— Non l'ho sempre trovato così ottimista, signor Pompeo. Per esempio

quando impreca contro quel giovinotto, quel suo parente che non vuol

saperne di studiare il latino....

Il signor Pompeo scattò come un razzo:

— Ma c'è confronto? C'è confronto? Domando io! Se mi adiro contro quel

disutile è perchè ho davanti il problema dell'educazione, capisce? cioè

della cosa più importante che vi sia.

— Non mai quanto la vita — rispose il vecchio con voce profonda.

— Ma l'educazione....

— Un bel cerotto l'educazione! Pensare che si nasce costando tante

sofferenze a nostra madre, che subito andiamo incontro noi stessi

a mille mali; che mettiamo i denti con dolore, che lottiamo colla

pertosse, col morbillo, con una filza di guai, che ci tocca di imparare

l'alfabeto e poi l'abaco e poi la grammatica e altre diavolerie....

— Tutto ciò per....

— Mi lasci dire che non ho finito. Tutto ciò per educarci nevvero?

Difatti ci si insegna che non dobbiamo correre e saltare negli

appartamenti perchè si disturbano i vicini, nè buttarci per terra

perchè rompiamo i calzoni. Ci fanno eseguire una giudiziosa ginnastica

per sviluppare le nostre membra e in seguito ci si inizia ai doveri

morali secondo i quali non ci è permesso di dare un pugno ad un

compagno che ci incomoda, nè di impadronirci dei frutti che ci

ingolosiscono, nè di dire liberamente ciò che pensiamo e nemmeno di

guardare tutte le donne che ci piacciono. Arrivati a questo punto ci

fanno l'onore di chiamarci galantuomini, ma evidentemente non basta;

bisogna che ci perfezioniamo ancora; ed ecco l'arte che ci schiude

i suoi miraggi dorati, la scienza che ci attira coll'altezza delle

sue cime, la politica che ci vuole nell'ardore delle sue lotte. E la

fine di tutto ciò? Quei denti che abbiamo messi con tanto dolore si

guastano, traballano, cadono; quei capelli dove una mano cara soleva

sprofondarsi nelle ore della nostra giovinezza, incanutiscono e cadono

anch'essi. Che avviene delle belle membra sviluppate secondo i precetti

dell'igiene? Turpi ed avvilenti malattie ce le rattrappiscono. E il

nostro ingegno, i nostri studi, il nostro orgoglio di conquistatori? E

il frutto dell'educazione? Si muore! Si muore! Si muore! Ecco.

Queste ultime parole del vecchio risuonarono lugubremente nel salotto.

Le due sorelle si guardarono in faccia e sembrando ad Anna che Elvira

volesse dirle qualche cosa, si voltò con premura verso di lei. Elvira

disse infatti a bassa voce:

— Se è per raccontarci di tali allegrie che quel signore viene a farci

visita!

Con un dito sulle labbra Anna la invitò a tacere. Il signor Pompeo

intanto si era rimesso dalla specie di sbalordimento in cui lo aveva

piombato lo sfogo del pessimista e dimenando il collo come se stesse

per liberarlo dal capestro e sorridendo con una certa sua aria tra il

melenso e il distratto:

— Via, via, cavaliere, ella scherza!

Non era ben certo che il pensionato fosse cavaliere, ma qualche cosa

di simile doveva pur essere e ad abbondare di cortesia in quel momento

gli parve atto diplomatico. Senonchè il vecchio sembrava totalmente

ricaduto nelle sue meditazioni e se ne stava a capo basso ciondolando

la fronte dinanzi al caminetto. Fu Anna che gli si fece dolcemente da

presso, ponendo una mano sul bracciuolo della poltrona dove egli stava

seduto. Si voltò rapidamente, scusandosi:

— Oh! — disse — le chiedo perdono. È così triste l'invecchiare.

— Ma si vive — rispose Anna con quanta maggior soavità potè mettere

nell'accento e nello sguardo.

Il vecchio le fu grato dell'intenzione. Da molto tempo non era più

avvezzo a vedere rivolti a sè gli occhi di una giovine donna e le

sorrise con un resto di amabilità.

Il signor Pompeo, afferrandosi come era sua abitudine all'ultima parola

pronunciata, abbracciò in un colpo solo l'occasione di far pompa di

nobili sentimenti e di terminare la sua filippica rimasta in asso.

