Contento era e non era. Il dualismo esistente in ogni uomo, ma non mai

così vivo come quando un'opera sta per uscire dai misteri del nulla,

si imponeva alla sua coscienza vigile. Se egli considerava l'opera nel

riflesso del fuoco interno che l'aveva concepita la vedeva rifulgere

della più vivida luce. Ma corrispondeva la forma al concetto? Le

ore lente del lavoro avevano plasmato in una veste incorruttibile

l'istante fulmineo della visione? Le linee, i colori che gli stavano

davanti, erano veramente le linee e i colori da lui intravveduti prima

che un'asta di legno irrigidisse le sue dita nelle difficoltà della

formazione? prima che il colore uscito dalle storte di un chimico

materializzasse in un piano uniforme gli ondeggianti fantasmi della sua

immaginazione? Era egli, come tanti altri, il poeta soave ed infecondo

che sogna ma che non crea? od era — ciò che solamente voleva essere

— il virile poeta dalla mente lucida come cristallo, dai polsi fermi,

d'acciaio?

Flavio non diede a sè stesso una risposta precisa. Gorgogliava nel suo

petto un torrente di vita; chino su di esso, egli stava ad ascoltarne

il muggito profondo, attratto dalla incertezza del mistero più che dal

bisogno di spiegarlo, ed era tutto il suo essere pari ad un albero in

fiore sospeso al disopra di un abisso con intorno mille profumi d'altri

fiori e sul suo capo il cielo.

Si decise finalmente a sollevare il quadro colle stesse delicate

precauzioni di una giovine madre verso il suo neonato. A passi leggeri

discese la scaletta che faceva capo alla grande scala dei Lamberti. Si

sapeva aspettato, e per questo sfiorò appena il cordone del campanello

pendente nell'angolo, lungo la parete di stucco, e quando la porta

si aperse attraversò di volo l'ampia anticamera, dove due cassoni di

legno autenticamente decrepiti si perdevano nella vastità dell'ambiente

soleggiato per gli alti finestroni privi di cortinaggio che lasciavano

entrare tutta la gaiezza del giorno.

Anna gli venne subito incontro tenendogli aperti gli usci perchè

potesse passare senza ostacoli. Quasi nel medesimo punto apparve

anche Elvira, vestita di chiaro, coi capelli rialzati in una foggia

differente dalla solita. Anna la guardò sorpresa come fosse un'altra

persona, morsa al cuore da una improvvisa diffidenza. Pensò che sua

sorella aveva avuto ben fretta a vestirsi d'estate, ma non disse nulla.

Flavio intanto cercava il posto favorevole per il suo quadro,

alzandolo, abbassandolo, finchè trovasse la luce opportuna. Diceva

qualche parola ad Anna, ma mentre si voltava per ringraziarla urtò

Elvira. Le chiese perdono, confondendosi un poco, colpito anche lui

improvvisamente dall'abito chiaro che la modellava con un vago accenno

di statua.

Il quadro era allora a posto e Flavio, rifugiato in un cantuccio,

lasciava che le due sorelle ne ricevessero la prima impressione

senza preconcetti. La tela, di proporzioni singolarmente armoniche,

rappresentava una camera buia dove un giovinetto protendendosi da un

seggiolone di convalescente con un palpito che dava espressione a tutto

il suo corpo, ascoltava. Dall'uscio spalancato si vedeva il lume di una

candela che una persona, avvicinandosi teneva in mano; l'oscillazione

della fiamma dava veramente l'impressione del moto, così che l'ansia

del giovinetto si comunicava allo spettatore, costringendolo a fissare

quasi con uguale intensità di attesa l'orlo pressochè invisibile di

un velo bianco sul limitare dell'uscio. Questa composizione idealista

rappresentata con un verismo umano ed appassionato portava per titolo:

_Viene!_

Elvira fu la prima a parlare. Ella si rivolse gentilmente a Flavio e

con una voce che, pur non riuscendo a dissimulare una certa sorpresa,

appariva sincera, disse:

— Ma bello, bello.

La freddezza di tale elogio rimase senza eco. Parve che Flavio non lo

avesse neppure udito. Fu ancora Elvira che cercando con gli occhi la

sorella esclamò:

— Anna, che hai? Come sei pallida!

La commozione impediva ad Anna di formulare nessuna parola. Forse ella

pensava, come aveva detto una volta Flavio, che occorresse un aggettivo

più complesso, più misterioso, sopratutto più profondo. Che dire

quando il sangue sembra congelarsi nelle vene adducendo sulla pelle un

brivido di ignoto terrore? No, a nessun patto ella avrebbe pronunciata

la comune, la limitata parola, sotto l'impressione che le dava l'opera

d'arte sfolgorante.

