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NEERA
La Vecchia Casa
MILANO
FRATELLI TREVES, EDITORI
=Secondo migliaio.=
PROPRIETÀ LETTERARIA.
_I diritti di riproduzione e di traduzione sono
riservati per tutti i paesi, compresi la Svezia,
la Norvegia e l'Olanda._
Milano, Tip. Treves — 1922.
Egregio signor Treves,
_Lei mi domanda una prefazione per la ristampa di _Vecchia casa_
sul genere di quella che feci per l'_Indomani_, ma una prefazione è
talvolta più difficile di un romanzo, sempre più delicata, e ad ogni
modo non è cosa che si possa improvvisare quando non vi sia una ragione
ben chiara per farlo._
_L'_Indomani_ aveva una sua storia, più o meno interessante secondo il
punto di vista, ma una storia infine, mentre _Vecchia casa_, simile in
questo ai popoli felici, non ne ha._
_Ora, priva di tale fondamento, che vuol mai ch'io ne scriva? Una
lode? Non sarei modesta. Un biasimo? Non sarei sincera; ed io tengo
moltissimo ad ornare la mia mediocrità se non altro di queste due
piccole virtù._
_Che se poi a Lei interessasse di sapere quale accoglienza ebbe
_Vecchia Casa_ al suo primo apparire in pubblico (nel 1899) fu male
ispirata a rivolgersi all'autore perchè gli autori in genere, nè
io pretendo di formare eccezione, hanno per amore delle loro opere
la stessa insaziabile brama della fiera Dantesca e se trovano venti
lettori ne vorrebbero ventimila._
_Purtroppo devo confessare che ventimila lettori _Vecchia Casa_ non li
ebbe ancora, ma non dispero che la presente edizione fregiata del suo
nome e posta sotto il suo alto patronato possa riuscire a ottenerli,
molto più che se la critica mise fuori per questo romanzo inaudite
espressioni di lusinga, il pubblico, il gran pubblico, non lo conobbe
e tranne qualche profonda anima fedele che ne assaporò in silenzio
l'intima essenza, esso passò inosservato così da potere oggi riuscire
pressochè nuovo._
_Per essere sincera fino all'ultimo devo dire che nel coro delle lodi
non mancò qualche nota stonata. Non può piacere a tutti un libro che
fu definito:_ “Una di quelle piccole anfore di Murano in cui
il vetro ha raggiunto la sottigliezza del velo più trasparente, anfora
di una fragilità leggiadrissima che allontana istintivamente la mano
dal toccarla, tessuto imponderabile nel quale anche le cose materiali
diventano diafane. Ricostruirlo in sintesi è guastarlo. Una sottile
malia si sprigiona da questi libri dello spirito che vi trasporta ai di
sopra della realtà, pur sentendo che la realtà vi conquide, una realtà
superiore ma non meno reale„. (Natura ed Arte, _15 Aprile 1900_).
_Questione di gusti come sempre. Chi preferisce le anfore di Murano e
chi i boccali di Montelupo. Lei da quell'intelligente editore che è ci
metta sopra il cartellino, così non vi saranno equivoci._
_Con ciò la riverisco distintamente._
Da Campodolcino, settembre 1910.
NEERA.
LA VECCHIA CASA
La nebbia che fino allora aveva tenuta la città prigioniera ne' suoi
veli sembrava cedere agli sforzi di un pallido sole di novembre. Milano
usciva nel trionfo di una opaca e tranquilla bellezza di contro al
cielo grigio, uniforme, dolcemente pastoso, sul quale le spire salienti
dai numerosi fumaioli segnavano alcune strisce appena più scure e i
tetti, i campanili, i frontoni delle chiese smussavano tutto ciò che vi
era di troppo acuto nei loro angoli, abbracciati, quasi cullati dalla
grande morbidezza dell'aria e del cielo.
Quel delizioso passaggio della stagione, quando il caldo è lontano e
il freddo non molesta ancora, dava rilievo alla generale intonazione di
compostezza e di calma. Una luce smorta coloriva dolcemente le cose. Se
nel centro della città l'andirivieni affrettato della folla e le mostre
appariscenti dei negozî rompevano la gamma monotona del grigio, nei
quartieri deserti, giù per i navigli, la sinfonia del colore neutro si
sbizzarriva sui lunghi muri degli orti e dei conventi, al di sopra dei
quali alcuni radi ciuffi di platano e di castagno rameggiavano flosci,
tinti di un giallo moribondo.
In una via fra le più antiche dell'antica città, saliva rasentando
il muro, con passo fra timido e pauroso, un fanciullo; ma forse non
tanto fanciullo come poteva sembrare a primo aspetto con quelle membra
gracili strette in abiti rattrappiti, col viso pallido e sofferente
delle giovani creature in cui la sensibilità sovrabbonda. Tra lui
e l'ambiente e il cielo non ancora completamente snebbiato correva
un intimo accordo di malinconia rassegnata, piuttosto sognante che
dolorosa, piuttosto organica che dipendente da circostanze esterne.
Saliva, il fanciullo, guardando da lontano innanzi a sè chi gli
stesse per venire incontro sul sentiero e voltava pure tratto tratto
rapidamente il capo per assicurarsi di chi lo seguiva alle spalle.
Vestiva un abito grigio troppo corto, un cappello a cencio sotto il
quale il viso piccolo e delicato scompariva tutto, e teneva sotto il
braccio pochi libri stretti fra due assicelle. Giunto a mezza via si
fermò un momento, con una mossa istintiva adombrata di timidità insieme
e di fierezza.
Il ginnasio, che egli aveva abbandonato fra una lezione e l'altra, gli
stava dietro a molta distanza e nessun professore si era trovato sulla
sua strada. Una visione terrorizzante gli gelò è vero per un istante il
sangue nelle vene, poichè aveva scorto, sotto un portone, la schiena
obliqua di un uomo magro e segaligno vestito di nero, ma un secondo
sguardo lo rassicurò, per cui riprese la strada ripetendo a sè stesso
con convincimento: “Non è lui!„
Dopo pochi passi, voltando l'angolo, si trovò dinanzi alla chiesa di
Sant'Ambrogio e tornò a fermarsi; non più sbigottito questa volta nè
tremante, ovvero tremante ancora, ma di commozione nuova che sembrava
stringergli il cuore dentro una morsa.
