CAPITOLO III.

_Costituzione del romano Impero nel secolo degli Antonini._

Una Monarchia, secondo la definizione che più facile presentasi, è uno

Stato, in cui ad una sola persona, venga questa con qualsisia nome

distinta, si affida l'esecuzione delle leggi, il governo dell'entrate,

ed il comando dell'armi. Ma se la pubblica libertà non è protetta da

intrepidi e vigilanti custodi, l'autorità di un magistrato così

formidabile tralignerà in dispotismo fra breve. In un secolo di

superstizione l'influenza del clero potrebbe utilmente servire a

sicurare i diritti del genere umano: ma il trono e l'altare sono sì

strettamente connessi, che di rado lo stendardo della Chiesa si è veduto

a sventolare dal lato del popolo. Una nobiltà guerriera ed un popolo

inflessibile, padrone delle armi, tenace del diritto di proprietà, e

raccolto in adunanze secondo la legge, formano il solo contrappeso atto

a sostenere una costituzione libera contro le usurpazioni di un Principe

ambizioso.

La vasta ambizione del Dittatore aveva atterrato ogni argine della

costituzione romana, e la destra crudele del Triumviro aveva distrutto

ogni riparo. Dopo la vittoria di Azio, il destino del Mondo romano

dipendeva dal volere di Ottaviano, a cui l'adozione dello zio dette il

nome di Cesare, e dipoi l'adulazione del Senato quello di Augusto.

Questo conquistatore aveva sotto di sè quarantaquattro legioni

veterane[217] che conoscevano la propria forza e la debolezza della

costituzione politica, avvezze per venti anni di guerra civile alle

stragi ed alle violenze, ed appassionate per la famiglia di Cesare,

dalla quale solamente aveano ricevute ed aspettavano le più larghe

ricompense. Le province, lungamente oppresse dai ministri della

Repubblica, sospiravano il governo di un solo, che fosse il padrone e

non il complice di quei piccoli tiranni. Il popolo di Roma, vedendo con

un segreto piacere l'umiliazione della aristocrazia, non domandava altro

che pane e spettacoli, e la mano liberale di Augusto lo contentava. I

ricchi e culti Italiani, i quali aveano quasi generalmente abbracciata

la filosofia d'Epicuro, godevano le presenti dolcezze della pace e della

tranquillità, nè volevano interrompere sogno sì grato con la memoria

della antica tumultuosa libertà. Il Senato avea colla potenza perduta la

dignità; molte delle più nobili famiglie erano estinte; la guerra, o la

proscrizione avean fatti perire i repubblicani riguardevoli per

ardimento e per senno; e si era appostatamente lasciato libero

l'ingresso in quell'ordine ad una mista moltitudine di più di mille

persone, le quali disonoravano il lor grado in vece di trarne

decoro[218].

La riforma del Senato fu uno dei primi passi, coi quali Augusto, non più

tiranno, ma padre si mostrò della patria. Fu egli eletto Censore, e di

concerto col suo fedele Agrippa, esaminò la lista dei Senatori, ne

scacciò alcuni membri, i vizj o l'ostinazione dei quali esigevano un

pubblico esempio, ne indusse quasi dugento a prevenire con un volontario

ritiro la vergogna dell'espulsione, ordinò che non potesse essere

Senatore chi non possedeva quasi ventimila zecchini, creò un numero

sufficiente di famiglie patrizie, ed accettò il titolo decoroso di

Principe del Senato, che dai Censori era sempre stato conceduto al

cittadino più illustre per dignità e per servizj[219]. Ma rendendo così

al Senato la sua dignità, ne distruggeva l'indipendenza. I principj di

una libera costituzione sono irrevocabilmente perduti, quando la potestà

legislativa è creata dalla potestà esecutiva.

Dinanzi a questa adunanza, così formata e disposta, Augusto recitò un

discorso studiato, nel quale copriva la sua ambizione col velo del

patriottismo. «Deplorava, anzi scusava la sua passata condotta: la pietà

filiale gli aveva messe le armi in mano per vendicare un padre ucciso;

la sua umanità era stata talvolta obbligata a cedere alle leggi crudeli

della necessità, ed a far lega forzata con due indegni colleghi; sinchè

visse Antonio, la Repubblica l'avea obbligato a non abbandonarlo in

balìa di un Romano degenerato, e di una barbara Regina; era al presente

in libertà di soddisfare al suo dovere ed alla sua inclinazione. Rendeva

solennemente al Senato ed al popolo i loro antichi diritti e desiderava

soltanto di mescolarsi nella folla de' suoi concittadini, e di

partecipare con essi alla felicità, che avea procurata alla sua

patria[220]».

Tacito solo (se Tacito fosse stato presente) avrebbe potuto descrivere

le varie agitazioni del Senato, i nascosti sentimenti degli uni, ed il

zelo affettato degli altri. Era pericoloso il fidarsi all'espressioni di

Augusto, e più pericoloso il mostrare di non crederle sincere. I

vantaggi respettivi della Monarchia o della Repubblica hanno spesso

tenuti divisi gli speculativi ricercatori; la grandezza presente dello

Stato romano, la corruzione dei costumi, e la licenza dei soldati

somministravano nuovi argomenti ai settatori della Monarchia; e queste

massime generali di governo si trovavano ravvolte con le speranze e co'

timori di ciaschedun privato. In mezzo a tal confusione di sentimenti,

la risposta del Senato fu unanime e decisiva: ricusarono di accettare la

dimissione di Augusto; lo supplicarono di non abbandonar la Repubblica

ch'egli aveva salvata. Dopo una decente resistenza, l'accorto tiranno si

sottomise agli ordini del Senato, ed acconsentì a ricevere il governo

delle province, ed il comando generale degli eserciti romani sotto i ben

conosciuti nomi di _Proconsole_ e _d'Imperatore_[221]. Ma li volle

ricevere per soli dieci anni. Sperava, diss'egli, che anche avanti

questo termine, le piaghe della discordia civile sarebbero perfettamente

rimarginate, e che la Repubblica, ritornata nel suo primiero stato di

sanità e di vigore, non avrebbe più bisogno del pericoloso intervento di

un magistrato così straordinario. Questa commedia fu diverse volte

ripetuta durante la vita d'Augusto, e se ne conservò la memoria fino

agli ultimi secoli dell'Impero, solennizzando sempre i perpetui Monarchi

di Roma con una pompa singolare ogni decimo anno del loro regno[222].