— La vita è una feconda palestra per l'uomo che sente tutta

l'importanza del dovere. (Si fermò un momento ammirandosi, trovando

che la sua provvista di buone letture non lo aveva mai servito tanto

bene.) Se non fosse per questo alto ideale, crede lei che vorrei darmi

tutta la pena che mi dò a raddrizzare le gambe ai cani? Non escludo

quel disutilaccio che per vergogna mia è mio parente, lontano però; non

lo escludo per l'ottima ragione che fra i cani è il più cane di tutti.

Sa che appena terminato il liceo prese il volo? Sa che manca da oltre

un anno? Sa che si è messo in testa di fare il pittore? Sa che io ne

creperò di bile?

— La conseguenza sarebbe immorale — interruppe il vecchio con una

placida ironia — essa scemerebbe assai la fede nel dovere.

Il signor Pompeo preso nei propri lacci ammutolì. L'altro continuò,

animandosi, coi pomelli delle guancie che gli si accendevano nel volto

scarno.

— Un cerotto anche questo del dovere! Non faccio per difendere il

suo parente che conosco appena e del quale non mi importa nulla; dico

solamente per dire. Che razza di un dovere può mai far conoscere ad un

uomo ciò che sarà meglio per un altro? Lei giudica che il suo ottimismo

vale più del mio pessimismo, ma a buon conto quando vuol essere sincero

cade nel pessimismo anche lei.

— Un momento, un momento. Posso essere amaro nel vedere il nessun

frutto delle mie fatiche, ma ciò non mi distoglie dal far quello che

ritengo il mio....

— E dàlli! Io sono più vecchio di lei, ma ho sempre visto che se l'uomo

vuole rinchiudersi in una teoria sbaglia certissimamente.

— Allora anche lei! — esclamò il signor Pompeo con un gesto così

ingenuamente trionfante, che le fanciulle sorrisero.

— Sicuro, anch'io, ed è questo il peggio, ed è per questo che non credo

a nulla.

Grave fu il silenzio che seguì tale dichiarazione. Nè Anna, nè Elvira

non osavano prendere la parola, quantunque Anna accompagnasse con

un evidente movimento di simpatia lo sguardo perduto che il vecchio

scettico sembrava sprofondare al di là della vita. Il signor Pompeo,

disorientato, pensò di accomodar tutto con una frase solenne e la

pronunciò quasi pontificando:

— Una volontà superiore ci domina; dobbiamo piegare il capo ad essa.

— Non credo a nulla — ripetè il vecchio.

— Scusi, scusi, non è possibile.

— Perchè non è possibile?

— Una fede ci vuole. Non siamo mica bestie, che diamine!

— Eh! Eh!

— Ebrei o cristiani o mussulmani, è la fede che ci distingue dalle

bestie.

— La fede?

— Una fede.

— “Questa o quella per me pari sono„ — mormorò il vecchio tamburinando

sul bracciuolo della poltrona. — Scommetto che lei le coltiva tutte per

misura di precauzione. Se ciò non farà del bene, almeno non farà del

male. Che ne pensano le signorine?

Elvira, scandalizzata, non si degnò neppure di rispondere, e mentre

il signor Pompeo l'approvava alzando e abbassando il mento coi denti

stretti, le palpebre socchiuse, Anna arrischiò timidamente un:

— Forse è questione d'intendersi?

— Cioè?

— Il dubbio è talvolta la prova più sicura della presenza della fede.

Gli occhi del vecchio scintillarono; il vermiglio delle gote gli salì

alla fronte investendolo di una fiamma repentina.

— Così giovane e già così profonda?

Anna si confuse, volle schermirsi, ma egli replicò con fuoco:

— No, no, continui; mi dica che ho torto, che questi vecchi occhi non

sanno più vedere, nè questo vecchio cuore sa intendere. Mi dica che il

sole sorge per opera di un Dio benefico a rischiarare un mondo che deve

servire solamente di passaggio a un altro mondo di luce imperitura;

io non le crederò, ma mi farà tanto bene sapere che qualcuno crede —

qualcuno come lei così pura e buona.

— Ma ammirare non è credere?

— Ah! signorina, ammirare è difficile, credere è più difficile ancora.

La fede sta in alto al pari dell'amore; molti si illudono di potervi

giungere perchè tenendo i piedi nella mota gridano: “Ti vedo! Ti vedo!„

ma la loro voce non è che un suono vano. Quanto a me vorrei credere e

non posso, no, non posso!