Il vecchio tempio era parato a lutto: una gran striscia nera ondulava
sulla porta dell'atrio e più lungi, al di là del cortile, altre
striscie nere orlate di frangia d'oro velavano a mezzo l'entrata
del tempio. Egli doveva saperlo, lo sapeva; tuttavia la realtà di
quel lutto apparsagli d'improvviso sembrò rinnovargli il dolore.
L'incredulità vaga che si impossessa della mente al primo annunzio di
morte di una persona cara mutavasi in certezza davanti alla materiale
prova, alla bandiera della morte sventolante sulla casa di Dio.
Un rispetto sacro rese ancora più pallide le guancie del fanciullo.
Avanzò a piccoli passi tenendo gli occhi fissi sul cartello che
fronteggiava l'entrata, smanioso eppur pauroso di leggere ciò che
vi stava scritto. I caratteri gli sembravano confusi; non voleva
incominciare dal principio; avrebbe desiderato conoscerli in un lampo
di intuizione, non essere obbligato a decifrarli parola per parola.
Gli pungevano le pupille, gli saltellavano davanti come piccole fiamme.
Finalmente si fregò gli occhi, e lesse:
A
GENTILE LAMBERTI
CHE FU ANIMA FIAMMA PENSIERO
CUI LA MATERIA NON GRAVÒ
MAI
LE FIGLIE IMPLORANO LIEVE LA TERRA
NELLA DIMORA ULTIMA
ASPETTANDO
XIII NOV. MDCC....
Ma l'impressione che ricevette fu meno dolorosa di quanto aveva temuto;
insieme ad una commozione profonda che gli fece salire un gruppo alla
gola sentì pure una specie di conforto grandioso, una elevazione del
cuore alla immortalità vaga e sognante. Le tre parole _anima fiamma
pensiero_ gli rendevano vivo e vero ciò che era stato Gentile Lamberti;
gli lasciavano intravedere la possibilità di sopravvivere a sè stessi
in un mondo invisibile dove le anime si sposano fuori d'ogni rito e
popolano la terra di tutto quanto palpita sovr'essa nella luce del
pensiero.
Abituato alla solitudine e ad una lunga disciplina di vita interna,
il fanciullo aveva la preparazione dovuta per ricevere l'impressione
augusta del grande mistero. L'uomo di cui si celebrava in quel giorno
il funerale era stato, nella sua scolorita esistenza di orfanello,
l'apparizione più luminosa. Avvicinandolo, egli aveva sempre supposto
che fosse differente da tutti gli altri uomini ed aveva provato il
segreto desiderio di essergli figlio o parente per un inesplicabile
bisogno di comunione colle idee e coi sentimenti da lui espressi.
Quante volte, per parte de' suoi superiori, anche de' suoi maestri, la
sensibilità del fanciullo era stata ferita, quasi offesa, quasi derisa,
e da Gentile Lamberti mai!
— Gentile Lamberti, — ripetè, affascinato da quel nome che non vestiva
più alcuna apparenza umana, che non corrispondeva più al timbro di
una voce, al lampo di uno sguardo, che non aveva più significato
al mondo, un nome che nessuno più portava — un nome morto — poche
sillabe accozzate insieme, un suono senza senso — nulla dunque! — No,
— disse ancora collo sforzo di una volontà latente che voleva reagire
a qualunque costo, — un uomo simile non muore. Non sapeva donde gli
venisse quella fede che gli dava tanto coraggio in mezzo allo schianto,
quella energia nuova uscente per la prima volta dal suo gracile petto,
nata quasi dal suo stesso dolore, ma la accolse largamente, la lasciò
cadere a guisa di rugiada nella sua anima e se ne imbevve fino alla
dolcezza.
Entrò allora nel tempio che era deserto. All'estremità della navata
maggiore, davanti al vecchio altare dove un bassorilievo dorato risalta
sullo sfondo di una tinta turchiniccia stridula e primitiva, era stato
rizzato il catafalco. Lo scaccino girava ancora torno torno accomodando
le pieghe del drappo nero; due banchi parati a lutto lo fiancheggiavano
da una parte e dall'altra; alti candelabri tenevano gli angoli. Il
fanciullo vedeva forse tutto ciò, ma non guardava, non capiva. — Il
funerale è per le quattro — disse lo scaccino rispondendo a una donna
che era apparsa dietro a un pilastro — e per quanto le parole fossero
pronunciate a bassa voce, il loro suono si diffuse sinistro e cupo
sotto la vôlta del tempio, sì che il fanciullo le udì e ne ebbe un
sussulto. Anche questo egli sapeva, ma sentirlo dire da un altro gli
parve brutale.
Sedette su un banco vicino al catafalco che si pose allora a guardare
con intensità, accarezzandone coll'occhio ogni minuto particolare
di colore e di forma, divagando di sensazione in sensazione, di idea
in idea, secondo una particolare attitudine della sua immaginazione
avvezza a prestare anima e vita a tutti gli oggetti che lo
circondavano.
Così risalendo senza accorgersene dal suo dolore al suo affetto ed alla
causa che li aveva generati entrambi, rivide sè stesso quando, pochi
anni prima, era venuto a Milano dalla lontana provincia, senza che
fosse stata versata una lagrima per la sua partenza, nè che una carezza
lo avesse accolto all'arrivo. Orfano, allevato per pietà da parenti
poco prossimi e troppo poveri per potergli essere di aiuto, affidato
da ultimo alla sorveglianza meschina di un altro parente sconosciuto
che lo tiranneggiava, i soli sorrisi, il solo conforto, le sole parole
alte e buone gli erano venute da Gentile Lamberti. Come avrebbe potuto
dimenticarlo? Rivedeva la casa ospitale dove soleva passare quasi
tutte le sue ore di libertà, tanto vicino alle sue aspirazioni quanto
sentivasene lontano nella casa dei parenti, ed era con tenerezza
somma, con una vera commozione che rammentava l'indulgenza illuminata
e paterna di Gentile Lamberti e le infinite volte che l'autorità
incontestata di lui gli aveva mitigati i castighi.
— Il funerale non è che per le quattro — susurrò lo scaccino passando
lo strofinaccio della polvere sul banco dove sedeva il fanciullo.
Questi si alzò, un po' rosso, come se fosse stato colto in fallo, e
prese a fare il giro degli altari lentamente. I dipinti lo attiravano
in particolar modo e quando scoperse nella navata a destra dell'altar
maggiore un piccolo Gesù che predicava ai dottori si fermò a lungo,
immobile, la mente piena di visioni.
