Si erano portati davanti al ritratto di Gentile Lamberti e lo

contemplavano in silenzio. Adorare insieme lo stesso ideale non

è amarsi nel modo più raro e più profondo? Quale amplesso, quale

bacio, li avrebbe avvinti più strettamente di quell'istante muto e

solenne in cui, davanti all'immagine che per essi rappresentava la

perfezione terrena, i loro cuori si fusero nella stessa tenerezza,

salirono e divamparono nella medesima fiamma? Un soave calore li invase

mentre stavano in piedi e vicini contemplando il ritratto amato. In

quell'istante Anna sentì distintamente che la sua famiglia, il suo

mondo, la sua vita erano lì, personificati nel cuore sensibile, nella

delicata intelligenza di Flavio. E Flavio pure godeva l'istante. La

nobile femminilità di Anna lo soggiogava, penetrandolo di un fascino

sottile.

— La mamma. La nonna — disse Flavio riconoscendo i due ritratti che

fiancheggiavano quello di Gentile Lamberti.

— Sì — fece Anna chinando lo sguardo sotto lo sguardo abbassato di sua

madre.

— È singolare come lei non assomiglia niente a sua madre; e neppure sua

sorella le assomiglia.

Un sospiro violento gonfiò il petto di Anna. Perchè non poteva parlare?

Dire tutto a Flavio, confidarsi a lui, metterlo intero nella sua anima,

in ogni suo pensiero; nel bene, nel male, negli slanci di fiducia

eroica e nelle cadute angosciose. Quando, alcuni momenti prima, ella

aveva proclamato: “Felici i soli„ non pensava certo ad una solitudine

frammentaria fatta di rimpianti e di desiderî, ma alla divina

solitudine di un tutto armonico e completo. Gli posò leggermente una

mano sul braccio traendolo verso un'altra parete quasi tutta occupata

dalla libreria; ivi la sosta fu breve. Avrebbero voluto leggere ad uno

ad uno i frontispizi, toccare le pagine, ridire almeno il titolo dei

cari volumi noti; era lavoro troppo lungo. Vi gettarono uno sguardo

complessivo pieno di memorie e si ritrovarono da capo a guardare

insieme la pervinca in forma di cuore.

— È veramente curioso — mormorò Anna a voce bassissima.

— Che cosa?

— Il fatto che senza comunicarci le nostre impressioni, perchè io

mi ricordo benissimo di non avergliene parlato mai, tanto io che lei

abbiamo trovato lo stesso simbolo doloroso in questo fiore.

— Ma non è evidente?

— Non saprei. Il signor Pompeo vi trova la forma di un ipsilon e la

linea che dovrebbe essere la gamba dell'ipsilon e che per me è una

lama che squarcia il cuore, Elvira sostiene non essere altro che una

screpolatura del legno.

Flavio sorrise.

Ma Anna sembrava incalzata dalle visioni malinconiche. Ella disse

ancora stringendo senza accorgersene il braccio di Flavio:

— Una volta sognai che questo fiore piangeva. No, non può immaginarsi

che strazio! Piangeva come una persona viva, come un fanciullino

inerme nelle mani del carnefice. Piangeva senza lagrime con un lamento

lungo....

Si fermò per guardare Flavio: temeva che sorridesse e se ne sentiva già

offesa, ma egli l'ascoltava pallido e serio.

— Crede che gli oggetti inanimati non sentano proprio nulla? Crede che

i fiori non soffrano quando si lacerano?

— Ad ogni modo — rispose Flavio come se stimasse inutile una risposta

diretta — noi prestiamo loro la nostra anima e tanto basta per renderli

degni della nostra compassione. Qual significato avrebbe l'anima chiusa

e costretta nel piccolissimo recinto di un cervello umano? L'anima è

immortale perchè è infinita.

Avevano dietro a loro il piccolo divano che teneva lo spazio fra le due

finestre. Anna vi si lasciò cadere pensosa, col busto ritto, le mani

abbandonate in grembo.

Quante cose sapeva ora Flavio! Che slancio aveva preso la mente! Quasi

provava un rimpianto dei tempi passati, quando nessuno si interponeva

fra lui e lei e che ella poteva liberamente stringerselo al seno da

quel povero fanciullo che era.

Flavio non ebbe un vero sospetto dei pensieri che agitavano la sua

amica, ma la vide triste e con atto semplice ed affettuoso le si

sedette accanto aspettando che parlasse, con un ritegno di tutta la

persona, con una espressione negli occhi così umile e devota che Anna

ne fu profondamente commossa.

