CAPITOLO II.

_Unione ed interna prosperità del romano Impero nel secolo degli

Antonini._

Non per la rapidità o estensione delle sue conquiste soltanto si dee

valutare la grandezza di Roma. Il Sovrano dei deserti della Russia

comanda ad una porzione più vasta del globo. Nella settima estate dopo

il suo passaggio dell'Ellesponto, Alessandro innalzava i trofei macedoni

sulle rive dell'Ifasi[106]. In meno di un secolo l'irresistibile Gengis

e i principi Mogolli di quella stirpe estesero le crudeli devastazioni,

ed il passeggiero loro dominio dal mar della China ai confini

dell'Egitto e della Germania[107]. Ma il saldo edifizio della potenza

romana fu levato in alto o conservato dalla prudenza di molti secoli. Le

contrade che obbedivano a Traiano ed agli Antonini, erano unite con le

leggi, ed adornate dalle arti. Esse potevano accidentalmente soffrire

per l'abuso parziale di una autorità delegata; ma il principio generale

del Governo era savio, semplice e benefico. Gli abitatori delle province

godevano della religione de' loro antenati, mentre negli onori e

vantaggi civili per giusti gradi venivano alzati ad un'eguaglianza con i

loro conquistatori.

I. La politica degl'Imperatori e del Senato, per riguardo alla

religione, era felicemente secondata dalle riflessioni della parte

illuminata dei loro sudditi, e dai costumi della parte superstiziosa. I

diversi culti religiosi che si osservavano nel Mondo romano, erano tutti

considerati dal popolo come egualmente veri; dal filosofo come

egualmente falsi, e dai magistrati come egualmente utili. Di tal modo la

tolleranza produceva non solo una scambievole indulgenza, ma eziandio

una religiosa concordia.

La superstizione del popolo non era amareggiata da alcuna mistura di

rancor teologico, nè vincolata era dalle catene di alcun sistema

speculativo. Il politeista devoto, sebbene appassionatamente ligio a'

nazionali suoi riti, ammetteva con una implicita fede le diverse

religioni della Terra[108]. Il timore, la gratitudine e la curiosità, un

sogno o un augurio, un singolar disordine, o un viaggio lontano lo

disponevano continuamente a moltiplicare gli articoli della sua

credenza, o ad accrescer la lista de' suoi protettori. La sottil

tessitura della mitologia pagana era intrecciata di varj, ma non

discordanti materiali. Col convenire che gli uomini saggi e gli eroi, i

quali erano o vissuti o morti in servigio della patria, s'innalzassero a

un grado di dignità e d'immortalità, si confessava universalmente

ch'essi meritavano di esser almeno venerati, se non adorati, da tutto il

genere umano. Le Divinità di mille piccoli boschi e di mille ruscelli

possedevano, in pace, la loro locale e respettiva influenza; nè il

Romano, che procurava di placare lo sdegno del Tevere, poteva derider

l'Egiziano, che presentava le sue offerte al benefico Genio del Nilo. I

visibili poteri della natura, i pianeti e gli elementi erano gli stessi

per tutto l'universo. I rettori invisibili del mondo morale non potevan

esser rappresentati che da finzioni ed allegorie gettate in una medesima

stampa. Ogni virtù, ed anche ogni vizio ottenne la sua divina

rappresentanza; ogni arte e professione ebbe il suo protettore, i cui

attributi, nei secoli e nei paesi più distanti, erano uniformemente

ricavati dal carattere dei loro particolari adoratori. Una repubblica di

Dei, così opposti d'interessi e di tempre, richiedeva in qualunque

sistema la mano moderatrice di un magistrato supremo, il quale col

progredire della scienza e dell'adulazione fu a poco a poco investito

delle sublimi perfezioni di Monarca Onnipotente, e di Creatore

Sovrano[109]. Così moderato era lo spirito dell'Antichità, che le

nazioni eran meno attente alle differenze, che alle somiglianze dei loro

culti religiosi. Il Greco, il Romano ed il Barbaro, nell'incontrarsi

avanti i loro respettivi altari, facilmente si persuadevano, che sotto

nomi diversi e con diverse ceremonie essi adoravano le medesime

Divinità. L'elegante mitologia di Omero dava una bella e quasi regolar

forma al politeismo del Mondo antico[110].