Intanto l'orologio della chiesa suonò le ore.
Qualche persona entrava tratto tratto, dava un'occhiata ai preparativi,
scambiava poche parole a bassa voce col custode ed usciva. Il
fanciullo, per nulla impaziente, compì il giro degli altari e tornato
all'aperto nel cortile lo continuò sotto l'atrio, attratto dapprima
dai massicci sepolcri di pietra sul coperchio dei quali posava
esitando la mano — una piccola mano nervosa che tremava — fermato
poi dai frammenti di affresco che balzavano fuori sulle muraglie,
bizzarri e misteriosi nelle loro linee spezzate, nei loro colori di
ombre. Uno dei sepolcri, collocato a altezza d'uomo, mascherava tutto
il corpo di un santo lasciando scoperti i soli piedi, e quei piedi
mozzati lo impressionavano come se fossero stati vivi. Era strano
che gli sembrassero veramente piedi e non pitture di piedi; ma le sue
sensazioni erano sempre così, profonde e violente.
Una delicata testa femminile, sfumata più che dipinta, gli diede
all'occhio una grande dolcezza. Nell'attitudine e nel soave abbandono
dell'omero ella sembrava stringersi al seno un bambinello. Contemplò
a lungo questo dipinto, sentendosi rimestare in fondo all'anima un
tumulto di desiderî e di sogni confusi e ancora la memoria di Gentile
Lamberti venne a commuoverlo. Ricordava: era una sera non remota ed
egli gemeva sull'arida grammatica che l'inflessibilità del suo mentore
gli aveva resa completamente odiosa. Il signor Pompeo, rotando gli
occhi nel viso segaligno, gli prediceva tutti gli orrori ai quali
sarebbe andato incontro colla sua negligenza, soggiungendo che da uno
scolaro al quale mancavano nientemeno che intelletto, memoria e volontà
non c'era da aspettarsi niente di buono. — Io credo — aveva detto
allora Gentile Lamberti — che lei dimentichi la qualità generativa
d'ogni cosa bella. Questo fanciullo sente. — Oh! — aveva risposto il
signor Pompeo scandolezzato — quale professione gli insegnerò io mai a
base di sentire? — e dopo qualche istante di silenzio Gentile Lamberti
replicò: — Perchè non sarebbe egli poeta?
Questo brano di conversazione tornava ora nei ricordi del fanciullo che
rapito quasi egualmente da una visione di dolore e da una visione di
bellezza si chiedeva trepidante: Sarò io poeta?
Non era ambizioso; il miraggio della gloria e della fortuna non lo
tentava. Non era nemmeno uno spirito pratico, per cui facendosi la
domanda: sarò io poeta? più che cercare una soluzione al problema del
suo avvenire, ripeteva per intimo bisogno di dolcezza quelle parole
misteriose che aveva udito pronunciare dalla persona a lui tanto cara,
sembrandogli, se avesse potuto diventare poeta, di interpretarne il
desiderio. Disgraziatamente fra le due assicelle che tenevano serrati
i suoi quaderni di scuola si trovava un penso di letteratura ed egli
ricordò con una certa mortificazione come non potesse ritenere più di
cinquanta versi. Abbassò il capo contrito, non vinto però.
L'onda delle sensazioni continuava ad incalzarsi nella sua mente acerba
ma tenace. Sentiva che il mondo e la vita non sono solamente quello
che ognuno dice: che nell'ampio mondo fatto per tutti c'erano dei
piccoli mondi occulti e chiusi dove non si poteva penetrare in folla.
Colpito da quella rara e squisita sensazione che si intende col nome
di rispetto egli misurava sempre più il passo, contemplando i preziosi
ruderi che lo circondavano con una simpatia calda e rattenuta che
sembrava toglierli dai secolari riposi e infondere un palpito ad ogni
frammento di granito, ad ogni evanescente profilo. Egli non sapeva
nulla della storia di quel tempio e di quel cortile, nè che fossero
considerati come opera d'arte, nè che i forestieri accorressero a
visitarli. L'eroica figura del vescovo Ambrogio, che egli non aveva
ancora studiata nei suoi corsi ginnasiali, non gli suggeriva nulla
davanti a quel monumento della di lui grandezza: ignorava che orde
di popolo acclamante avessero invaso gli intercolonni quando gli
imperatori venivano a farsi cingere dall'arcivescovo la corona ferrea
e che la voce popolare riguardasse la porta maggiore del tempio come
la stessa da Ambrogio chiusa in faccia a Teodosio. Nulla sapeva di
quanto l'arida dottrina insegna; ma egli udiva la voce delle pietre,
egli vedeva trasudare dai marmi le lagrime di dolori passati rinnovati
sempre, egli sentiva palpitare silenziosamente l'anima delle cose
all'unissono coll'anima sua in una vibrante armonia di tristezza e di
luce. Egli amava nel mondo visibile l'invisibile mistero ed a quello
tendeva con inconscia sicurezza.
Già la nebbia che si era sollevata nelle ore meridiane ricominciava a
cadere lentamente. Il fanciullo argomentò che l'ora attesa non dovesse
essere lungi: infatti recatosi sul piazzale e guardando in su verso le
vie fuggenti a nord riconobbe in una massa bruna che si andava man mano
ingrossando le prime file del corteo funebre. Contemporaneamente alcuni
curiosi giunti alla spicciolata da diverse parti entrarono a prender
posto sotto l'atrio e lungo i colonnati.
Il fanciullo rimase sulla piazza portandosi verso l'angolo della
via che fronteggia il tempio e tenendovisi nascosto in modo che la
sola testa sporgesse in fuori a guardare il corteo che si avanzava,
dapprima incerto per la molta lontananza e per il velo di nebbia che
si stava svolgendo sulla città, poi distinto nel lugubre drappello
dei necrofori, nei rocchetti bianchi del clero sopra cui ondeggiava
la croce dai pallidi riflessi d'argento, finalmente il carro in un
nimbo di fiori. Ecco! Il fanciullo si aggrappò al muro, strisciandovi
sopra la faccia con uno spasimo improvviso. Gentile Lamberti gli
passava davanti morto. Morto! Sbarrò gli occhi, meravigliato di non
vederci più; sentì il muro bagnato sotto la sua guancia e si accorse di
piangere....
