Mosse alcuni passi, girando dietro la scrivania di suo padre,

affacciandosi alla soglia del terrazzo dove tutta la glicine piangeva

irrorata di pioggia novella, e ritornò presso lo stipo, pensosa. Di

chi era, ora, quella lettera? Chi aveva il diritto di aprirla? E perchè

nessuno lo aveva fatto prima? Chi l'aveva messa nello stipo?

Chi? Anna gettò un grido. Improvvisamente la fitta tenebra del passato

le si squarciò dinanzi. Rivide sua madre nelle ultime ore di vita,

in un atteggiamento che ritornandole ora alla memoria le sembrava

di grande significato per il tempo e per il modo — allora le era

sfuggito; ma ricordava, ricordava con una precisione straordinaria.

Era entrata in camera della madre quasi di furto, per vederla intanto

che la custode s'era momentaneamente allontanata. L'inferma era scesa

dal letto, pallida, disfatta dalle brevi ma acute sofferenze, e colle

mani tremanti stava chiudendo il cassetto dello stipo che si trovava in

quel tempo nella sua camera ai piedi del letto. Quando si accorse della

bimba la sgridò per essere entrata senza chiederne il permesso.

Tutti i particolari della scena le ritornavano in mente con una

evidenza straziante. Le coltri del letto rigettate indietro nel

movimento brusco di una decisione suprema, un libro caduto a terra,

l'ammalata ritta, spettrale, colle mani febbricitanti intorno allo

stipo. Ancora, nella evocazione di questa visione, non vedeva gli

occhi; gli occhi di sua madre si erano distolti prontamente da lei

od ella aveva abbassato i propri nella confusione del rimprovero? Lo

ignorava, ma quegli occhi le sfuggivano sempre, sempre....

Che sua madre fosse discesa dal letto in un momento in cui trovavasi

sola, per riporre la lettera, sembrava evidente. L'agonia sopravvenuta

poi l'aveva tolta a qualsiasi preoccupazione terrena.

Restava ad Anna un'idea confusa del funerale, della camera aperta e

vuota, del dolore serio e tranquillo di suo padre; non sapeva in quali

circostanze lo stipo avesse cambiato posto, ma risultava palese che

nessuno vi aveva mai praticato alcuna ricerca, considerato qual era da

molto tempo come oggetto di ricordo più che di uso. Dieci anni dunque

gravavano a guisa di tomba inviolata su quella lettera e dopo dieci

anni ecco che l'avello si schiudeva sotto la mano innocente di una

fanciulla. Ma poteva lei frugarvi?

Anna era troppo seria e troppo coscienziosa per appigliarsi ad una

scappatoia che la liberasse da qualsiasi responsabilità. Riconobbe

per sè sola il dovere di decidere accettandone le conseguenze, e una

volta ferma su questo punto non esitò che un brevissimo istante fra

leggere la lettera o distruggerla intatta. Se la morte ha dei diritti

ne ha pur anche la vita. Non era essa figlia ed erede? Un sentimento

di delicatezza abitudinaria la rendeva esitante a violare il segreto di

una lettera non indirizzata a lei, ma un sentimento più profondo e più

vero le suggeriva che i vivi si sostituiscono ai morti.

Fu con un rispetto sacro che ruppe il primo dei cinque suggelli. Pensò

che forse il plico conteneva dei valori da rendere a qualcuno e che

ella si faceva ministra di un tardivo dovere. Oh! qualunque fosse stato

l'obbligo se lo assumerebbe intero fino alle ultime conseguenze. Sotto

il calore di questa riflessione caddero prontamente gli altri suggelli

ed Anna, respirando appena per l'intima attesa, ritirò dalla busta un

fascicoletto di pagine scritte minutamente in aspetto di giornale più

che di lettera, colla stessa calligrafia ignota della soprascritta

e firmate con un segno convenzionale, inintelligibile. Tutto lo

scritto era nitido, elegante, contenuto fra margini di una scrupolosa

correttezza.

Lasciandosi sfuggire il manoscritto con un lieve moto di disinganno,

Anna giudicava inutili le sue ansie ed i suoi timori; nè si sarebbe

sentita in alcun modo attirata a leggerlo se l'abbattimento stesso

che faceva seguito alla eccitazione di prima non avesse condotto

indolentemente e con molta distrazione i suoi sguardi sulle prime

righe, dove era descritta una felice traversata da Genova a Tunisi. Si

trattava del primo capitolo di un romanzo, od era veramente il racconto

di un viaggio? Quella nota terminava con parole d'affetto alla donna

lontana, ma così vaghe, così spoglie di personalità che il dubbio non

era risolto.

