_Crudeltà, pazzie ed uccisioni di Commodo. Elezione di
Pertinace. Suoi tentativi per riformare lo Stato. È trucidato
dai Pretoriani._
Una dolcezza naturale, che la rigida disciplina degli stoici non avea
potuto distruggere, era la qualità più amabile, ad un tempo, e l'unico
difetto pel carattere di Marco Aurelio. Il suo eccellente discernimento
fu spesso ingannato dalla non diffidente bontà del suo cuore. Era egli
circondato da uomini artificiosi, i quali, abili a studiar le passioni
dei Principi e a nasconder le proprie, se gli accostavano coperti da un
finto velo di filosofica santità, e si procacciavano ricchezze ed onori,
coll'affettare di disprezzarli[277]. La sua eccessiva indulgenza verso
il fratello, la consorte ed il figlio, passò i limiti di una virtù
privata, e divenne una pubblica offesa per l'esempio e le conseguenze
funeste che i loro vizj produssero.
Faustina, figlia di Antonino Pio e moglie di Marco Aurelio, non è meno
famosa per le sue disonestà che per la sua bellezza. La grave semplicità
di quel Principe filosofo non era capace di fermare la licenziosa
incostanza di lei, o di fissare quella sfrenata passione di varietà, che
le faceva spesso trovare un merito personale nel più vile degli
uomini[278]. Il Cupido degli antichi era, generalmente, una divinità
molto sensuale; e gli amori di una Imperatrice, costringendola a fare
essa prima le più aperte dichiarazioni, rade volte sono suscettivi di
una gran delicatezza di affetti. Marco Aurelio pareva o insensibile ai
disordini di Faustina, o il solo in tutto l'Impero che gl'ignorasse.
Questi, atteso il falso pregiudizio di tutti i secoli, gettarono qualche
disonore sopra l'offeso consorte. Egli promosse molti degli amanti di
lei a cariche onorevoli e lucrose[279], e per trent'anni continui le
diede prove invariabili della più tenera confidenza e di un rispetto che
non terminò se non con la di lei vita. Nelle sue Meditazioni Marco
Aurelio ringrazia gli Dei, per avergli concessa una moglie così fedele,
così amabile, e di una semplicità di costumi tanto maravigliosa[280]. Il
Senato ossequioso la dichiarò Dea, alle sue premurose richieste. Era
ella rappresentata, ne' tempj a lei dedicati, con gli attributi di
Giunone, di Venere e di Cerere, e fu decretato, che la gioventù dell'uno
e dell'altro sesso andasse nel giorno nuziale a porger voti dinanzi
all'altare della casta lor Protettrice[281].
I vizj mostruosi del figlio hanno adombrato lo splendore delle virtù del
padre. Si è rimproverato a Marco Aurelio di avere scelto un successore
piuttosto nella sua famiglia che nella Repubblica, e sacrificata la
felicità di milioni d'uomini alla sua eccessiva tenerezza per un indegno
ragazzo. L'attento padre, per altro, e i dotti e virtuosi uomini, dei
quali cercò l'assistenza, niente trascurarono per estendere il limitato
intelletto del giovane Commodo, per correggerne i vizj nascenti, e per
renderlo degno del trono a lui destinato. Ma la forza dell'educazione
raramente è molto efficace, eccetto in quelli nati con felici
disposizioni, ed ai quali è quasi superflua. I frivoli discorsi di un
indegno Favorito facevano in un momento scordare a Commodo le noiose
lezioni dei gravi filosofi; e Marco Aurelio perdè il frutto di tante
cure, ammettendo il suo figlio in età di quattordici o quindici anni ad
una piena partecipazione della dignità imperiale. Egli morì quattr'anni
dopo, ma visse assai per pentirsi di un passo imprudente, che liberò un
giovane così impetuoso dal giogo della ragione e dell'autorità.
Molti fra i delitti, i quali disturbano la pace interna della società,
derivano dal freno che le necessarie ma ineguali leggi di proprietà
hanno posto ai desiderj degli uomini, ristringendo in pochi il possesso
di quelle cose che molti desiderano. Di tutte le nostre passioni quella
di dominare è la più imperiosa e meno sociabile, giacchè l'orgoglio di
un solo esige la sommissione di tutti. Nel tumulto delle discordie
civili le leggi della società perdono il vigore, e raramente quelle
dell'umanità occupano il loro posto. L'animosità di partito, l'orgoglio
di una vittoria, la disperazion del successo, la memoria delle ricevute
offese, il timore di nuovi pericoli, tutto insomma contribuisce ad
infiammar la mente, e ad affogar le voci della pietà. Per questi soli
motivi quasi ogni pagina della storia è stata imbrattata di sangue
civile; ma simili motivi non giustificano le crudeltà non provocate di
Commodo, il quale godendo di tutto, niente aveva a desiderare. L'amato
figlio di Marco successe al suo padre in mezzo le acclamazioni del
Senato e degli eserciti[282]. E quando ascese al trono questo giovane
fortunato, non trovò nè rivali da combattere, nè nemici da punire. In
quella tranquilla ed eccelsa fortuna dovea egli naturalmente preferire
l'amore degli uomini alla loro detestazione, e le dolci glorie dei suoi
cinque predecessori all'ignominiosa sorte di Nerone e di Domiziano.