Quando tornò a vedere, il carro aveva svoltato verso la chiesa seguito
dai parenti, dagli amici, dalle rappresentanze cittadine. Molte persone
che avevano conosciuto anche per poco l'uomo insigne che non era più,
molti di coloro che senza averlo conosciuto personalmente onoravano
in lui la rara concordanza fra l'ingegno e il carattere venivano
in seguito e ad ogni svolto di via altri se ne aggiungevano; altri,
trovandosi sul passaggio della salma venerata, interrompevano la loro
corsa di affari o per curiosità o per simpatia o per poterne parlare in
casa e ripeterlo agli amici. L'interminabile sfilata si perdeva colle
carrozze del seguito in tutte le vie adiacenti.
Allora il fanciullo abbandonò il suo posto di osservazione e guizzando
inavvertito in mezzo alla folla ripassò il cortile, rientrò nella
chiesa stipata di gente dove gli fu impossibile avanzare, per cui
rifugiatosi in una cappella si addossò a un pilastro ed ivi stette
aspettando che fosse compiuta la cerimonia religiosa. Alzandosi però
sulla punta dei piedi e colla vista che aveva acutissima intento a
scrutare quella massa di teste denudate e raccolte vide la testa
medusina del signor Pompeo, in prima fila, rigidamente piantato
davanti alla luce di un finestrone perchè ognuno potesse sapere che
egli era là. Da quel punto la maggior preoccupazione dello scolaro
fu quella di schivare il temuto pedagogo che lo credeva a scuola,
e appena terminate le preghiere, quando la folla colle sue onde di
mare agitato si mosse riversandosi verso le porte del tempio, egli,
facendosi piccino, scivolando silenzioso, si confuse cogli ultimi,
cogli umili, indifferente alla inferiorità del posto che occupava, pago
di accompagnare l'uomo amato con tutto l'ardore, con tutto l'entusiasmo
del suo cuore giovane.
La nebbia intanto, la strana, fantastica nebbia del novembre milanese,
continuava a cadere molle e muta. Sulla piazza di Sant'Ambrogio, nel
lungo viale sotto gli alberi, ogni forma perdendo la precisione del
contorno si ingigantiva in una ciclopica visione di masse indecise
salienti a toccare il cielo: e talora sembravano palazzi inaccessibili,
soggiorno di genî e di fate; tal altra prendevano l'aspetto di
monti iperborei sorti improvvisamente a restringere i confini della
terra. In mezzo ad essi la linea del corteo funebre, svolgendosi con
ondulamenti di serpe, procedeva a guisa d'ombra nera tremolante nella
vasta ombra grigia immobile. Parve al fanciullo che Gentile Lamberti
movesse così verso il doloroso mistero accompagnato da fantasmi velati,
quasi sospinto da forze invisibili in quelle tenebre che si facevano
di istante in istante più fitte, verso la gran tenebra ignota. Le
ombre incalzavano le ombre, nel silenzio tragico delle vie che si
inabissavano paurosamente davanti allo sguardo, davanti al passo, come
se una voragine le inghiottisse.
Avvinto da un fascino che un vago inesprimibile terrore rendeva più
intenso, il fanciullo si stringeva al gruppo delle persone che lo
precedevano: solo un tratto che egli fosse rimasto indietro si sarebbe
smarrito irremissibilmente. Camminando con quel suo passo leggero e
timido fissava con ostinazione quasi magnetica le torcie accese che
rompevano l'oscurità con piccoli punti gialli intorno ai quali il
riflesso roseo della fiamma, venendo a contatto colla nebbia, tracciava
una zona delicatissima di color violetto morente in una gradazione
quasi inafferrabile di verde pallido, poi di grigio, poi di grigio più
intenso, che mescendosi alle irradiazioni delle torcie vicine spargeva
nella nebbia un chiarore madreperlaceo di un effetto misterioso. Tutti
i preparativi del funerale, la chiesa addobbata a lutto, il catafalco,
i fiori, la folla, ognuna delle cose stabilite e fisse, ognuna delle
materiate manifestazioni umane scomparve dalla sua memoria. Un mondo
ignoto sorgeva per lui da quelle tenebre stranamente iridate: mondo di
larve rompenti l'ostacolo con petti virili, singhiozzanti con femminei
seni: mondo di lagrime portate a vagare lungi dagli occhi che le
avevano spremute, lungi dalle mani che le avevano terse, erranti in
cerca di altri occhi a cui appendersi, di altre mani da irrorare: ed
egli le beveva, quelle lagrime, avidamente, nell'aria umida e densa che
gli palpitava sul viso un soffio gelido di morte.
A un tratto non vide più nulla; non la massa incerta delle persone
che lo precedevano, non i punti luminosi delle torcie, nemmeno la più
lontana rifrazione delle fiamme, nulla! La muraglia nera della notte
gli stava davanti terribilmente muta.
Ciò che aveva paventato accadeva. Il corteo funebre che si era andato
di continuo assottigliando si tolse ai suoi occhi, improvvisamente
divorato da un più fitto strato di nebbia. Egli si trovò solo, perduto
nelle tenebre.
Mosse alcuni passi nella stessa direzione, con una forza di volontà
disperata che gli faceva sbarrare gli occhi e tendere le palme in
attitudine di respingere un nemico; ma il nemico opponeva la sua molle
resistenza di fantasma imponderabile, lo serrava e lo soffocava nelle
sue braccia di velo, impassibile, penetrante, silenzioso. Non uno
spiraglio di luce si offriva a' suoi sguardi, non un suono colpiva il
suo orecchio ansioso. Nel breve cerchio della sua persona un crepuscolo
violaceo rinnovato di passo in passo, pari a una lanterna portata da
una mano invisibile, gli tracciava misteriosamente il cammino. Si fermò
cercando di indovinare in qual punto della città si trovasse. Invano.
Da una parte e dall'altra l'invincibile muraglia lo respingeva.
Così, abbattuto, avvilito, sbagliando ogni tratto, retrocesse sulle sue
proprie orme e quasi riprendendo il possesso della realtà man mano che
si avvicinava ai luoghi noti pensò al precettore che doveva attenderlo,
al castigo che lo aspettava, e una tristezza infantile sprigionandosi
dal suo gracile petto gli serrò la gola con un singulto.