— Io pregherò per lei — disse Anna piano, così piano che le sue parole

assumettero il mistero di una confidenza.

— Sì, preghi.

Il vecchio, che si era proteso vivamente verso la fanciulla, si arrestò.

Comprese che il singolare colloquio, lì, in quel posto, davanti agli

sguardi ostili di Elvira e del signor Pompeo non poteva continuare.

Disse ancora qualche parola insignificante e poi prese congedo.

— Se Dio vuole! — esclamò il signor Pompeo sollevando tutte e due

le braccia al cielo. — Non mi meraviglierei che quel signore avesse

la pretesa, lui che non crede a nulla, di credersi un uomo educato.

Domando io se sono discorsi da fare in presenza di due signorine.

— Per parte mia non mi sono scandalizzata affatto — si affrettò a

dichiarare Anna.

— Oh! tu non ti scandalizzi mai!

— Elvira, perchè dici questo?

— Non so; probabilmente perchè è vero.

— Perchè perdo tratto tratto una messa?

— Forse per questo.

— Perchè le mie orazioni non sono lunghe come le tue? Perchè non divido

il tuo abborrimento per chi professa una religione che non è la nostra?

— O anche non ne professa affatto.

— O anche non ne professa affatto — ripetè Anna malinconicamente con le

mani abbandonate in grembo, gli occhi alti seguenti un sogno.

Il signor Pompeo non giudicò prudente di continuare una conversazione

che gli aveva già guasta la serata. Augurò in fretta la buona notte e

se ne andò. Anna soggiunse allora con molta dolcezza:

— Io, vedi, preferisco il dubbio doloroso di un'anima ardente alla

tranquilla acquiescenza di chi non si è mai domandato una volta

nella vita: dove vado? Religiosa è per me la persona che si inchina

davanti al mistero e lo rispetta, non colei che sul mistero non ha mai

palpitato e professa i riti nello stesso modo che metterebbe un paio di

guanti.

— Nostro padre....

— Babbo — interruppe Anna divampando improvvisamente — diceva che il

miglior modo di riconoscere Dio è quello di trasformare tutta la nostra

vita in un profondo ed occulto atto di adorazione.

— E chi lo giudica?

— Chi lo deve giudicare se non Dio stesso?

Non era la prima volta che fra le due sorelle veniva sollevata una

questione di alta morale. Anna vi portava tutto il calore della sua

anima maturata nella poetica eloquenza di Gentile Lamberti, ma Elvira

che aveva oramai compiuta la sua educazione attaccandosi rigidamente

alle formole concrete di una morale dottrinaria, si rifiutava a

seguirla nei campi trascendentali della speculazione.

— La religione — rispose un po' seccata — è quella che è. Noi dobbiamo

accettarla senza discuterla, specialmente noi donne.

— Veramente, trattandosi di anima, il sesso non dovrebbe contare e non

capisco, se non facendo un'offesa agli uomini, perchè la donna abbia

maggior obbligo di credere che non essi.

— È pur naturale, certe anormalità alle donne non stanno bene....

— Come i cappelli di feltro allora? Ed è per ciò che se ne astengono?

_Per ciò?_

La voce di Anna tremava; una grande amarezza le piegava gli angoli

della bocca. Il fantasma dello sconosciuto era là, davanti a lei; le

stesse idee, lo stesso modo di giudicare, lo stesso concetto delle

convenienze umane, quasi le stesse parole risorgevano: “La felicità

della donna non può fondarsi che in una grande normalità di condotta

e di ambiente„. In quell'istante Elvira le parve così odiosa che per

frenarsi dovette fingere di cercare qualche cosa intorno a sè.

Elvira intanto piegava il suo ricamo, attenta, ponendovi nel mezzo un

foglio di carta velina; le sue palpebre sbattevano impercettibilmente

sulla pupilla immobile e le labbra semiaperte toglievano ogni

intellettualità alla sua fisionomia.

Anna, che avrebbe voluto non guardarla, era invincibilmente attratta a

scrutare in quel volto l'altro essere che ne prendeva possesso quando

la curiosità o la vanità femminile rallentando la tensione dello sforzo

lasciava emergere la piccola animuccia volgare che stava in fondo. Ed

ella vedeva chiaramente un uomo serio e metodico, chino a suggellare

una lettera, il volto regolare, la tenuta irreprensibile, passando la

mano densa e forte sulla fronte nitida....