E veramente Commodo non era, come lo rappresentano, una tigre nata con
sete inestinguibile di sangue umano, e capace, sin dall'infanzia, delle
più disumane azioni[283]. Nato più debole che malvagio, divenne, per una
semplicità ed una timidezza naturale, schiavo dei suoi cortigiani, i
quali a poco a poco ne corrupper lo spirito. La sua crudeltà, che da
prima fu l'effetto delle altrui suggestioni, degenerò in abito e divenne
finalmente la passione che l'animo gli dominava[284].
Commodo, alla morte del padre, si trovò imbarazzato nel comando di una
grande armata, e nella condotta di una guerra difficile contro i Quadi
ed i Marcomanni[285]. Quei giovani vili e malvagi, che Marco Aurelio
avea discacciati, ripresero ben presto il loro posto, e la loro
influenza appresso il giovane Imperatore. Esagerarono le fatiche e i
pericoli di una campagna nelle selvagge contrade di là dal Danubio; ed
accertarono l'indolente Principe, che il terror del suo nome e le armi
dei suoi Generali sarebber bastanti od a terminar la conquista di quei
Barbari scoraggiati, o ad impor loro condizioni forse più vantaggiose
della conquista medesima. Destramente lusingandone la sensualità, essi
paragonavano continuamente la tranquillità, la magnificenza ed i
raffinati piaceri di Roma co' tumulti di un campo della Pannonia, in cui
il lusso non trovava[286] agj, nè materiali per essi. Porse Commodo
orecchio a sì grati consigli. Mentre stava sospeso tra la propria
inclinazione, e il rispetto che ancor serbava per li consiglieri del
padre, passò insensibilmente l'estate, e differì all'autunno il suo
ingresso trionfale in Roma. Le sue grazie naturali, le sue popolari
maniere[287], e le supposte virtù gli conciliarono il pubblico amore. La
pace onorevole, che aveva accordata a quei Barbari, inspirava una gioia
universale[288]; si attribuiva al suo amor per la patria l'impazienza di
riveder Roma; e si perdonava facilmente ad un Principe di diciannov'anni
lo sfrenato corso dei suoi divertimenti.
Pei tre primi anni del suo regno il sistema, ed anche lo spirito del
passato governo fu conservato da quei fidi consiglieri, ai quali Marco
Aurelio aveva raccomandato il suo figlio, e per la prudenza ed integrità
dei quali Commodo conservava ancora un forzato rispetto. Egli con i suoi
malvagi compagni si dava alle dissolutezze con tutta la sfrenatezza del
sovrano potere; ma le sue mani non erano ancor lorde di sangue, ed aveva
anzi mostrata una generosità di sentimenti, che poteva forse cambiarsi
in soda virtù[289]: un infausto accidente determinò il suo incerto
carattere.
Una sera, mentre l'Imperatore ritornava per un portico stretto ed oscuro
dall'anfiteatro al palazzo[290], un assassino, che l'attendeva al passo,
se gli avanzò con la spada sguainata, gridando ad alta voce: _Questo ti
manda il senato._ La preventiva minaccia impedì il colpo: l'assassino fu
preso dalle guardie, e rivelò immediatamente gli autori della congiura.
Questa era una congiura domestica, e non di Stato. Lucilla, sorella di
Commodo e vedova di Lucio Vero, mal soffrendo di occupare il secondo
grado, e gelosa dell'Imperatrice regnante, aveva armato il Sicario
contro la vita di suo fratello. Non si era avventurata a comunicare il
reo disegno a Claudio Pompeiano, suo secondo marito, Senatore di un
merito distinto e di una fedeltà inviolabile; ma, imitatrice dei costumi
di Faustina, trovò nella folla de' suoi amanti alcuni uomini perduti ed
ambiziosi, pronti a servire i suoi furori non men che il suo amore. I
congiurati provarono il rigor della giustizia, e l'abbandonata
principessa fu punita da prima con l'esilio e di poi con la morte[291].
Ma le parole dell'assassino restarono profondamente impresse nella mente
di Commodo, il quale sempre impaurito concepì uno sdegno implacabile
contro l'intero corpo del Senato. Quelli ch'esso avea temuti come
importuni ministri gli sembrarono allora segreti nemici. I delatori, che
sotto i regni precedenti erano avviliti e quasi dissipati affatto,
divennero nuovamente formidabili, appena scoprirono che l'Imperatore
desiderava di trovare nel senato e malcontenti e traditori. Questa
assemblea, considerata sotto Marco Aurelio come il gran Consiglio della
nazione, era composta dei più cospicui Romani; e lo splendore di ogni
sorta ben presto divenne delitto. Le ricche ricompense stimolavan lo
zelo dei delatori; una rigida virtù era tenuta per una tacita censura
della irregolare condotta del principe; gli importanti servigi per una
pericolosa superiorità di merito; e l'amicizia del padre faceva sempre
incorrere lo sdegno del figlio. Il sospetto teneva luogo di prova,
l'accusa di condanna. Il supplizio di un illustre Senatore portava seco
la perdita di tutti coloro, che potevano o piangere o vendicare il fato
di lui; e quando Commodo ebbe una volta assaggiato il sangue umano,
divenne incapace di pietà o di rimorso.