Il Generale degli eserciti romani, senza violare in alcun modo i

principj della costituzione, poteva ricevere ed esercitare un'autorità

quasi dispotica sopra i soldati, sopra i nemici, e sopra i sudditi della

Repubblica. In quanto ai soldati, la gelosia della libertà avea, fin dai

primi secoli di Roma, ceduto il luogo alle speranze di conquista, ed al

sentimento della militar disciplina. Il Dittatore o il Console avea

diritto di obbligare la gioventù romana a portar le armi, e di punire

una disobbedienza ostinata o codarda con le pene più severe ed

ignominiose, scancellando il trasgressore dalla lista dei cittadini,

confiscandone i beni, e vendendolo siccome schiavo[223]. Il servizio

militare sospendeva i più sacri diritti della libertà, confermati dalle

leggi Porcia e Sempronia. Nel suo campo il Generale esercitava un potere

assoluto di vita e di morte, la sua giurisdizione non era vincolata da

alcuna formalità legale, e l'esecuzione della sua sentenza era

immediata[224] e senza appello. I nemici di Roma regolarmente si

dichiaravano dalla autorità legislativa. Le più importanti risoluzioni

per la pace o per la guerra venivano seriamente dibattute nel Senato, e

solennemente ratificate dal Popolo. Ma nei paesi molto lontani

dall'Italia, i Generali si prendevan la libertà di portar le armi delle

legioni contro qualunque popolo, e come più lor pareva espediente al

servizio pubblico. Dal successo e non dalla giustizia delle loro imprese

essi aspettavano gli onori del trionfo. Usavano dispoticamente della

vittoria, specialmente quando non furono più ritenuti dalla presenza dei

Commissarj del Senato. Quando Pompeo comandava nell'Oriente, egli

ricompensò i suoi soldati ed i suoi alleati, detronizzò Sovrani, divise

regni, fondò colonie, e distribuì i tesori di Mitridate. Ritornato a

Roma, ottenne con un sol decreto del Senato e del popolo la ratifica

universale di tutta la sua condotta[225]. Tale era il potere sopra i

soldati o sopra i nemici di Roma che veniva concesso ai Generali della

Repubblica, o era da loro usurpato. Essi erano nel tempo stesso i

governatori o piuttosto i Monarchi delle province conquistate, univano

alla civile l'autorità militare, amministravano la giustizia, come pure

le pubbliche entrate, ed esercitavano la potenza esecutiva dello Stato,

e la legislativa ad un tempo.

Da quanto sì è già osservato noi primo capitolo di quest'opera, si può

ricavare un'idea dello stato delle armate e delle province, quando

Augusto prese in mano le redini del governo. Ma siccome era impossibile

ch'esso potesse in persona comandare le legioni di tante frontiere

lontane, gli fu dal Senato, come già a Pompeo, concessa la permissione

di delegar l'esercizio del suo potere ad un sufficiente numero di

Luogotenenti. Questi uffiziali per grado e per autorità non sembravano

inferiori agli antichi Proconsoli ma la dignità loro era dipendente e

precaria. Essi riconoscevano il lor potere dalla volontà di un

superiore, alla fausta influenza del quale attribuivasi legalmente il

merito delle azioni[226]. Eran essi i rappresentanti dell'Imperatore, ed

egli solo era il Generale della Repubblica, e la sua giurisdizione, sì

civile che militare, si estendeva sopra tutte le conquiste di Roma. Dava

però al Senato almeno la soddisfazione di sempre delegare il suo potere

ai membri di questo corpo. I Luogotenenti Imperiali erano di grado

consolare o pretorio; le legioni eran comandate da Senatori, e la

Prefettura dell'Egitto era l'unico governo importante affidato ad un

cavaliere romano.

Sei giorni dopo che Augusto fu forzato ad accettare un dono sì liberale,

volle con un facil sacrifizio appagare la vanità dei Senatori.

Rappresentò che gli avevano esteso il potere anche al di là del termine

necessario all'infelice condizione dei tempi. Essi non gli avevan

permesso di ricusare il faticoso comando degli eserciti e delle

frontiere, ma insistè che se gli permettesse di rimettere le province

più pacifiche e sicure alla dolce amministrazione del civil magistrato.

Nella divisione delle province, Augusto provvide alla sua propria

potenza, ed alla dignità della Repubblica. I Proconsoli del Senato, e

particolarmente quelli dell'Asia, della Grecia e dell'Affrica gioivano

una distinzione più onorevole dei Luogotenenti imperiali, che

comandavano nella Gallia, o nella Siria. I primi erano accompagnati dai

littori, e gli altri dai soldati. Si fece una legge che dovunque

l'Imperatore fosse presente, restasse sospesa l'ordinaria giurisdizione

del governatore; s'introdusse l'uso che le nuove conquiste

appartenessero alla dote imperiale, e presto si scoprì che l'autorità

del _Principe_, l'epiteto favorito di Augusto, era la medesima in ogni

parte dell'Impero.

Per ricompensa di questa concessione immaginaria, ottenne Augusto un

importante privilegio, che lo rendè padrone di Roma e dell'Italia. Con

pericolosa eccezione alle antiche massime, egli fu autorizzato a

conservare il suo comando militare, sostenuto da un numeroso corpo di

guardie, anche in tempo di pace e nel cuore della capitale. Il suo

comando veramente era limitato sopra i cittadini obbligati al servizio

dal giuramento militare; ma tale era l'inclinazione dei Romani alla

servitù, che i magistrati, i Senatori ed i Cavalieri prestarono

volontariamente il giuramento, finchè l'omaggio della adulazione si

convertì insensibilmente in una annuale e solenne protesta di fedeltà.

