NOTE:

[217] Orosio VI 18.

[218] Giulio Cesare introdusse i soldati, gli stranieri, ed i

semibarbari nel Senato (Sveton. in Cesar. c. 77 80.) L'abuso divenne

ancor più scandaloso dopo la sua morte.

[219] Dione Cassio l. LII p. 693, Svetonio in August. c. 55.

[220] Dione Cassio l. LIII p. 698 ci dà una prolissa e gonfia parlata

fatta in questa grande occasione. Io ho preso da Svetonio e da Tacito la

espressioni naturali ad Augusto.

[221] _Imperator_ (di cui noi abbiam fatto Imperatore) al tempo della

Repubblica non significava altro che _Generale_, ed era un titolo sul

campo di battaglia solennemente dai soldati accordato al vittorioso lor

Capo. Quando i romani _Imperatori_ lo assumevano in quel senso, lo

ponevano dopo il lor nome, e notavano quante volte lo avevano preso.

[222] Dione l. LIII p. 103 ec.

[223] Livio, Epitom. l. XIV. Valer. Mass. VI 3.

[224] Ved. nel lib. VIII di Livio la condotta di Manlio Torquato e di

Papirio Cursore. Violavano essi le leggi della natura e dell'umanità, ma

sostenevano quelle della militar disciplina, ed il popolo, che abborriva

l'azione, era forzato a rispettare il principio.

[225] Pompeo ottenne dagli sconsiderati, ma liberi suffragi del popolo

un comando militare poco inferiore a quello di Augusto. Tra gli atti

straordinarj di autorità esercitati dal primo, si può notare la

fondazione di ventinove città, e la distribuzione di sei o sette milioni

di zecchini alle sue truppe. La ratifica di tali atti trovò qualche

opposizione e dilazione nel Senato. Ved. Plut. Appian. Dione Cassio, ed

il primo libro delle lettere ad Attico.

[226] Sotto la Repubblica il trionfo potea pretendersi da quel Generale

soltanto, ch'era autorizzato a prender gli auspicj in nome del popolo.

Per una esatta conseguenza derivante da questo principio di politica e

di religione, il trionfo era riservato all'Imperatore, ed i suoi più

fortunati Generali si contentavano di alcuni segni di distinzione

inventati in lor favore sotto nome di onori trionfali.

[227] Cicerone, _De Legib. III_ 3, alla Dignità Consolare dà il nome di

_Regia Potestas_, e Polibio l. IV c. 3 osserva tre poteri nella

Costituzione romana. Il potere monarchico era rappresentato, ed

esercitato dai Consoli.

[228] Siccome la Potestà Tribunizia (diversa dall'uffizio annuale del

Tribuno) fu inventata a riguardo del Dittatore Cesare (Dione l. XLIV p.

364) essa gli fu data probabilmente come una ricompensa per avere così

generosamente sostenuti colle armi i sacri diritti dei Tribuni e del

popolo. Vedi i suoi Comment. _De bell. civil._ l. I.

[229] Augusto esercitò il Consolato per nove anni senza interruzione.

Dipoi ricusò artificiosamente quella dignità, non meno che la Dittatura:

si allontanò da Roma, e si trattenne fuori finchè gli effetti funesti

del tumulto, e della fazione forzarono il Senato a rivestirlo del

Consolato perpetuo. Augusto per altro ed i suoi successori affettarono

di nascondere un titolo così invidioso.

[230] Vedi un frammento di un decreto del Senato, che conferiva

all'Imperator Vespasiano tutte le potestà concedute ai suoi

predecessori, Augusto, Tiberio, e Claudio. Questo monumento curioso ed

importante si trova nelle iscrizioni di Grutero, num. CCXLII.