I filosofi greci ricavavano la loro morale dalla natura dell'uomo, anzi

che da quella di Dio. Essi meditavan però sulla natura divina come

oggetto di una speculazione molto importante e curiosa, ed in questa

profonda ricerca mostravano la forza e la debolezza dell'umano

intendimento[111]. Tra le quattro più celebri scuole, gli Stoici ed i

Platonici procurarono di riconciliare i discordanti interessi della

ragione e della religione. Essi ci hanno lasciate le più sublimi prove

della esistenza e delle perfezioni della cagione prima; siccome però

impossibile era ad essi il concepire la creazione della materia, così

l'artefice, nella filosofia stoica, non viene abbastanza distinto

dall'opera; mentre al contrario il Nume spirituale di Platone e dei suoi

discepoli sembra piuttosto un'idea, che una sostanza. Le opinioni degli

Accademici e degli Epicurei erano di una tempra men religiosa; ma nel

mentre che i primi erano dalla modesta loro scienza indotti a mettere in

dubbio, gli ultimi dalla loro positiva ignoranza erano costretti a

negare la Provvidenza di un Reggitore supremo. Lo spirito di ricerca,

avvivato dalla emulazione, e sostenuto dalla libertà, aveva divisi i

pubblici maestri di filosofia in una varietà di contrarie Sette; ma la

gioventù ingegnosa, che da ogni parte concorreva ad Atene ed alle altre

sedi delle scienze nell'Impero romano, era egualmente ammaestrata in

ogni scuola a rigettare e disprezzare la religione del popolo. Come, di

fatto, era egli possibile che un filosofo accettasse per verità divine

le vane novelle dei poeti, e le tradizioni incoerenti dell'antichità; o

che adorasse come Dei quegli enti imperfetti, ch'esso avrebbe

disprezzati come uomini? Cicerone condiscese a trattare le armi della

ragione e dell'eloquenza contro tali indegni avversarj; ma la Satira di

Luciano fu un'arme più adeguata, ed altrettanto più efficace. Si può ben

credere che uno scrittore, il quale praticava nel mondo, non si sarebbe

mai arrischiato ad esporre gli Dei del suo paese alle risa del pubblico,

se questi non fossero già stati l'oggetto del secreto disprezzo fra gli

ordini più colti ed illuminati della società[112].

Non ostante la irreligiosità di moda, che regnava nel secolo degli

Antonini, l'interesse dei sacerdoti, non meno che la credulità del

popolo erano tenuti in sufficiente rispetto. Negli scritti e nei

discorsi loro i filosofi dell'antichità sostenevano l'indipendente

dignità della ragione, ma uniformavano le loro azioni ai comandi delle

leggi e dei costumi. Riguardando con un riso di compassione e

d'indulgenza i varj errori del volgo, praticavano diligentemente le

cerimonie dei loro padri, frequentavano devotamente i tempj degli Dei; e

talvolta condescendendo a fare la lor parte sul teatro della

superstizione, coprivano i sentimenti di un ateo sotto le vesti

sacerdotali. Ragionatori di questa tempra non eran molto inclinati a

disputare circa le loro rispettive maniere di fede o di culto. Era

indifferente per loro qual forma prender volesse la follia della

moltitudine; e s'accostavano con lo stesso interno disprezzo e con la

stessa reverenza esterna agli altari dei Giove Libico, dell'Olimpico o

del Capitolino[113].

Non è facile il concepire per quali motivi uno spirito di persecuzione

si sarebbe introdotto nei concilj romani. I magistrati non potevano

essere animati da una cieca sebbene onesta devozione, giacchè i

magistrati stessi eran filosofi; e le scuole di Atene aveano dato le

leggi al Senato. Non potevano essere incitati dall'ambizione

dall'avarizia, giacchè la potestà temporale e l'ecclesiastica erano

unite nelle stesse mani. I pontefici erano scelti tra i più illustri dei

senatori, e l'uffizio di sommo pontefice era costantemente esercitato

dagl'Imperatori medesimi. Essi conoscevano e valutavano i vantaggi della

religione in quanto ella è connessa col governo civile. Incoraggiavano

le pubbliche feste, che rendono più umani i costumi del popolo. Si

servivano delle arti della divinazione, come di un utile strumento di

politica; e rispettavano come il più saldo legame della società la

giovevole persuasione, che il delitto dello spergiuro viene

infallibilmente punito in questa vita o nell'altra dai Numi[114]

vendicatori. Ma mentre riconoscevano i vantaggi generali della

religione, eran persuasi che la diversità dei culti contribuiva

ugualmente ai medesimi salutevoli fini; e che in ogni paese la forma

della superstizione, che avea ricevuta la sanzione del tempo e

dell'esperienza, era la più acconcia al clima ed a' suoi abitatori.