Elvira, indispettita che le sue intenzioni gentili non fossero state

meglio accolte, si allontanò di alcuni passi fingendo di rintracciare

un suo ricamo attraverso il momentaneo disordine che il quadro aveva

occasionato.

— È così che lo immaginava? — mormorò Flavio pianissimo accostandosi ad

Anna.

La giovane donna trasalì alla voce di Flavio e come tratta da un sogno

rispose senza guardarlo:

— Io non avevo immaginato nulla, ma mi pare che non potrebbe essere in

modo diverso di così.

— Non ha dunque alcuna osservazione a farmi?

— No.

— Non posso presumere tuttavia che sia perfetto? — insinuò Flavio

sorridendo.

— Non so — disse Anna seria. — La perfezione, quando esce dai limiti

del desiderio e si concretizza in date forme, può prestarsi ad una

disamina direi quasi matematica che è ben lungi dal mio pensiero. Non

mi chieda ciò che non posso dare. Mi guardi piuttosto.

Il bel viso pallido e un po' patito si rivolse a Flavio con una tale

luminosità di espressione che egli si sentì venire le lagrime agli

occhi. La medesima malinconia che lo aveva assalito quel mattino,

vedendo dalla finestra la sfiorente bellezza della sua amica, gli

dava anche allora un tormentoso ardore di bene vicino e inafferrabile.

Avrebbe voluto gettarsi a' suoi ginocchi, baciarle le mani, piangere

disperatamente per un dolore che non conosceva ancora, ma che

presentiva nella sua sensibilità acuta di nevrastenico. Entrambi,

senza dire più nulla, tornarono a figgere gli occhi nel quadro dove la

suggestione, che colpiva fin dal primo sguardo, si faceva sempre più

intensa all'esame. Quell'adolescente che in una camera buia aspetta

mentre presta l'orecchio ad un fruscio che lui solo ode, mentre

spalanca le pupille sui bagliori della luce che si avvicina e il

silenzio e l'indifferenza che lo circondano, mentre nell'espressione

del suo volto fremono tutte le impazienze della vita, rispondeva bene

al grido trionfante che l'arte sa sprigionare dalla rozza materia

quando l'artista è riuscito a stringere nelle sue mani un cuore.

— È troppo — sospirò Anna afferrata improvvisamente da un senso arcano

di paura, sentendo una lama diaccia nel filo delle reni e un fluttuare

di veli dentro gli occhi.

Flavio la sorresse fino al divano — il piccolo divano fra le due

finestre — e le stette in piedi davanti, palpitante, muto. Nulla li

avvinceva come questi silenzi in cui le loro anime si stringevano al di

là di ogni possibile amplesso.

Un raggio di sole batteva sulla fronte di Anna. Egli si accostò

ad una finestra per abbassare la tenda e intanto vide Elvira che

passeggiava sul terrazzo. L'abito chiaro la faceva apparire più alta,

più complessa. Sul terrazzo quasi nudo, in mezzo ai rami della glicine

che incominciavano appena a germogliare ella emergeva, simbolo vivo

della primavera, nell'aria crudamente azzurra. Flavio abbassò la tenda

e ritornò presso ad Anna. Restava tuttavia un interstizio fra la tenda

e lo stipite e attraverso a quel raggio di luce si vedeva passare e

ripassare l'abito chiaro con un movimento cadenzato, molle, dolcemente

ritmico.

— Vincerò? — disse Flavio ad un tratto prendendo la manina esangue

della sua amica.

— Non ne ho mai dubitato.

— Ma ora, ora?

— Le preme molto di vincere?

— Oh! sì — esclamò Flavio ingenuamente. — Mi pare che debba dipendere

da ciò la felicità della mia vita.

— La felicità?... — ripetè Anna con un accento incredulo, intanto che

una vaga ambascia le attraversava lo sguardo. — La felicità è forse

altra cosa, ma la vittoria sarà sua.

Il giovane trasse un lungo respiro che gli fischiò nella chiostra

dei denti lasciandogli sul palato una impressione fresca come avesse

trangugiato della menta.

Entrò allora il signor Pompeo. Egli, non avendo più trovato di sopra

nè il pittore nè il quadro, veniva a prenderne notizie. La sua voce

fessa richiamò Elvira dal terrazzo, per cui si trovarono tutti riuniti

intorno a ciò che formava il grande avvenimento della casa.