Quando potè ritrovarsi nella sua contrada, davanti alla porta della
sua abitazione, esitò un istante; poi riunendo tutto il coraggio
entrò di corsa; salì l'ampio scalone signorile che arrestavasi al
primo piano e stava per slanciarsi sulla piccola e buia scala del
suo precettore, allorchè la voce fessa del signor Pompeo risuonò
altamente in uno scoppio di collera ed egli stesso apparve sulla
soglia dell'appartamento del primo piano che un domestico gli aveva
spalancata. Il fanciullo ebbe appena il tempo di gettarsi in un canto,
rannicchiandosi contro la parete; il signor Pompeo si fermò volgendosi
verso una persona che gli stava alle spalle:
— Quel ragazzo — disse con accento duro — ha bisogno di una lezione.
Una voce soavissima, una voce di donna angelicata benchè tremante fra
le lagrime, pregò con indicibile commozione:
— Non oggi! non oggi!
E temendo forse che la parola non bastasse, l'incognita aggiunse il
gesto supplice delle mani congiunte verso l'uomo che già aveva varcata
la soglia, seguendolo per ottenerne una promessa di clemenza. Fu allora
che ella scorse il fanciullo rattrappito e tremante nell'angolo della
scala.
— Flavio! Poverino, che fai qui?
Se lo attirò fra le braccia dolcemente materne e trovandolo intirizzito
ne strinse il volto contro il proprio petto con un movimento rapido e
lieve, ripetendo: — Poverino!
Flavio si sentì salvato.
Non molto ampia, modesta, coll'intonaco di un bigio caldo che le dava
un aspetto vivente quasi di persona, la casa che i Lamberti abitavano
da oltre mezzo secolo riuniva tutti i caratteri delle vecchie case,
signorili senza sfarzo, costruite con quel sentimento dell'interno
che faceva disprezzare ogni pompa, che teneva la porta non più alta
del necessario ma discretamente larga perchè la carrozza padronale
vi potesse entrare comodamente e che si accontentava di due piani
ampiamente soleggiati. Il primo proprietario — un cadetto di nobile
famiglia — vi aveva conferito, ad onta dei mezzi limitati, il suggello
di distinzione della sua razza e tale suggello si era conservato
inalterato attraverso le peripezie delle successioni.
La piccola casa nella via deserta, nel quartiere eccentrico, non
aveva destato le cupidigie dei nuovi arricchiti; nessuno aveva mai
pensato che si potesse trasformarla in un piramidale palazzo moderno
e così come si trovava, senza caloriferi, senza alcuna delle moderne
ricercatezze, nessuna signora elegante avrebbe voluto abitarvi.
Era passata per tal modo chetamente di eredità in eredità a gente
dignitosa ed oscura che non ne aveva alterato un solo aspetto,
lasciando che il grosso fico spadroneggiasse nell'angolo del cortile,
che l'erba crescesse fra il rado acciottolato, che una patina nera
incrostasse i riccioloni barocchi della scala d'onore e del terrazzo
sul quale tutte le piante possibili crescevano a primavera invadendo
muri, finestre, embrici, con una prepotenza secolare che era diventata
diritto. Le gronde ai tetti, foggiate in forma di draghi che vuotavano
a torrentelli nella strada le pioggie raccolte, erano scomparse
solamente in seguito al divieto formale del municipio, non senza
aver tentato qualche resistenza. Sembrava che tutta la casa, tutto
ciò che vi apparteneva, fosse tenuto insieme da un legame invisibile
ma tenace che non voleva cedere alla invasione dei tempi nuovi. I
proprietari stessi non erano riusciti ad appiccicarvi il loro nome; in
tutta la parrocchia di Sant'Ambrogio si diceva _la casa del marchese_
senz'altro. La casa del marchese da pochi anni appena era anche
conosciuta col nome di casa dei Lamberti, quantunque i Lamberti non
ne fossero proprietari, ma era questo un miracolo di Gentile Lamberti
che solo era apparso degno di sostituire il suo nome venerato ad uno
tradizionale che durava da secoli.
Già fin dall'esterno, in una rigonfiatura del muro che alterava la
linea della facciata insistendo in quel carattere di vitalità così
suggestivo e bizzarro, il disegno della casa si presentava con una
assoluta indipendenza di criteri. La porta, collocata non nel mezzo
della facciata ma da un lato di essa, era sorretta da pilastri
piatti di granito che si riunivano alla sommità abbracciando un
piccolo scudo dove assai confusamente si intravedevano le traccie
di uno stemma. Entrando sotto il breve portico, che una pusterla di
legno ingraticciata spartiva a metà, erano visibili ed assai bene
conservati i dipinti del soffitto a cassettoni dove il pittore aveva
anticipato le chiocciole e gli svolazzi che lo scultore doveva ripetere
nelle balaustre della scala, diffondendo l'impressione speciale di
morbidezza, di tepore, quasi di carezza e di abbraccio che è il più
grande fascino del barocco puro.
Al di là della pusterla qualunque richiamo al movimento cittadino
cessava. Si pensava involontariamente al numero infinito di conventi
che stavano addossati un tempo in quelle contrade, al mistero di
tante vite rinchiuse, scomparse per sempre, e guardando il piccolo
portico dalle snelle colonnine che girava per due lati del cortile,
la fuggevole visione delle suore oranti faceva passare un soffio
di misticismo sulla calda impressione lasciata dalla architettura
secentista. Ma era un misticismo dolce, sereno, che diventava quasi
gaio quando la bella stagione vestiva di verde tutte le pareti e dal
terrazzo la glicine, il caprifoglio, i gerani mandavano ondate di
profumi nel cortile.
I due muri non occupati dal portico, essendo molto bassi, lasciavano
scorgere una sfilata di orti, di piccoli giardini ingenui e primitivi
dove la zappa entrava di rado e che contribuivano a conservare
l'illusione della solitudine.
Costruita per una famiglia patrizia la casa aveva un solo appartamento
che meritasse veramente questa denominazione: ad esso metteva capo
l'ampia scala di stile barocco. Tuttavia alcune stanze del secondo
piano erano state adattate per uso del signor Pompeo e dalla parte
opposta, dove era la scaletta di servizio, gli ultimi proprietari
avevano pure trovato modo di collocare un vecchio pensionato con sua
sorella. Ma era tutto. Si trovava per tal guisa accresciuta l'intimità
della casa dove poche persone entravano — sempre le stesse — dove
da anni ed anni le finestre dei Lamberti si aprivano giocondamente
lasciando passare i canti e le risa delle fanciulle, dove il vecchio
pensionato, da un piccolo balcone, veniva a scaldare i suoi reumi al
sole mentre la sorella appendeva la gabbia del passero solitario; dove
il signor Pompeo, attraversando il portico, sbirciava tutte le mattine
il cielo facendo pronostici per la giornata; dove Flavio aveva passate
tante ore grigie sui propri cómpiti, tante ore azzurre nel salotto dei
Lamberti.