Tra tante innocenti vittime della tirannide, i più compianti furono i
due fratelli Massimo e Condiano, della famiglia Quintilia. Il loro amore
fraterno ha tolto i loro nomi all'obblio, e gli ha renduti cari alla
posterità. Gli studi, le occupazioni, la carriera e fino i piaceri loro
furono i medesimi. Godendo di un ricco patrimonio non mai ebber l'idea
di separar gl'interessi: esistono ancora alcuni frammenti di un trattato
che essi fecero insieme; e fu osservato in ogni azione della lor vita,
che i loro corpi erano animati da una sol'anima. Gli Antonini, i quali
stimavano le loro virtù, e si compiacevano della loro unione,
gl'innalzarono nello stesso anno al consolato; e dipoi Marco Aurelio
affidò alle loro unite cure il Governo civile della Grecia, ed il
comando di un grande esercito, col quale riportarono una segnalata
vittoria contro i Germani. Il barbaro Commodo con una crudele generosità
gli unì nella morte[292].
Dopo di avere sparso il sangue più nobile del Senato, il tiranno rivolse
finalmente il suo furore contro il principal ministro delle sue
crudeltà. Mentre Commodo nuotava nel sangue e nelle dissolutezze,
confidava l'amministrazione dell'Impero a Perenne, ministro vile ed
ambizioso, che aveva ottenuto quel posto coll'uccisione del suo
predecessore, ma che possedeva grande abilità e fermezza. Per via di
estorsioni, e sequestrando i beni dei nobili sacrificati alla sua
avarizia, aveva costui ammassate immense ricchezze. I Pretoriani gli
obbedivano come all'immediato lor Capo; ed il suo figlio, che già
mostrava un genio militare, era comandante supremo delle legioni
illiriche. Perenne aspirava all'Impero, o, quel che agli occhi di
Commodo valeva lo stesso, era capace di aspirarvi, se non fosse stato
prevenuto, sorpreso e messo a morte. La caduta di un Ministro è un
avvenimento poco importante nella storia generale dell'Impero; ma questa
fu accelerata da una circostanza straordinaria, la quale mostrò quanto
la disciplina fosse già rilassata. Le legioni della Britannia,
malcontente dell'amministrazione di Perenne, deputarono mille
cinquecento uomini scelti, con ordine di andare a Roma, e presentare
all'Imperatore lo loro lagnanze. Questi deputati militari, colla
risoluta loro condotta, col fomentare le divisioni tra i Pretoriani,
coll'esagerare le forze dell'armata britannica, e con risvegliare i
timori di Commodo, esigettero ed ottennero la morte del Ministro, come
il solo riparo alle loro offese[293]. Questo coraggio di un esercito
lontano, e la scoperta che fecero della debolezza del Governo, eran
sicuri presagi delle più terribili convulsioni.
Non molto dopo, un nuovo disordine, prodotto da piccolissimi principi,
mostrò più chiara la trascuratezza nelle cose di pubblica
amministrazione. Cominciò a regnar nelle truppe lo spirito di
diserzione, e invece di fuggire o celarsi per porsi in sicuro, i
disertori infestarono le strade maestre. Materno, semplice soldato, ma
intraprendente e di un coraggio maggiore della sua condizione, raccolse
queste bande di ladri in una piccola armata. Aprì le prigioni, invitò
gli schiavi a rompere le loro catene, e devastò impunemente le opulente
e non difese città della Gallia e della Spagna. I governatori delle
province furono per lungo tempo tranquilli spettatori, o forse anche
partecipi delle sue rapine. Gli ordini minaccianti dell'Imperatore li
riscossero alfine da quella supina indolenza. Materno, trovandosi
circondato da tutte le parti, e prevedendo di dover succumbere, prese
per ultimo espediente una disperata risoluzione. Ordinò a' suoi
compagni, che si disperdessero, e passate le Alpi in piccoli
distaccamenti, e travestiti variamente, si trovassero tutti in Roma per
le tumultuose feste di Cibele[294]. Il suo ambizioso disegno di
assassinar Commodo, e impadronirsi del trono vacante, non era da ladro
volgare. Aveva egli preso tanto bene le sue misure, che già le strade di
Roma erano tutte piene delle sue truppe nascoste. L'invidia di uno dei
complici scoprì questa singolare impresa, e la sconcertò nel momento
che[295] era matura per l'esecuzione.
I Principi sospettosi innalzano spesso ai primi posti gli ultimi tra gli
uomini, per la vana persuasione che questi non avranno affetto per altri
che pei loro benefattori, dal cui favore soltanto dipendono. Cleandro,
successor di Perenne, era nato in Frigia, e di una nazione, il cui
carattere ostinato, ma servile, non si piegava che a trattamenti i più
duri[296]. Mandato a Roma, come schiavo, servì nel palazzo imperiale, si
rendè necessario alle passioni del suo signore, e montò rapidamente al
grado più eccelso, di cui un suddito potesse godere. Il suo ascendente
sopra l'animo di Commodo fu ancora più grande di quello del suo
predecessore: di fatto, Cleandro non avea nè abilità nè virtù, che
potessero destar nel seno dell'Imperatore l'invidia o la diffidenza.
L'avarizia era la sua passion dominante, ed il primo mobile della sua
condotta. Si mettevan pubblicamente all'incanto le dignità di Console,
di Patrizio, e di Senatore; e veniva posto nel numero dei malcontenti
chi ricusava di sacrificare una gran parte delle proprie sostanze[297]
per ottenere quelle cariche vane e disonorate. Nei ricchi impieghi delle
province, il Ministro divideva con i governatori le spoglie dei popoli.
L'amministrazione della giustizia era venale ed arbitraria: ed un ricco
colpevole poteva non solo ottenere la rivocazione della sua giusta
condanna, ma far soffrire ancora qual castigo volesse all'accusatore, ai
testimonj ed al giudice.
Nello spazio di tre anni, con questi mezzi, Cleandro accumulò tesori
maggiori di quelli che mai avesse posseduti alcun altro liberto[298].