— Buon riposo — disse Elvira porgendo la guancia al bacio della sorella.

— Buon riposo — rispose Anna sfiorandola appena e con sì manifesta

riluttanza che si impose di seguirla per alcuni passi finchè trovò

la forza di soggiungere — Dormi bene. — E ancora, quando fu presso a

scomparire, le gridò dietro — A rivederci domani.

Questa specie di penitenza che si decretava da sè stessa tutte le

volte che l'antipatia l'aveva spinta ad un atto meno che affettuoso,

la faceva però soffrire orribilmente. Quando fu sola si lasciò cadere

sopra una sedia, scoraggiata. Da tanti anni che durava la lotta non

aveva guadagnato un sol punto. Il vecchio scettico aveva detto quella

sera stessa: “La fede sta in alto al pari dell'amore. Molti credono di

potervi giungere perchè tenendo i piedi nella mota gridano: Ti vedo! Ti

vedo! ma la loro voce non è che un suono vano„.

Egli aveva paragonato la fede all'amore?... Anna non aveva pensato mai

all'amore. Certo non amava sua sorella; tutti gli sforzi che faceva per

raggiungere questo scopo non servivano che a dimostrargliene sempre

meglio la impossibilità. Chi avrebbe dunque amato? Il ricordo di suo

padre la occupava tanto che sembrava non dovesse restare nessun posto

per altri. Non poteva nemmeno supporre che uno dei pochi giovinotti che

ella conosceva venisse un bel mattino a chiederle la mano di sposa;

meno ancora che ella potesse accettare. Temperamento d'eccezione,

iniziata di buon'ora ai godimenti intellettuali, nessuna delle solite

impazienze femminili aveva turbata la sua forte e casta gioventù. Gli

anni maturavano la bellezza del suo corpo conservandole il carattere

verginale di fiore ed ella sembrava compiacersi in questa purità

d'elezione e se ne appagava.

Le parole del vecchio però non volevano uscirle di mente. Egli doveva

conoscere la vita. Doveva aver amato e creduto e patito assai.

Come aveva fatto in principio di sera, Anna tornò ad accostarsi ai

vetri del terrazzo, attirata dall'abisso delle tenebre; ma non vedeva

più in mezzo ad esse un lungo convoglio corrente cogli occhi di fiamma.

Pensò: “Per quest'oggi non arriva„. Si fece accanto al tavolino e in

piedi, sotto la lucerna, rilesse una lettera che teneva nell'alta

cintura di seta nera serrata da una fibbia d'argento. Diceva la

lettera:

“Mia signora e mia amica, il tempo della prova è quasi passato. Io

potrò arrivare da un giorno all'altro, non so quando precisamente e

perciò non dico ancor nulla a nessuno, ma a lei sì. Lei ha diritto

di saper tutto da me. Non è forse la mia coscienza? In qual modo

avrei potuto resistere in questo anno di lotta e come avrei trovato

la forza stessa della decisione se ella non mi avesse assistito

col suo affetto e co' suoi consigli? se facendosi veramente la mia

coscienza e la mia anima non mi avesse indicata questa che oso ora

chiamare la mia via? Non dubito più. Lei che mi vuol bene se ne

rallegri. So quello che posso; sopratutto so che devo tutto a lei.

Lo scrivo con gioia perchè ciò mi permette di dirmi suo e tutto suo

“FLAVIO.„

Ogni volta che Anna rileggeva quella lettera, ed era già la quarta,

le scendeva al cuore una grande dolcezza. La vivace riconoscenza del

fanciullo che ella aveva protetto e di cui aveva indovinato l'ingegno

le schiudeva un orizzonte di sensazioni nuove. Ricordando il giorno

in cui era partito tra le furie del signor Pompeo, tra i sarcasmi di

Elvira, e tutto quel periodo di lontananza confortato da lettere così

soavi, l'impazienza di rivederlo si faceva acuta.

Ripiegò la lettera lentamente e senza accorgersene la sollevò

all'altezza della faccia come per provare la morbidezza della carta. —

Forse — mormorò a fior di labbra — verrà domani.

Quando, un mattino, Flavio senza farsi annunciare aperse l'uscio del

salotto, Anna, che pure vi era preparata, gettò un piccolo grido e

arrossendo di piacere gli corse incontro colle mani tese.