— Oh! Flavio, mi pare che non un anno dieci anni ci abbiano divisi.

— Perchè dice questo? Io non mi sentii mai diviso da lei.

Le dolci parole fluttuarono nel breve spazio, molcendo il cuore di Anna

come un'onda di lago che accarezza la riva.

— Non glie l'ho scritto che lei è la mia coscienza? Che cosa sarebbe

stato di me, solo, senza consigli, senza aiuto, senza simpatie, solo

per il mondo, per città straniere, tra gente ignota e indifferente?

— Aveva il suo sogno d'arte.

— No, avevo lei. Il sogno mi tormentava e la sua immagine, le sue

parole, mi calmavano. Si ricorda una sera di primavera, oh! ero ancora

quasi un fanciullo, sul terrazzo, in mezzo alle glicini? Ella mi disse

che il mio dovere era di seguire la mia vocazione, contro tutti, a

qualunque costo. Io credo bene di averla sempre amata.... Scusi, non si

offende, vero?... ma da quella sera la venerai. Non si offende?... Se

sapesse che cosa è lei per me!

Si fermò, quasi cercando una parola, dubbioso se fosse veramente la

parola che egli voleva. Mormorò pianissimo:

— Una santa.

Anna scosse il capo con vivacità, arrossendo.

— No, no, sbaglia. Sono piena di pensieri cattivi. Anche in questo

momento, vede, invece di esserle grata per tante buone parole....

— Non sono parole, sono sentimenti.

— ... per tanti buoni sentimenti, ho un cruccio qui.... Non so

spiegarmi, non mi comprendo io stessa, ma creda, creda che non vorrei

essere così. Mi esamino; è forse orgoglio che soffre nel trovarsi

superato? è gelosia della sua gloria futura?

— La mia gloria futura! — esclamò Flavio scuotendo il capo — essa, se

mai verrà, si umilia fin d'ora a' suoi ginocchi. Mi ascolti, che non ho

mai parlato tanto seriamente. Le giuro che tutto ciò che sono, tutto

ciò che potrò diventare è opera sua, è merito suo. Qualunque posto

mi riserbi la fortuna, il mio posto preferito sarà sempre qui, come

ora. Mi guardi, dove sono cambiato? Nel volto? Mi guardi bene, no. Nel

cuore? No, no, no. Non lo vede che sono ancora il suo _poverino_?

Fu Anna questa volta che sorrise con una tenerezza che la scuoteva

tutta e la faceva tremare.

— Mi chiami il suo poverino, mi faccia l'elemosina....

Anna gli pose una mano sulla bocca per farlo tacere, ed egli vi

impresse un bacio devoto.

Per qualche istante nessuno parlò. Si udivano dal salotto vicino i

lievi rumori che Elvira faceva rimuovendo le forbici, il ditale, i

piccoli svariati oggetti del tavolino; fuori, sul terrazzo, qualche

pigolìo di passero, qualche rapido sbatter d'ali; lontano la campanella

del convento. Niente altro.

— Non è orgoglio offeso, non è gelosia di gloria futura — dibatteva

Anna fra sè — che sarà dunque?

Il profilo di Flavio si disegnava nella sua correttezza di piccolo

cammeo sul velluto cupo del divano, illuminato da un raggio di sole

che vi pioveva obliquo. Anna non ricordava il momento in cui il sole

era apparso e voleva ricordarlo, inquietata e sviata dalla tinta di

oro pallido che prendevano sotto a quel raggio i baffi nascenti del

giovine.

— Se le dicessi che ho pensato a lei davanti a tutti i capolavori,

sarebbe certamente la verità, ma una verità un po' volgare e forse

anche superficiale. Lei mi è stata molto più vicina, più intimamente e

più dolcemente vicina, a Siena per esempio. Conoscesse Siena!

— Bella?

— Oh! bella, non è ciò che voglio dire. Vi sono delle città, come vi

sono delle donne che dovrebbero offendersi a sentirsi chiamare belle.

È un altro aggettivo che occorrerebbe; più complesso, più misterioso,

sopratutto più profondo....

— Sì, sì, comprendo.

— Era un giorno tanto melanconico, pioveva; un lutto cittadino

abbrunava quasi tutte le vie; sulla piazza, nei caffè, non si parlava

che di morte; le Sibille del Duomo, quelle Sibille che nella snella e

dignitosa persona somigliano a lei....