Commodo era contentissimo dei magnifici doni che l'accorto cortigiano
sapeva a proposito portare a' di lui piedi. Per addolcire l'odio
pubblico, Cleandro fece sotto nome dell'Imperatore costruire bagni,
portici e piazze destinate agli esercizj del popolo[299]. Si lusingava
che i Romani abbagliati e distolti da quest'apparente liberalità,
sarebber meno sensibili alle scene sanguinose, che loro esibiva ogni
giorno; sperava che si scorderebbero la morte di Birro, Senatore di un
merito illustre e genero dell'ultimo Imperatore, e che gli
perdonerebbero il supplizio di Ario Antonino, ultimo rappresentante del
nome e della virtù degli Antonini. Il primo, più ingenuo che prudente,
avea procurato di scoprire, al suo cognato, il vero carattere di
Cleandro. All'altro divenne fatale una giusta condanna, che egli,
essendo Proconsole in Asia, avea pronunziata contro una indegna creatura
del Favorito[300]. Dopo la caduta di Perenne, Commodo, spaventato,
sembrò, ma per poco, risoluto di voler ritornare alla virtù. Esso
annullò gli atti i più odiosi di quel Ministro, ne aggravò la memoria
con la pubblica esecrazione, ed ai consigli perniciosi di quello
scellerato attribuì gli errori della inesperta sua giovinezza. Ma il suo
pentimento durò trenta giorni soltanto; e la tirannide di Cleandro fece
spesso desiderare l'amministrazion di Perenne.
La peste e la fame misero il colmo alle calamità di Roma[301]. Il primo
di questi mali poteva solamente imputarsi al giusto sdegno degli Dei; ma
il secondo fu considerato come l'effetto immediato di un monipolio di
grano, sostenuto dalle ricchezze e dall'autorità del Ministro. Il
maltalento popolare, dopo essersi lungamente sfogato in segreto, scoppiò
finalmente in una adunanza del Circo. Il popolo, lasciando i suoi
favoriti divertimenti pel più grato piacere di vendicarsi corse a torme
fino ad un palazzo de' sobborghi, dove stava ritirato l'Imperatore, e
richiese con sediziosi clamori la testa del pubblico nemico. Cleandro,
che comandava i Pretoriani[302], fece sortire un corpo di cavalleria per
dissipare i sediziosi. Questi si ritirarono precipitosamente verso la
città, e molti ne furono uccisi, e molti più calpestati a morte; ma
quando la cavalleria s'inoltrò nelle contrade, il suo impeto fu
arrestato da una grandine di pietre e di dardi scagliati dai tetti e
dalle finestre delle case. Le guardie[303] a piedi, gelose da gran tempo
dei privilegi e della insolenza della cavalleria pretoriana, presero il
partito del popolo. Il tumulto divenne una zuffa regolare, e fece temere
di una generale strage. I Pretoriani, al fine, cederono oppressi dal
numero, ed i flutti di quella furia popolare ritornarono con raddoppiata
violenza contro le porte del palazzo, dove Commodo, immerso nella
dissolutezza, solo tra tanti ignorava la guerra civile. L'annunziargli
l'infausta nuova era un esporsi alla morte. Egli sarebbe perito in
questa supina sua sicurezza, se due donne, Fadilla sua maggior sorella,
e Marcia la più cara delle sue concubine, non avessero osato di
presentarsegli innanzi. Esse, con i capelli scarmigliati e bagnate di
pianto, se gli gettarono a' piedi, e con tutta l'eloquenza, che inspira
un timore presente, scoprirono all'Imperatore atterrito i delitti del
Ministro, la rabbia del popolo, e l'imminente tempesta che sarebbe
scoppiata in breve sopra il palazzo e la sua persona. Commodo si
riscosse dal letargo del piacere, e fe' gettare al popolo la testa di
Cleandro. Il desiderato spettacolo acchetò subito il tumulto, e il
figlio di Marco Aurelio avrebbe ancora potuto ricuperare l'amore e la
confidenza dei sudditi[304].
Ma ogni sentimento di virtù e di umanità era spento nell'animo di
Commodo. Mentre che lasciava le redini dell'Impero agl'indegni suoi
Favoriti, esso non valutava il sommo potere che per la illimitata
licenza di appagare i suoi sensuali appetiti. Passava i giorni in un
serraglio di trecento bellissime donne, e di altrettanti ragazzi di ogni
grado e di ogni provincia; e quando la seduzione riusciva inutile,
quell'amante brutale ricorreva alla violenza. Gli Storici antichi[305]
si sono estesi in descrivere quelle dissolute scene della prostituzione,
che facevan fremere egualmente la natura e la modestia; ma sarebbe
difficile il tradurre le loro troppo fedeli descrizioni nella decenza
del moderno linguaggio. I trattenimenti più vili riempivano
gl'intervalli della libidine. L'influenza di un secolo illuminato, e le
cure d'un'attenta educazione, non avean potuto inspirare a quell'anima
rozza e brutale il minimo amor del sapere; ed egli fu il primo de'
romani Imperatori affatto privo di gusto pei piaceri dell'intelletto.
