non li eseguiva affatto, impiegando l'ora della traduzione latina a
tracciare disegni sopra i quaderni e l'ora di studiare i classici a
inseguire via per il cielo il corso delle nuvole nei loro svariati
aggruppamenti; ma Anna sapeva pure che egli leggeva molto fuori dei
libri di testo e quando infervorata a discorrere delle idee che il
padre suo aveva amate — sogni d'arte, entusiasmi di bellezza, ardori
di fede — vedeva gli occhi del fanciullo rifulgere giocondamente e
fissarsi nei suoi con una intensità di elianto che beve i raggi del
sole, Anna si sentiva presa da un rimpianto violento che le faceva
esclamare con malinconia: “Perchè non è mio fratello?„
Finchè suo padre era vissuto, la loro solitudine in due le era parsa la
più squisita estrinsecazione di una vita che aveva per meta l'ideale.
Collaboratrice intima di lui, regina e prigioniera nel loro piccolo
alveare, quell'occulto lavoro di preparazione che avrebbe diffuso nel
mondo tanto balsamo per le anime era tutto il suo orgoglio, tutta la
sua gioia. Altri distribuiscono il bene nella forma concreta di cibo al
corpo od all'intelletto; ella amava invece la distillazione primitiva
che non è ancora miele ma succo di fiore. Di un'anima, di un'anima
aveva bisogno!
Ed ecco che in quel rinnovamento della primavera, compiendo il suo
ventunesimo aprile, Anna aveva attirata la sorella sul terrazzo
tenendola stretta al fianco con sollecitudine materna, mentre dentro di
lei l'angoscioso desiderio la faceva tremare di tenerezza.
— È bella la glicine quest'anno — disse Elvira.
Anna assentì silenziosamente col capo, lisciandone i capelli,
osservando l'orecchio di Elvira dal lobulo grasso e pieno, caldamente
rosato nella luce mattinale.
Sedettero entrambe sulla balaustra del terrazzo, in un posto lasciato
libero dalla glicine e che Anna preferiva perchè da quel posto si
scorgeva l'orizzonte ampio terminato dal muro di un convento lontano,
quello stesso che portava dipinta sulla sua nudità monastica una
meridiana. Alcune parole stavano scritte intorno alla meridiana, parole
che per la grande lontananza non si potevano leggere, ma che Anna
sapeva e verso le quali i suoi sguardi correvano sempre quasi attirati
da un fascino.
— Ho molta lezione da studiare — disse ancora Elvira.
— Sì? Converrà allora guadagnar tempo.
— Oh! una buona metà la so già. Non sono come Flavio, io.
Una linea dura contrasse per un istante le labbra della fanciulla. Anna
chinò gli occhi.
— Il signor Pompeo dice che se continua di tal passo l'anno venturo non
potrà entrare in liceo.
— Poverino!
— Ieri sera ha avuta ancora la sua tirata d'orecchie.
Anna si coperse il volto colle mani.
— Se le merita però!
— Non so, non credo.... no, veramente, non credo. Flavio ha molta
intelligenza.
— Se avesse intelligenza studierebbe.
Queste parole suonarono così male là, sul terrazzo, dove volavano
ancora tra i rami rinnovellati della glicine le parole calde e pure di
Gentile Lamberti che Elvira stessa se ne accorse e volle correggerle:
— O se avesse un po' di cuore.
Anna trasalì. Come non si intendevano! In qual modo si colmerebbe
l'abisso? E la prese, come già altre volte, un terrore del vuoto che
stava fra loro due, che sembrava scavarsi sempre più profondo, pari
a un profondo burrone nelle cui viscere di sasso si ripercotesse il
cadere gelido di poche goccie d'acqua. Teneva ancora gli occhi bassi,
ma pur senza guardare la sorella sentiva svolgersi dalla sua forma
indistinta una segreta repulsione e vedeva, senza guardarlo, quel
lobulo dell'orecchio grasso e pieno che la turbava.
— Elvira — (pronunciò le sillabe a stento) — mia cara Elvira — (ora si
sentì un po' sollevata) — se comprimiamo questo germoglio di glicine,
così, sotto il pugno, e ve lo teniamo stretto lasciandogli mancare luce
ed aria finchè secco e morto ci cada di mano, potremo noi valutare
giustamente la sua forza e predire come si sarebbe sviluppato in
condizioni normali?