Ancora Anna si lasciò sfuggire il manoscritto, porgendo orecchio

alla pioggia che aveva vinto definitivamente e che cadeva ora fitta

sulle foglie producendo un rumore molle e cadenzato di una dolcezza

avvinghiante. L'aria che veniva dal terrazzo fresca ed umida dava alla

fanciulla una voluttà soave fatta di purezza e di tripudio giovanile

che ammorbidiva i contorni della sua malinconia. Sempre, quando si

abbandonava alla contemplazione della natura, trovava in essa inauditi

conforti. Ella era ben persuasa che nulla si forma della vita degli

uomini, delle loro passioni, delle loro lotte, che già non esistesse

prima nella natura e guardava intensamente i fiori della glicine pesti

e disfatti su quello stesso ramo dove avevano brillato di sì vivaci

colori. Macchinalmente tornò a leggere.

Non mi pento della risoluzione presa; spero che voi stessa, quando

la calma sarà rientrata nel vostro cuore, direte che ho avuto

ragione. La mia vita era divenuta impossibile in una situazione

precaria, meschina, dove le amarezze di un amore pieno di ansie e

di contrarietà non faceva spuntare che troppo rari e troppo pallidi

fiori. Ah! non ditemi che a queste cose dovevo pensare prima;

sarebbe una inutile crudeltà. Io spero piuttosto, spero fermamente,

che un giorno mi darete ragione. Allora parleremo del nostro amore

come due buoni amici che hanno fatto un viaggio insieme e che dopo

una lunga separazione si ritrovano e rammentano con dolcezza le ore

passate.

Che quelle parole “lunga separazione„ non vi spaventino troppo.

Tutto è relativo, e non vedo perchè l'anno venturo, in questa

medesima stagione non potrei fare una corsa in Italia. Voi che

avete la fantasia molto fervida potete fin d'ora immaginarvi lo

squillo del campanello e l'apparizione dell'esule sulla soglia del

vostro salotto, magari del vostro terrazzo coperto di glicini. E

forse non vi troverò sola, _Lui_ o _Lei_, sarà sui vostri ginocchi.

. . . . . . .

Ricevo la vostra lettera che mi annuncia la nascita della bambina.

Sono contento e nello stesso tempo mi dispiace di sapervi ancora

agitata e triste. Quando vorrete essere ragionevole? Ora vi

crucciate perchè io non vedrò nostra figlia. Ma sì, la vedrò,

ve lo prometto. Chiamatela pure Elvira; è il nome che io vi

davo nei primi tempi, ricordate? quando non conoscevo ancora il

vostro. È un nome che amo e pronunciandolo penserete che io pure

l'ho tante volte pronunciato. Mi dite che non somiglia all'altra

vostra figlia. Meglio. Datemi presto notizie della vostra salute

che desidero e vi auguro buona sotto tutti i rapporti; ma siate

calma. Non avete mai temuto i sospetti, eppure essi potrebbero

nascere quandochessia da un contegno imprudente. Siate cauta. Come

vedete sorveglio anche da lontano la vostra felicità; essa non può

fondarsi, specialmente per la donna, che in una grande normalità di

condotta e di ambiente. Sarei veramente mortificato se mia figlia

dovesse crescere con idee esaltate e violenti le quali, mi dispiace

dirlo, non sono affatto estranee alla famiglia in cui vivete;

adoperatevi dunque a moderare il vostro cuore e la vostra fantasia;

sarà bene per tutti.

. . . . . . .

Per un caso singolarissimo e che non perdo tempo a raccontarvi, ma

che trova la sua giustificazione nella vita irregolare che conduco

in questi giorni, scopro nella valigia i fogli che mi tenevo sicuro

di avervi già mandati. Ve ne chiedo scusa; ma, buon Dio, come

vi allarmate facilmente! La vostra lettera di questa mattina è

disperata. Mi dite che state male, ma permettetemi di pensare che

il vostro male risieda piuttosto nella immaginazione. Curatevi e

state tranquilla. Dite che Elvira ha la mia fronte, i miei occhi e

la mia bocca. Non sarà troppo compromettente questa somiglianza? Io

giudico anche che non sia conveniente scriverci spesso. Il nostro

amore fu una debolezza; altri lo potrebbe giudicare una colpa.