— Mi somigliano?

— Non lo sa? Davvero, le somigliano; ebbene, esse pure sembravano quel

giorno addolorate. Probabilmente la tristezza stava in me; ma quand'è

che possiamo staccarci così completamente da quanto ne circonda da

poter dire che noi soli diamo il colore alle cose?... Entrai nella

botteguccia di uno scodellaio che stava riproducendo certi puttini del

Sodoma e mi venne la nostalgia dei secoli sereni dell'arte, quando

Alighieri s'intratteneva a motteggiare con un umile intarsiatore di

chitarre.

— Pensava a Belacqua?

— Sì, invidiandolo. L'artefice senese però era un rozzo calunniatore

dei dipinti del Sodoma e la mia tristezza si fece anche maggiore

mentre seduto sopra un trespolo ritraevo gli occhi dalla profanazione

figgendoli disperatamente per terra, una terra nuda e compatta, dove la

pioggia scorreva a rivoletti clandestini. Che gioia fu allora pensare

a lei! Pensare che nella tristezza, nel lutto, nell'abbandono, nello

scoraggiamento, nelle ore più nere, nei luoghi più tetri e meschini,

una voce che esiste, che non è un sogno nè una fantasmagorìa, ci

ripete: _Credi_.

Flavio si era fermato, sorpreso di aver saputo trovar tante parole per

esprimere ciò che riteneva inesprimibile. Egli vide allora che vi sono

veramente degli istanti nella vita in cui pare che l'anima trabocchi.

Un'ora prima o un'ora dopo forse non avrebbe saputo dire altrettanto.

E Anna lo ascoltava in estasi chiedendosi con grande trepidazione: “Io

dunque gli ho fatto tanto bene?...„

Ma l'attimo volava. Le cose esterne cambiavano già: lo sguardo di

Flavio, il suo gesto, seguivano la nuova attitudine del suo silenzio:

l'aria intorno aveva trasmesso a distanze indefinite l'onda sonora

della sua voce; le parole calde e vibranti non erano più, il pensiero

stesso si era già trasformato.

— Ancora! — supplicò Anna.

E Flavio continuò:

— Forse ella era con me fin da quando, adolescente, entravo nelle

chiese a imbevermi della dolcezza spirituale dei dipinti antichi visti

nella trasparenza colorata delle ogive; sopratutto in certe giornate

d'autunno intense di passione o nei mattini teneri di primavera, quando

le madonne irradiate improvvisamente nel fondo delle cappelle sembrano

sorridere colla loro grazia ingenua di vergini. Molte volte, sgridato

per le mie lunghe assenze, non osavo confessare di essere stato in

chiesa; non avrebbero creduto; ma a lei, se me lo avesse chiesto, avrei

detto subito di sì; ed anche a lui!

I loro occhi si volsero insieme al ritratto di Gentile Lamberti. Flavio

continuò:

— Fu in questa cara vecchia casa che nacque veramente, ma fu nelle

chiese che maturò la mia vocazione per l'arte. In una piccola chiesa,

qui, vicino a noi, ho provato le estasi più squisite.

— Il Monastero Maggiore?

— Appunto. Ha mai osservato lei quel rettangolo di vetro color viola,

dietro l'altare? Sì, nevvero? Sopra la finestra per la quale dalla

sacristia si confessavano un tempo le monache? È strano come le

gradazioni di quel colore in tutte le ore del giorno, in tutte le

stagioni dell'anno, io le abbia davanti agli occhi sempre; talvolta

tragiche qual macchia sanguigna, talvolta ardenti e cupe, talvolta

raggianti di luce mistica, celestiale. È questa l'aureola in cui per

molto tempo ondeggiarono tutte le mie visioni d'arte e di amore.

All'ultima parola Anna arrossì in un modo così violento e

ingiustificabile che si passò una mano sul volto per nascondersi.

— La annoio?...

— Come mai può pensarlo? Ho sempre avuto anch'io una grande preferenza

per quella chiesa; vi trovo un fascino raccolto e misterioso. Lei forse

saprà trovarvi altra cosa, delle ragioni artistiche che ignoro.

— Ma no. Ero un fanciullo quando incominciai a frequentarla. Essa ha

davvero quel fascino indistinto che lei dice e che emana dalle opere

d'arte a guisa di una bellezza incorporea, più sentita che ragionata.

È per questo che tutti le possono ammirare. L'opera d'arte non ha duopo

di spiegazioni: deve apparire in mezzo alle turbe nella stessa guisa di

un raggio. Chi ha occhi lo vede.

