CAPITOLO VIII.

_Stato della Persia dopo il ristabilimento della Monarchia per

opera di Artaserse._

Qualunque volta Tacito si compiace in quei belli episodj, nei quali

rapporta qualche domestico interesse dei Germani o dei Parti, il suo

oggetto principale è di sollevare l'attenzione del lettore da una scena

uniforme di vizj e di sciagure. Dal regno di Augusto al tempo di

Alessandro Severo, i nemici di Roma erano nel suo seno, i tiranni cioè

ed i soldati, e la prosperità della medesima aveva un interesse ben

debole e remoto in rivoluzioni, che accadessero al di là dell'Eufrate e

del Reno. Ma quando le milizie ebbero ridotto in una strana anarchia il

potere del Principe, le leggi del Senato, e la disciplina istessa del

campo, i Barbari del Settentrione e dell'Oriente, che fin allora avevano

fatte scorrerie su i confini, assalirono arditamente le province di un

Impero cadente. Le loro inquiete incursioni divennero irruzioni

formidabili, e dopo una lunga vicenda di scambievoli calamità, molte

tribù di quei vittoriosi invasori si stabilirono nelle province

dell'Imperio romano. Per avere una più chiara notizia di questi grandi

avvenimenti, procureremo di dar prima una idea del carattere, delle

forze, e dei disegni di quelle nazioni, che vendicarono il fato di

Annibale e di Mitridate.

Nei più antichi secoli del mondo, quando le selve che copriano l'Europa

servivano di ritiro a pochi vagabondi selvaggi, gli abitatori dell'Asia

erano già raccolti in città popolate, e ridotti sotto vasti Imperi, sedi

delle arti, del lusso, e del dispotismo. Gli Assiri regnarono

sull'Oriente[578], finchè lo scettro di Nino e di Semiramide cadde dalle

mani degl'infiacchiti loro successori. I Medi ed i Babilonesi si

divisero il loro Impero, poi furono essi stessi assorbiti nella

monarchia dei Persiani, le cui armi non poterono contenersi negli

angusti confini dell'Asia. Serse, il discendente di Ciro, seguitato,

come si dice, da due milioni d'uomini, invase la Grecia. Trentamila

soldati, comandati da Alessandro, figliuolo di Filippo, a cui i Greci

avean affidata la loro gloria e vendetta, bastarono per soggiogare la

Persia. I Principi della famiglia di Seleuco usurparono e perderono

l'Impero macedone dell'Oriente. Quasi nel tempo stesso che con un

vergognoso trattato cedevano ai Romani il paese, che giace di qua dal

monte Tauro, i Parti, oscura tribù d'origine scitica, li discacciarono

da tutte le province dell'Asia superiore. La formidabile potenza dei

Parti, che si stendeva dall'India alle frontiere della Siria, fu

distrutta a sua volta da Ardshir o Artaserse, fondatore di una nuova

dinastia, la quale sotto il nome di Sassanidi governò la Persia fino

all'invasione degli Arabi. Questa grande rivoluzione, di cui presto

sentirono i Romani la fatale influenza, seguì nel quarto anno di

Alessandro Severo, dugento ventisei anni dopo[579] l'Era Cristiana.

Artaserse avea servito con molta riputazione nelle armate di Artabano,

ultimo Re dei Parti, e si vede che l'ingratitudine regia (solita

ricompensa del merito sopreminente) lo rendette esule e ribelle. Oscura

era la costui nascita, e questa oscurità diede egualmente luogo alle

satire dei nemici, ed all'adulazione degli aderenti. Se porgiamo fede

alle accuse dei primi, Artaserse nasceva dall'adulterio della moglie di

un conciatore di pelli[580] con un soldato comune. Gli ultimi poi lo

rappresentano come discendente da un ramo degli antichi Re di Persia,

benchè il tempo e le disgrazie avessero a poco a poco ridotti i suoi

antenati all'umile condizione di cittadini privati[581]. Come erede per

discendenza della monarchia, sostenne i suoi diritti al trono, e prese

il nobile impegno di liberare i Persiani dall'oppressione, sotto la

quale gemevano per più di cinque secoli dopo la morte di Dario. I Parti

furon disfatti in tre grandi battaglie. Nell'ultima di queste perì il

loro Re Artabano, e con esso fu abbattuto per sempre lo spirito della

nazione[582]. L'autorità di Artaserse venne riconosciuta solennemente in

una grande adunanza tenuta a Balch nel Korasan. Due più giovani rampolli

della reale famiglia di Arsace furon confusi tra i Satrapi umiliati. Un

terzo, più ricordevole dell'antica grandezza che della presente

necessità, tentò di ritirarsi con un seguito numeroso di vassalli verso

il Re di Armenia, suo congiunto; ma questa piccola armata di disertori

fu sorpresa e distrutta dalla vigilanza del conquistatore[583], il quale

prese arditamente il doppio diadema, e il titolo di Re dei Re, goduto

dal suo predecessore. Ma questi pomposi titoli in vece di gratificare la

vanità del Persiano, servirono solamente a rammentargli il suo dovere, e

a destargli in seno l'ambizione di render alla religione e all'Impero di

Ciro tutto il suo primiero splendore.