Ogni primavera, innanzi che il fico mettesse le fronde, il portinaio
saliva con una scala a mano a verificare lo stato dei rami; poi tendeva
dei fili di ferro affinchè la glicine che cadeva abbondantissima dal
terrazzo non andasse dispersa; egli la obbligava a vestire il muro
nel posto lasciato libero dal fico. Una ventina di vasi schierati in
bell'ordine e sempre in un dato modo dovevano completare l'assetto
estivo del cortile. Il buon uomo vi seminava invariabilmente del
basilico e delle violacciocche. Più tardi, quando il sollione di luglio
e di agosto sferzava le pianticelle, egli le raccoglieva durante le
ore calde sotto il portico, e il ripetersi metodico di tutte queste
occupazioni, lo scrupolo di conservare ogni cosa nello stato e nella
forma abituale, dava luogo a un ordine monastico in perfetta armonia
coll'ambiente. Siccome poi il portinaio era solo, nessuna ciancia di
donna, nessun vociare di bimbo rompevano l'alta quiete del cortile.
Era così che l'erba cresceva in mezzo ai sassi immacolata, che il
fico conservava i suoi frutti fino all'estrema maturanza, che i vasi
dei fiori non erano mai spostati di un millimetro, che la patina del
tempo si era distesa sui muri, sulle colonne, sui riccioloni della
scala e del terrazzo creando effetti impensati di chiaroscuro, mentre
dalla parete a tramontana, vestita al piede di una leggera muffa
verdastra, salivano le macchie del salnitro con ramificazioni bizzarre,
somiglianti ad antichi graffiti che i secoli avessero un po' corrosi.
Un largo sprazzo di cielo proteggeva questa perfetta solitudine. Oltre
gli orti, oltre i giardini, appena quando gli alberi erano privi di
foglie si poteva scorgere l'alto muro di un convento sul quale stava
dipinta una meridiana.
Il lutto che era piombato terribile e repentino sulla casa felice ne
palliava momentaneamente il giocondo aspetto. La persistenza della
nebbia faceva pensare ad un velo che la morte stessa, passando, vi
avesse distesa; cortile, portico, terrazzo, tutto affondava nel tenue
mistero. Ma nella camera dove Gentile Lamberti era morto il dolore si
era veramente rifugiato più muto, più profondo, non larva o simbolo, ma
persona viva.
In quella camera così piena ancora di lui, delle sue abitudini, delle
sue memorie, Anna, la maggiore figlia, veniva come ad un tempio —
sentendo del tempio la grandezza e la soavità insieme — consolandosi
in ciò che per molti è strazio insopportabile: la rievocazione. Ella
non comprendeva affatto i conforti che le andavano susurrando, per
la maggior parte appoggiati sull'azione del tempo che doveva guarire
la sua ferita, che gliela farebbero quasi dimenticare. Non voleva
dimenticare. Al contrario, se vi era pensiero dolce per lei in fondo
al suo dolore era appunto la sicurezza del ricordo perenne, di un
legame ininterrotto collo spirito di colui che ella sentiva ancora
vibrare intensamente dentro di sè. Suo padre non era stato solamente
l'autore de' suoi giorni, la persona che le tradizioni, l'abitudine,
l'interesse insegnano a obbedire e ad amare. Carne della sua carne e
sangue del suo sangue ella era sopratutto per una perfetta somiglianza
di anime la continuazione del di lui pensiero, l'essenza rinnovata di
quell'Io morale che una semplice accidentalità della materia non poteva
distruggere. Era la di lui coscienza, era il di lui amore, era ciò che
egli aveva voluto che fosse, ciò che doveva rimanere.
Nessuna debolezza si mesceva all'alto sentimento della perdita che
aveva fatta, ma piuttosto un ardore concentrato, come se dai più oscuri
segreti del suo essere germogliasse il seme del potente albero caduto.
Veniva tutti i giorni, dacchè era morto, a passare lunghe ore nella
camera di suo padre; le sembrava di vederlo e di parlargli ancora;
le sembrava — oh! ma in modo strano — di sentire il tocco leggero e
penetrante delle sue mani, quelle mani un po' magre, ma più che magre
tenui, le quali scottavano sempre nel palmo. E la sua voce udiva, la
sua voce che chiamava: Anna! Questo nome, breve e lucente come una lama
snudata, la faceva trasalire ancora nella memoria di lui con un fremito
di orgoglio.
Quante volte, seduti là, sul piccolo divano in mezzo alle due finestre,
egli aveva parlato della nobiltà della natura umana sollevando l'animo
della fanciulla alla comprensione dei sentimenti generosi, mostrandoli
non a guisa di eccezioni ma come la sola norma di una vita degna. Era,
del resto, il retaggio che i Lamberti si erano sempre trasmessi di
generazione in generazione con una fedeltà che aveva conferito loro
una specie di aristocrazia morale. Legati alla vita più calda e più
palpitante del loro paese, il nome dei Lamberti si incontrava dovunque,
sia nelle ansie tragiche della dominazione straniera preparatrice di
indimenticabili eroismi, sia nei periodi di calma, quando all'azione
violenta dei rivoltosi succedeva l'irradiamento sereno delle
contemplazioni intellettuali, uno di loro si trovava sempre collegato
alle imprese più simpatiche e più generose. L'aureola popolare (nel
significato alto della parola), quell'aureola che viene decretata da
migliaia di cuori commossi e riverenti, aveva raggiato troppo fulgida
sulla fronte di Gentile Lamberti perchè la sua dipartita non dovesse
lasciare un vuoto angoscioso nella figlia che di lui solo era vissuta
fino allora, ammiratrice entusiasta fino alla venerazione.