Tacquero alcuni istanti, avvinti dalla profonda simpatia delle loro

anime, per cui anche nel silenzio provavano l'impressione di continuare

a parlarsi. Anna trasalì quando Flavio di lì a non molto disse:

— Fu in quelle soavi figure del Luini che cercai le prime forme

femminili.

Ella pensava precisamente a ciò e non rispose. Una figura dell'ultima

cappella a destra le venne repentinamente innanzi nell'abbandono della

persona florida, nella veste discinta che scopriva le ricchezze del

seno, e come prima, arrossì, presa da un turbamento che in lei non era

affatto solito.

— Ma non riuscii mai a fissarmi in nessuna. Esercitavano tutte insieme

una dolce eccitazione nel mio essere, piuttosto come sogno di un

desiderio, che come desiderio concreto.

Anna continuava a tacere; pure il suo silenzio aveva un sommesso

ardore che non permetteva alla parola del giovane di morire. Egli

sentiva che ella era appoggiata a lui, stretta al suo cuore, devota

a' suoi pensieri ed a' suoi ideali. Momento divino per il suo orgoglio

d'uomo, sentiva di dominarla incondizionatamente. Ma l'uomo era quasi

un fanciullo, le sue sensazioni adombrate ancora di pudore, se non

di mistero, e la gioia inconscia del dominio prendeva nella sua mente

un'attitudine ingenua che ne scemava la portata.

— Lontano, lontano, lontano vanno le memorie! — mormorò Flavio. — Non è

lei la piccola fata che io vedevo scendere, salire, nascondersi negli

ampi cortinaggi cremisi che ornavano il salotto di mio zio vescovo?

Lei sa pure che ebbi uno zio vescovo, che i parenti volevano farmi

percorrere la carriera ecclesiastica?... Prima di essere laureato

professore fui unto prete.

Un malinconico, un dolce, un buon sorriso di chi ha già perdonato

sfiorò le labbra di Flavio.

— È per questo — soggiunse Anna nello stesso tono di malinconia dolce —

che ama le chiese.

— E gli angeli.

Flavio aveva pronunciato questa parola _angeli_ senza saperne il

perchè; ma il blando suono della parola stessa lo commosse.

— Angeli o fate che fossero, femminili visioni mi apparivano nelle

pieghe del damasco antico. Ero così piccino allora, così mingherlino,

che penetravo in qualsiasi cantuccio, ed accoccolarmi per terra dietro

le tende era una delle mie grandi gioie. L'ondeggiamento della seta

mi faceva pensare a gonne misteriose, a fruscii d'ali.... Oh! certe

sensazioni dell'infanzia come tornano.

Non disse a proposito di che gli tornavano ora quelle sensazioni. Si

alzò in piedi, mosse alcuni passi e riprendendo il suo posto vicino ad

Anna, la voluttà delle confidenze lo riprese:

— Ricordo una cugina, grande; era maritata; non so di che età, ma

giovane o almeno mi sembrava tale; una mite creatura che vedevo

raramente in casa del vescovo e mai altrove; aveva i capelli neri neri,

pettinati lisci intorno alla fronte bianchissima. Mi voleva bene, mi

proteggeva; quando mi sgridavano troppo (perchè io fui sempre sgridato

in tutta la mia vita) mi attirava a sè e mi nascondeva la faccia nel

suo grembo.

Ebbe una pausa. Si guardò in giro, guardò l'abito di Anna, parve

cercare una parola.

— Come si chiama quella stoffa morbida, che non è seta, non è cotone,

non è lana?... Mia cugina aveva un abito così, morbido, cadente con

pieghe floscie.... Filugello?

— Non so che si facciano abiti di filugello: dovrebbero essere ruvidi —

disse Anna.

— Mi sbaglierò dunque; non sarà filugello; infine non importa. So che

era morbido e fresco, e siccome ella mi teneva contro i suoi ginocchi

finchè avessi cessato di piangere, piangevo qualche volta un po' più a

lungo per sentire contro il volto l'abito di mia cugina.

Anna tentò di sorridere, pure avvertendo una certa contraddizione con

un sentimento ben più intimo e profondo che l'andava martoriando da

qualche istante.

— È molto tempo che siam qui — disse alzandosi.

— Sì? — fece Flavio con sincera meraviglia.

Ed Anna allora completò più francamente il sorriso.