Lo slancio era stato così spontaneo, l'espansione così affettuosa, che

solo qualche istante dopo Flavio si accorse della presenza di Elvira,

arrestandosi dubbioso davanti all'espressione indefinibile degli occhi

della fanciulla — quegli occhi che già lo avevano avvolto nelle loro

elissi freddamente scrutatrici — onde egli istintivamente cercò di

discolparsi balbettando:

— Ero smanioso di rivederle e non avendo trovato in casa il signor

Pompeo sono corso qui subito senza nemmeno scuotere la polvere del

viaggio. Ho avuto torto?

— No — disse Anna.

— Sì — risposero gli occhi di Elvira.

Tuttavia l'imbarazzo fu passeggiero. Flavio si pose subito a raccontare

le impressioni sommarie di quell'anno trascorso nel visitare le

bellezze artistiche dell'Italia per mettere a prova la sua vocazione.

Una sicurezza giovanile e pure pensata traspariva dai suoi detti, dalla

voce, dallo sguardo luminoso. Aveva ancora qualche cosa della primitiva

timidezza, specie nel colorito che passava rapidamente dal pallore

abituale a rapide accensioni fiammee, ma tutt'insieme e nello sviluppo

del corpo e nella coscienza di sè stesso egli aveva fatto progressi

tali che Anna lo guardava stupita e commossa. Il suo piccolo volto dai

lineamenti fini ma risentiti sembrava conservare il riflesso di tutte

le commozioni che lo avevano attraversato. Quante cose nuove, quante

rivelazioni, quante scoperte avevano concorso alla trasformazione del

fanciullo in uomo!

Anna lo scandagliava con un'ansia confusa e ardente di vergine casta,

notando certi suoni speciali della voce che prima non aveva, certe pose

che le erano ignote; e nell'esame lento e profondo si sentiva mordere

al cuore da una inquietudine singolarissima, quasi un presagio, quasi

una gelosia cieca e selvaggia di fatti conosciuti, forse insussistenti,

ma possibili e sopratutto inafferrabili.

— Come è mutato!

— Non molto, le assicuro — disse Flavio sorridendo, colla mano

sollevata ad un vago accenno nel vuoto.

Anna seguì collo sguardo quella mano magra e nervosa che conosceva così

bene; se la ricordò tinta d'inchiostro, screpolata dal freddo, convulsa

sui doveri di scuola e sui pensi latini, timida e commossa sempre.

Essa non aveva cambiato. Anna vi sentiva, come una volta, la potente

attrazione che fa della fisonomia della mano uno dei mezzi più sicuri

per conoscere il sentimento; e così, come essa amava particolarmente

certe abitudini dell'anima di Flavio, amava pure il suo modo di

stendere la mano, di ripiegarla, di esprimere con un semplice tocco

le oscillazioni più delicate e più sensibili della sua psiche. Fu con

gioia che la riconobbe, che la afferrò e la strinse, come una volta,

come una volta.

— Un po' vedere se c'è il segno fortunato.

La aperse, stese il pollice e guardò curiosamente la piega in mezzo

alle due falangi. Scosse il capo, lasciando ricadere la mano che era la

sinistra.

— Mi dia l'altra. Ah! ecco; l'elissi qui è perfetta, non interrotta

dalla più piccola linea. In uno almeno de' suoi voti otterrà ciò che

vuole.

— Anna crede a queste sciocchezze! — disse Elvira.

— No, non credo positivamente....

— E allora perchè ne fai l'esperimento?

— Perchè.... perchè....

— Perchè — interruppe Flavio — non tutto è positivo nella vita.

Ci priveremmo di una quantità di sensazioni squisite se dovessimo

accettare solamente quelle che rispondono in stretto modo alla ragione.

— Giudica che sarebbe un gran male ad avere qualche sensazione di meno?

— chiese Elvira ironicamente.

— Certo, certo, certissimo! Ah! pensi, l'arte non avrebbe più

ispirazioni.

Elvira si morse le labbra soggiungendo:

— Un grande filosofo lo ha già detto. “Non è cosa saggia nè filosofica

pretendere che tutta la vita lo sia„. Mi arrendo; anzi vorrei sapere

che cosa dicono in proposito i miei pollici. Non c'è male, mi pare.

In ambedue le falangi si uniscono senza linee di interruzione. Viva la

negromanzia!

Anna sentì stridere dentro di sè quella tal nota scordata che le faceva

tanto male.

Ora Flavio si guardava attorno con affettuosa curiosità.