[231] Venivano creati due Consoli alle calende di gennaio; ma nel corso

dell'anno se ne sostituivano degli altri, finchè l'annuo numero

ascendesse almeno a dodici. I Pretori erano ordinariamente sedici o

diciotto: _Lipsio in Excurs. D. ad Tacito Annal._ l. I. Io non ho

parlato degli Edili, nè dei Questori. Quei semplici magistrati che sono

incaricati del buon regolamento di una città o delle pubbliche entrate,

si adattano facilmente a qualunque forma di governo. Al tempo di Nerone

i Tribuni possedevano legalmente il diritto _d'intercessione_, benchè

sarebbe stato pericoloso il farne uso; _Tacito ann. XVI_ 26. Al tempo di

Traiano era cosa dubbiosa se fosse il Tribunato un uffizio, od un nome.

Plin. let. l. I 23.

[232] I tiranni stessi furono ambiziosi del Consolato. I Principi

virtuosi lo dimandarono con moderazione, e l'esercitarono con esattezza.

Traiano rinnovò l'antico giuramento, dinanzi il tribunale del Console,

di osservare le leggi; Plin. Panegir. c. 64.

[233] «Quoties magistratuum comitiis interesset, Tribus cum candidatis

suis circuibat, supplicabatque more solemni. Ferebat et ipse suffragium

in Tribubus, ut unus e populo.» Svet. Vita d'Aug. c. 56.

[234] «Tum primum comitia e campo ad Patres translata sunt», Tacito ann.

I 15. La parola _primum_ par che alluda ad alcuni deboli e vari sforzi

fatti per rendere al popolo quel diritto.

[235] Dione, l. LIII p. 703, 704, ha dato un debole, e parziale

prospetto del sistema Imperiale. Per illustrarlo ho meditato Tacito,

esaminato Svetonio, e consultato i seguenti moderni: L'Ab. de la

Bleterie Mem. dell'Accad. Tom. XIX, XXI, XXIV, XXV, XXVII; Beaufort,

Repub. Rom. I p. 255. 275; due Dissert. di Noodt, e di Gronov. _De lege

Regia_ stampate a Leida nel 1731; Gravina _De Imp. Rom._ p. 479 544 de'

suoi Opuscoli; Maffei Verona illustr. p. 1 p. 245 cc.

[236] Un Principe debole sarà sempre governato dai suoi domestici. La

potenza degli schiavi aggravò la vergogna dei Romani, ed i Senatori

fecer la corte a un Pallante, e ad un Narciso. Può accadere che un

favorito moderno sia un gentiluomo.

[237] Vedi un Tratt. di Van-Dale _De consacrat. Principum_. Sarebbe più

facile per me il copiare, di quel che sia il verificare le citazioni di

questo dotto Olandese.

[238] Ved. una Dissert. dell'Ab. di Mongault nel I vol. della Accad.

dell'Iscrizioni.

[239] «_Jurandasque tuum per nomen ponimus aras_» dice Orazio

all'Imperatore istesso, e Orazio conosceva bene la Corte di Augusto.

[240] Vedi Cicerone Philipp. I 16; Giuliano in _Caesaribus_.

_Inque Deum templis jurabit Roma per umbras_

esclama Lucano sdegnato. Ma questa indignazione è originata più dal

patriottismo, che dalla devozione.

[241] Dione lib. LIII. p. 710 colle note curiose di Reimar.

[242] Mentre Ottaviano si avanzava verso il banchetto dei Cesari, il suo

colore cambiava come quello del Camaleonte, pallido prima, di poi rosso,

indi nero; prese finalmente il delicato colore di Venere, e delle

Grazie: _Caesares_, p. 309. Questa immagine, impiegata da Giuliano nella

sua ingegnosa finzione, è giusta e graziosa. Ma quando ei considera

questo cambiamento di carattere come reale, e che lo attribuisce al

potere della filosofia, egli fa troppo onore alla filosofia, e ad

Ottaviano.

[243] Dugent'anni dopo lo stabilimento della Monarchia, l'Imperatore

Marco Aurelio vanta il carattere di Bruto come un perfetto modello della

virtù romana.

[244] È gran perdita per noi quella parte di Tacito, che trattava di

questo avvenimento. Siamo forzati di contentarci dei rumori popolari

riferiti da Giuseppe, e delle imperfette narrazioni di Dione e di

Svetonio.