Benchè Augusto considerasse la forza militare come il più saldo

fondamento di un Governo, nondimeno prudentemente la rigettò come

strumento molto odioso. Era più disposto per natura e per politica a

regnare sotto i venerabili nomi dell'antica magistratura, e ad unire

artificiosamente nella sua persona tutti i dispersi raggi della

giurisdizione civile. Con questa mira permise al Senato di conferirgli a

vita la potestà consolare[227] e la tribunizia[228], che fu nel modo

stesso continuata a tutti i suoi successori. I Consoli eran succeduti ai

Re di Roma, e rappresentavano la maestà dello Stato. Essi

soprintendevano alle cerimonie della religione, levavano e comandavano

le legioni, davano udienza agl'Imbasciatori stranieri, e presedevano

alle adunanze del Senato e del popolo. La generale amministrazione delle

finanze era a loro affidata, e sebbene raramente avesser tempo di

amministrar la giustizia in persona, erano tuttavia considerati come i

supremi custodi delle leggi, dell'equità e della pubblica pace. Tale era

la loro giurisdizione ordinaria; ma questa diveniva superiore a

qualunque legge ogni volta che il Senato imponeva ai Consoli di vegliare

alla salvezza della Repubblica: allora per difesa della pubblica libertà

essi esercitavano un temporaneo dispotismo[229]. Il carattere dei

Tribuni era per ogni riguardo diverso da quello dei Consoli. L'apparenza

dei primi era umile e modesta, ma le loro persone erano sacre e

inviolabili. Avevan essi più forza per opporsi che per operare. Il loro

incarico era di difendere gli oppressi, di perdonar le offese, di

accusare i nemici del popolo, e di arrestare con una sola parola, se lo

credevano necessario, tutta la macchina del governo. Finchè sussistè la

Repubblica, la pericolosa influenza che il Console o il Tribuno tenevano

dalla loro giurisdizion rispettiva, fu diminuita da diverse restrizioni

importanti. La loro autorità spirava con l'anno, nel quale erano eletti;

la prima dignità fu divisa in due, e l'ultima in dieci persone; e

siccome questi due Magistrati erano nei pubblici e nei privati interessi

fra loro contrarj, così questi scambievoli conflitti contribuivano il

più delle volte ad assodare anzi che a distruggere la bilancia della

costituzione politica. Ma quando fu riunita alla tribunizia la potestà

consolare, quando ne fu a vita rivestita una sola persona, quando il

Generale delle armi fu nel tempo stesso ministro del Senato e

rappresentante del popolo romano, impossibile divenne il resistere

all'esercizio di quella imperiale autorità, alla quale non si potevano

facilmente assegnare i confini.

La politica di Augusto aggiunse presto al cumulo di questi onori le

splendide non men che importanti dignità di sommo Pontefice e di

Censore. Con la prima egli acquistò il regolamento della religione, e

con la seconda una ispezione legale sopra i costumi ed i beni del popolo

romano. Se tanti distinti ed indipendenti poteri non combinavano

esattamente gli uni con gli altri, la compiacenza del Senato era pronta

a supplire ogni difetto con le concessioni le più ampie e straordinarie.

Gl'Imperatori, come primi ministri della Repubblica, furono dichiarati

esenti dall'obbligazione e dalla sanzione di molte leggi incomode;

ebbero l'autorità di convocare il Senato, di proporre diverse questioni

in un giorno stesso, di presentare i candidati destinati pei grandi

impieghi, di estendere i confini della città, d'impiegare l'entrate

pubbliche a loro talento, di far la pace o la guerra, di ratificare i

trattati; e per una amplissima clausola furono autorizzati ad eseguire

tutto ciò che stimavano vantaggioso all'Impero, e conveniente alla

maestà delle cose private o pubbliche, umane o divine[230].

Quando tutte le diverse parti della potenza esecutrice furono unite

nella _Magistratura Imperiale_, i magistrati ordinarj della Repubblica

languirono nella oscurità, senza vigore, e quasi senza affari. Augusto

conservò gelosamente i nomi e la forma dell'antica amministrazione. Ogni

anno il solito numero di Consoli, di Pretori, e di Tribuni[231] eran

rivestiti colle insegne delle loro cariche rispettive, e continuavano ad

esercitare alcune delle funzioni meno importanti. Questi onori

allettavano ancora la vana ambizione dei Romani; e gli Imperatori

medesimi, sebbene investiti a vita del poter consolare, spesso

aspiravano al titolo di quell'annuale dignità, ch'essi condescendevano a

dividere con i più illustri dei loro concittadini[232]. Nell'elezione di

questi magistrati, il popolo, sotto il regno di Augusto, fu lasciato

libero di suscitare tutte le turbolenze di una rozza democrazia. Questo

Principe artificioso, invece di mostrare il minimo segno d'impazienza,

umilmente sollecitava i lor voti per se o pe' suoi amici, e soddisfaceva

scrupolosamente a tutti i doveri di un candidato ordinario[233]. Ma si

può attribuire a' suoi consigli la prima determinazione del successore,

colla quale furono le elezioni trasferite al Senato[234]. Le assemblee

del popolo vennero per sempre abolite, e gl'Imperatori si liberarono da

una pericolosa moltitudine, la quale, senza riacquistare la libertà,

avrebbe potuto disturbare, e forse mettere in pericolo il nuovo

stabilito Governo.

Mario e Cesare, dichiarandosi i protettori del popolo, aveano sovvertita

la costituzione della patria. Ma appena il Senato fu abbassato e

disarmato, questo corpo, composto di cinque o seicento persone, divenne

uno strumento facile ed utile per chi aspirava al dispotismo. Sulla

dignità del Senato, Augusto ed i suoi successori fondarono il lor nuovo

impero, ed affettarono, in ogni occasione, di adottare il linguaggio e

le massime dei patrizj. Nell'esercizio della loro potenza essi

consultavan frequentemente il supremo consiglio della nazione, ed in

apparenza si conformavano alle sue decisioni negli affari più importanti

di guerra e di pace. Roma, l'Italia, e le province interne erano

sottoposte all'immediata giurisdizione del Senato. Quanto agli affari

civili era esso la suprema corte di appello; e quanto alle materie

criminali, era un tribunale costituito per giudicare tutti i delitti

commessi da' pubblici ministri, o da quelli che offendevano la pace e la

maestà del popolo romano. L'amministrazione della giustizia divenne la

più frequente e seria occupazione del Senato; l'antico genio

dell'eloquenza trovò l'ultimo asilo nel trattare dinanzi a lui le cause

importanti. Il Senato possedeva molte considerabili prerogative come

Consiglio di Stato, e come tribunal di giustizia; ma in quanto alla

qualità legislativa, per cui veniva considerato come rappresentante del

popolo, si riconoscevano in quel corpo i diritti della Sovranità. Le

leggi ricevevano la sanzione da' suoi decreti, e dalla sua autorità

derivava ogni poter subalterno. Si adunava regolarmente tre volte il

mese nei giorni stabiliti delle calende, delle none, e degl'idi. Vi si

discutevan gli affari con una decente libertà, e gl'Imperatori medesimi,

superbi del nome di Senatori, sedevano, davano il voto, e si

confondevano con i loro eguali.

Ripigliamo in poche parole il sistema del Governo imperiale, come fu

istituito da Augusto, e conservato da quei Principi, i quali intesero il

loro proprio interesse e quello del popolo. Esso si può definire,

un'assoluta Monarchia velata con l'apparenza di una Repubblica. I

padroni dell'orbe romano avvolgevano di folta nube il lor trono e la

loro irresistibile forza, professandosi umilmente ministri dipendenti

del Senato, i supremi decreti del quale essi dettavano ed

obbedivano[235].