I. Durante la lunga servitù della Persia sotto il giogo dei Macedoni e

dei Parti, le nazioni dell'Europa e dell'Asia avevano scambievolmente

adottate e corrotte le superstizioni l'una dell'altra. Gli Arsacidi

osservavano, è vero, il culto dei Magi; ma lo disonoravano macchiandolo

con vario mescuglio di straniera idolatria. La memoria di Zoroastro,

antico profeta e filosofo dei Persiani[584], era sempre venerata

nell'Oriente; ma il linguaggio antiquato e misterioso nel quale era

composto lo Zendavesta[585], apriva un campo di controversie a settanta

differenti Sette, che variamente spiegavano le dottrine fondamentali

della loro religione, ed erano tutte egualmente derise da una

moltitudine di infedeli, i quali rigettavano la divina missione ed i

miracoli del Profeta. Il pio Artaserse chiamò i Magi da tutte le parti

del suo Impero per sopprimere gl'idolatri, unire gli scismatici, e

confutare gl'increduli con l'infallibile decisione di un concilio

generale. Questi preti che sì lungamente avean gemuto nel disprezzo e

nell'oscurità, obbedirono al grato invito; ed in numero di quasi

ottantamila comparvero tutti nel giorno prefisso. Ma siccome le

discussioni di una assemblea così tumultuosa non avrebbero potuto essere

regolate dalla autorità della ragione o dirette dall'arte della

politica, il Sinodo persiano fu con successive operazioni ridotto a

quarantamila, a quattromila, a quattrocento, a quaranta, e finalmente a

sette magi i più rispettabili per la loro scienza e pietà. Erdavirabo,

uno di essi, prelato giovane, e tenuto per santo, ricevè dalle mani dei

suoi fratelli tre tazze di vino soporifero, e bevutolo, subito cadde in

un sonno lungo e profondo. Svegliato appena, raccontò al Re ed alla

credula moltitudine il suo viaggio al Cielo, e le sue intime conferenze

con la divinità. Ogni dubbio fu quietato con questa soprannaturale

testimonianza, e gli articoli della fede di Zoroastro vennero

determinati con eguale autorità e precisione[586]. Un breve quadro di

quel famoso sistema sarà utile non solo per conoscere il carattere dei

Persiani, ma ancora per ischiarire molte delle loro azioni le più

importanti in pace ed in guerra con l'Impero romano[587].

Il grande e fondamentale articolo del sistema era la celebre dottrina

dei due principj; ardito e irragionevole sforzo della filosofia

Orientale per conciliare l'esistenza del male fisico e morale, con gli

attributi di un benefico Creatore e Rettore dell'Universo. L'Ente primo

e originale, nel quale, o per il quale l'Universo esiste, è nominato

negli scritti di Zoroastro _Tempo senza limiti_; ma conviene confessare,

che questa sostanza infinita sembra piuttosto un'astrazione metafisica

della mente, che un oggetto reale dotato della cognizione di se stesso,

o ricolmo di perfezioni morali. Dalla cieca dunque o intelligente

operazione di questo Tempo Infinito, che ha una grande affinità con il

Caos dei Greci, furon ab eterno prodotti i due secondarj ed attivi

principj dell'universo, _Ormusd_, e _Ahriman_, avente ciascuno la

potenza creatrice, ma ciascuno disposto, per la sua invariabile natura,

ad esercitarla con mire diverse. Il principio del bene è eternamente

assorto nella luce; quello del male è eternamente sepolto nelle tenebre.

La saggia beneficenza di Ormusd formò l'uomo capace di virtù, e provvide

abbondantemente la sua bella abitazione di materiali per la felicità.