La fanciulla non rispose. Attenta, tutta l'energia del suo cervello
era volta alla comprensione del nuovo quesito e ciò che vi era in esso
di matematico e di positivo la persuase, ma le sfuggiva il sentimento
delle cose. Anna se ne avvide e con un moto lento, quasi di sfiducia,
sollevò gli occhi verso la meridiana lontanante nel verde, così fulgida
nel pieno meriggio del muro bianco che dovette subito ritorcere la
vista.
— Ah! come è difficile — pensò.
Era giorno di domenica. Le campane delle chiese più prossime suonavano
a distesa nell'aria mite e raggiante attraversata da ondate di profumo.
— Sarà bene l'ora della messa.
Così dicendo Elvira si tolse dalla balaustra, non senza osservare se
qualche po' di terriccio le fosse rimasto sull'abito.
— Che bambina giudiziosa! — esclamò il signor Pompeo apparendo sul
limitare del terrazzo colla tuba in una mano e i guanti e la mazza
nell'altra.
— Lei va a messa?
— Torno.
— Solo?
— Quello scioperato lo mandai subito di sopra a fare i suoi pensi.
Ne avrà per tutto il giorno. Il peggio è che in una zucca vuota non
ci si può far allignare nulla. Glie ne dico una? Oggi, proprio oggi,
nell'andare a messa col tempo che stringeva, che già era suonato
l'ultimo rintocco, e caso mai avesse dovuto pensare a qualcos'altro
non poteva logicamente pensare che ai suoi compiti, cerca di qua,
cerca di là, non lo trovo estatico ed impalato sopra una scala a mano
dimenticata dal portinaio ad esaminare il soffitto del portico? Ripeto:
il soffitto del portico. Certe cose non si crederebbero se non le si
vedessero. Io abito questa casa da dieci anni, ma sa Iddio se ho mai
sprecato un momento a guardare i soffitti. Care signorine, quando non
ce n'è.... — si toccò la fronte coll'indice crollando il capo. — Non è
come loro! Non è come loro!
Il signor Pompeo si raddrizzò, sbuffò, girando intorno due occhiacci
che pareva volessero valutare d'un tratto le lunghe tradizioni
intellettuali e morali dei Lamberti, godendole di riflesso come
pigionale e come amico.
— Vedrà!...
— Ho già veduto abbastanza, signora Anna. Quel disutilaccio ha
quattordici anni, capisce?
— Quattordici!
— Eh? sembrano molti anche a lei? Il doppio dell'età del giudizio; non
si direbbe eh? Io a quattordici anni avevo già fatta la prima liceo,
conoscevo due lingue vive e due lingue morte e trovandomi in grado
di dare delle ripetizioni bastavo a me stesso. È in tal modo che si
formano gli uomini.
Sopra queste parole si gonfiò, fece la rota. Anna doveva pur convenire
che vi era in esse un criterio comune non destituito di un certo peso,
ma sentiva ribollire nel suo interno, altre, ben altre ragioni a favore
del suo protetto. Come però Elvira la tirava per la gonna soggiunse in
fretta:
— Non tutti i frutti maturano ad un tempo. Per alcuni ci vuole molto
calore, molto!...
— E paglia — ghignò il signor Pompeo.
Elvira rise.
Gli apprezzamenti del vecchio presuntuoso e dappoco lasciavano Anna
indifferente, ma il riso della sorella la ferì nella sua intima
sensibilità. Per queste piccole punture inavvertite ella soffriva,
per una sola parola che ad altri sarebbe parsa insignificante, per una
espressione colta a volo e tosto dileguata che pure tracciava un solco
nella sua mente pensierosa.
Giù nella via, lungo le stradicciuole solitarie che conducevano al
tempio, ella fece sforzi sovrumani per essere lieta. Sulle creste
dei muri, sui davanzali delle finestre, nello scorcio dei giardini
intravisti per il vano delle porte aperte, aprile spargeva la tenerezza
ridente del verde novello ed ella se ne imbeveva non senza una punta
di malinconia così intima, così profonda, che niun varco trovava per
uscire nè dai suoi occhi nè dalle sue labbra. Erano i posti noti e
cari, le vecchie strade abbandonate, tante volte percorse insieme al
padre, dal quale aveva imparato il sottile diletto di unirsi all'anima
delle cose; ma ora l'anima propria gemeva, la sua anima rimasta
orfana e così lontana. Sì, questa era l'impressione che meglio d'ogni
altra le si delineava chiara dinanzi: sentirsi lontana. Il suo modo
di amare esclusivo e violento le interdiceva i facili conforti, le
comode sostituzioni. In chiesa, aprendo il suo libro di preghiere, fu
particolarmente attratta da queste parole di un gran santo: “Adiratevi
e non peccate„. Era dunque permessa, secondo i modi ed i casi, anche
l'ira? anche lo sdegno amaro, profondo, che solleva il cuore in certe
ore della vita e lo spinge alla rivolta come se volesse liberarsi ad un
tratto da catene secolari che lo opprimono?