Ricordatevi pure di distruggere di volta in volta le mie lettere;

io faccio altrettanto colle vostre. Quello che è stato è stato.

Abbiamo avuto la fortuna fino ad ora di una assoluta impunità. Non

affondiamo le nostre navi in vista del porto.

Anna lesse tutto ciò senza battere ciglio, immobilizzata dalla violenza

stessa delle sensazioni che l'orribile lettura le suscitava. Sulle

prime non aveva capito, poi aveva tentato di non capire; ma l'illusione

era impossibile. Onde di gelo e onde di fiamma la investivano volta a

volta.

Nulla di quello che aveva supposto durante il periodo della esitazione

si avvicinava, neppure lontanamente, alla verità. Come avrebbe

ella potuto immaginare quella verità obbrobriosa che metteva una

macchia nella sua famiglia? accanto al nome di suo padre? in quella

grande aureola di virtù a cui erasi scaldata tutta la sua giovinezza

assorbendole le migliori vigorie?

Ah! il grido disperato, il ruggito che le uscì dal petto pensando a suo

padre! il desiderio folle di opporsi, di resistere, di gridare: Non è

possibile! Non è vero! Ciò non deve essere! — e il torrente torbido,

profondo, minaccioso, che gorgogliava già nelle intime sue fibre,

quell'istinto di ribellione, di guerra senza tregua ai sentimenti

ipocriti, ai convenzionalismi volgari dell'educazione! l'impeto di una

natura onesta e libera che consacra nell'odio il suo ardente amore, che

nella stessa sua forza di sacrificio e di dedizione ad un alto ideale

disprezza e calpesta tutto ciò che ne inceppa il volo!

Suo padre! Suo padre! Non vedeva, non sentiva altro. Le tornava in

mente nella sua nobile e fiduciosa semplicità, così alto sempre, così

al disopra delle miserie terrene e la prendeva uno struggimento di

passione, un dolore nuovo senza nome al cui confronto impallidiva il

dolore della morte — poichè in tutto il corso dell'esistenza egli

avesse seminato frutti di virtù e germinasse invece sulla tomba

l'albero del male.

Ma chi era l'uomo che aveva osato mettersi di fronte a Gentile

Lamberti? l'uomo freddo che aveva abbandonata la donna amata

alla vigilia di diventar madre? l'uomo calcolatore che misurava

odiosamente in una lettera di amore le parole e le espressioni? Anna

si provò a rievocare le persone che frequentavano la casa dieci anni

prima e tornò a guardare le confuse iniziali del suggello, ma non

resistette all'indagine. Un sentimento di pudore la arrestò. Le parve

all'improvviso di vedere arrossire il volto di sua madre; quel volto

senza sguardo che le stava davanti nel pastello a due tinte, che ella

pure ricordava scolorito e privo di luce, come ravvolto nella nube di

un mistero.

Avrebbe potuto essere il momento della pietà, eppure Anna non

ebbe pietà. La sua austerità di vergine forte le rendeva ignoto il

compatimento facile a coloro che già piansero e patirono sul calvario

della passione. Le era ignoto l'amore, ma se lo avesse conosciuto

sarebbe stato tutto una purezza ed un inno; non lo avrebbe mai

compreso così. Così, erano due profanazioni che le si manifestavano

contemporaneamente; una, vaga, lontana, ne' suoi sentimenti di donna,

l'altra acuta, violentissima, nella sua idolatria figliale. Ciò che

l'immaginazione casta non poteva affermare con sicurezza le appariva

come una vergogna secreta, impenetrabile e buia ma tanto più orrenda

per la viltà di cui si circondava; e quando nella cocente ambascia, nel

turbine dei pensieri che la investivano, si fece strada il volto freddo

e indifferente di Elvira: — Straniera! — gridò — straniera! — Poi si

coperse il volto colle mani e scoppiò in singhiozzi alti, irrefrenati.

Ritornando in sè, Anna vide ritta a pochi passi di distanza la

cameriera che la guardava con somma commiserazione e che si arrischiò a

dire:

— Signorina, si dia pace alla fine. A furia di piangere in tal modo si

ammalerà.

Anna la guardò senza capire. Che cosa voleva da lei quella donna? In

quel momento non avrebbe potuto ascoltarla per nessuna cosa, onde la

pregò di allontanarsi. L'altra, obbedendo, disse ancora a guisa di

conforto:

— Il signor padrone è certamente in un luogo migliore.