Dalla sua vigilante provvidenza si mantengono e il moto dei pianeti, e

l'ordine delle stagioni, e la mescolata temperanza degli elementi. Ma la

malizia di Ahriman ha da gran tempo rotto _l'uovo di Ormusd_; o in altri

termini, ha violata l'armonia delle sue opere. Da quella fatale rottura

in poi, le più minute particelle del bene e del male sono intimamente

frammischiate e agitate fra loro; tra le piante più salutifere

germogliano l'erbe più velenose; i diluvj, i terremoti, gl'incendj

indicano il conflitto della natura, e il piccol mondo dell'uomo è

perpetuamente perturbato dal vizio e dalle sciagure. Mentre il resto del

genere umano è tratto prigione nelle catene dal suo infernale nemico, il

fedel Persiano soltanto riserva la sua religiosa adorazione per il suo

amico e protettore Ormusd, e combatte sotto la sua bandiera di luce, con

la piena confidenza che nel giorno finale sarà a parte del suo glorioso

trionfo. In quel giorno decisivo, l'illuminata sapienza della bontà

renderà la potenza di Ormusd superiore alla furiosa malizia del suo

rivale. Ahriman ed i suoi seguaci, disarmati ed oppressi, piomberanno

nella nativa loro oscurità; e la virtù conserverà eternamente la pace e

l'armonia dell'Universo[588].

Gli stranieri e la maggior parte ancora de' suoi discepoli intendevano

confusamente la teologia di Zoroastro; ma gli osservatori anche meno

attenti ammiravano la filosofica semplicità del culto persiano. «Questa

nazione», dice Erodoto[589], rigetta l'uso de' templi, delle are, dei

simulacri, e deride la follia di quei popoli, i quali s'immaginano che

gli Dei derivino dalla natura umana o abbiano con essa qualche affinità.

Le cime delle più alte montagne sono i luoghi destinati a sacrifizj.

Gl'inni e le preci sono il culto principale. Il supremo Nume, che

riempie il vasto cerchio del cielo, è l'oggetto a cui s'indirizzano».

Nel tempo stesso però, da vero politeista li accusa di adorare la Terra,

l'Acqua, il Fuoco, i Venti, il Sole e la Luna. Ma i Persiani hanno in

ogni secolo smentita una tale accusa, spiegando la condotta equivoca,

che sembrava accreditarla. Gli elementi, e più specialmente il Fuoco, la

Luce ed il Sole, da essi chiamato Mithra, erano gli oggetti della loro

religiosa venerazione, perchè li consideravano come i simboli più puri,

le produzioni più nobili, e gli agenti più grandi della Potenza e Natura

Divina[590].

Ogni religione, per fare una impressione profonda e durevole nello

spirito umano, deve esercitare la nostra obbedienza, imponendo pratiche

di devozione, delle quali non possiamo assegnare ragione veruna; e deve

acquistare la nostra stima inculcando massime morali analoghe ai dettami

del nostro cuore. La religione di Zoroastro abbondava moltissimo delle

prime, e sufficientemente dell'altre. Il fedel Persiano, giunto alla

pubertà, era adornato di una misteriosa cintura, pegno della protezione

divina; e da quel momento in poi tutte le azioni della sua vita, anche

le più indifferenti o le più necessarie, erano santificate da

particolari preghiere, da giaculatorie o genuflessioni, l'omissione

delle quali in qualunque circostanza era un grave peccato, non inferiore

alla violazione dei doveri morali. I morali doveri però di giustizia, di

misericordia, di liberalità ec., erano ancor essi necessarj ai discepoli

di Zoroastro, i quali desideravano di fuggire dalla persecuzione di

Ahriman e vivere con Ormusd in una beata eternità, dove il grado di

felicità sarà esattamente proporzionato al grado di virtù e di

pietà[591].

Ma vi sono alcuni passi notevoli, nei quali Zoroastro, non più profeta,

ma legislatore, mostra per la pubblica e privata felicità un generoso

interesse, che raramente si trova nei meschini o visionarj sistemi della

superstizione. Il digiuno ed il celibato, ordinarj mezzi per acquistarsi

il favore divino, sono da lui con orror condannati, come un colpevol

rifiuto dei migliori doni della provvidenza. Il santo, nella religione

dei Magi, è obbligato a procreare figliuoli, a piantare alberi utili, a

distruggere gli animali nocivi, a condur l'acqua nei terreni aridi della

Persia, ed a lavorare per la propria salvezza, non omettendo alcuna

delle fatiche dell'agricoltura. Si può ricavare dallo Zendavesta una

massima saggia e benefica che compensa molte assurdità. «Quegli che

semina il terreno con attenzione e diligenza, acquista un capitale più

grande di merito religioso, che se ripetesse diecimila orazioni[592]».

Ogni anno di primavera si celebrava una festa destinata a rappresentare

la primitiva uguaglianza, e l'attuale connessione degli uomini. I

superbi Re di Persia, cambiando la vana lor pompa con una più sincera

grandezza, si frammischiavano liberamente con i più umili ed i più utili

insieme dei loro sudditi. In quel giorno gli agricoltori erano ammessi

senza distinzione alla tavola del Re e dei Satrapi. Il monarca riceveva

le loro suppliche, esaminava le loro querele, e conversava con essi con

la maggiore famigliarità. «Dalle vostre fatiche» soleva egli dire (e

dirlo con verità se non con sincerità), «noi riceviamo la nostra

sussistenza; voi dovete la vostra quiete alla vigilanza nostra; giacchè

adunque noi siamo scambievolmente necessarj l'uno all'altro, viviamo

insieme come fratelli in concordia ed amore[593]». Una tal festa in un

opulento e dispotico Impero dovea, per vero dire, degenerare in una

rappresentanza teatrale; ma era almeno una commedia ben degna della

presenza sovrana, e che potea talvolta imprimere nella mente di un

Principe giovane una lezione salutevole.