La Corte era formata sul modello della pubblica amministrazione.

Gl'Imperatori (eccettuati quei tiranni, la cui capricciosa follia

violava tutte le leggi della natura e dell'onore) disprezzavano ogni

pompa e formalità, che potesse offendere i loro concittadini, senza

accrescere la loro potenza reale. In tutti gli officj della vita

affettavano di confondersi con i loro sudditi, e mantenevan con essi

un'egual corrispondenza di visite e di trattamenti. Il loro vestire, la

loro tavola, il loro palazzo non eran diversi da quelli di un Senatore

opulento; ed il treno loro, sebbene splendido e numeroso, era

interamente composto dei loro schiavi domestici, e liberti[236]. Augusto

o Traiano si sarebbero vergognati d'impiegar il più vile dei Romani in

que' bassi uffizj, che nella famiglia e nella camera di un Monarca

limitato dalle leggi, sono adesso ansiosamente cercati dai più superbi

signori della Gran Brettagna.

L'apoteosi è il solo caso[237] in cui gli Imperatori si dipartissero

dalla solita loro prudenza o modestia. I Greci dell'Asia inventarono i

primi per li successori di Alessandro questa servile ed empia

adulazione, che presto dai Re fu trasferita ai governatori dell'Asia; ed

i magistrati romani furono spesso adorati come divinità provinciali con

la pompa degli altari e dei tempj, delle feste, dei sagrifizj[238]. Era

naturale che gl'Imperatori non ricusassero quel che avevano accettato i

Proconsoli; e gli onori divini, che le province rendettero agli uni e

agli altri, mostravano piuttosto il dispotismo che la servitù di Roma.

Ma ben tosto i vincitori imitarono le vinte nazioni nell'arte di

adulare; ed il genio imperioso del primo dei Cesari consentì troppo

facilmente ad accettare in vita un posto tra le deità tutelari di Roma.

Il carattere più moderato del suo successore si guardò da questa

pericolosa ambizione, non mai più di poi ravvivata fuor che dalla follia

di Caligola e di Domiziano. Augusto permise, è vero, ad alcune città

provinciali di erigere i tempj in suo onore, a condizione però che

insieme col Sovrano fosse Roma onorata dal loro culto. Egli tollerava

una superstizione particolare, di cui egli poteva esser l'oggetto[239];

ma si contentò di esser venerato dal Senato e dal popolo nel suo umano

carattere, e saggiamente lasciò al suo successore la cura della sua

pubblica apoteosi. Quindi s'introdusse il regolar costume di porre per

solenne decreto del Senato nel numero degli Dei ogni Imperatore estinto,

il quale nè in vita nè in morte si fosse mostrato tiranno; e le

cerimonie dell'apoteosi si mescevano colla pompa del tuo funerale.

Questa legal profanazione, in apparenza stolta, e così contraria alle

nostre massime rigorose, fu ricevuta quasi senza alcuna

mormorazione[240], perchè conveniente alla natura del politeismo, ed

accettata però come istituzione di politica e non di religione. Sarebbe

un degradar le virtù degli Antonini, paragonandole con i vizj di Ercole

o di Giove. Lo stesso carattere di Cesare o di Augusto era di gran lunga

superiore a quelli delle deità popolari. Ma questi Principi ebbero la

disgrazia di vivere in un secolo illuminato, e le loro azioni eran

troppo fedelmente raccontate, per poterle adombrare col velo di quelle

favole e di quei misteri, che soli possono eccitare la divozione del

volgo. Appena la divinità loro fu dalla legge stabilita, che cadde in

obblio senza contribuire o alla loro reputazione o alla dignità dei lor

successori.

Nell'analisi del Governo imperiale, noi abbiamo spesso chiamato

l'avveduto fondatore col ben noto nome di Augusto, che non gli fu per

altro conferito, se non quando l'edifizio era quasi giunto al suo

compimento. Da una bassa famiglia, di cui era nato nella piccola città

d'Aricia, prendeva egli l'oscuro nome di Ottaviano, nome macchiato col

sangue delle proscrizioni; ed egli stesso desiderava di poter cancellare

ogni memoria delle sue azioni passate. Come figlio adottivo del

Dittatore egli prese l'illustre soprannome di Cesare, ma aveva troppo

buon senso per non mai sperare di essere confuso, o desiderare d'essere

paragonato con questo grand'uomo. Fu proposto nel Senato di decorare il

ministro di quel corpo con un titolo nuovo, e dopo una discussione ben

seria, fu tra molti altri scelto quello di Augusto, come più degli altri

esprimente il carattere di pace e di santità da lui uniformemente

affettato[241]. Era perciò il nome di _Augusto_ distinzione personale, e

quel di _Cesare_ distinzione di famiglia. Il primo avrebbe dovuto

naturalmente spirare col Principe, al quale era stato compartito, e

l'altro poteva trasmettersi per mezzo dell'adozione e dei matrimonj in

altre famiglie. Nerone era dunque l'ultimo Principe, che potesse

allegare qualche ereditario diritto agli onori della discendenza di

Giulio. Ma alla sua morte questi titoli si trovavano connessi, per una

pratica costante di un secolo, alla dignità Imperiale, e sono stati

conservati da una lunga successione d'Imperatori romani, greci, franchi

e tedeschi, dalla rovina della Repubblica fino a dì nostri. Fu presto

per altro introdotta una distinzione. Il sacro titolo di Augusto fu

sempre riservato al Monarca, mentre il nome di Cesare venne più

liberamente conferito a' suoi parenti; ed, almeno dal regno di Adriano

in poi, con quest'appellazione si distinse la seconda persona nello

Stato, che fu risguardata come l'erede presuntivo dell'Impero.

Il tenero rispetto di Augusto per una libera costituzione, che avea egli

stesso distrutta, non si può spiegare che con un attento esame del

carattere di questo scaltrito tiranno. Un sangue freddo, un cuore

insensibile, ed un animo codardo gli fecero prendere, all'età di

diciannov'anni, la maschera dell'ipocrisia, che mai più non si tolse dal

viso. Con la stessa mano, e forse con lo spirito stesso, sottoscrisse la

proscrizione di Cicerone, ed il perdono di Cinna. Artificiali erano le

sue virtù come pure i suoi vizj; ed il suo interesse soltanto lo fece

prima il nemico, e poi il padre di Roma[242]. Quando innalzò l'ingegnoso

sistema dell'autorità imperiale, la sua moderazione era infinita da'

suoi timori. Desiderava allora d'ingannare il popolo con l'immagine

della civile libertà, e gli eserciti con l'aspetto di un Governo civile.