Ah! pensò Anna, comprendendo, crede che io pianga ancora mio padre.

Ecco che la catena delle menzogne si allarga e stringe gli innocenti.

Ella doveva adunque nascondere il suo dolore e la sua disperazione;

doveva sorridere quando aveva l'inferno nel cuore; doveva fingere,

doveva mentire, ed aveva pur pianto lagrime disperate sulla tomba

di suo padre senza sapere che altre più amare la aspettavano — le

lagrime che bisogna nascondere! Ma fin dove arriva il potere del male?

Basta che una donna manchi alla sua fede perchè tutta la famiglia ne

resti colpita, perchè oltre il silenzio della morte i figli abbiano a

piangere ed a maledire?

No. La terribile parola non uscì dalle sue labbra, non si affacciò al

suo pensiero; pure l'impossibilità di perdonare le metteva nell'animo

una tale amarezza che ogni più dolce affetto ne rimaneva offuscato. Era

tutto l'edificio della sua esistenza che crollava, quell'immenso amore

di famiglia, quell'orgoglio di appartenere a gente senza macchia, quel

sogno alto e benefico dell'onore eretto a tradizione, quell'aureola che

da anni, quasi da secoli, raggiava sui Lamberti e di cui ella sentiva

con tanto ardore l'obbligo della continuazione. Erano i sentimenti in

cui aveva maggiormente creduto, era lo scopo della vita, l'elevazione

della felicità — tutto! — e si frangeva, diventava polvere, diventava

fango; il nulla saliva dalle solitudini devastate della coscienza

a guisa di mostro invisibile di cui solo si udisse, fischiante nel

silenzio, l'orribile riso.

Ed era una fanciulla, una semplice ingenua fanciulla che si trovava

di fronte a questi crudeli problemi sui quali affaticarono tante

intelligenze di filosofi e di moralisti. Ella sentì tutta la sua

debolezza, tutta la sua meschinità. Si vide perduta in un paese nemico

senza appoggi e senza consigli. Sollevando gli occhi alle care pareti

dove aveva ricercato tante volte la traccia della serena esistenza de'

suoi avi, il velo delle lagrime le impediva di scorgere nulla. Quante

macchie sulle ghirlande, sui nastri azzurri, sugli specchi, perfino

negli angoli umili e tranquilli dove ella aveva portato da bambina

le sue bambole, dove pensava che altre bimbe buone e felici come lei

avevano pure giuocato, così, silenziosamente, accanto ai genitori

sorridenti, nella vecchia casa benedetta! Ogni oggetto era adesso

profanato; quale mai poteva salvarsi dal sospetto?

Un impeto di furore la prese. Si alzò e nel vano del caminetto dove

restava ancora qualche ceppo degli ultimi giorni dell'inverno accese

una fiamma e vi pose a distruggere la infame lettera provando un

momentaneo senso di sollievo. Così forse avrebbe fatto sua madre

dieci anni addietro se ne avesse avuto la forza. Questo intanto la

consolava; la certezza che la lettera non esisteva più e che tutto ciò

che era già morto prima di essa — amore, illusioni, colpa — tornava

a morire. Qualche cosa dell'orgoglio dei giustizieri sosteneva la sua

mano tremante intanto che colle molle andava raccattando i più piccoli

frammenti di carta mezzo bruciati per ricacciarli nel fuoco.

Ma Elvira? Questa era l'atroce realtà, la prova indistruttibile, l'onta

fatta carne ed ossa, la straniera, la ladra!

Il furore la riprese, sordo, intenso. Scorgendosi improvvisamente

nello specchio ebbe paura di sè stessa, tanto il suo volto alterato

conteneva di odio e di disperazione; e proprio in quel momento le

sovvenne di un giorno in cui, dentro al medesimo specchio, ella si era

guardata insieme al padre, sorridendo entrambi della grande somiglianza

che avevano. Ad una evocazione così precisa provò come una fitta

acutissima. Tutto il ricordo sorse luminoso, solenne; quella fronte

altera dove gli occhi profondamente dolci sembravano scavare un rifugio

per le anime; quei lineamenti puri, quella bocca cui l'eccesso della

sensibilità spostava continuamente le linee adducendovi volta a volta

l'amarezza e la pietà, lo sdegno dai solchi dolorosi e il sorriso

alato, spirituale che vi lasciava, anche quando non era presente,

il riflesso di un bagliore! A guisa di una molla che lungamente

schiacciata riprende il suo vigore, si distende e scatta alla fine

nella piena conquista della sua integrità, Anna riprendeva il possesso

di sè medesima.