[245] Augusto restituì l'antica severità alla disciplina. Dopo le guerre

civili non chiamò più i soldati _Militones_, ma solamente _Milites_;

Sveton. in Aug. c. 25. Vedi la maniera colla quale Tiberio calmò la

sedizione delle legioni della Pannonia. Tacito Annal. I.

[246] Queste parole par che fossero la formola determinata Ved. Tacito

Annal. XIII 4.

[247] Il primo fu Camillo Scriboniano che prese l'armi nella Dalmazia

contro Claudio, e fu abbandonato dalle sue proprie truppe in cinque

giorni. Il secondo Lucio Antonio nella Germania che si ribellò contro

Domiziano; e il terzo Ovidio Cassio nel Regno di Marco Antonino. I due

ultimi non regnarono che pochi mesi, e furono trucidati dai loro proprj

aderenti. È da osservarsi che Camillo e Cassio colorirono la loro

ambizione col divisamento di ristabilire la Repubblica; impresa, diceva

Cassio, specialmente riservata al suo nome, ed alla sua famiglia.

[248] Velleio Patercolo l. II cap. 121. Svetonio in Tiberio cap. 20.

[249] Svetonio in Tit. cap 6. Plin. nella prefazione alla Stor. Nat.

[250] Questa idea è spesso e fortemente inculcata da Tacito Ved. Stor. I

5 16 II 76.

[251] L'Imp. Vespasiano col suo solito buon senso si ride dei

genealogisti, che deducevano la sua famiglia da Flavio fondatore di

Riete sua patria, ed uno dei compagni d'Ercole. Svet. Vita di Vesp. cap.

12.

[252] Dione lib. LXVIII p. 1121. Plinio, Paneg.

[253] _Felicior Augusto, melior Traiano_: Eutrop. VIII, 5.

[254] Dione lib. LXIX, p, 1249 considera il tutto come una finzione

sopra l'autorità di suo padre, ch'essendo governatore della provincia,

nella quale morì Traiano, potea facilmente sviluppare questo mistero.

Dodwell _Praelect. Cambden_ XVII. ha sostenuto che Adriano, essendo

Traiano vivente, fu designato suo successore.

[255] Dione, l. LXX p. 1171 Aurel. Victor.

[256] La deificazione, le medaglie, le statue, i templi, le città, gli

oracoli, e la costellazione di Antinoo sono ben cogniti, e disonorano

agli occhi della posterità la memoria dell'Imperatore Adriano. È da

osservarsi per altro, che tra i quindici primi Cesari Claudio fu il

solo, i cui amori non abbiano fatto arrossir la natura. Intorno agli

onori renduti ad Antinoo, vedi Spanheim nei Commentarj ai Cesari di

Giuliano p. 80.

[257] Stor. Aug. p. 13. Aurelio Vittore _in Epitom._

[258] Senza il soccorso delle medaglie e delle iscrizioni noi

ignoreremmo quest'azione di Antonino Pio, che fa tant'onore alla sua

memoria.

[259] In tutti i 23 anni del regno di Antonino, Marco Aurelio non fu che

due notti assente dal Palazzo, ed ancora in due volte diverse. Storia

Angusta p. 25.

[260] Questo Principe amava gli spettacoli, e non era insensibile ai

vezzi del bel sesso: Marco Aurelio I 16. Storia Augusta p. 20 e 21.

Giuliano nei Cesari.

[261] Marco Aurelio è stato accusato d'ipocrisia, e i suoi nemici gli

hanno rimproverato di non aver avuto quella semplicità, che

contrassegnava Antonino Pio, e Vero pur anco: Storia Augusta 6. 34.

Questo ingiusto sospetto ci fa vedere quanto le qualità personali sieno

più applaudite delle virtù sociali. Marco Aurelio egli istesso è

tacciato d'ipocrisia, ma lo scettico più grande che dar si possa, non

dirà mai che Cesare fosse un poltrone, o Cicerone un imbecille. Lo

spirito ed il valore seducono assai più dell'umanità e dell'amore per la

giustizia.