Nerone stesso era musico e poeta eccellente, o affettava di esserlo, e
noi non condanneremmo il suo genio, se quegli studj, che non dovean
servirgli che di dolce sollievo, non fossero divenuti l'affare più serio
per lui, e l'oggetto più vivo della sua ambizione. Ma Commodo, sin da'
suoi prim'anni, mostrò avversione a tutte le scienze ed arti liberali,
ed eccessivo amore ai divertimenti della plebaglia, ai giuochi del circo
e dell'anfiteatro, ai combattimenti dei gladiatori, ed alla caccia delle
fiere. I maestri di ogni scienza, che Marco Aurelio procacciò al suo
figlio, erano ascoltati con disattenzione e con noja; mentre che i Mori
ed i Parti, che lo addestravano a lanciare il dardo, ed a tirar l'arco,
trovavano in lui un attento scolare, il quale uguagliò ben presto i suoi
più abili maestri nella giustezza della mira e nella destrezza della
mano.
I vili cortigiani, la cui fortuna dipendeva dai vizj dei loro Sovrani,
applaudivano a questi ignobili esercizj. La perfida voce dell'adulazione
gli rammentava che con simili imprese, con l'uccisione del leone Nemeo e
del cignal d'Erimanto, l'Ercole dei Greci avea meritato un posto tra gli
Dei ed una immortal memoria tra gli uomini. Si scordavano solamente di
fargli osservare, che ne' primi tempi delle società, quando i più fieri
animali contrastano spesso all'uomo il possesso di un inculto paese, una
guerra terminata felicemente contro questi nemici è la più innocente è
la più utile impresa dell'eroismo. Quando il romano Impero fu ridotto a
civiltà, da gran tempo s'erano già le fiere allontanate dall'aspetto
degli uomini, e dai contorni delle popolate città. Il sorprenderle nei
loro solitarj covili, e trasportarle a Roma, acciocchè fossero uccise
solennemente dalla mano d'un Imperatore, era impresa ugualmente ridicola
pel Sovrano[306], che gravosa pel popolo. Ignaro Commodo di tai
differenze, abbracciò avidamente la gloriosa rassomiglianza, e prese da
se stesso, come leggiamo ancora nelle medaglie, il nome d'Ercole
Romano[307]. Si videro accanto al trono la clava e la pelle del leone
tra l'altre insegne della sovranità; e si alzarono statue, nelle quali
Commodo era rappresentato nel carattere, e cogli attributi di quel Nume,
il valore e la destrezza del quale egli si sforzava d'imitare nel
giornaliero corso de' suoi feroci trattenimenti[308].
Trasportato da queste lodi, che a poco a poco estinguevano il sentimento
innato della vergogna, risolvè di fare dinanzi al popolo quegli
esercizj, che fin allora aveva per proprio decoro eseguiti dentro le
mura del suo palazzo, e alla presenza di pochi suoi Favoriti. Nel giorno
prefisso, l'adulazione, il timore e la curiosità attirarono
all'anfiteatro una moltitudine innumerabile di popolo, e fu giustamente
fatto qualche applauso alla non ordinaria perizia del Principe. Mirasse
egli al cuore o alla testa della fiera, il colpo era ugualmente certo e
mortale. Armato di dardi la cui punta era fatta a foggia di mezzaluna,
arrestava sovente il rapido corso dello struzzo, tagliandogli il lungo
ossuto collo[309]. Scioglievasi una pantera, e nel momento che si
lanciava sopra un malfattore tremante, volava lo strale, che l'uccideva
senza alcun danno dell'uomo. Le cave dell'anfiteatro mandavan fuori ad
un tratto cento leoni, e cento dardi lanciati dalla mano sicura di
Commodo gli uccidevano, mentre correvan furiosi intorno l'arena. Nè la
massa enorme dell'elefante, nè la squammosa pelle del rinoceronte
potevan salvarli dal colpo fatale. L'India e l'Etiopia somministravano i
loro più straordinarj prodotti; e diversi animali furono uccisi
nell'anfiteatro, non prima veduti che nelle opere dell'arte o forse
dell'immaginazione[310]. In tutti questi giuochi si prendevan tutte le
più sicure precauzioni per non esporre la persona dell'Ercole romano al
disperato salto di qualche fiera, che non avesse riguardo alla dignità
dell'Imperatore ed alla santità del Nume[311].
Ma la stessa plebaglia più vile fu presa da vergogna ed indignazione
allorquando vide il suo Sovrano entrare in lizza da gladiatore, e
gloriarsi di una professione dichiarata così giustamente infame dalle
leggi e dai costumi romani[312]. Commodo scelse l'abito e le armi del
_Secutore_, la cui pugna con il _Reziario_ formava una delle scene più
animate nei giuochi sanguinosi dell'anfiteatro. Il _Secutore_ avea per
armi un elmo, una spada e lo scudo. Il nudo suo avversario aveva
soltanto una larga rete e un tridente; con quella cercava d'avviluppare
il nemico, e con questo d'ucciderlo. Se gli falliva il primo colpo, era
costretto ad evitar fuggendo il _Secutore_, finchè egli avesse preparata
la rete per un secondo tiro[313]. L'Imperatore combattè settecento
trentacinque volte da Secutore. Grande era la cura di registrare queste
eroiche azioni negli annali dell'Impero; e Commodo, per colmo d'infamia,
riscosse dai fondi destinati ai gladiatori uno stipendio sì esorbitante,
che divenne una nuova e vergognosissima tassa pei Romani[314].
Facilmente si supporrà, che il padrone del Mondo era sempre vincitore in
quelle pugne. Nell'anfiteatro le sue vittorie non sempre erano
sanguinose, ma quando esercitava la sua destrezza nella scuola dei
gladiatori, o nel palazzo, i suoi infelici avversarj erano spesso
onorati di una mortal ferita dalla mano di Commodo, e costretti a
sigillare col proprio sangue la loro adulazione[315].