“Io però sono sua figlia!„ disse, e si sentì calmata.

Fu veramente come se avesse cinto una corazza magica. Egli riviveva

in lei, parlavano in lei i sentimenti generosi di Gentile Lamberti,

il suo modo alto di giudicare. Poteva lei, sua figlia, e lì in quella

casa dove egli era stato così grande e puro non cercare almeno di

imitarlo? Il vuoto che le creava intorno il recente dolore non era un

mezzo per stringersi maggiormente a lui? Chi nel passato, nel presente,

nel futuro potrebbe oramai dividerli, poichè ella era, sola, la

continuatrice?

Molti anni erano passati.

Un acuto freddo decembrino teneva chiusi i doppi vetri del terrazzo

che sembrava dover esser per tal modo escluso dalla intimità della

famiglia; pure esso vi penetrava ancora misterioso e profondo

attraverso la limpidità del cristallo, torcendo nella notte i rami

brulli della glicine, alcuno dei quali profilavasi dietro la finestra

nell'attitudine curiosa di un amico che vorrebbe entrare e non osa.

Le due sorelle ricamavano al lume di una lucerna antica, dal

piedistallo di bronzo e dal paralume di seta verde tesa sopra un telaio

d'ebano. A intervalli Anna lasciava cadere l'ago e il suo pensiero

assente le faceva volgere gli occhi verso le penombre del terrazzo. Il

segreto ch'ella aveva scoperto non era uscito, per volgere di anni, dal

suo petto, anzi standosene in lei era giunto a fare una parte sola con

sè stessa rendendole sempre più difficili i rapporti colla sorella.

Quella istintiva antipatia del sangue che la sua sensibilità le

aveva avvertita prima ancora che il caso ponesse nelle sue mani i

documenti della nascita di Elvira, cresceva nello sviluppo dell'età e

degli istinti contrari, avvalorata dal fatto preciso. Ora ella sapeva

perchè vedendo la mano di Elvira appoggiata sui libri di suo padre

le scoppiasse dentro al cuore un movimento di rivolta; sapeva perchè

quella mano densa, forte, dalle attaccature grossolane, le sembrasse un

oltraggio alla memoria di quell'altra mano venerata di cui non poteva

rammentare il tocco leggero e scottante senza fremere dalla testa ai

piedi; e se quando Elvira diceva _nostro padre_ il sangue le saliva

alla fronte accendendole negli occhi un lampo d'odio, ella sentivasi

forte del suo diritto e del suo immenso amore.

Invano esaminando Elvira e sè stessa e il ritratto della madre cercava

ansiosamente un legame che all'infuori del sangue dei Lamberti le

svelasse la sorella. La donna che le aveva portate in grembo entrambe

nulla aveva concesso della sua personalità nè alla prima nè alla

seconda figlia; come sul pastello dove la luce dello sguardo mancava,

mancava al frutto delle sue viscere l'impronta della sua passione.

Erano dunque straniere di corpo e d'anima. La piccola calcolatrice

anima dello sconosciuto svolgevasi in Elvira sotto l'attraente

sviluppo di una florida e superficiale bellezza che Anna interrogava

con terrore, temendo di veder sorgere da essa con linee precise il

fantasma contro cui si dibatteva angosciosamente. Tutto nella psiche

della fanciulla rivelava la irritante mediocrità di colui che aveva

scritto la lettera funesta e il pensiero che Elvira era innocente la

lasciava senza dolcezza. Lei pure era innocente e soffriva e non poteva

dimenticare. Se in certi istanti credeva di esservi riuscita, un gesto

di Elvira, una espressione lontana e straniera la facevano sobbalzare,

dandole i morsi di una gelosia quasi selvaggia durante i quali la vista

le si intorbidava di strisce sanguigne.

Guardando fuori nella oscurità del terrazzo Anna, che aveva ancora

lasciato cadere l'ago, mormorò quasi suo malgrado:

— Come sono commoventi le tenebre! Mi pare che esse racchiudano i

misteri di tutto il mondo.

— Sì — ripetè Elvira — sono commoventi.