Al suo fianco Elvira leggeva la messa, voltando i fogli con un
movimento compunto e grazioso della sua mano ferma; movimento che
ella compiva da cinque o sei anni, che avrebbe continuato a compiere
per cinquanta o per sessanta ancora, mentre Anna inquieta cercava
inutilmente la preghiera che rispondesse al suo intimo ardore. Era
stata qualche volta accusata di poca religione, eppure ella sentiva
slanci di adorazione e di pietà, di umiltà e di rispetto quali non
aveva visto mai ne' suoi accusatori. La fede, l'amore, il sapere,
tutto ciò che è diffuso per il mondo sotto il nome di bene, può venire
ristretto in date forme, in dati modi ed accontentare con tali forme
e tali modi tutti i cuori? Piuttosto che un pane offerto, che una
preghiera recitata, che un libro mandato a memoria, non è il bene
una fiamma imponderabile che irradia da certi esseri privilegiati e
riscalda, sole ideale, milioni di anime?
Un ricordo la assalì improvvisamente. L'augusta basilica sparve per
un istante da' suoi occhi e si ritrovò in una modesta chiesetta di
montagna, la chiesa di Courmayeur. Anche allora (da quando datava
il ricordo) era una chiara domenica soleggiata; i villeggianti di
Courmayeur stavano aggruppati dinanzi all'altare maggiore abbandonando
il resto della chiesa ai contadini, alle donne che erano accorse da
Prè Saint-Didier, da Entrave, dalla Saxe, dai vicini e dai lontani
casolari, un po' stanche, aspettando il pane benedetto che un'antica
consuetudine fa distribuire ai fedeli, porgendo l'orecchio umile e
calmo alle parole che un giovane prete diceva dal pulpito. Erano parole
così dolci che facevano pensare a un volo di colombe: parole calde di
un ardore contenuto, simili a nuvole d'incenso sospese, profumanti la
vôlta, acute e morbide insieme; ed uscivano, le parole, da una vibrante
anima di asceta, da una forma pallida, emaciata, a cui l'interno
calore dava riflessi di fiamma attraverso una lampada. La folla dei
contadini, il gruppo dei villeggianti, tutta quella massa variopinta
ed immobile accomunata nei banchi, addossata ai pilastri, prona
sui gradini dell'altare scompariva, ricchi e poveri insieme, quasi
atterrata dall'esile persona che a mala pena si scorgeva nella penombra
del pergamo. E la voce continuava dolce, soave, a volte singhiozzante,
a volte limpida, ma sempre frenata dalla violenza stessa dell'ardore.
Un gemito lungo che parve dover straziare il gracile petto in cui
si ripercoteva, scese, tremò sulle teste dei fedeli.... “_l'amour
paternel, ce dernier couchant du soleil des passions_„ aveva detto il
giovine prete con tale sentimento della propria rinuncia che Anna aveva
trasalito mormorando piano a suo padre: “Oggi abbiamo visto un'anima!„
Quella, quella era la verità. L'anima dell'uomo ispirato, l'anima
sensibile spaziante al di sopra dei fedeli che la maggior parte delle
volte non la intendono!
Rifece con maggior calma la via dalla chiesa a casa, essendo riuscita
ad involgersi completamente nella visione. Suo padre la accompagnava
ancora, suo padre era con lei. Questo trionfo dello spirito, sorretto,
quasi osannato dalla natura in festa sorridente del suo eterno sorriso
di fanciulla, le metteva nel cuore una gioia sopracuta.
— Vivo! Vivo! — esclamò Anna irrompendo nella camera di suo padre,
e buttandosi sulla poltrona che era stata la sua, abbracciando il
guanciale che serbava quasi intatta l'ombra della di lui fronte,
terminò il proprio pensiero singhiozzando:
— E tu pure, in me!
. . . . . . .