— Già — disse subito il signor Pompeo, gettando sul quadro

un'occhiataccia di sprezzo — incomincia il titolo ad essere sbagliato.

Io domando cosa vuol dire _Viene?_ Chi viene? Il titolo, quando non

sia un nome proprio, come _Andromaca_, _Caino ed Abele_, ecc., oppure

un nome che è per sè stesso un qualificativo, come _Alba_, _Tramonto_,

_Bosco_, deve darci una proposizione completa col soggetto, oggetto e

verbo. A questo modo lo spettatore saprà almeno quello che il pittore

ha voluto fare. Ma qui chi ci capisce nulla? _Viene!_ E perchè non

_Va?_ Anzi _Sta_, dal momento che non c'è nessuno che si muove? Questo

titolo è una corbelleria, un gabbaprossimo, un nonsenso. Lo dico chiaro

e tondo: un nonsenso.

Soddisfatto dell'esordio, il signor Pompeo non lasciò nemmeno la pausa

necessaria ad una replica e facendo un passo violento verso l'autore

continuò:

— Capisco ora perchè ci tenevi tanto al segreto. Sapevi che non ti

avrei permesso di scrivere sotto quel titolo assurdo. Ma potevi bene

interrogarmi. Quando si ha la mia cultura, quando si è letto come ho

letto io, un titolo si trova subito.

— Non era facile — arrischiò Flavio.

— Per te! Oh! per te, lo credo — disse il professore con un ghigno

sardonico.

— E poi quel titolo mi si è imposto. Io l'ho sentito così.

Il signor Pompeo si abbassò a darsi due grandi palmate sui ginocchi,

sgangherando sempre più il ghigno.

— L'ha sentito così! Bella scusa, perbacco! Cosa vuol dire sentire?

Ragionare si deve. Qui abbiamo un individuo che sta aspettando (voglio

per il momento concedere che questa cosa si capisca). L'idea prima

che verrebbe ad ogni persona di criterio sarebbe di intitolarlo:

_L'aspettativa_. Alla buonora! Ecco per lo meno un titolo semplice,

espressivo, preciso. Perchè questa è la grande qualità che manca a

voialtri giovani: la precisione. Non mi voglio spacciare per artista,

oh! no. Grazie al cielo di queste ubbie non ne ebbi mai. Ma quando

si possiede una certa intelligenza, corredata dallo studio, il

primo venuto non può darcela ad intendere. Ho visto i Raffaelli, ho

visto i Leonardi (che mi piacciono meno ma che hanno del bonino) e

dappertutto la precisione è rispettata. Scommetto che _Lo Sposalizio

di Maria Vergine_, capolavoro che tutto il mondo civile ammira,

non avrebbe avuto un eguale unanime successo se si fosse intitolato

_La verga mistica_, obbligando lo spettatore ad un faticoso lavoro

di immaginazione per arrivare a questo semplice risultato di un

matrimonio.

— Lei scorda intanto — disse Anna senza muoversi dal divano — di

giudicare il quadro.

Il signor Pompeo, che anche a tale proposito aveva già detto il fatto

suo a Flavio, ma che non gli rincresceva di ripetersi, soggiunse

sdegnosamente:

— Pittura nuova, scarabocchi, nessuna consistenza, prospettiva

sbagliata, colori falsi, attitudini false. Mi dica un po' se lei od io

od uno qualunque appoggia il gomito in quel modo?

Flavio diede un balzo, ma Anna fu pronta a replicare interpretando il

di lui pensiero:

— Non è detto che l'arte abbia a valersi esclusivamente delle pose

comuni e che ciò che è raro non debba per questo ritenersi possibile.

Elvira che non aveva ancora preso parte alla disputa accennò a

parlare. Non ben sicura però o già pentita, si ritrasse, mentre Flavio

completava con fuoco la difesa di Anna esclamando:

— E perchè il personaggio che io intendo di rappresentare deve ad ogni

costo somigliare a lei od a me o ad uno qualunque? Non può essere un

altro? Uno che lei non ha visto, che probabilmente non vedrà mai?

— E quella scarpa — interruppe il signor Pompeo, sdegnando di entrare

in discussione col suo antico allievo — Dio sa mai che calzolaio

l'avrà fatta! Non parliamo della luce nè del chiaroscuro: sono una

aberrazione.

Detto ciò a guisa di sentenza inappellabile il professore voltò le

spalle al quadro. Elvira lo seguì domandandogli piano:

— Crede veramente che non valga nulla?