Se avesse Zoroastro in tutte le sue istituzioni sostenuto

invariabilmente questo sublime carattere, il suo nome ben si starebbe

accanto a quelli di Numa e di Confucio, ed il suo sistema meriterebbe

giustamente tutti gli applausi, che alcuni tra i nostri teologi, e tra i

filosofi ancora si sono compiaciuti di dargli. Ma in quella mista

composizione, dettata dalla ragione e dalla passione, dall'entusiasmo e

dai motivi personali, alcune verità utili e sublimi sono degradate da un

mescuglio della più vile e pericolosa superstizione. I Magi, o sia

l'ordine sacerdotale, erano numerosissimi, giacchè (come abbiam di sopra

osservato) ottantamila se ne adunarono in un concilio generale. Le loro

forze si accrebbero con la disciplina. Fu stabilita in tutte le province

della Persia una regolare gerarchia; e l'Arcimago dio risedeva a Balch,

era rispettato come il capo visibile della chiesa, ed il legittimo

successore di Zoroastro[594]. Era considerabile il patrimonio dei Magi.

Oltre al meno invidiabil possesso di un largo tratto delle terre più

fertili della Media[595], levavano una tassa generale su i beni e

sull'industria dei Persiani[596]. «Sebbene le vostre buone opere,» dice

l'interessato profeta, «superassero in numero le foglie degli alberi, le

gocciole della pioggia, le stelle del cielo, le arene del lido, saranno

tutte inutili per voi, se accettate non sono dal _Destor_ o sacerdote.

Per ottenere l'accettazione di questa guida alla salvezza, dovete

fedelmente pagargli le _decime_ di tutto ciò che possedete, dei vostri

beni, dei vostri terreni e del vostro denaro. Se il _Destor_ sarà

soddisfatto, l'anima vostra scamperà dai tormenti infernali; e vi

assicurerete gloria in questo mondo, e felicità nell'altro. Perchè i

_Destori_ sono maestri della religione; essi sanno tutto, e liberano

tutti gli uomini[597]».

Queste comode massime di venerazione e di fede implicita erano con gran

cura impresse come certissime nelle tenere menti della gioventù; giacchè

i Magi erano i direttori dell'educazione in Persia, e i figli medesimi

della famiglia reale erano affidati alle loro mani[598]. I Sacerdoti

persiani che aveano un talento speculativo, conservavano ed

investigavano i segreti dell'orientale filosofia; ed acquistavano o per

superiore dottrina o per superior arte la riputazione di essere molto

versati in alcune scienze occulte, che devono ai Magi il lor nome[599].

Quelli di più attiva disposizione si mescolavano col mondo nelle Corti e

nelle città; e si osserva che l'amministrazione di Artaserse era in gran

parte regolata dai consigli dell'ordine sacerdotale, alla cui dignità

avea quel Principe o per politica, o per divozione restituito l'antico

splendore[600].

Il primo consiglio dei Magi fu conveniente all'indole insociabile della

lor religione[601], all'uso degli antichi Re[602], ed anche all'esempio

del loro legislatore, che era caduto vittima di una guerra di religione,

suscitata dall'intollerante suo zelo[603]. Artaserse con un editto

proibì severamente l'esercizio di ogni altro culto, fuor quello di

Zoroastro. I tempj dei Parti, ed i simulacri dei loro divinizzati

monarchi, furono ignominiosamente abbattuti[604]. La spada di Aristotile

(tale era il nome dato dagli Orientali al politeismo ed alla filosofia

dei Greci) fu facilmente spezzata[605]; le fiamme della persecuzione

distrussero ben presto i più ostinati Ebrei e Cristiani[606], nè fu

perdonato agli eretici della propria nazione e religione. La maestà di

Ormusd, ch'era gelosa di un rivale, fu secondata dal dispotismo di

Artaserse, che non potea soffrire un ribelle; e gli scismatici di tutto

quel vasto impero furono in breve ridotti allo spregevole numero di

ottantamila[607]. Questo spirito di persecuzione copre di disonore la

religione di Zoroastro; ma siccome non produsse veruna turbolenza

civile, servì a fortificare la nuova monarchia, unendo tutti i diversi

abitatori della Persia col il legame dello zelo di religione.