Il mobiluccio della nonna, il piccolo stipo dalle tinte chiare di lacca
e dai molteplici cassetti, aspettava l'opera di Anna, l'opera amorosa
e paziente di vuotarlo, perchè il tempo ne aveva intaccata la solidità
e conveniva mettervi riparo. Già il cassetto principale, tutto pieno
di modelli di ricamo e di disegni, con qualche fiore dimenticato,
con qualcuno di quei misteriosi pezzetti di nastro e di stoffa che
dànno tanto fascino e tanta eleganza ai ripostigli femminili caduti in
abbandono, quel cassetto era mezzo sfatto; ma molti altri attendevano
ed Anna vi gettò uno sguardo non ancora deciso. La dolcezza sognante
del pomeriggio festivo la riprese. Ella rinunciò a ordinare, per quel
giorno, lo stipo della nonna.
Il terrazzo invece, così lieto di verde, la attirava irresistibilmente.
Quando il sole lo ebbe lasciato libero vi tornò, sedendo come già aveva
fatto al mattino sul muricciuolo, nel folto delle glicini, prestando
la guancia con delizia alla carezza dei grappoli che la lambivano,
colle labbra tese verso un bacio ideale di cui smorzavasi il desiderio
nella freschezza dei fiori; e un'estasi la prese come di visioni che si
svolgessero intorno a lei senza toccarla. I suoi ventun anni compiuti
le davano una sensazione di maturità dolce, malinconica e morbida anche
e quasi velata, che le faceva riguardare con simpatia più intensa
le erbe novelle, i novelli fiori sbocciati su quel vecchio terrazzo
tanto caro. Mentre coll'occhio seguiva Elvira che girava intorno
coll'inaffiatoio ad abbeverare le pianticelle riarse, aveva pur essa la
sensazione di attendere nell'ombra la goccia di una rugiada celeste.
Non si mosse e non volse il capo quando Flavio, all'ora solita, venne e
dalla soglia augurò la buona sera. Per qualche tempo lo udì discorrere
con Elvira, ma senza ascoltare, tutta immersa nella solitudine che
circondava il terrazzo, che copriva i giardini e gli orti sottostanti
di una tinta indecisa dove le forme sparivano, come se all'improvviso
un mare misterioso ed immobile fosse sorto a dividere la casa felice
dalla rimanente città che solo appariva dietro le mura del chiostro con
una rada punteggiatura di lumi. Fu dopo, più tardi, che spostandosi per
rimuovere un ramo se lo vide ritto accanto. Allora gli sorrise nella
semioscurità, assaporando la dolcezza di proteggerlo e con una voce che
tradiva sotto il tono ilare una profonda nota di affetto gli disse:
— Come sta?
— Come sto? — rispose Flavio tutto conturbato da quel cambiamento di
pronome.
Ella mutò il sorriso in una franca risata, comprendendo.
— Sicuro. L'ho sempre trattato da fanciullo, ma seppi oggi che ha
quattordici anni e bisogna cambiare registro. È ormai un giovinotto.
— Oh! se non è che questo, non li ho ancora compiuti quattordici anni.
— Davvero?
— Davvero.
Pronunciò l'affermazione come se dipendesse da quella una grande
felicità.
— Ebbene — fece Anna solennemente — aspetterò fino a quel giorno. —
Poi carezzosa soggiunse: — Oggi continua ad essere il mio fanciullo
e approfittane per raccontarmi le tue disgrazie. Poverino, con questa
bella giornata hai dovuto star chiuso, che peccato! Quanto verde hai
perduto, quanti fiori, che cielo azzurro! Me ne rammaricai per te.
Flavio sentì tutta la tenerezza di quel dolore, di quel materno
interessamento e provò il bisogno di contraccambiarlo con una
confidenza. Disse:
— Io non sono stato sempre chiuso.... io fuggii.
— Sei fuggito? Senza che il signor Pompeo se ne accorgesse?
— Oh il signor Pompeo non è padrone di tutto! — esclamò il fanciullo
con una intonazione di fierezza affatto insolita in lui. — Sono fuggito
come e dove il signor Pompeo non può vedere. — E abbassando la voce
soggiunse: — Il cielo azzurro l'ho avuto, l'ho fatto io: ho fatto
l'erba ed anche i fiori, ed anche questa lucertolina, perchè non so
immaginare una giornata di primavera senza la lucertola che scappa
fuori dalla sua tana. Vede, vede come è contenta?
Flavio nella sua fanciullesca esplosione dimenticava che sul terrazzo
non ci si vedeva affatto. Anna, preso il foglietto che egli s'era
levato di tasca, si avvicinò al salotto dove Elvira, sotto la lucerna,
ripassava i suoi cómpiti.