Senza la menoma esitazione egli si arrestò netto sui due piedi e

sollevando la mano con un gesto solenne e dando col pollice e il medio

un buffetto nell'aria a qualche cosa di invisibile pronunciò:

— Zero.

Sul volto di Elvira, per quanto poco mutevole, rimase come ombra mal

dissipata il contrasto di tali opinioni. Flavio non le era mai stato

simpatico: cresciuti quasi insieme, ella aveva disprezzato in lui il

fanciullo misero, vestito male; sopratutto nella sua qualità di scolara

modello lo aveva sempre considerato un essere inferiore, incapace

di distinguersi, di diventare un uomo a modo. Lo spirito gretto e

calcolatore che era in lei, in aperto contrasto colle idee che avevano

presieduto alla sua educazione, la guidava istintivamente verso le

mete sicure. La sua scarsa sensibilità si alimentava nelle correnti

riconosciute anzichè cimentarsi negli impulsi propri. Intelligente e

fredda non si sarebbe mai perdonata uno sbaglio. Tuttavia ciò che vi

era di bellezza esterna nel lavoro di Flavio non poteva sfuggirle, e se

la commozione di Anna le riusciva impenetrabile, i dileggi del signor

Pompeo non la convincevano interamente. Pensò infine che una seconda

parola gentile la poteva arrischiare senza compromettersi troppo e

si avvicinò al giovane nell'ondeggiamento chiaro della veste, con un

amabile sorriso sulle labbra, dicendo:

— Il professore fedele ai principî rigidi dell'etica non vuole

guastarla cogli elogi. Speriamo che il pubblico non avrà i suoi

scrupoli.

Flavio corrispose sorridendo al sorriso della fanciulla; ed anche

più tardi, ed anche il giorno dopo, doveva rimanergli impressa nella

memoria la fossetta voluttuosa che si era disegnata in quel momento

sulla guancia di Elvira.

Il successo del quadro alla Mostra apparve tanto grande quanto

imprevisto. Questa seconda condizione specialmente lo aveva favorito

perchè Flavio, ignoto la vigilia, sorgeva in un'accolta di nomi più o

meno conosciuti rompendo le reti delle combriccole, dei preconcetti,

dei partiti presi, delle simpatie e delle antipatie personali, le

quali, preparate da lunghi odi e da gelosie feroci, aspettano il

pubblico sulla soglia di ogni Esposizione per avvilupparlo nei loro

sottili inganni.

Toccava a Flavio la ventura dell'eroe che oscuro fino al momento

dell'azione piomba sul campo della lotta con tale vertiginosa

prontezza da essere sollevato in alto prima che la folla abbia tempo di

riconoscerlo. Verrà più tardi l'invidia a riannodare le file spezzate

intorno al vincitore, verrà l'impotenza, tutte verranno le bieche

sorelle, ma intanto il trionfo è suo.

Per quanto fu lunga la primavera, nella verde frescura dell'aprile, nel

maggio odoroso, nei primi tepori del giugno, mischiata alle ebbrezze di

tutta la natura Flavio assaporò l'ebbrezza della sua gloria nuova. Gli

saliva sopratutto al cervello nelle dolci sere trascorse sul terrazzo,

in mezzo ai ricordi dell'infanzia che si allungavano nel passato quali

ombre scure destinate a dare maggior risalto a un paesaggio ridente

da cui gli giungeva l'eco affievolita de' suoi pianti di fanciullo,

de' suoi sospiri di adolescente, imprimendo a tutto il suo essere

un movimento di ascensione e di conquista. Nell'irradiamento della

felicità anche la bellezza gli era venuta; una bellezza delicata di

cristallo che il sole indora, dove tutti i colori dell'iride danzano in

una aureola di stelle multicolori; fragile bellezza che le sensazioni

mutavano d'ora in ora idealizzandola.

Sulla vecchia casa, gli anni, i secoli, si adagiavano uniformi e

Flavio era il rampollo nuovo, l'innesto felice di una linfa ricca di

forze. Dal cuore della casa, dall'appartamento dei Lamberti, il suo

trionfo si spandeva colla sonorità argentina di un riso di bimbo.