II. Artaserse, con il suo valore e la sua condotta, avea tolto lo

scettro dell'Oriente all'antica reale famiglia dei Parti. Restava ancora

la più difficile impresa di stabilire per tutta la vasta estensione

della Persia un'amministrazione vigorosa ed uniforme. Gli Arsacidi, per

una debole compiacenza, avean accordate ai loro figli e ai fratelli le

principali province e le cariche le più importanti del Regno come beni

ereditarj. I _Vitassi_, ovvero i diciotto Satrapi più potenti, aveano il

privilegio di portare il titolo di Re; ed il vano orgoglio del Monarca

era ben lusingato dal dominio di puro nome sopra tanti Re suoi vassalli.

I Barbari stessi nelle loro montagne, e le greche città dell'Asia

superiore[608], dentro le loro mura, riconoscevano appena un superiore,

o gli ubbidivano raramente; e l'Impero dei Parti presentava sotto altro

nome una viva immagine del sistema feudale[609], che poi si stabilì

nella Europa. Ma l'attivo vincitore visitò in persona, alla testa di un

esercito numeroso e disciplinato, tutte le province della Persia. La

disfatta de' più audaci ribelli, e la riduzione delle piazze più

forti[610] diffusero il terrore delle sue armi, e aprirono la strada al

pacifico riconoscimento della sua autorità. Una resistenza ostinata era

fatale ai capi, ma i loro seguaci erano clementemente trattati[611]. Una

volontaria sommissione era ricompensata con ricchezze ed onori; ma il

prudente Artaserse non soffrendo che altri fuori di lui prendesse il

titolo di Re, abolì ogni intermedia potenza fra il trono ed il popolo.

Il suo regno, quasi uguale in estensione alla Persia moderna, era per

ogni parte circondato dal mare o da fiumi considerabili; dall'Eufrate,

dal Tigri, dall'Arasse, dall'Oxo e dall'Indo; dal mar Caspio e dal golfo

Persico. Nell'ultimo secolo quel paese si pretendeva che contenesse

cinquecento cinquantaquattro città, sessantamila villaggi, e quasi

quaranta milioni di sudditi[612]. Se paragoniamo il governo dei

Sassanidi con quello della famiglia di Sefi, e la politica influenza

della religione dei Magi con quella della maomettana, ne dedurremo con

molta probabilità, che il regno di Artaserse conteneva almeno un numero

eguale di città, di villaggi e di abitatori. Ma conviene confessare

altresì, che in ogni secolo la mancanza di porti di mare, e la scarsezza

di acqua dolce nelle province interne, hanno molto impedito il commercio

e l'agricoltura dei Persiani; e sembra che nel calcolo del loro numero,

essi abbiano usato uno de' più meschini, benchè comuni artifizi della

vanità nazionale.

Appena che l'ambizioso Artaserse ebbe trionfato della resistenza de'

suoi vassalli, cominciò a minacciare gli Stati vicini, che durante il

lungo letargo de' suoi predecessori avevano impunemente insultata la

Persia. Ottenne diverse facili vittorie contro i barbari Sciti e gli

effeminati Indiani; ma i Romani erano nemici, che per le offese passate

e per la potenza presente esigevano tutto lo sforzo delle sue armi. Alle

vittorie di Traiano erano succeduti quarant'anni di tranquillità, frutto

del valore e della moderazione di esso. Nell'intervallo che passò dal

principio del regno di Marco Aurelio al regno di Alessandro, vi fu due

volte la guerra tra i Parti ed i Romani; e benchè gli Arsacidi

impiegassero tutte le loro forze contro una parte delle milizie di Roma,

questa fu per lo più vittoriosa. Macrino, mosso dalla sua precaria

situazione e dalla sua pusillanimità, comprò la pace pel prezzo di quasi

quattro milioni di zecchini[613]; ma i Generali di Marco Aurelio,

l'imperatore Severo ed il suo figlio eressero molti trofei nella

Armenia, nella Mesopotamia, e nella Siria. Di tutte le loro imprese

(l'imperfetta relazione delle quali avrebbe intempestivamente interrotta

la serie più importante delle domestiche risoluzioni) noi riferiremo

soltanto le replicate calamità delle due grandi città Seleucia e

Ctesifonte.