La morte di Cesare gli stava sempre dinanzi agli occhi. Aveva, è vero,

colmati i suoi aderenti di ricchezze e di onori, ma si ricordava, che

gli amici più favoriti del suo zio erano stati nel numero dei

congiurati. La fedeltà delle legioni potea difendere la sua autorità

contro una ribellione scoperta, ma la loro vigilanza non poteva

assicurare la sua persona dal pugnale di un risoluto repubblicano; ed i

Romani, che veneravano la memoria di Bruto[243], avrebbero applaudito a

un imitatore di lui. Cesare avea provocato il suo destino più con

l'ostentazione della sua potenza, che con la potenza medesima. Il

Console o il Tribuno avrebbe potuto regnare in pace, ma il titolo di Re

aveva armati i Romani contro la sua vita. Sapeva Augusto, che gli uomini

si lasciano governare dai nomi, nè fu ingannato nell'aspettativa di

credere, che il Senato ed il popolo avrebber sopportato la schiavitù,

purchè fossero rispettosamente assicurati che tuttor godevano

dell'antica lor libertà. Un Senato debole, ed un popolo avvilito si

riposarono con piacere in questa dolce illusione, finchè la mantenne la

virtù, o la prudenza dei successori d'Augusto. I congiurati contro

Caligola, Nerone e Domiziano, animati dalla premura della propria

sicurezza, e non dallo spirito di libertà, attaccarono la persona del

tiranno, senza dirigere i loro colpi contro l'autorità dell'Imperatore.

La storia ci presenta, è vero, una occasione memorarabile, nella quale

il Senato dopo settant'anni di pazienza fece uno sforzo inutile per

riprendere i suoi da lungo tempo obbliati diritti. Quando il trono restò

vacante per l'uccisione di Caligola, i Consoli convocarono il Senato nel

Campidoglio, condannarono la memoria dei Cesari, diedero _libertà_ per

_parola d'ordine_ alle poche coorti, che freddamente seguivano la parte

loro, e per quarantott'ore operarono come Capi indipendenti di una

libera Repubblica. Ma mentre ch'essi deliberavano, i Pretoriani aveano

risoluto. Lo stupido Claudio, fratello di Germanico, era già nel loro

campo rivestito della porpora imperiale, e preparato a sostenere la sua

elezione con le armi. Il sogno di libertà svanì, ed il Senato si

risvegliò in mezzo a tutti gli orrori di una servitù inevitabile.

Abbandonata dal popolo e dalla forza militare, quella debole adunanza fu

costretta a ratificare la scelta dei Pretoriani, e ad accettare il

benefizio di un general perdono prudentemente offerto, e generosamente

mantenuto da Claudio[244].

L'insolenza degli eserciti destò in Augusto terrori più grandi. La

disperazione dei cittadini non poteva che tentare quello che i soldati

ebbero, in ogni tempo, la forza di eseguire. Quanto era precaria

l'autorità di questo Principe sopra uomini da lui ammaestrati a violare

ogni dovere sociale! Esso avea uditi i loro sediziosi clamori; e temeva

i più tranquilli momenti della loro riflessione. Si era comprata una

rivoluzione con somme immense; ma per farne un'altra sarebbe stato

d'uopo raddoppiare le ricompense. Le truppe professavano il più vivo

affetto alla Casa di Cesare; ma l'affetto della moltitudine è

capriccioso ed incostante. Augusto seppe risvegliare in suo prò tutti

quei pregiudizj romani, che ancor rimanevano in quelle menti feroci;

autorizzò il rigore della disciplina con la sanzione della legge; ed

interponendo la maestà del Senato tra l'Imperatore e l'esercito, seppe

arditamente esigere la loro obbedienza come primo magistrato della

Repubblica[245].

Nel lungo corso di dugento vent'anni, dallo stabilimento di questo

artificioso sistema fino alla morte di Commodo, i pericoli inerenti ad

un governo militare rimasero in gran parte sospesi. I soldati raramente

ebbero occasione di conoscere la loro propria forza, e la debolezza

dell'autorità civile; scoperta fatale che avanti e dopo produsse così

terribili calamità. Caligola e Domiziano furono assassinati nel loro

palazzo dai proprj domestici; le convulsioni che agitarono Roma alla

morte del primo, non passarono le mura della città. Ma Nerone involse

tutto l'Impero nella sua rovina. In diciotto mesi quattro Principi

furono assassinati, e l'urto delle armate fra loro nemiche fece crollare

il Mondo romano. Eccettuato questo solo breve, sebben fierissimo

traboccamento di militare licenza, i due secoli da Augusto a Commodo non

furono insanguinati da guerre civili, nè turbati da rivoluzioni.

L'Imperatore era eletto _dall'autorità del Senato_ e dal _consenso dei

soldati_[246]. Le Legioni rispettavano il lor giuramento di fedeltà; ed

è necessaria un'ispezione minuta degli annali romani per iscoprire tre

piccole ribellioni, le quali furon tutte soppresse in pochi mesi, senza

pur correre il rischio di una battaglia[247].

Nei regni elettivi la vacanza del trono è un momento di crisi e di

pericolo. Gl'Imperatori romani, desiderosi di risparmiare alle legioni

questo intervallo di sospensione, e la tentazione di una scelta

irregolare, investivano il destinato lor successore di tanta porzione di

autorità presente, che potesse bastargli dopo la lor morte ad assumerne

il resto, senza che l'Impero si accorgesse di aver cangiato padrone.

Così Augusto, poichè da morti intempestive restaron recise le sue più

belle speranze, le ripose all'ultimo tutte in Tiberio; ottenne per

questo suo figlio adottivo le dignità di Censore e di Tribuno, e con una

legge rivestì il Principe futuro di un'autorità uguale alla sua sulle

province e sugli eserciti[248]. Così Vespasiano soggiogò l'anima

generosa del suo figlio maggiore. Tito era adorato dalle legioni

orientali, che aveano sotto il suo comando terminato di conquistar la

Giudea. Il suo potere era temuto, e siccome le sue virtù erano coperte

dall'intemperanza della gioventù, sì sospettava de' suoi disegni. In

vece di dare orecchio a tali ingiusti sospetti, il prudente Monarca

associò Tito a tutti i poteri dell'Imperial dignità; e il grato figlio

sempre si mostrò ministro umile e fedele di un padre così

indulgente[249].