Un chiaro sole della fine di marzo raggiava nella vecchia casa

traendone effetti di luce inaspettati, bagliori civettuoli di gemma sul

capo di donna matura che non ha perduta tutta la sua bellezza; così gli

embrici rosseggiavano, asciutti e lucenti, nell'aria fatta trasparente

per la grande purezza e, digradando ora chiari ora scuri sul pendìo,

interrompevano colla nota sorridente della loro fioritura rosata la

bianchezza grigiastra dei muri. Il terrazzo, ornato appena di qualche

semprevivo e di qualche impaziente tralcio di glicine che incominciava

a inturgidire, scopriva per intero l'ampia balaustra barocca dentro ai

cui riccioloni il sole giocava a rimpiatterello, guizzando sui rigonfi

lucenti, internandosi nelle avvallature dove la patina di un bruno

verdastro riluceva sotto ai suoi raggi con una marezzatura calda di

bronzo.

Flavio contemplava tutto ciò dalla finestra della sua camera, ebbro

della primavera che gli entrava per gli occhi a incontrare la primavera

del suo cuore, avendo uno sguardo simpatico anche per il portinaio

che girava silenzioso nel cortile a tendere i fili alla glicine, anche

per il balconcino del vecchio pensionato dove spenzolava uno scialle

di flanella a scacchi bianchi e neri. E non gli erano ugualmente cari

gli orti che circondavano la casa, turgidi già per le sementi che

gonfiavano la terra, velati qua e là da una nivea cortina di mandorli

in fiore? tutto, fino al muro lontano del convento, fino ai due o tre

comignoli che chiudevano l'orizzonte? Quale linea gli era ignota? Quale

punto o quale colore era sfuggito al suo occhio perspicace ed amante?

Egli rivedeva ora ogni oggetto con criterio maturato, con una più larga

intelligenza del bello; si inteneriva a pensare la sua adolescenza

trascorsa tutta lì, in quella che egli considerava ampiamente la sua

casa, che racchiudeva tutte le sue memorie, i suoi dolori, le sue

lotte, le sue speranze, le sue rare ma profonde gioie.

Nella recente e incompleta e pure viva esperienza del mondo aveva

imparato ad apprezzare più ancora la solitudine di quel cantuccio

primitivo, rimasto incolume ai fianchi di una grande città, sfuggito

per miracolo alla manìa innovatrice; vi sentiva un tepore particolare

di nido, di seno materno, dove è dolce riposare. La meridiana dipinta

sul muro del convento aveva una scritta per metà cancellata. Alcune

parole si leggevano ancora coll'aiuto di una lente, ma Flavio non

ne aveva bisogno: le sapeva a memoria e proprio allora, in quella

dolcezza di nido che si rinnovella, gli apparvero fiammeggianti sul

muro lontano, quasi aureolate dal vivido sole che vi batteva sopra:

_Il tempo stringe, facciamo il bene_. Fatidiche parole per un giovine

che se le sente penetrare nelle carni e nel sangue a guisa di nobile

sperone! Nella serena cornice della sua finestra, dinanzi agli orti

sbocciarci, l'epigrafe della antica meridiana perdeva il suo carattere

monastico per vestire una forza nuova di conquiste, di audaci tenzoni a

cui la stagione prestava intime essenze eccitanti che Flavio respirava

nell'aria come fumo di prossime battaglie. L'ora del tempo e l'ora

della vita si univano insieme per renderlo felice. Egli gustava questa

profonda ebbrezza di sentirsi giovine in un mattino di primavera.

Improvvisamente una rondine attraversò lo spazio: era la prima rondine

dell'anno. L'agile forma bruna, dopo di avere punteggiato per un

istante l'azzurro del cielo, sparì.

Una folata di vento passò ratta. Essa portava in grembo pollini di

fiore, pelurie di nido, fiocchi indistinti caduti da ali invisibili e

profumi teneri di foglie non odoranti ancora che di freschezza.

Nell'orto più vicino due gattini novelli giuocavano al sole,

rincorrendosi con cento moine e capitomboli, carezze, finte, parate,

assalti. Al disopra di essi un ciliegio metteva i primi boccioli; poco

lungi un pesco agitava alla estremità delle esili braccia, come piccole

mani di bimbo, i suoi fiori rosei.