— No, no.... — implorò Flavio che temeva i motteggi di Elvira.
Anna, entrando nel suo pensiero, si fermò allora presso la soglia
del salotto dove la luce era sufficiente e dove ella potè vedere il
disegno del suo piccolo amico. Le parve meraviglioso di naturalezza
e di vita. Consisteva in diversi schizzi fatti a memoria, ma con un
sentimento della natura così vibrante, così originale, che davano
veramente l'impressione della vita. Ella ne fu commossa al punto da non
sapere che cosa dire. Mentre ritornava al suo posticino nel folto delle
glicini, Flavio la seguì mormorando:
— Non è in collera, vero?...
— Caro, caro Flavio!...
Queste parole pronunciate da Anna con uno slancio grandioso giunsero
all'adolescente attraverso l'aria fresca e profumata a guisa di una
misteriosa carezza che lo guidasse verso il futuro. La sua giovine
anima compressa volò ebbra di riconoscenza alla pietà femminile che
tanto dolcemente gli sorrideva.
— Ne fai spesso di questi disegni?
— Sempre, quando posso.
— Forse anche quando dovresti studiare?
— Forse.
— E non ti sembra che sia male ciò?
— No, non mi sembra.
Anna non trovò alcuna obbiezione da opporre alla ingenua confidenza.
Per quanto ella ne vedesse il lato intaccabile sentiva che in fondo
Flavio aveva ragione e le venne il desiderio di penetrare più addentro
in quel piccolo pensiero chiuso.
— Se gli studi che fai non ti piacciono, perchè non lo dichiari
francamente? Nè il signor Pompeo, nè gli altri tuoi parenti vorranno
costringerti ad una carriera antipatica.
Un grande sbigottimento si manifestò subito sul fanciullo. La
timidezza, ceduta un istante nella comunione colla sua protettrice,
lo riprese. Anna che non poteva vederlo bene in volto se ne accorse
all'attitudine scoraggiata, al mesto silenzio che permetteva di udire
l'affanno della sua respirazione.
— È già deciso che io debba fare l'insegnante.
— Ma chi ha deciso?
— Tutti.
Parve ad Anna che sopra questa parola si accentuasse ancor più lo
scoraggiamento del suo amico, talchè fu spinta a prendergli la mano
nell'ombra.
— Nessuno — pronunciò con voce grave — nessuno, intendi, può disporre
della libertà di un altro; se c'è un dovere sacro per ognuno di noi
è appunto quello di servirci delle attitudini che abbiamo facendole
convergere allo scopo massimo dell'esistenza. Tu devi pensare a
questo. La tua vita, la tua coscienza ti appartengono: hai l'obbligo di
difenderle.
La mano di Flavio giaceva inerte in quella di Anna, abbandonate
entrambe sulla balaustra; ma avendo ella fatto un movimento per
ritirare la sua, avvertì una leggera, quasi supplichevole resistenza,
che la indusse a soggiungere con maggior tenerezza:
— Io ho tanta fede in te!
Ancora Flavio taceva. Anna, portandosi avanti col volto ansioso verso
il volto di lui, scorse con indicibile commozione i suoi occhi bagnati
di lagrime. Erano le ultime lagrime di un fanciullo od erano le prime
di un uomo? Il silenzio divenne religioso; solamente Anna, sciogliendo
delicatamente la mano, la sollevò a tergere gli occhi del suo amico.
L'oscurità li avvolgeva quasi completamente. In fondo al terrazzo,
nel vano del salotto illuminato, si disegnava la testa di Elvira
curva sopra i suoi cómpiti, ricevendo dall'immediato contrasto colle
tenebre esterne un carattere di vignetta ritagliata, inquietante e
stonato nella fusione misteriosa del terrazzo colle ombre della notte.
Anna prese un ramo di glicine carico di fiori e se ne fece schermo,
stendendolo sulla spalla di Flavio, comunicandogli per quella via una
specie di carezza lunga e profumata dove si sciolse tutta l'amarezza
dell'adolescente. Egli parlò prima a parole brevi e staccate, poi
infervorandosi, sorretto dalla inviolabilità delle tenebre e dalla mano
di Anna che sentiva palpitare all'estremità del ramo fiorito.