Il buon senso di Vespasiano l'impegnò veramente ad abbracciare ogni

mezzo di assodare la sua elevazione recente e precaria. Il giuramento

militare, e la fedeltà delle truppe erano state consacrate dall'uso di

cent'anni al nome e alla famiglia dei Cesari; e benchè questa fosse

stata continuata soltanto con il fittizio rito della adozione, i Romani

però ancor riverivano nella persona di Nerone il nipote di Germanico, ed

il successore diretto di Augusto. Non senza ripugnanza e rimorso si

erano i Pretoriani indotti ad abbandonare la causa del tiranno[250]. Le

rapide cadute di Galba, di Ottone, e di Vitellio insegnarono agli

eserciti a riguardare gl'Imperatori come creature della lor volontà, ed

istrumenti della loro licenza. Vespasiano era di bassa estrazione; l'avo

di lui era stato soldato comune, ed il padre avea un piccolo impiego

nelle finanze[251]. Il merito lo aveva innalzato in una età avanzata

all'Impero; ma questo merito era più solido che brillante, e le sue

virtù erano disonorate da grande e sordida avarizia. Questo Principe

provvide al suo proprio interesse coll'associazione di un figlio, il cui

carattere più splendido ed amabile potesse richiamare l'attenzione del

pubblico, dall'origine oscura della famiglia dei Flavi, alle future

glorie della medesima. Sotto il dolce governo di Tito, il mondo Romano

godè di una felicità passeggiera, e la memoria di un Principe sì

adorabile fece tollerare per quindici anni i vizj del suo fratello

Domiziano.

Appena Nerva ebbe accettata la porpora dagli assassini di Domiziano, che

si avvide di esser per la grande età inabile ad arrestare il torrente

dei pubblici disordini, tanto moltiplicati sotto la lunga tirannide del

suo predecessore. I buoni rispettarono la sua mite indole, ma per

correggere i degenerati romani facea d'uopo un carattere più vigoroso,

la cui giustizia potesse spaventare i colpevoli. Ai suoi molti parenti

preferì nella scelta uno straniero. Egli adottò Traiano, in età di circa

quarant'anni; il quale comandava allora una possente armata nella

Germania inferiore; ed immediatamente con un decreto del Senato lo

dichiarò suo collega e successore nell'Impero[252]. È una vera

disgrazia, che mentre siamo oppressi dalla disgustosa relazione dei

delitti e delle pazzie di Nerone, dobbiamo investigare le azioni di

Traiano tra i barlumi di un compendio, o nella incerta luce di un

panegirico. Esiste però un altro panegirico molto lontano dal sospetto

di adulazione. Dugento cinquant'anni incirca dopo la morte di Traiano,

il Senato, nel far le solite acclamazioni per l'avvenimento di un nuovo

Imperatore, gli augurava di superare Augusto in felicità, e Traiano in

virtù[253].

Si può certamente credere che un tal padre della patria fosse in dubbio,

se dovesse o no affidare il sommo potere al carattere incerto ed

incostante del suo parente Adriano. Nei suoi ultimi momenti

l'Imperatrice Plotina o determinò artificiosamente l'irresoluzione di

Traiano, o arditamente suppose una finta adozione[254], della cui verità

sarebbe stato pericoloso il disputare, ed Adriano fu pacificamente

riconosciuto come suo legittimo successore. Sotto il suo regno, come

abbiamo già detto, l'Impero fiorì in pace ed in prosperità. Egli

incoraggiò le arti, riformò le leggi, assicurò la disciplina militare, e

visitò tutte le province in persona. Il suo ingegno vasto ed attivo

sapeva egualmente levarsi alle più estese mire, e discendere alle più

minute particolarità del governo civile; ma le passioni sue dominanti

erano la curiosità e la vanità. Secondo che queste in lui prevalevano, e

secondo i diversi oggetti che le eccitavano, Adriano si mostrò, a

vicenda, principe eccellente, sofista ridicolo, e geloso tiranno. In

generale la di lui condotta meritava lode per la giustizia e la

moderazione. Nei primi giorni però del suo regno fece morire quattro

Senatori consolari, suoi nemici personali, ed uomini stati giudicati

degni dell'Impero; e la noia di una penosa malattia lo rendè, in ultimo,

fantastico e crudele. Il Senato dubitò se lo dovesse chiamare Dio o

tiranno; e furono conceduti alla memoria di lui gli onori divini, per le

preghiere di Antonino Pio[255].

Il genio capriccioso di Adriano influì sulla scelta del suo successore.

Dopo aver gettati gli occhi sopra molti soggetti di un merito distinto,

da lui stimati ed odiati, adottò Elio Vero, nobile voluttuoso ed

allegro, caro per la sua non comune bellezza all'amante di Antinoo[256].

Ma mentre Adriano si applaudiva della sua scelta, e delle acclamazioni

dei soldati, dei quali si era assicurato il consenso con un esorbitante

donativo, una morte immatura rapì ai suoi amplessi il nuovo Cesare[257].

Questi lasciò solamente un figlio ancor bambino, che Adriano raccomandò

alla gratitudine degli Antonini. Pio l'adottò, ed all'avvenimento di

Marco, fu rivestito di una porzione del poter sovrano. Aveva il minor

Vero, fra molti vizi, una virtù, che consisteva nel dovuto rispetto

verso il suo più saggio collega, al quale abbandonò volontariamente le

cure più penose dell'Impero. Il filosofo Imperatore chiuse gli occhi

sulla stolta condotta di lui, ne pianse l'acerba morte, e gettò un velo

decente sopra la sua memoria.

Appena la passione di Adriano, fu o soddisfatta o delusa, egli risolse

di meritare la gratitudine della posterità, mettendo il merito più

illustre sul trono romano. Il suo occhio penetrante facilmente scoprì un

Senatore di circa cinquant'anni, irreprensibile in tutta la condotta

della sua vita, ed un giovane di quasi diciassette anni, che in età più

matura presentò poscia il bell'aspetto di tutte le virtù, il maggiore di

questi fu dichiarato figlio e successore di Adriano, a condizione però

ch'egli stesso adotterebbe subito il più giovane. I duo Antonini,

(giacchè si parla adesso di loro) governarono il Mondo romano per

quarantadue anni con lo stesso spirito invariabile di prudenza e di

virtù. Benchè Pio avesse due figli[258], preferì il bene di Roma

all'interesse della sua famiglia; diede la sua figlia Faustina in moglie

al giovane Marco, gli ottenne dal Senato la potestà tribunizia e

proconsolare, e disprezzando nobilmente, o piuttosto ignorando la

gelosia, lo associò a tutte le fatiche del Governo. Marco, dall'altra

parte, riveriva il carattere del suo benefattore, lo amava come padre,

l'obbediva come Sovrano[259], e dopo la morte di lui resse lo Stato

secondo l'esempio e le massime del suo predecessore. Questi due regni

sono forse il solo periodo della storia, nel quale la felicità di un

gran popolo sia stata il solo oggetto di chi lo governava.