Sembrava che il terrazzo lo accogliesse conducendolo lontano su per

i rami della glicine fino alla finestra del signor Pompeo, il quale

oramai non parlava più del giovine parente senza raschiarsi in gola

con molta prosopopea avviluppando ogni parola in una nebulosa di _se_ e

di _ma_; fino al piccolo balcone dove il vecchio scettico terminava i

suoi giorni in una gloria di sole e di fiori; fino al portinaio, muto

filosofo suggestionato — intanto che trasportava i vasi dal cortile

al portico e dal portico al cortile — dalla rinomanza onde stava per

crescere alla casa il tradizionale lustro severo, protetta come era

contro ogni volgarità dalla zona verde degli orti che difendeva la

sua nobile solitudine, lasciando giungere ad essa quel tanto appena di

rumore mondano filtratovi come attraverso una selezione.

Durante quattro mesi Milano si era appassionata per il giovine pittore

che nessuno conosceva, ed ora, volgendo la fine di luglio, avvicinavasi

il giorno della premiazione. Flavio l'aspettava senza paura e senza

speranza, già pago dell'interesse suscitato dal suo lavoro in quel

pubblico da cui solo potevano scaturire le commozioni più profonde che

l'artista sogna.

— Eppure — disse Elvira la sera prima del gran giorno — sarebbe una

bella cosa ottenere il premio.

— Perchè? — fece Flavio distratto.

— Il giudizio del pubblico non è alla fine che un giudizio di

ignoranti, mentre il verdetto di una Commissione intelligente e

competente....

— No, no — andava mormorando Flavio disteso a corpo perduto sopra una

sedia a bilico nell'ombra della glicine.

— Come, no? Pensi che il pubblico si compone di gente meschina che non

ha potuto o voluto studiare, che ignora ogni elemento d'arte; mercanti

occupati dei loro affari, bottegai che non sanno giudicare al di là

delle loro insegne, donne affatto digiune di coltura....

— O peggio ancora: uomini i quali per avere condotto a termine durante

i loro anni giovanili le foglie d'edera e gli ovoidi della scuola

di disegno si credono artisti; signore che giudicano i quadri dallo

stesso punto di vista dei cappellini e che parlando quattro lingue

non pensano in nessuna: _snobs_ privi di gusto, della benchè menoma

particella di sensibilità, attenti solo al cenno della maggioranza per

dichiararsi. E ancora: artisti mancati che ebbero dalla natura il dono

di sentire ma non quello di rendere, eterni Tantali cui morde la sete

del bello ma che non giungono a tuffarvi le labbra riarse, che legati

invincibilmente alla terra aspirano l'alto con uno spasimo di desiderio

da cui germogliano le mille vipere della gelosia.

— Vede dunque?

Queste due brevi parole, pronunciate da Elvira con una risolutezza che

ne dimostrava il convincimento, caddero nella silenziosa penombra del

terrazzo ammorbidite dalle fronde e dai fiori che vi intrecciavano

intorno una odorosa parete. Caddero interamente, si fransero,

scomparvero dentro i ciuffi della glicine e dei semprevivi innanzi che

Flavio parlasse, e già Elvira stava per riprendere la parola, quando

egli saltò in piedi gridando:

— È appunto questa la gioia! Perchè la folla somiglia a un mostro

immane dove tutte le laidezze si trovano riunite, perchè è stupida,

maligna, senza pensiero e senza viscere, perchè è enorme e bruta,

crudele e vigliacca, strisciante e ingrata; perchè è la folla, cioè

la riunione prepotente di tutto quello che noi detestiamo, per questo

è profonda la gioia di atterrarla, di batterla, di squarciare le sue

membra lascive, obbligandola a urlare, a piangere, a versare per una

volta almeno davanti a noi qualche goccia del suo sangue impuro! È

lei la nemica di ogni cosa nobile e grande, la nemica della bellezza!

e quando l'artista sembra andare a lei è nello stesso modo che il

domatore va alla belva, per sottometterla.

Flavio si era trasfigurato. I suoi occhi, nell'ombra del terrazzo,

gettavano lampi; il fremito di lotta che lo agitava internamente gli

faceva passare delle scintille elettriche sulla pelle; tutta la sua

virilità sembrava accendersi e divampare nel fuoco dell'idea dominante

scaldando l'aria intorno.

— Ciò è bello, — disse Elvira travolta nella calda atmosfera del

giovane, attratta inconsciamente dai due occulti misteri dell'ingegno e

del sesso; — dominare la folla non è dato che ai forti. Lei è un forte.

E quasi l'affermazione non le sembrasse sufficiente gli si accostò più

ancora, insinuante, serpentina, soggiungendo parole vuote di senso ma

che apparivano grandiose nell'oscurità tiepida e molle del terrazzo,

fra quel giovine di vent'anni e quella fanciulla di diciassette.