Ma l'accento parve falso ad Anna che non compì il suo pensiero ad alta

voce, provando sempre una grande ripugnanza ad aprirsi con chi non la

intendeva. Per lei le parole non avevano senso se non rispondevano ad

una intima vibrazione.

Il signor Pompeo che si era appisolato in una poltrona accanto al fuoco

sbarrò gli occhi improvvisamente e perchè non si sospettasse che aveva

dormito pronunciò con dignità:

— È quasi sempre nelle tenebre che si compiono i delitti.

Anna si alzò ed andò ad appoggiare la fronte contro i cristalli. Due o

tre stelline bucavano il nero del firmamento; del resto non si vedeva

nulla. Una volta le anime pietose come la sua avrebbero pensato ai

poveri pellegrini erranti in una notte come quella per le strade mal

sicure, lontani da ogni tetto ospitale. Ella invece aveva in mente

il lungo convoglio di una ferrovia e i grandi occhi infiammati della

locomotiva correnti nel buio.

Un rumore di usci dischiusi ed un passo nel corridoio la fece volgere

bruscamente, con un sorriso pronto a uscirle sulle labbra, tutto il

corpo slanciato in avanti.

— Chi può essere! — esclamò il signor Pompeo, avvezzo a riconoscere per

sè solo il diritto di venire alla sera in casa Lamberti.

Elvira sollevò il capo dal ricamo, preparando il volto all'amabilità

convenzionale che la faceva trovare da molti più gentile della sorella

e che era in un certo modo il suo abito di società.

Tutti e tre rimasero delusi per diverse ragioni, vedendo entrare un

vecchio signore che riconobbero subito per il pensionato loro vicino.

— Che bella sorpresa — disse Anna, aggiungendo un aggettivo pietoso al

sostantivo schietto.

Il vecchio pensionato spiegò come venisse in anticipazione ad augurare

le buone feste perchè i suoi reumi gli annunciavano poco di lieto per

la fine dell'anno.

— Fortunata combinazione di trovarci insieme — aggiunse il signor

Pompeo, cedendo al nuovo venuto il suo posto accanto al fuoco.

Egli aveva per agire così due moventi naturalissimi. Prima di tutto si

era già scaldato e poi non gli dispiaceva di assumere in presenza del

suo vicino l'attitudine vanitosa di amico della famiglia. Spinse la

cortesia fino a prendere dalle mani del vecchio l'alto cappello a tuba,

iniziando in pari tempo la conversazione.

— È la stagione questa delle visite, dei ritrovi, della pace e del

raccoglimento famigliare, in cui tra genitori e figli, tra amici e

amici si stringono maggiormente i vincoli d'affetto.

La sua voce d'organetto montato rimase senza eco; il vecchio non sembrò

occuparsi per qualche istante che della difficoltà di mettersi a posto.

Le due sorelle lo aiutarono ponendogli dei cuscini dietro le spalle

e solo quando si trovò ben disteso, colle mani sui ginocchi, davanti

al caminetto che ardeva, egli si guardò attorno malinconicamente

esclamando:

— Ecco che succede qui come nella vita; occorre tanto tempo per

preparare la nicchia e quando è preparata bisogna andarsene.

Elvira pensò: “Non avrà l'intenzione di chiederci da dormire?„ Anna,

davanti al volto sofferente del vecchio, sentì il bisogno di un'altra

parola pietosa, disse:

— Ma lei può fermarsi fin che crede.

Per molto tempo non dovè dimenticare lo sguardo che il vecchio le gettò

allora. Era un misto di amarezza, di sconforto e di paura insieme,

col fondo misterioso di un'idea fissa che dava alla sua pupilla la

immobilizzazione cristallina degli allucinati. Egli non veniva che

un paio di volte all'anno a far visita alle sue padrone di casa, ma

dall'ultima volta l'attitudine triste e sofferente che gli era abituale

aveva assunto un aspetto tragico che tolse momentaneamente la parola

anche agli altri.

Il signor Pompeo tuttavia non poteva rassegnarsi ad un silenzio che

lo avrebbe screditato presso sè stesso, inducendo il sospetto che a

lui, professore di belle lettere, fosse mai per mancare la replica a

qualsiasi argomento.

— Le idee pessimiste — sentenziò, rimettendo legna al fuoco — guastano

il naturale concetto dell'esistenza, la quale è in realtà molto

migliore della sua fama. Certo bisogna essere filosofi ed accettare le

cose come sono.

La vecchia casa · 第 3 / 9 段