Desolata in mezzo alla gente, sola anche cogli amici che erano tanto
diversi da lei, sentendo ad ogni istante per la forza fatale dei
confronti l'immensità della sua disgrazia, Anna si ritemprava in
quella camera satura delle idee, dei sentimenti, degli appassionati
entusiasmi, delle delicate fantasie, delle ricerche amorose e profonde
che da vent'anni formavano il nucleo di quella che era stata una
esistenza in due.
Nella stessa camera si aggirava ancora la piccola figura elegante della
nonna spiritualizzata nel ricordo; e della di lei dimora erano rimasti
alcuni pastelli deliziosi appoggiati alla tappezzeria di un rosso cupo,
il piccolo divano fra le due finestre, uno stipo tutto a cassettini,
verniciato di chiaro, che sorrideva da un angolo come se avesse
conservato nelle sue rotondità lucenti e fiorite la serena filosofia
della vecchia signora.
Tanto era ininterrotta in quella famiglia la catena d'amore che gli
antenati rivivevano coi giovani nipoti, avendo trasmesso a loro i
gusti, le abitudini, certi atteggiamenti, certi motti. Tre generazioni
erano nate sotto quei soffitti a volta fasciati di una tenera zona
cilestrina, tra quelle pareti che gli usci interrompevano con una
larga volata di imposte dipinte a nastri azzurri, a ghirlande di fiori
sospese fra stipiti dorati, cui sovrastavano pitture a tempera di
soggetto ridente. Ogni posto, ogni cantuccio raccontava una storia.
Vecchi e bambini avevano pianto e avevano riso, avevano amato, gioito,
sofferto, pensato, sognato, nella casa tranquilla, nelle signorili
stanze ampie, illuminate, dove il riflesso dei giardini sottostanti
faceva salire una gradazione delicata di verde che smorzava l'eccesso
della luce. La felicità — una felicità alta e severa fatta di pensiero
— palpitava in ogni linea, in ogni profilo; era così profondamente
radicata nella casa benedetta che osava sprigionarsi anche dalla
gravezza del lutto. Anna non vedeva nè la giornata grigia, nè la camera
deserta, nè il posto vuoto. Nella sua anima ardente la vita era eterna.
Giaceva sulla scrivania di suo padre un libro aperto, lasciato aperto
da lui nelle ultime ore. Il libro era collocato un po' di traverso (si
ricordava benissimo), egli stesso lo aveva allontanato colla mano in un
momento di stanchezza, ma senza chiuderlo, come se sperasse di poterne
continuare in breve la lettura. Un segno rosso sul margine attrasse
particolarmente l'attenzione di Anna: suo padre doveva averlo tracciato
nella estrema attività del pensiero, poche ore prima di morire. Questa
certezza le fece chinare il capo ansiosamente sul volume. Lesse: “Io
non amo inzaccherarmi le vesti col fango delle vie. Io voglio in puri
abiti di festa attendere il giorno dell'avvenire„.
Due lagrime cocenti le bruciarono gli occhi, caddero, si posarono sulla
pagina segnata. Quelle erano le ultime parole meditate da suo padre!
Presa da una indicibile commozione, non udì la voce della piccola
sorella che la chiamava dal corridoio. Solamente al leggero rumore
dell'uscio che si apriva volse il capo.
— Flavio ha voluto venire....
I due fanciulli entrarono: Elvira davanti, poi Flavio, timido, cogli
occhi che chiedevano scusa.
— Ha voluto venire! — ripetè Elvira, dando un'occhiata sdegnosa alle
traccie che le scarpe di Flavio lasciavano sul tappeto.
— Hai fatto bene — disse Anna tentando di sorridere al fanciullo: ma
davanti a quella faccina mesta sentì che non era necessario fingere
e riprese, senza nascondere nulla del proprio affanno: — Dovevate
chiamarmi, vi avrei raggiunti di là.
— Se ti dico che è lui che ha voluto venire!...
Flavio girava il suo cappello fra le dita, incapace di parlare, vedendo
confusamente ogni cosa, con un gran nodo nella strozza, un po' ferito
dall'insistere che faceva Elvira sulla domanda ch'egli aveva appena
posata con grande timidezza.
— Che sciocco! — mormorò Elvira scappando nel corridoio.
Anna non udì precisamente le parole della sorella; guardò il fanciullo
e fu colpita dall'espressione disfatta del suo volto.
— Tu volevi vedere la _sua_ camera, nevvero?
Un lampo di riconoscenza per essere stato compreso brillò nello sguardo
del fanciullo. Ancora non disse nulla, ma fece qualche passo verso la
sua protettrice. Ella gli prese le mani, attirandolo, mormorando con
passione:
— Lo amavi dunque molto?
— Oh! — rispose il fanciullo.
Null'altro. Per un istante le loro mani rimasero avvinte. Si guardarono
profondamente, disperatamente, in fondo alle pupille. Avrebbero creduto
di udir battere i loro cuori!
— Flavio — disse Anna ad un tratto — tu sei ancora giovane, non puoi
comprendere chi fosse veramente colui che abbiamo perduto.
— Io lo so — rispose Flavio con molta semplicità.
Anna prese allora a considerare il pallido volto del suo amico, si
ricordò che era meno fanciullo di quanto potesse far credere il suo
aspetto; vide ad ogni modo nella piega dolorosa delle labbra le traccie
di una sensibilità superiore agli anni e la bontà colla quale lo aveva
sempre trattato assunse, in quel medesimo istante, un grado di simpatia
più elevata che glielo fece riguardare come fratello. Di tutte le
persone che avevano pianta la morte di Gentile Lamberti nessuna le era
parsa, come quel fanciullo, vicina a lei, al suo modo di amare e di
sentire.
Con uno slancio improvviso dove la passione dolorosa si vestì di una
ineffabile dolcezza ella disse:
— Guarda!
L'occhio suo guidò Flavio verso il libro aperto, mentre coll'indice
additava le parole segnate.
Il fanciullo lesse in silenzio. Anna che lo osservava vide le
sue labbra tremare e le sue guancie, che erano già pallide, farsi
trasparenti. Tutta presa d'ardore, Anna rilesse a voce quasi alta: “Io
non amo inzaccherarmi le vesti col fango delle vie. Io voglio in puri
abiti di festa attendere il giorno dell'avvenire„.