[A. D. 165-198]

Seleucia, situata sulla riva occidentale del Tigri, quasi quarantacinque

miglia a settentrione dell'antica Babilonia, era la Capitale delle

conquiste fatte dai Macedoni nell'Asia superiore[614]. Molti secoli dopo

la rovina del loro Impero, Seleucia conservava i genuini caratteri di

una greca colonia, le belle arti, il valor militare, e l'amore della

libertà. Questa indipendente Repubblica era governata da un Senato di

trecento nobili; i cittadini erano in numero di seicentomila. Forti

erano le sue mura, e finchè tra i diversi ordini dello Stato regnò la

concordia, essi riguardarono con disprezzo la potenza dei Parti. Ma il

furore di una fazione fu diverse volte incitato ad implorare il

pericoloso aiuto del comune inimico, che stava quasi alle porte della

colonia[615]. I Monarchi parti, come i Sovrani mogol dell'Indostan,

facevano la vita pastorale degli Sciti loro antenati; ed il campo

imperiale era spesso attendato nella pianura di Ctesifonte, sulla riva

orientale del Tigri, a tre sole miglia di lontananza da Seleucia[616].

Gli innumerabili seguaci del lusso e del dispotismo concorrevano alla

Corte, ed il piccolo villaggio di Ctesifonte diventò insensibilmente una

gran città[617]. Sotto il regno di Marco Aurelio, i Generali romani

penetrarono sino a Ctesifonte e Seleucia. Furono essi ricevuti come

amici da quella greca colonia, ma attaccarono come nemici la sede dei

Parti; l'una e l'altra città ricevè il medesimo trattamento. Il

saccheggio e l'incendio di Seleucia, con la strage di trecentomila

abitanti, oscurarono la gloria del trionfo romano[618]. Seleucia,

già indebolita per la vicinanza di un rivale troppo potente

dovè succumbere senza riparo al colpo fatale; ma Ctesifonte, quasi dopo

trentatre anni, avea ricuperate forze bastanti per sostenere un ostinato

assedio contro l'Imperatore Severo. La città per altro fu presa

d'assalto; il Re che la difendeva in persona si diede precipitosamente

alla fuga; e centomila prigioni con un ricco bottino ricompensarono le

fatiche dei soldati romani[619]. Nonostante questi disastri Ctesifonte

succede a Babilonia ed a Seleucia, come una delle grandi Capitali

dell'Oriente. Nell'estate il Monarca persiano godeva a Ecbatana il

fresco vento dei monti della Media; e passava l'inverno nel più dolce

clima di Ctesifonte.

Da queste felici incursioni per altro non ricavarono i Romani alcun

reale o durevole vantaggio; nè tentarono di conservare quelle remote

conquiste, che un immenso deserto separava dalle province dell'Impero.

La riduzione del regno di Osroene fu una conquista meno gloriosa, è

vero, ma di più solido vantaggio. Quel piccolo Stato comprendeva la

parte settentrionale e più fertile della Mesopotamia, tra l'Eufrate ed

il Tigri, Edessa, sua capitale, era in distanza di quasi venti miglia di

là dall'Eufrate; ed il suo popolo, fino dal tempo di Alessandro, era un

mescuglio di Greci, di Arabi, di Siri, e di Armeni[620]. I deboli

Sovrani di Osroene posti fra i pericolosi confini dei due Imperi rivali,

erano per inclinazione parziali dei Parti; ma la potenza superiore di

Roma esigeva da loro un forzato omaggio, che viene tuttora attestato

dalle loro medaglie. Finita sotto Marco Aurelio la guerra dei Parti, fu

giudicato prudente cosa l'assicurarsi della lor dubbia fede con

mezzi più certi. Furono perciò costruiti in varie parti del loro paese

diversi Forti, ed una guarnigione romana fu posta nella fortissima

piazza di Nisibe. Nella confusione che accompagnò la morte di Commodo, i

Principi di Osroene procurarono di scuotere il giogo; ma l'austera

politica di Severo assicurò la loro dipendenza[621], e la perfidia di

Caracalla compì la facil conquista. Abgaro, ultimo Re di Edessa, fu

mandato a Roma in catene, il suo regno fu ridotto in provincia, e la

Capitale onorata col titolo di colonia. Così i Romani, quasi dieci anni

avanti la rovina dell'Impero dei Parti, acquistarono di là dall'Eufrate

un fermo e permanente stabilimento[622].

[A. D. 230]

