi fuggi accompagnati da strilli e da celie, quando
la vita è così lieta nell'età beata che ignora. Ecco le sale, ecco il
tinello, ritrovo abituale della famiglia.
Il piano, grandissimo e chiuso, appare come una macchia nera nei
riflessi cupi del mogano. Tutto ingiro le poltrone memori, il tavolino
amico, le ceramiche dai suggestivi colori, l'acqua degli specchi
rompenti il fondo cupo delle pareti con visioni di stagni fantastici
dove i mobili vengono riflessi in forme strane e nuove diffondono la
sensazione di una vita arcanamente sorta nelle ore sacre al mistero,
quando attorno ai vivi addormentati vagolano le ombre di coloro che
furono, invincibilmente attaccate al posto dei loro odî e dei loro
amori. Non ombre materiate in paurosi aspetti, non fantasmi quali se li
rappresentano le piccolette immaginazioni dei bimbi, ma solchi ardenti,
ma traccie rimaste sulle cose, non visibili, eppure incancellabili;
labbra, mani, occhi che baciarono, che toccarono, che videro;
inesorabilmente, eternamente legati agli atomi sopravviventi alla
memoria.
Entrando nella camera che fu di suo padre, Anna si arresta sulla
soglia. La luna vi batte in pieno e il raggio che attraversa il posto
dove soleva stare Gentile Lamberti è di una intensità così palpitante
che Anna vi immerge gli sguardi, affascinata.
— Oh! anima, anima! — mormorò religiosamente, avanzandosi con un
passo cauto, quasi temesse di interrompere un altissimo mistero. E
il silenzio era profondo, poichè la notte incombeva nel suo maggior
incanto e neppure lontanamente si udiva alito di vita. — Padre mio! —
disse ancora Anna, come se qualcuno potesse intenderla, movendo verso
quel raggio di luna, aspirandolo col cuore dilatato e colle labbra
aperte. — Io soccombo! — disse ancora questo, lasciandosi cadere
con tutto il corpo sullo scrittoio di suo padre, i gomiti appoggiati
innanzi e la testa fra le mani.
Il raggio di luna la accolse, la investì tutta, il bel volto
addolorato, le belle membra stanche nell'abito bianco; tutta la persona
investì dalla testa al lembo estremo, fluido al pari di una carezza,
vivo; ed Anna si pose a singhiozzare dolcemente come se l'esile mano di
suo padre le stesse ancora sopra, tenera e scottante nel palmo; come se
i suoi occhi buoni la stessero a riguardare e la sua voce uscisse calma
e profonda a pronunciare parole gravi vestite di mitezza.