Tito Antonino Pio era giustamente stato chiamato un secondo Numa. Lo

stesso amore della religione, della giustizia e della pace, formava il

carattere distintivo di questi due Principi. Ma la situazione

dell'ultimo gli aprì un campo più largo all'esercizio di queste virtù.

Numa poteva solamente impedire pochi vicini villaggi dal devastarsi

scambievolmente le loro campagne. Antonino diffuse l'ordine e la

tranquillità sulla maggior parte della Terra. Il suo regno è distinto

dal raro vantaggio di fornire pochissimi materiali per la storia, la

quale veramente non è quasi altro che il registro dei delitti, delle

pazzie e delle sventure degli uomini. Nella vita privata era amabile e

buono. La natural semplicità della sua virtù non conosceva la vanità, o

l'affettazione. Godeva con moderazione dell'illustre suo grado, e dei

piaceri innocenti della società[260]; e la benevolenza del suo animo si

palesava nella dolce serenità del uno volto.

La virtù di Marco Aurelio Antonino era di un carattere più severo e più

faticoso[261]. Era il frutto di molte dotte conferenze, di una vasta e

paziente lettura, e di molte notturne applicazioni. In età di dodici

anni abbracciò il rigido sistema degli stoici che gl'insegnò a

sottomettere il corpo allo spirito, le passioni alla ragione, a

considerar le virtù come l'unico bene, il vizio come l'unico male, e

tutte le cose esterne come cose indifferenti[262]. Le sue Meditazioni,

composte nel tumulto di un campo sussistono ancora; egli condescendeva

eziandio a dar lezioni di filosofia in un modo più pubblico di quel che

forse convenisse alla modestia di un savio, o alla dignità di un

Imperatore[263]. Ma la sua vita era il più nobil commento dei precetti

di Zenone. Rigido con sè stesso, compativa gli altrui difetti, ed era

giusto e benefico con tutto il genere umano. Si dolse che Avidio Cassio,

il quale eccitò una ribellione in Siria, gli avesse, con una morte

volontaria, tolto il piacere di farsi d'un nemico un amico, e giustificò

la sincerità di questo sentimento col moderare lo zelo del Senato contro

gli aderenti del traditore[264]. Detestava la guerra come il flagello

dell'umanità; ma quando la necessità di una giusta difesa lo sforzò a

prender l'armi, si espose coraggiosamente sulle gelate rive del Danubio

a otto campagne d'inverno, il cui rigore tornò finalmente fatale alla

sua debole complessione. La sua memoria fu venerata dalla grata

posterità, e più d'un secolo dopo la sua morte molti conservavano

l'immagine di Marco Antonino, tra quelle dei loro Numi domestici[265].

Se si avesse da stabilire nella storia del Mondo il periodo, nel quale

la condizione degli uomini sia stata più prospera e felice, si dovrebbe

subito nominare quello che corse dalla morte di Domiziano

all'avvenimento di Commodo. La vasta estensione del romano Impero venne

regolata da un assoluto potere sotto la scorta della virtù e della

prudenza. Gli eserciti furono contenuti dalla mano forte ma moderata di

quattro successivi Imperatori, il carattere e l'autorità dei quali

esigevano involontario rispetto. Il sistema dell'amministrazione civile

fu gelosamente conservato da Nerva, da Traiano, da Adriano e dagli

Antonini, i quali si dilettavano della immagine della libertà, e si

riguardavano con compiacenza come i ministri e i custodi delle leggi.

Principi tali sarebbero stati degni di ristabilir la Repubblica, se i

Romani dei loro tempi fossero stati capaci di godere di una ragionevole

libertà.

Le fatiche di questi Principi furon premiate dalla grandissima

ricompensa che inseparabilmente accompagnava i loro successi,

dall'onesto orgoglio della virtù, e dal puro e sommo diletto di vedere

la felicità universale, della quale essi eran gli autori. Una

riflessione, giusta ma trista, amareggiava però il più nobile dei

piaceri umani; e doveano spesso ricordarsi quanto fosse instabile una

felicità, la quale dipendeva dalla indole di un uomo solo. Forse si

avvicinava il fatal momento, nel quale qualche giovane dissoluto o

qualche tiranno geloso, distruggerebbe il lor popolo con quell'assoluto

potere ch'essi aveano impiegato a farlo felice. Il freno ideale del

Senato o delle leggi poteva servire a far risaltar le virtù, ma non a

correggere i vizj dell'Imperatore. La forza militare era uno strumento

cieco ed irresistibile di oppressione; e la corruzione dei costumi

romani sempre avrebbe fornito adulatori facili ad applaudire, o ministri

pronti a servire al timore o all'avarizia, ai sensuali piaceri od alla

crudeltà dei loro padroni.

L'esperienza dei Romani aveva già giustificato questi funesti timori.

Gli annali degl'Imperatori presentavano una forte e varia pittura della

natura umana, che noi invano ricercheremmo tra i misti e dubbj caratteri

della storia moderna. Nella condotta di que' Monarchi si possono

scoprire tutti i gradi del vizio e della virtù; la perfezione più

sublime e la più bassa degenerazione della nostra specie. L'aureo secolo

di Traiano e degli Antonini era stato preceduto da un secolo di ferro. È

quasi superfluo il numerare gl'indegni successori di Augusto. I loro

incomparabili vizj, ed il teatro illustre, sul quale hanno

rappresentato, gli hanno salvati dall'obblivione. Il cupo inflessibil

Tiberio, il furioso Caligola, lo stupido Claudio, il malvagio e crudele

Nerone, il brutale Vitellio[266], ed il timido e barbaro Domiziano sono

condannati ad una perpetua infamia. Per quarant'anni (se si eccettui

solamente il breve e dubbioso respiro[267] del regno di Vespasiano) Roma

gemè sotto una continua tirannide, la quale esterminò le antiche

famiglie della Repubblica, e riuscì fatale a quasi ogni virtù, e ad ogni

talento che comparve in quello sfortunato periodo.