La prudenza insieme e la sete di gloria avrebbero potuto giustificare la

guerra per parte di Artaserse, se le sue mire si fossero limitate alla

difesa, o all'acquisto di una vantaggiosa frontiera. Ma l'ambizioso

Persiano apertamente manifestò un disegno molto più vasto di

conquistare, e si credè di poter sostenere l'alte sue pretensioni con le

armi della ragione insieme e della forza. Ciro, egli diceva, avea il

primo soggiogata ed i successori avean posseduta per lungo tempo tutta

l'estensione dell'Asia fino alla Propontide ed al mare Egeo. Sotto il

loro Impero, le province della Caria e della Jonia erano state governate

dai Satrapi persiani, e tutto l'Egitto fino ai confini dell'Etiopia avea

riconosciuta la loro sovranità[623]. Una lunga usurpazione aveva

sospesi, ma non distrutti questi diritti; e non appena egli ebbe

ricevuto il diadema persiano, che la nascita ed il fortunato valore

messo gli aveano sopra la fronte, il principal dovere del suo posto lo

richiamò a ristabilire gli antichi limiti e l'antico splendore della

monarchia. Il gran Re pertanto (tale era il superbo stile delle sue

imbasciate all'Imperatore Alessandro) comandò ai Romani di ritirarsi

immediatamente dalle province dei loro antenati, e cedendo ai Persiani

l'Impero dell'Asia, contentarsi della tranquilla possessione

dell'Europa. Questo altiero comando fu fatto da quattrocento dei più

alti e più belli Persiani, i quali con i loro superbi cavalli, colle

armi lucenti, e col magnifico treno ostentavano l'orgoglio e la

grandezza del loro Signore[624]. Una tale imbasciata era piuttosto una

dichiarazione di guerra, che un principio di trattato. Alessandro Severo

ed Artaserse, radunando ambidue le forze militari dei loro Imperi,

risolverono di comandare in persona le loro armate in quella importante

contesa.

Se diamo fede a quella che sembrerebbe la più autentica di tutte le

memorie, che è a dire, un'orazione ancora esistente, inviata

dall'Imperatore medesimo al Senato, dobbiamo confessare che la vittoria

di Alessandro Severo non fu inferiore ad alcuna di quelle riportate una

volta sopra i Persiani dal figliuol di Filippo. L'armata del gran Re era

di centoventimila uomini a cavallo vestiti con l'intera armatura di

acciaio: di settecento elefanti, che portavano sul dorso torri piene di

arcieri, e di mille ottocento carri armati di falci. Un cotanto

formidabile esercito, simile al quale mai non si trova nella storia

degli Orientali, ed è appena stato immaginato nei loro romanzi[625], fu

sconfitto in una gran battaglia, nella quale il romano Alessandro si

mostrò intrepido soldato ed abilissimo generale. Il gran Re fu messo in

fuga dal di lui valore; e un immenso bottino e la conquista della

Mesopotamia furono gl'immediati frutti di una segnalata vittoria. Tali

sono le circostanze di così fastosa ed improbabile relazione, dettata,

come troppo chiaramente apparisce, dalla vanità del Monarca, adornata

dalla sfacciata adulazione dei cortigiani, e ricevuta senza

contraddizione dal lontano, ed ossequioso Senato[626]. Lungi dal credere

che le armi di Alessandro riportassero alcun memorabile vantaggio sopra

i Persiani, siamo indotti a dubitare che tutta questa luce di gloria

immaginaria fosse diretta a nascondere qualche vero disastro.

Sono confermati i nostri sospetti dall'autorità di uno storico

contemporaneo, il quale parla con rispetto delle virtù di Alessandro, e

con sincerità de' suoi difetti. Egli descrive il giudizioso disegno,

ch'era stato formato per la condotta di quella guerra. Tre eserciti

romani doveano invadere nel tempo stesso, e da tre diverse parti, la

Persia: ma le operazioni della campagna, benchè saggiamente concertate,

non vennero eseguite con abilità, o con buon successo. La prima di

queste armate appena si fu innoltrata nelle paludose pianure di

Babilonia, verso l'artificiale confluente dell'Eufrate e del Tigri[627],

fu circondata dal numero superiore dei nemici, e distrutta dalle loro

saette. L'alleanza di Cosroe re dell'Armenia[628], e il lungo tratto di

montuoso paese, nel quale poco agiva la cavalleria persiana, aprì un

libero ingresso nel cuore della Media alla seconda armata romana. Queste

valorose truppe devastarono le province adiacenti, e con diversi felici

combattimenti contro Artaserse diedero un debole colore alla vanità del

Monarca romano. Ma la ritirata di questo esercito vittorioso fu

imprudente, o almeno infelice. Ripassando i monti, un gran numero di

soldati perì per la difficoltà delle strade, e pel rigore del verno. Era

stato risoluto, che mentre questi due numerosi distaccamenti penetravano

negli opposti confini dell'Impero persiano, il grosso dell'esercito,

sotto il comando di Alessandro medesimo, sostenesse i loro assalti

facendo un'invasione nel centro del Regno. Ma l'inesperto giovane,

sedotto dai consigli della madre, e forse dai suoi timori, abbandonò

quei coraggiosi soldati, e il bel prospetto della vittoria; e dopo aver

consumato nella Mesopotamia un'estate in un ozio inglorioso, ricondusse

ad Antiochia un'armata diminuita dalle malattie, ed irritata dal cattivo

successo. La condotta di Artaserse era stata ben differente. Correndo

rapidamente dai monti della Media alle paludi dell'Eufrate, si era da

per tutto opposto in persona agl'invasori; e nell'una e nell'altra

fortuna aveva unito alla più saggia condotta a la più intrepida

risolutezza. Ma in diversi ostinati conflitti contro le legioni veterane

di Roma, il Monarca persiano avea perduto il fiore delle sue truppe. Le

sue vittorie medesime ne avevano indebolite le forze. In vano si

presentarono alla sua ambizione le favorevoli occasioni dell'assenza di

Alessandro, e della confusione, che succedè alla morte di

quell'Imperatore. In vece di scacciare i Romani (com'ei pretendeva) dal

continente dell'Asia, non gli fu possibile di togliere dalle loro mani

la piccola provincia della Mesopotamia[629].