Commodo sprezzò ben presto il nome di Ercole; e quello di _Paulo_,
celebre Secutore, divenne il solo di cui egli si compiacesse. Fu
scolpito nelle statue colossali, e ripetuto con frequenti
acclamazioni[316] dal Senato, che con interno cordoglio
applaudivagli[317]. Claudio Pompeiano, il virtuoso marito di Lucilla, fu
il solo tra i Senatori che sostenesse la dignità del suo ordine. Come
padre permise a' suoi figli di provvedere alla loro salvezza, andando
all'anfiteatro; come Romano, dichiarò che la sua vita era nelle mani di
Commodo; ma che non mai egli vedrebbe il figlio di Marco Aurelio
prostituire in tal guisa la sua persona e la sua dignità. Non ostante la
sua virile risoluzione, Pompeiano scampò dallo sdegno del tiranno, ed
ebbe la buona sorte di conservar la sua vita, e con essa il suo
onore[318].
Commodo era giunto al sommo grado del vizio e dell'infamia. Tra le
acclamazioni di una corte adulatrice, non potea per altro dissimulare a
se stesso che avea meritato e il disprezzo e l'odio d'ogni suddito
saggio e virtuoso. La certezza dell'abborrimento altrui, l'invidia che
portava ad ogni sorta di merito, il giusto timore del pericolo, l'uso
alle stragi contratto nei suoi giornalieri piaceri, irritavano il suo
feroce carattere. La storia ci ha lasciata una lunga lista di Senatori
consolari sacrificati al suo vano sospetto, il quale perseguitava con
ispeciale ansietà tutti coloro, che per isventura aveano relazioni,
benchè lontane, con la famiglia degli Antonini, non risparmiando neppure
i ministri de' suoi delitti, o de' suoi piaceri[319]. Finalmente la sua
crudeltà gli divenne funesta. Egli che avea versato impunemente il più
nobil sangue di Roma, perì, subito che si rendè formidabile a' suoi
proprj domestici. Marzia, la favorita sua concubina, Ecletto suo
cameriere, e Leto Prefetto del Pretorio, spaventati dal fato dei loro
compagni e predecessori, risolverono di prevenire il colpo, che pendeva
ad ogn'ora su i loro capi, o pel furioso capriccio del tiranno, o pel
subitaneo sdegno del popolo. Marzia colse l'occasione di presentare al
suo amante una tazza di vino, dopo che si era straccato nella caccia
delle fiere. Commodo si pose a dormire, ma mentre egli era travagliato
dagli effetti del veleno e dell'ubbriachezza, un giovane robusto, e
lottatore di professione, entrò nella camera di lui, e senza resistenza
lo strangolò. Il corpo fu portato segretamente fuori del palazzo, avanti
che in città o alla Corte si avesse il minimo sospetto della morte
dell'Imperatore.
Tal fu il destino del figlio di Marco Aurelio, e tanto facile fu il
distruggere un tiranno aborrito, il quale abusando indegnamente del suo
potere, avea per tredici anni oppressi tanti milioni d'uomini, ognuno
dei quali e per valore e per talenti era eguale al Sovrano[320].
I congiurati provvidero olle cose loro con quel sangue freddo e con
quella celerità, che richiedeva la grandezza dell'impresa. Risoluti di
metter sul trono vacante un Imperatore, il cui carattere giustificasse o
sostenesse l'azione da loro fatta, elessero Pertinace, allora Prefetto
della città, vecchio Senatore consolare, il cui illustre merito avea
fatto obbliare l'oscurità della sua nascita, innalzandolo alle prime
dignità dello Stato. Aveva questi successivamente governato la maggior
parte delle province dell'Impero; e con la sua fermezza, prudenza, ed
integrità si era ugualmente segnalato in tutti i suoi grand'impieghi e
militari e civili[321]. Era egli rimasto allora quasi il solo degli
amici o dei ministri di Marco Aurelio; e quando lo svegliarono
sull'ultima ora della notte, per dirgli che il cameriere ed il prefetto
del Pretorio l'aspettavano alla porta, li ricevè con una intrepida
rassegnazione, e li pregò di eseguire gli ordini del loro padrone.
Invece della morte gli offrirono il trono del Mondo romano. Egli per
qualche tempo diffidò delle loro intenzioni e delle loro parole: ma poi
convinto che il tiranno più non viveva, accettò la porpora con la
sincera e natural ripugnanza di uno, che conosce i doveri ed i pericoli
del potere supremo[322].
Leto immantinente condusse il suo nuovo Imperatore al campo dei
Pretoriani, spargendo nel tempo medesimo per la città l'opportuna nuova
che Commodo era morto subitamente d'apoplessia, e che già il virtuoso
Pertinace era salito sul trono. I soldati riceverono con più sorpresa
che piacere la nuova della sospetta morte di un Principe, il quale
solamente per loro erasi dimostrato indulgente e liberale; ma la
necessità delle circostanze, l'autorità del loro Prefetto, la
riputazione di Pertinace, ed i clamori del popolo, gli obbligarono a
soffocare il loro segreto rammarico, ad accettare il donativo promesso
dal nuovo Imperatore, a giurargli fedeltà, ed a condurlo con allegre
acclamazioni e con rami di lauro in mano al Senato, perchè il consenso
delle truppe fosse ratificato dalla civile autorità.