Sotto il regno di questi mostri la schiavitù dei Romani fu accompagnata

da due circostanze particolari; la prima derivata dalla loro antica

libertà, l'altra dalle loro estese conquiste, onde si rendè la lor

condizione più compiutamente misera che quella delle vittime della

tirannia in qualunque altro secolo o paese. Queste cagioni produssero la

squisita sensibilità degli oppressi, e l'impossibilità di fuggir dalle

mani dell'oppressore.

I. Quando la Persia era governata dai discendenti di Sefi, Principi che

con brutal crudeltà lordavano spesso il lor Divano, la mensa, ed il

letto col sangue dei lor favoriti, si racconta il detto di un giovane

gentiluomo, ch'egli non mai si partiva della presenza del Sultano, senza

toccarsi la testa, quasi dubitando se gli stesse ancora sul collo.

L'esperienza di ogni giorno poteva giustificare lo scetticismo di

Rustano[268]. Ciò non ostante la spada fatale, sospesa sopra il suo capo

con un sol filo, non pare che turbasse il sonno, o alterasse la

tranquillità del Persiano. Sapeva che uno sguardo del Monarca poteva

ridurlo in polvere, ma un colpo di fulmine o di apoplessia poteva

tornargli egualmente mortale; ed era dovere di un uomo saggio lo

scordarsi delle calamità inevitabili della vita in mezzo ai piaceri

dell'ore fugaci. Si gloriava di esser chiamato schiavo dei Re; egli

comprato forse da oscuri parenti in un paese non mai da lui conosciuto,

allevato dalla sua fanciullezza nella severa disciplina del

serraglio[269]. Il suo nome, la sua ricchezza, i suoi onori eran dono di

un padrone che poteva senza ingiustizia riprendersi ciò che gli avea

donato. Il discernimento di Rustano, se pur ne avea, non serviva che a

confermare i suoi costumi co' pregiudizj. Nel suo linguaggio non v'eran

parole per esprimere altro governo che la monarchia assoluta. La storia

orientale gl'insegnava che tale era sempre stata la condizione degli

uomini[270]. Il Corano e gl'interpreti di quel libro divino gli

ripetevano, che il Sultano era il discendente del Profeta, e il vicerè

del Cielo, che la pazienza era la prima virtù di un Mussulmano, ed una

illimitata obbedienza il gran dovere di un suddito.

Lo spirito dei Romani era preparato molto diversamente per la schiavitù.

Oppressi sotto il peso della lor propria corruzione e della militare

violenza, per lungo tempo essi conservarono i sentimenti, o almeno le

idee dei liberi loro antenati. L'educazione di Elvidio e di Trasca, di

Tacito e di Plinio fu la stessa che quella di Catone e di Cicerone.

Dalla filosofia greca essi avevano attinte le nozioni più giuste e più

generose intorno alla dignità dell'umana natura, ed all'origine della

civil società. La storia della lor patria aveva loro insegnato a

venerare una Repubblica libera, virtuosa e trionfante, ad abborrire i

fortunati delitti di Cesare e di Augusto, e a disprezzare internamente

quei tiranni che adoravano con la più abbietta adulazione. Come

magistrati e Senatori, erano ammessi in quel gran Consiglio, che aveva

una volta dettate leggi alla Terra, il cui nome dava ancora la sanzione

agli atti del Monarca, e la cui autorità era così spesso prostituita ai

più vili disegni della tirannide. Tiberio e quegl'Imperatori, che

adottarono le sue massime, procurarono di velare i loro assassinj con le

formalità della giustizia, e forse gustavano un piacer secreto nel

rendere il Senato complice e vittima insieme della lor crudeltà. Da

questo corpo, gli ultimi degni d'esser chiamati Romani furon condannati

per delitti immaginari o per reali virtù. I loro infami accusatori

affettavano il linguaggio di patriotti indipendenti, che accusavano un

cittadino pericoloso dinanzi al tribunale della sua patria; e questo

pubblico servizio era premiato con ricchezze ed onori[271]. I giudici

servili dichiaravano di sostenere la maestà della Repubblica, violata

nella persona del suo primo magistrato[272], alla clemenza del quale più

applaudivano nel tempo, in cui più temevano la inesorabile sovrastante

di lui crudeltà[273]. Il tiranno riguardava la loro viltà con giusto

disprezzo, ed ai loro sentimenti secreti di detestazione corrispondeva

con un odio sincero e scoperto per tutto il Corpo senatorio.

II. La divisione dell'Europa in un numero di Stati indipendenti,

connessi però gli uni con gli altri per la general somiglianza di

religione, di lingua e di costumi, produce le conseguenze più utili per

la libertà del genere umano. Un moderno tiranno, a cui non facesser

resistenza i rimorsi ed il popolo, troverebbe ben presto un efficace

ritegno nell'esempio de' suoi eguali, nel timore della presente censura,

negli avvertimenti de' suoi alleati, e nelle minacce de' suoi nemici.

L'oggetto del suo sdegno, fuggendo dagli angusti limiti de' suoi Stati,

otterrebbe facilmente in un clima più felice un sicuro rifugio, una

nuova fortuna adeguata al suo merito, la libertà di lagnarsi, e forse i

mezzi di vendicarsi. Ma l'Impero dei Romani si stendeva per tutto il

Mondo, e quando cadde nelle mani di un solo, divenne una prigione sicura

e terribile pei suoi nemici. Lo schiavo del dispotismo imperiale, o

fosse condannato a strascinar le sue dorate catene in Roma o nel Senato,

o a passar la vita in esilio sulle rupi scoscese di Serifo, o sulle

gelide rive del Danubio, aspettava il suo fato con tacita

disperazione[274]. Funesta era la resistenza, e la fuga impossibile. Per

ogni parte era cinto da una vasta estensione di mare e di terra, ch'esso

non mai poteva sperar di valicare senza essere scoperto, preso, e

restituito al suo Sovrano irritato. Al di là dei confini, la sua vista

ansiosa non iscopriva che l'Oceano, deserti inospiti, tribù nemiche di

Barbari, di costumi feroci e di linguaggio sconosciuto, o Re dipendenti,

che con piacere avrebber comprata la protezion dell'Imperatore con il

sacrificio di un reo fuggitivo[275]. _Dovunque siate_, dice Cicerone

all'esiliato Marcello, _ricordatevi che voi siete egualmente dentro le

forze del conquistatore_[276].

Storia della decadenza e rovina dell'impero romano, volume 01 · 第 26 / 45 题