[262] Tacito ha in poche parole esposti i principj della scuola del

Portico. «Doctores sapientiae secutus est, qui sola bona quae honesta,

mala tantum quae turpia, potentiam nobilitatem, caeteraque extra animum,

neque bonis, neque malis adnumerant.» Tacito Stor. IV 5.

[263] Avanti la seconda sua spedizione contro i Germani, fece alcune

pubbliche lezioni di filosofia al popolo romano. Egli avea già fatto lo

stesso nelle città della Grecia e dell'Asia. Stor. Aug. in Cassio c. 3.

[264] Dion. l. LXXI p. 1190 Stor. Aug. in Avidio Cassio.

[265] Stor. August. in Marco Antonin. c. 18.

[266] Vitellio spese per la sua tavola circa dodici milioni di zecchini

quasi in sei mesi. È difficile l'esprimere i vizj di questo Principe con

dignità od anche con decenza. Tacito lo chiama un porco, ma sostituendo

a quella parola grossolana una bellissima immagine «At. Vitellius,

umbraculis hortorum abditus, ut _ignava animalia_, quibus si cibum

suggeras, jacent torpentque, praeterita, instantia, futura pari

oblivione dimiserat. Atque illum nemore Aricino desidem, et marcentem

etc.» Tacit. Stor. III 36. Sveton. in Vitell. c. 13. Dione Cassio l. LXV

p. 1062.

[267] La morte di Elvidio Prisco e della virtuosa Eponina disonorò il

regno di Vespasiano.

[268] Viaggio di Chardin nella Persia vol. III p. 293.

[269] L'uso d'innalzare gli schiavi alle cariche importanti dello Stato

è più comune tra i Turchi che tra i Persiani. Nelle miserabili contrade

della Georgia o della Circassia nascono i padroni della maggior parte

dell'Oriente.

[270] Chardin dice che i viaggiatori europei hanno diffusa tra i

Persiani una certa idea della libertà e moderazione de' nostri Governi;

essi hanno fatto loro un pessimo uffizio.

[271] Citavano essi l'esempio di Scipione e di Catone. (Tacito Annali

III 66.) Marcello Eprio e Crispo Vibio aveano acquistato quasi cinque

milioni di zecchini sotto Nerone. La loro ricchezza, benchè aggravante i

loro delitti, li protesse sotto Vespasiano; ved. Tac. Stor. IV 43.

Dialog. de Orat. cap. 8. Per una accusa, Regolo, oggetto degno della

satira di Plinio, ricevè dal Senato gli ornamenti consolari, e un

donativo di centoventimila zecchini.

[272] Il delitto di lesa _Maestà_ era da prima una offesa di alto

tradimento contro il Popolo romano. Augusto e Tiberio, come Tribuni del

popolo, lo applicarono alla lor propria persona, dandogli una estensione

infinita.

[273] Poi che la virtuosa e sventurata vedova di Germanico fu messa a

morte, Tiberio ricevè i ringraziamenti del Senato per la sua clemenza.

Non era stata pubblicamente strangolata, nè il cadavere fu strascinato

alle Gemonie dove si esponevano quelli dei malfattori ordinarj. Ved.

Tac. Ann. 25 Sveton. in Tiberio c. 53.

[274] Serifo, isola del mare Egeo, era un piccolo scoglio, i cui

abitanti erano disprezzati per la loro ignoranza, ed oscurità. I versi

di Ovidio ci hanno fatto ben conoscere il luogo del suo esilio con i

suoi giusti, ma vili lamenti. Pare che egli ricevesse solamente l'ordine

di lasciar Roma in tanti giorni, e trasportarsi a Tomi. Ubbidì senza

essere accompagnato nè da guardie nè da carcerieri.

[275] Sotto Tiberio, un cavaliere romano tentò di fuggire tra i Parti,

ma fu arrestato nello stretto della Sicilia. Quest'esempio però parve

tanto poco pericoloso, che il più geloso dei tiranni sdegnò di punirlo.

Tacit. Ann. VI 14.

[276] Cic. ad familiares IV 7.

Storia della decadenza e rovina dell'impero romano, volume 01 · 第 27 / 45 题