[A. D. 240]

Il Regno di Artaserse, che durò solamente 14 anni dopo l'ultima disfatta

dei Parti, è un'epoca memorabile nella Storia orientale, e ancora nella

romana. Sembra che il carattere di lui abbia avuto quell'espressione

ardita ed imperiosa, che distingue generalmente i conquistatori degli

eredi di un Impero. Fino all'ultimo periodo della Monarchia persiana, il

codice delle sue leggi fu rispettato come la base del loro reggimento

civile e religioso[630]. Molte delle sue sentenze si sono conservate.

Una di queste particolarmente mostra una profonda cognizione della

costituzione del Governo. «L'autorità del Principe» (diceva Artaserse)

«deve essere difesa dalla forza militare; questa forza non può

mantenersi che colle tasse; tutte le tasse devono, in ultimo, cadere

sull'agricoltura; e l'agricoltura non può mai fiorire se non è protetta

dalla giustizia e dalla moderazione[631].» Artaserse lasciò a Sapore,

figlio degno di un sì gran padre, il suo nuovo Impero ed i suoi

ambiziosi disegni contro i Romani; ma questi disegni erano troppo vasti

per le forze della Persia, e servirono soltanto ad involgere ambedue le

nazioni in una lunga serie di sanguinose guerre, e di scambievoli

calamità.

I Persiani già da gran tempo dirozzati e corrotti, erano già lungi dal

possedere quella marziale indipendenza, e quell'intrepido ardire di

animo e di corpo, che hanno renduto i Barbari del settentrione padroni

del Mondo. La scienza della guerra ch'era la più ragionata forza della

Grecia e di Roma, come presentemente è dell'Europa, non fece mai

progressi considerabili nell'Oriente. Quelle disciplinate evoluzioni che

fanno agir di concerto ed animano una confusa moltitudine, erano

sconosciute ai Persiani. Ignoravano parimente l'arte di costruire,

assediare, e difendere le regolari fortificazioni. Si fidavano più nel

numero che nel coraggio, e più nel coraggio che nella disciplina.

L'infanteria era una truppa di contadini, codardi ed armati a metà,

reclutati in fretta, ed adescati dalla speranza delle prede, e che

egualmente si disperdevano per una vittoria o per una disfatta. Il

Monarca ed i nobili portavano al campo la vanità ed il lusso del

serraglio. Le militari operazioni erano impedite da un treno inutile di

donne, di eunuchi, di cavalli e di cammelli; ed in mezzo ai successi di

una fortunata campagna l'esercito persiano era spesso disperso, o

distrutto da una fame improvvisa[632].

Ma i nobili Persiani, nel seno del lusso e del dispotismo, conservavano

un forte sentimento di personale bravura, e d'onor nazionale. Dall'età

di sette anni erano avvezzati a dir sempre la verità, a maneggiare

l'arco, ed a cavalcare; e per confessione universale aveano in queste

due ultime arti fatto progressi incredibili[633]. La gioventù più

illustre veniva educata sotto l'occhio del Monarca. Faceva gli esercizj

dinanzi alla porta del palazzo di lui, ed era severamente avvezzata alla

temperanza, ed all'obbedienza nelle lunghe e faticose cacce. In ogni

provincia, il Satrapo manteneva una simile scuola di virtù militare. I

nobili persiani (tanto naturale è l'idea dei beni feudali) ricevevano

dalla generosità del Re case e terreni, coll'obbligo di prestargli

servizio in guerra. Alla prima chiamata montavano prontamente a cavallo,

e con un guerriero e magnifico treno si univano ai numerosi corpi di

guardie, ch'erano diligentemente scelte tra gli schiavi più robusti, e

tra i più coraggiosi venturieri dell'Asia. Questi eserciti di

cavalleria, e grave e leggiera, formidabile per l'impeto del primo

assalto non meno che per la rapidità delle sue evoluzioni, minacciavano

una vicina tempesta alle province orientali del decadente Impero

romano[634].

Storia della decadenza e rovina dell'impero romano, volume 01 · 第 36 / 45 题