Senza rendersene esatto conto Flavio sentiva vagamente di ricevere
una particolare distinzione, quasi una prova di fiducia e di tenerezza
che da parte di quella donna superiore andava a risvegliare le corde
più riposte del suo orgoglio d'uomo. Il fanciullo timido, avvilito,
incompreso, il fanciullo di cui nessuno prendeva cura se non per
abusare della di lui debolezza, saliva allora il primo gradino
della dignità virile, e chi lo guidava, sorreggendolo, era un dolce
viso femmineo, era una voce a lui ben nota per altri soavi ricordi.
Solamente la sera prima Anna, in un momento di abbandono pietoso, se
lo era stretto contro il seno. Tornavagli in quel punto vivissima la
sensazione di tepore e di morbidezza risentita nella carezza fuggevole.
Standosene egli un po' curvo sul libro vedeva Anna, ritta, più alta di
lui, sorgere al suo fianco e disegnarsi contro la luce della finestra
in una linea elegante di stelo che l'abito di un rosso vivo sembrava
bagnare di sangue. Penetrato di un intimo calore, con una baldanza
insolita e nuova, disse:
— Anch'io voglio fare così.
— Perchè è così che si ama — completò Anna.
Rimasero entrambi ad ascoltare il suono delle loro voci, cadente grave
nella camera come se un voto solenne fosse stato pronunciato.
Fu Elvira che li trasse dal sogno. Ella, rientrando, arrestò gli occhi
sull'abito rosso di Anna a cui la luce immediata della finestra dava un
particolare risalto.
— Bisognerà bene ordinare gli abiti di lutto.
Pronunciò queste parole colla sua calma di bimba saggia, con quel
criterio pratico e positivo che le attirava sempre l'ammirazione del
signor Pompeo.
Anna frenò un moto istintivo di ripugnanza, lasciando cadere gli
sguardi sulle sue maniche.
— Gli piaceva tanto quest'abito!
Si volse a Flavio persuasa che egli la comprenderebbe.
— Mi pare, spogliandolo, di spogliare un ricordo suo, di allontanarlo
maggiormente dalla mia vita; mentre vorrei continuare in tutto e per
tutto, sempre, come se egli mi guardasse ancora. Perchè cambiare la
veste che egli amava, la veste consacrata dalle sue carezze?
Elvira soggiunse con un leggiero allarme:
— Il lutto lo portano tutti però. Che direbbe la gente?
— Oh — fece Anna rassegnata — lo metteremo anche noi, non dubitare.
Una malinconica amarezza trapelò dal suo accento. Flavio la fissava
cogli occhi sbarrati, non osando parlare, così pallido e immobile
che si vedevano palpitare le sue narici come l'ala di un uccello
prigioniero; mentre in lei cresceva la sensazione di tedio che le
veniva così spesso dalla presenza della sorella, che cercava di
combattere con tutte le forze, ma che rinasceva sorda, implacabile, da
sorgenti oscure e profonde che sfuggivano a qualsiasi ricerca.
Anche ora (Elvira erasi appoggiata alla scrivania tenendo la mano
distesa sul piano levigato, toccando il libro che Gentile Lamberti
aveva lasciato aperto in quel medesimo posto) Anna tremava quasi stesse
per assistere ad una profanazione. Quella mano ferma e già forte nel
suo incompleto sviluppo di bambina, quella mano che sapeva tracciare
pagine di una calligrafia perfetta, quella mano così diversa, così
straniera, là dove ella aveva veduto per l'ultima volta la mano diafana
e scottante di suo padre, le dava una stretta al cuore che nessun
ragionamento avrebbe saputo spiegare. Per vincersi e per dominare una
sensazione che ripugnava alla sua alta rettitudine si accostò alla
sorella passandole un braccio intorno al collo.
Non era suo dovere di amarla, ora più che mai, poichè erano rimaste
sole nel mondo? Ella aveva precisamente l'età di Elvira quando la
loro madre, sciogliendosi dalla vita, volgeva a lei in particolare la
preghiera di sostituirla presso la neonata. Ed ecco, dieci anni erano
già trascorsi senza che il vincolo ideale si stringesse. Ingannati
dalla gentilezza dei modi tutti dicevano: Come si amano le due sorelle!
Ma Anna sapeva bene che non era vero. Col braccio stretto intorno
al collo di Elvira ne andava ricercando i baci con ansia affannosa,
mormorando:
— Dobbiamo amarci, dobbiamo amarci.
E dal fondo delle sue viscere intanto l'occulto ribrezzo smentiva le
parole affettuose.
Dopo le giornate bigie del dicembre, dopo i freddi acuti di gennaio
e di febbraio, che tante ore raccolte avevano adunato nel salotto
ospitale, la primavera vinceva e già la giovinezza dell'aprile entrava
per la sfilata delle stanze aperte facendo sbocciare nell'illusione
di una nuova fioritura le ghirlande dipinte sugli usci fra l'oro e
l'azzurro tenero degli svolazzi accartocciati.
— Aspetto — aveva detto Flavio un giorno fermandosi estatico davanti a
un insolito effetto di luce — che questi fiori mettano dei boccioli.
— Non è vero? È questa l'impressione che fanno anche a me. Io mi
domando perchè le altre case non sono come questa e perchè invece di
questi grandi usci dipinti, così ridenti, hanno dei piccoli usci di
vetro freddi e repulsivi.
Era Anna che aveva risposto a Flavio. Era sempre lei che raccoglieva
le rare osservazioni del fanciullo, come già un tempo aveva fatto suo
padre. Ciò accadeva spontaneamente per un intimo accordo di sensazioni,
ma vi si abbandonava anche volentieri pensando di continuare un
lavoro di riabilitazione e di giustizia. Confidenze dirette non ne
aveva ricevute ancora, nessuno le aveva chiaramente palesato che cosa
fosse stata l'infanzia di Flavio, ma con sottile intuito ella l'aveva
letta, la leggeva tutti i giorni nel pallore malaticcio di lui, nella
piega dolorosa delle labbra, nell'occhio attonito che aveva talvolta
immobilità vitree di anima assente; e quando con femminile pietà
aveva fatta sua la tristezza di quell'adolescente senza famiglia, di
quell'adolescente che non aveva nemmeno conosciuto la tenerezza di una
madre, il suo sguardo ardente e cupo passava come una carezza sulla
povera testa dai capelli incolti, sul povero corpo mal vestito, mal
nutrito e le dure parole del signor Pompeo: “Scioperato, buono a nulla,
vagabondo„; ella traduceva nella luce del suo cuore, così: “Infelice,
infelice, infelice.„