Un grido uscì dal petto di Flavio; uno di quei gridi inconsulti che

i giovani lanciano nello spazio per esuberanza di vita nella stessa

guisa che i puledri nitriscono in mezzo al prato e che i falchi novelli

stridono fendendo l'aria. Se ne stava ascoltando ancora l'eco del suo

grido ripercosso contro i vetri aperti che il sole iridava, quando

vide Anna ritta sul limitare del terrazzo che gli faceva un cenno

amichevole; e perchè Flavio sorrideva senza muoversi, arrotondò le due

mani intorno alle labbra mormorando un invito a cui finalmente Flavio

corrispose con grande vivacità di gesti e di parole, mentre Anna si

ritirava nelle sue camere.

Egli rimase ancora per un po' di tempo immobile al davanzale.

L'apparizione della sua protettrice, benchè rapida, gli aveva suscitato

una specie di tenerezza malinconica. Anna non gli era mai sembrata così

pallida e un po' patita come in quel mattino acerbo di primavera, nella

luce intensa del cielo e dell'aria, nel trionfo prepotente di un vigore

che fugava tutte le ombre e cresceva la tonalità dei colori rendendoli

quasi stridenti. Sì, doveva essere quell'orgia di turchino e di giallo

che faceva apparir cereo il bel volto, sottolineando la leggiera

emaciatura delle guancie. Tuttavia questa impressione non era isolata:

qualche cosa di stanco interrompeva l'armonia generale della figura che

egli aveva conosciuta fiera e quasi rigida, e che ora sembrava cedere

ad un inesplicabile languore. Flavio si domandò quanti anni ella poteva

avere. Non era più un fanciullo, lui. Conosceva la vita, aveva letto,

aveva osservato. Per la prima volta pensò perchè Anna non prendeva

marito. Ciò era per lo meno singolare; bella, ricca.... Improvvisamente

scosse il capo: dove mai si sarebbe trovato l'uomo degno di lei?

Si staccò dalla finestra recando nel cuore l'immagine dell'amica bella

e melanconica e già tòcca dal doloroso fascino che circonda sulla terra

tutto quello che è inaccessibile. Il suo affetto profondo, confinante

colla venerazione, ne ricevette alimento maggiore. Gli parve veramente

di non potere allontanarsi da lei mai più.

Ma Anna lo aveva chiamato ed un'onda di pensieri giulivi invase l'animo

del giovane. Egli andò subito a staccare dalla parete a cui stava

appoggiata una tela amorosamente ricoperta con un drappo; rimosse il

drappo e si pose a contemplar l'opera sua.

Quante volte aveva già guardato quel rettangolo di tela dipinta?

Quante volte! Assai prima di stemperare i colori sulla tavolozza, in

quei divini e febbrili momenti che l'autore solo conosce, non l'aveva

egli abbracciato tutto il suo lavoro, palpitante ancora della voluttà

della concezione? E quante ansie erano sopraggiunte in seguito alla

ebbrezza prima! Ansie fatte più di ardore che di timore, perchè Flavio,

non ambizioso, non presuntuoso, sentiva però la sicurezza che sta

in fondo ad ogni vera anima di artista. Sulla sua vocazione, nessun

dubbio; sulla sua forza qualcuno, ma efficacemente combattuto dalla

sincerità della sua fede e dal baldo irrompere di tutti gli entusiasmi

di vent'anni. Ricordava il giorno in cui Gentile Lamberti aveva detto:

“Perchè non sarebbe poeta?„ e il lungo desiderio che gliene era rimasto

e l'affanno del non trovare in sè le caratteristiche volute. Ecco, non

era egli poeta adesso? Il diletto maestro aveva indovinato. Egli era

veramente poeta nel significato più sacro di questa parola, poichè il

suo pensiero ardeva e bruciava nell'amore di tutte le cose belle, ed il

suo cuore gonfio di commozione non cercava che di mescersi ai palpiti

dell'universo. “Orsù, orsù,„ gridavano dentro di lui tutte le forze

della giovinezza, “cammina, questo è il momento!„

Flavio aveva promesso alle signorine Lamberti di portare il quadro

per mostrarlo loro, innanzi di mandarlo alla Esposizione che doveva

rivelare al pubblico il suo nome ignoto. Compreso di molta dolcezza e

di una certa piacevole agitazione, nella quale i ricordi avevano tanta

parte, almeno quanto la speranza, si diede a spolverare, a lisciare la

tela, allontanandola di qualche passo per giudicarne l'effetto e poi

riavvicinandosi precipitosamente per verificare un piccolo punto nero,

un errore di ombreggiatura, un granello di sabbia: meno ancora, un

sospetto.

La vecchia casa · 第 5 / 9 段