— Ancora tutto eguale! Il soffitto a vôlta cinto dalla fascia

cilestrina, il tappeto di panno rosso ripetuto in tutte le camere colla

striscia di tela tigrata, gli stessi mobili allo stesso posto.... E i

nastri azzurri e gli stipiti dorati....

— Ne ha mai veduto altri di simili in altre case? — domandò Anna.

— Sì, qualcuno, a Venezia principalmente, in un palazzo antico dove

ritornai non so quante volte....

— Per gli usci?

— Per gli usci, signorina Elvira, ed anche per certi affreschi del

Tintoretto; ma quegli usci mi attiravano invincibilmente. Non mi

vergogno a dirlo, io sono un sentimentale incorreggibile.

— Spero bene — pensò Anna più che non disse.

— Le ore belle della mia vita furono sempre dischiuse da uno di quegli

usci fioriti. Come potrei non amarli?

— Ciò è molto gentile per noi; ma francamente, queste grandi tavole che

ingombrano metà della parete non sono affatto comode. Se Anna volesse

essere un po' più condiscendente dovrebbe farle levare.

— Ah! no, Elvira, no. Chiedi quello che vuoi, non di mutare questa

casa. Tu — soggiunse dopo una pausa esitante — anderai ad abitarne

un'altra più moderna; io resterò qui sola....

— A custodire il fuoco sacro; ma se ti decidi poi a prendere marito

porterai gli usci con te.

Anna finse di non udire.

— I più graziosi — disse volgendosi a Flavio — sono nella camera di

babbo. Ricorda?

— Hanno nel centro una ghirlanda di roselline gialle alternate a

pervinche ed a caprifogli e qualcuno dei caprifogli sale sullo stipite

fino alla cima. Vede se ricordo?

— E una delle pervinche, sull'uscio della finestra che mette al

terrazzo, ha la forma di un cuore spezzato.

— E accanto a quella pervinca, a destra, una farfalla si slancia a volo.

— Una piccola farfalla bianca — completò Anna.

Si erano alzati. Quasi senza accorgersene, trovandosi all'entrata della

camera del babbo, Anna spinse la larga imposta.

— Che freddo! — esclamò Elvira. — È un'altra fissazione di mia sorella

quella di non voler mettere i caloriferi nell'appartamento.

— Noi veramente non soffriamo troppo freddo. I muri sono così grossi,

le finestre ben riparate, i tappeti folti e il caminetto scintilla così

gaiamente bruciando della vera legna....

— Ma non si usa più. Scommetto che in tutta Milano siamo le sole a

scaldarci in questa maniera preistorica.

— Felici i soli.

Elvira ebbe una vaga idea che l'affermazione recisa di sua sorella si

potesse contraddire apertamente con un passo della Bibbia, ma davanti

alla corrente rigida della camera socchiusa non si sentì la forza di

discutere e chiuse vivamente l'uscio dietro a Flavio e ad Anna che

erano passati dall'altra parte.

Anna fu sul punto di chiedere al suo giovane amico, per cortesia, se

avesse freddo anche lui, ma vide subito l'inutilità della domanda. Era

lontano il giorno in cui misero, avvilito, perduto nella nebbia e nel

terrore ella se lo era stretto al seno con amorevole atto materno....

Una leggera malinconia l'assalì improvvisamente.

Egli intanto girava per la camera pieno di quell'attenzione religiosa

e pudica che Anna annoverava tra le sue maggiori attrattive, che lo

rendeva qualche volta impacciato, ma che conferiva a' suoi detti, a'

suoi sguardi, perfino a' suoi silenzi, una significazione profonda. Si

fermò davanti alla pervinca che aveva la forma di un cuore spezzato e

ponendovi sopra la punta dell'indice:

— Qui! — disse.

Tutto il passato rinasceva.

— In questo cantuccio, così, precisamente, mentre io seguivo le

fantasie delle ghirlande dipinte, suo padre mi parlò dei diritti

dell'uomo — la prima volta — la prima volta, intende? Fino allora avevo

sempre creduto che l'uomo fanciullo e giovane dovesse essere proprietà

dell'uomo vecchio, plasmati l'uno sull'altro come i fogli che escono

tutti egualmente bianchi e levigati dalla macchina. Egli mi disse

per la prima volta: “Sii te stesso„. Allora, subito, non intesi la

grandezza di queste parole, ma quanto vi pensai in seguito!

La vecchia casa · 第 4 / 9 段