Un cuore si schiantava intanto. Anna, che era sopraggiunta sul

limitare del terrazzo durante la violenta apostrofe di Flavio, tenevasi

nascosta nell'ombra delle piante. Dal suo posto non le sfuggì nessuna

inflessione della replica di Elvira, anzi, come avviene di una musica

che si percepisce meglio a qualche distanza, ebbe campo di notarne

le stonature, i passaggi stridenti, l'urto dell'istrumento inetto

a rendere i suoni che il virtuoso avrebbe voluto trarne. Ma sentiva

pure che mentre a lei, spettatrice, la verità intima delle cose si

disvelava, era tra quei due un ondeggiante mistero complice che la

riempiva d'ignoto terrore.

L'indomani, giorno del premio, le due sorelle ugualmente agitate si

prepararono fin dal mattino alla visita che stava in cima ai loro

pensieri, senza comunicarsi nulla però, come se l'abisso che le

aveva sempre divise si andasse colmando di una oscura minaccia, di un

pericolo sul quale non osavano ancora tendere gli sguardi. Solamente

all'asciolvere, dopo un lungo silenzio, Elvira proruppe:

— Veramente il premio lo merita. È il più bel quadro della Mostra; ha

un sentimento, un calore, una penetrazione....

Anna pensava come mai potesse Elvira pronunciare quelle parole che

non rispondevano a nessun impulso della sua anima e se ne trovò quasi

offesa, derubata di una sua proprietà. In quel momento avrebbe trovato

giusto che si vietasse finalmente alle persone di adoperare le parole

che non comprendono.

— La delicata intelligenza di Flavio non poteva rivelarsi meglio, —

soggiunse Elvira.

Anna stava per dire: “Ma se non l'hai mai riconosciuta!„ Si contenne

con uno sforzo che le fece salire tutto il sangue al viso, poichè,

se con una sapiente disciplina di se stessa era giunta a domare

l'antipatia verso colei che giudicava intrusa nella famiglia, la

nuova attitudine di Elvira le risvegliava l'odio del sangue facendovi

sorgere accanto un sottil lievito di una amarezza diversa ed ugualmente

profonda che ella paventava di analizzare.

Ora, quando Flavio nella sincerità del suo grande affetto veniva a

rassegnare il cuore ai ginocchi di Anna, non poteva più isolarla dalla

sorella la quale aveva cessato di essere una maligna ragazzetta e le

fioriva accanto, indivisibile, prendendo dalla di lei spiritualità il

giusto riflesso che le occorreva per animare la sua fredda bellezza.

Le due figlie di Gentile Lamberti si confondevano a poco a poco nella

mente del giovane come due fiori sullo stesso ramo, ed egli non avrebbe

potuto dire sempre se dall'uno o dall'altro gli giungesse maggiore il

profumo. Anna sentiva questo. Per lei, così altera della sua nascita,

così devota alla memoria paterna, attaccata con tanta tenacia alle

tradizioni della famiglia e insofferente d'ogni menzogna e sdegnosa dei

cuori volgari e già offesa a morte dalla macchia che lei sola conosceva

e che non poteva togliere, quella continuità di inganno che minacciava

di traviare anche Flavio, oltraggiandola in tutti i suoi ideali, le

scatenava in seno orribili tempeste. Il furto e la menzogna si erano

dunque radicati nella vecchia casa?

— Flavio — disse ancora Elvira — si stacca dalla sua famiglia così

modesta ed oscura; non si capisce nemmeno come abbia potuto uscirne.

— Chi ne sa nulla! — esclamò Anna con impeto, interrompendola. — Cos'è

la famiglia? Una parola di convenzione. L'eredità degli affetti?

Un'impostura. L'atavismo? Ah! sì, questo è un bel tema per gli

scienziati che lo studiano a tavolino allineando numeri e teorie, ma

chi ci dà la verità? Chi osa squarciare questo mistero di carne e di

ossa che è l'uomo per vedere realmente come è fatto? Si risale con dei

sistemi il corso dei fiumi, non il segreto delle vite. Oh come tutto è

tenebra, falsità, menzogna!

La singolare eccitazione di Anna paralizzò per un istante la mente

della fanciulla che rispose alfine, non senza nascondere la sua

meraviglia:

— Non ti riconosco più! Quanto dici ora contrasta con la fede che hai

sempre professata, colle tradizioni della nostra famiglia, coi precetti

stessi di nostro padre....

Anna agitatissima gridò:

La vecchia casa · 第 6 / 9 段