Narrò la sua infanzia malinconica, la privazione dei baci materni, le
sofferenze di una sensibilità acuta che l'ignoranza e l'apatia altrui
irritava fino allo spasimo. Tutto non disse, per pudore, per fierezza,
perchè non sale mai completamente all'espansione delle labbra la
radice profonda del dolore. Ma il suo affetto, ma il suo pensiero, ma
l'essenza intima e preziosa della sua spiritualità vaporò, si diffuse
nella dolce notte primaverile; fu ala, fu profumo, fu raggio. Come
nella chiesetta di Courmayeur, più ancora, Anna singhiozzò:
— Vedo un'anima!
L'intima armonia venne interrotta dallo scricchiolìo di una sedia.
Elvira aveva terminato i suoi cómpiti e moveva verso il terrazzo. Anna,
abbandonando bruscamente il ramo che sparse intorno una pioggia di
petali odorosi, soggiunse a bassa voce:
— Coraggio. Io ho tanta fede in te. L'aveva anche mio padre; non ti
abbandoneremo, sai? qualunque cosa avvenga.
La soave promessa salì alta verso le stelle. Anna, non paga, disse
ancora con un crescendo di ardore:
— Ma tu sii forte! Promettilo.
E Flavio promise, senza parole, con una muta dedizione di tutto sè
stesso.
Anna era sola in casa. C'era stato un temporale nella mattina e pioveva
ancora un poco lentamente, a fili sottilissimi, quantunque già il sole
sforzasse le nubi. Da ogni foglia della glicine pendeva una gocciola;
su ogni gocciola batteva un raggio di quel tenue sole e tutta una
gamma di gradazioni color lilla e verde danzavano sotto il pergolato
nelle faccette luccicanti dell'acqua. Anna vi gettava tratto tratto
uno sguardo irresistibile, mentre colle agili mani apriva e chiudeva
i cassetti dello stipo, impaziente di terminare. Ed aveva già quasi
terminato, quando una resistenza insolita la avvertì che qualche cosa
di estraneo doveva essersi introdotto nel doppio fondo; allora scosse
il mobiluccio con una certa violenza, il fondo si ruppe e balzò fuori
una lettera suggellata. Portava l'indirizzo alla signora Antonietta
Lamberti; era raccomandata; veniva da Tunisi.
Una grande commozione si impossessò di Anna; Antonietta Lamberti era
il nome di sua madre. Nella fervente ammirazione del padre suo ella
aveva forse soffocato il culto della memoria materna e la sorpresa e lo
sbigottimento della scoperta si mescevano a un senso penoso di rimorso.
Sua madre! una figura alta, evanescente; un volto scolorito, un sorriso
senza luce, un abito grigio con trine bianche; così la rivedeva, non
più di così. Invano cercava ne' suoi ricordi una parola speciale, un
gesto, uno sguardo che ve l'avesse scolpita. Era strano! In quella casa
popolata di memorie, dove la nonna riviveva ancora fresca e ridente
nel suo gaio temperamento di donna felice, dove l'uomo ammirabile che
le era stato padre aveva diffusa tanta parte della sua anima, lei, la
madre, era passata come un'ombra senza lasciare traccia.
Anna dovette appoggiarsi un istante ai bracciuoli della sedia; una
grande tristezza l'aveva invasa e come un presentimento di sciagura.
Tremava per tutte le fibre colla lettera in mano, guardandola. Rilesse
due o tre volte l'indirizzo e si assicurò che i suggelli non erano
stati toccati; sulla ceralacca rossa si intrecciavano confusamente
due iniziali. Il timbro postale recava come data di arrivo il giorno
antecedente alla morte di sua madre. Di chi era, ora, quella lettera?
Chi aveva il diritto di aprirla?
Un fascino misterioso usciva dalla busta che sembrava un sepolcro,
così breve, così fragile, eppure così terrorizzante nel muto pallore
della superficie che portava impresso il nome di una morta! Anna la
posò leggermente sullo stipo, obbedendo a un confuso sentimento di
rispetto e di timore; poi si alzò in piedi guardandosi attorno, quasi
chiedendo un consiglio alle vecchie pareti da cui pendevano i ritratti
della nonna, del padre e della madre anche. Si avvicinò a quest'ultimo.
Era un pastello di graziosa fattura, a due sole tinte. La posa della
testa, un po' china, non lasciava scorgere gli occhi e la mancanza
dello sguardo materno le fu in quell'istante così dolorosa che ne ebbe
uno schianto al cuore. Si accusò di non ricordare gli occhi di sua
madre. Fece sforzi crudeli per frangere il velo dei dieci anni che la
separavano da lei. Invano. Sempre la stessa figura alta, evanescente;
il volto scolorito, il sorriso senza luce, l'abito grigio colle trine
bianche. Null'altro....