Quella gran notte era già molto avanzata; al nascer del giorno e del
nuovo anno il Senato aspettava di esser chiamato ad assistere ad una
vergognosa cerimonia. Malgrado di tutte le rappresentanze, perfino di
quei cortigiani, i quali conservavano ancora un'ombra di prudenza e di
onore, Commodo avea risoluto di passare la notte nella scuola dei
gladiatori, e di là andare a prender possesso del Consolato, vestito da
gladiatore, ed accompagnato da quella infame truppa. Ad un tratto,
avanti l'alba, ricevono i Senatori l'ordine di adunarsi nel tempio della
Concordia, per esservi insieme coi Pretoriani, e ratificar l'elezione di
un nuovo Imperatore. Restarono per poco in un sospeso silenzio, dubbiosi
della inaspettata loro liberazione, o sospettando di qualche crudele
artificio di Commodo; ma finalmente, accertati che il tiranno era morto,
si dettero in preda a tutti i trasporti della gioia e dell'indignazione.
Pertinace modestamente rappresentò la bassezza della sua nascita, ed
accennò varj nobili Senatori più degni del trono; ma obbligato di cedere
a' voti dell'assemblea ed alle più sincere proteste di una fedeltà
inviolabile, ricevè tutti i titoli annessi alla dignità imperiale. La
memoria di Commodo fu segnata di eterna infamia; risonarono in ogni
parte del tempio i nomi di tiranno, di gladiatore, di pubblico nemico. I
Senatori tumultuariamente decretarono, che ne fossero aboliti gli onori,
cancellati i titoli da' pubblici monumenti, rovesciate lo statue, e
strascinato il corpo con un uncino nella sala dei gladiatori, per
saziare il furor del popolo; ed espressero la loro indignazione contro
quei servi officiosi, che avevano giù ardito di sottrarne il cadavere
alla giustizia del Senato. Ma Pertinace gli fe' rendere gli ultimi onori
che non potè ricusare alla memoria di Marco Aurelio, e al pianto di
Claudio Pompeiano primo suo protettore, il quale deplorava la crudel
sorte del suo cognato, e più deplorava i delitti pei quali egli l'avea
meritata[323]. Questi sforzi d'inutil rabbia contro un Imperatore già
morto, che fu l'oggetto, mentre visse, della più vile adulazione del
Senato, mostravano uno spirito di vendetta più giusta che generosa. La
legittimità di questi decreti era per altro appoggiata ai principj della
costituzione imperiale. In ogni tempo il Senato romano ebbe
l'incontrastabil diritto di censurare, o deporre, o punir con la morte
il primo Magistrato della Repubblica, qualora avesse abusato
dell'autorità confidatagli[324]; ma quella debole adunanza era costretta
a contentarsi di esercitare sopra un tiranno di già caduto quella
pubblica giustizia, dalla quale, durante la sua vita ed il suo regno, lo
avea messo al coperto il formidabil potere di un militar dispotismo.
Pertinace trovò una maniera più nobile di condannar la memoria del suo
predecessore, contrapponendo ai vizj di lui le sue proprie virtù. Nel
giorno stesso del suo avvenimento, cedè tutto il privato suo patrimonio
alla moglie ed al figlio, per toglier loro così ogni pretesto di
richiedere favori a carico dello Stato. Non volle lusingar la vanità
della prima con il titolo di Augusta, nè corrompere l'inesperta
giovinezza del secondo colla dignità di Cesare. Distinguendo
accuratamente i doveri di padre e quei di Sovrano, educò il suo
figliuolo con una severa semplicità, che mentre non gli dava una sicura
speranza al trono, poteva un giorno renderlo degno di salirvi. In
pubblico il contegno di Pertinace era grave ed affabile. Viveva senza
superbia o gelosia co' più virtuosi tra i Senatori, dei quali tutti fin
dalla vita privata ei conosceva il vero carattere; considerava que'
primi come amici e compagni, coi quali desiderava di godere la
tranquillità del tempo presente, come era stato a parte con loro dei
passati pericoli. Gl'invitava sovente a famigliari trattenimenti, la cui
semplicità era chiamata ridicola da quelli che rammentavano e
desideravano il prodigo lusso di Commodo[325].
La cura, qual si poteva la migliore, delle ferite fatte allo Stato dalla
man del tiranno, era la piacevole ma insieme malinconica occupazione di
Pertinace. Le vittime innocenti, che ancora sopravvivevano, furon
richiamate dal loro esilio, liberate dall'orror della carcere, e rimesse
al possesso dei loro beni e delle lor dignità. I corpi insepolti dei
trucidati Senatori (giacchè Commodo stendea la sua crudeltà fin dopo la
morte) furon riposti nelle tombe dei loro antenati, fu giustificata la
loro memoria, e nulla si risparmiò per consolarne le afflitte e desolate
famiglie. Tra queste consolazioni la più gradita fu il castigo dei
delatori, nemici comuni del Sovrano, della virtù e della patria. Per
altro nella ricerca ancora di questi legali assassini usò Pertinace una
costante moderazione, che tutto alla giustizia donava, e nulla ai
pregiudizi ed al risentimento del popolo.
Le finanze richiedevano la più attenta cura dell'Imperatore. Benchè si
fosse usato ogni genere d'ingiustizia e di estorsione per radunare i
beni dei sudditi nella cassa del Principe, pure le stravaganze di
Commodo aveano di sì gran lunga superata la sua rapacità, che alla sua
morte non si trovò nell'esausto tesoro più di sedicimila zecchini[326],
con i quali conveniva pagare e le ordinarie spese del Governo, e
soddisfare alla pressante richiesta di un liberal donativo, che il nuovo
Imperatore avea necessariamente promesso ai Pretoriani. Pure in tanta
angustia ebbe Pertinace la generosità di abolire tutte le gravose tasse
inventate da Commodo, e di cassare tutte le ingiuste pretensioni del
Fisco, dichiarando in un decreto del Senato «ch'egli volea piuttosto
governare con innocenza una Repubblica povera, che acquistare ricchezze
per vie tiranniche ed infami». Egli considerava l'economia e l'industria
come le pure e vere sorgenti della ricchezze; e da questo ricavò ben
presto un gran soccorso per le pubbliche necessità. La spesa del palazzo
fu subito ridotta alla metà. Egli mise al pubblico incanto tutti gli
strumenti di lusso[327], i servizj di oro e di argento, i cocchi di una
costruzion singolare, tutte le vesti di seta e ricamate, ed un gran
numero di bellissimi schiavi dell'uno e dell'altro sesso; eccettuando
soltanto, con attenta umanità, quelli che, nati liberi, erano stati
involati alle braccia dei piangenti lor genitori. Nel tempo stesso
ch'egli obbligava gli indegni favoriti del tiranno a restituire parte
delle loro mal acquistate ricchezze, soddisfaceva i legittimi creditori
dello Stato, e pagava le da gran tempo arretrate pensioni a coloro, che
per giusti meriti le aveano ottenute. Annullò le gravose restrizioni,
che erano state fatte sopra il commercio, e concesse tutte le terre
incolte dell'Italia e delle province a coloro che vollero migliorarle,
esentandole per dieci anni da qualunque imposizione[328].
Una condotta così uniforme avea già assicurata a Pertinace la ricompensa
più nobile per un Sovrano, la stima e l'amor del suo popolo. Quelli che
si rammentavano le virtù di Marco Aurelio, con gran piacere
contemplavano nel nuovo loro Imperatore i tratti di quel luminoso
originale; e si lusingavano di godere lungamente la benigna influenza
del suo governo. Un frettoloso zelo di riformare lo Stato corrotto, non
secondato da quella prudenza, che gli anni e l'esperienza avrebbero
dovuto dettare a Pertinace, divenne funesto a lui ed alla patria. La sua
inopportuna virtù sollevò contro di esso quella turba servile, che
trovava un interesse privato nei pubblici disordini, e preferiva il
favor di un tiranno alla inesorabile egualità delle leggi[329].
In mezzo alla comune letizia, il torvo e rabbioso aspetto dei Pretoriani
disvelava il loro interno mal animo. Si erano a contraggenio sottomessi
a Pertinace; temevano essi il rigore dell'antica disciplina, ch'egli si
disponeva a ristabilire, e sospiravano la licenza del regno passato.
Furono i loro dispiaceri segretamente fomentati da Leto loro Prefetto,
che troppo tardi si accorse, che il nuovo Imperatore era disposto a
ricompensare i servigi di un suddito, ma non a lasciarsi regolare da un
Favorito. Il terzo giorno del suo regno i soldati presero un Senatore
illustre, per condurlo al campo e rivestirlo della porpora imperiale. In
cambio di essere abbagliata da quell'onore pericoloso, fuggì da loro la
vittima spaventata, e corse a rifuggirsi ai piedi di Pertinace. Poco
tempo dopo Sosio Falco, uno dei Consoli di quell'unno, giovane
temerario[330], ma di famiglia ricca ed antica, porse orecchio alla voce
dell'ambizione; e in una breve assenza di Pertinace tramò una congiura,
che fu sconcertata dal suo pronto ritorno a Roma, e dalla sua ferma
condotta. Falco fu sul punto di essere giustamente condannato a morte
come pubblico nemico, se non lo avessero salvato le premurose e sincere
istanze dell'offeso Imperatore, che supplicò il Senato a non far che
fosse la purità del suo regno macchiata dal sangue di un Senatore benchè
colpevole.
Questi infelici successi non fecero che irritar maggiormente il furore
dei Pretoriani. Ai 28 di Marzo, ottantasei giorni solamente dopo la
morte di Commodo, scoppiò nel campo una sedizione generale, che gli
Uffiziali non poterono o non voller sopprimere. Due o trecento dei più
disperati soldati marciarono sul mezzo giorno verso il palazzo imperiale
coll'armi in mano e col furore negli occhi. Ne furono aperte le porte
dai loro compagni, che vi eran di guardia, e dai domestici della antica
Corte, che avean già cospirato segretamente contro la vita del troppo
virtuoso Imperatore. Alla nuova della lor venuta, Pertinace, sdegnando
di fuggire o di ascondersi, andò incontro agli assassini; e rammentò
loro la sua propria innocenza e la santità del recente lor giuramento.
Per pochi momenti restaron quanti in un sospeso silenzio, vergognandosi
del loro atroce disegno, ed atterriti dal venerabile aspetto e dalla
maestosa fermezza del lor Sovrano; ma il disperar del perdono riaccese
ben tosto il loro furore. Un barbaro nativo di Tongres[331], dette il
primo colpo a Pertinace, che in un momento cadde trafitto da mille
ferite. La sua testa divisa dal corpo, e posta sopra una lancia, fu
portata in trionfo al campo dei Pretoriani al cospetto di un popolo
afflitto e sdegnato, che piangeva l'ingiusto fato di un Principe
eccellente, e la passeggiera felicità di un regno la cui memoria non
dovea servire che ad aggravare le calamità che stavano per
iscoppiare[332].