L'avarizia ed il buon gusto bene spesso rapivano alle vinte nazioni le

eleganti statue dei loro Numi, ed i ricchi ornamenti dei loro

tempj[115], ma nell'esercizio della religione dei loro antenati, esse

generalmente provavano l'indulgenza, anzi la protezione dei

conquistatori romani. La provincia della Gallia sembra, ed in vero

sembra soltanto, un'eccezione a questa universal tolleranza. Sotto lo

specioso pretesto di abolire i sacrifizj umani, gl'Imperatori Tiberio e

Claudio soppressero la pericolosa potenza dei Druidi[116]; ma si

lasciarono sussistere in una pacifica oscurità, fino all'ultima

distruzione del paganesimo, i sacerdoti, gli Dei ed i loro altari[117].

Roma, la capitale di una gran Monarchia, era continuamente ripiena di

sudditi e di stranieri di ogni parte del Mondo[118] che tutti

v'introducevano e professavano le superstizioni favorite de' loro

paesi[119]. Ogni città nell'Impero era autorizzata a mantenere la purità

delle sue antiche cerimonie; ed il Senato romano, usando del comun

privilegio, s'interponeva talvolta per frenare questa inondazione di

riti stranieri. La superstizione egiziana, la più disprezzabile ed

abbietta di tutte, frequentemente fu proibita: i tempj di Serapide e

d'Iside furono demoliti, ed i loro adoratori banditi da Roma e

dall'Italia[120]. Ma lo zelo del fanatismo prevalse ai freddi e deboli

sforzi della politica. Gli esiliati tornarono, si moltiplicarono i

proseliti, i tempj furon riedificati con maggior lustro, ed Iside e

Serapide ebbero alfine un posto tra le romane divinità[121]. Nè questa

indulgenza era un allontanarsi dalle vecchie massime di governo. Nei più

bei secoli della Repubblica, Cibele ed Esculapio erano stati invitati in

Roma con solenni ambasciate[122], ed era costume di tentare i protettori

delle città assediate con la promessa di onori più segnalati di quelli,

che ricevevano nel paese nativo[123]. Roma divenne a poco a poco il

tempio comune dei suoi sudditi; e la cittadinanza fu conceduta a tutti

gli Dei del genere umano[124].

II. La meschina politica di conservare senza alcun mescuglio straniero

il puro sangue degli antichi cittadini, avea rintuzzata la fortuna, ed

affrettata la rovina di Atene e di Sparta. Il genio sprezzante di Roma

sacrificò quella debole vanità ad una più soda ambizione, e credè più

prudente ed onorevole partito adottare e far suoi la virtù ed il merito,

ovunque li ritrovasse, sia tra gli schiavi o gli stranieri, sia tra i

nemici od i Barbari[125]. Nella più florida età della Repubblica

ateniese, il numero dei cittadini gradatamente decrebbe quasi da

trenta[126] a ventunmila[127]. Se al contrario si esamina

l'accrescimento della Repubblica romana, si scopre che, non ostanti le

continue perdite per le guerre e le colonie, i cittadini che nel primo

censo di Servio Tullio non ascendevano a più di ottantatremila, erano

moltiplicati, innanzi al principio della guerra Sociale, al numero di

quattrocento sessantatremila uomini atti a portar le armi in servizio

della patria[128]. Quando gli alleati di Roma pretesero una egual parte

agli onori ed ai privilegi, il Senato, invero, preferì la sorte delle

armi ad una concessione ignominiosa. I Sanniti ed i Lucani pagarono

severamente la pena della loro temerità; ma pel resto degli Stati

italiani, come successivamente rientrarono nel dovere, vennero ricevuti

in seno della Repubblica[129], e presto contribuirono alla rovina della

pubblica libertà. Sotto un governo democratico, i cittadini esercitano

il potere della sovranità; e questo potere prima degenera in abuso, indi

si perde, se venga affidato ad una moltitudine disadatta pel numero al

maneggio delle pubbliche cose. Ma poscia che le popolari adunanze furon

soppresse dalla politica degl'Imperatori, i conquistatori più non

vennero distinti dalle nazioni vinte, se non in quanto occupavano il

primo ed il più onorevol ordine di sudditi; ed il loro accrescimento,

sebben rapido, non fu più esposto agli stessi pericoli. I più saggi

Principi però, i quali adottarono le massime di Augusto, conservarono

con la più scrupolosa cura la dignità del nome romano, e largirono la

cittadinanza con una prudente liberalità[130].

Finchè i privilegi di cittadino romano non furono progressivamente

estesi a tutti gli abitanti dell'Impero, si conservò una distinzione

importante tra l'Italia e le province. La prima si riguardava come il

centro della pubblica unità, e la salda base della costituzione.

L'Italia pretendeva di essere la patria o almeno la residenza

degl'Imperatori e del Senato[131]. Gli Stati degl'Italiani erano esenti

da tasse, e le loro persone dalla arbitraria giurisdizione dei

governatori. Alle loro comunità municipali, formate sul perfetto modello

della capitale, si affidava sotto l'occhio immediato del supremo potere

l'esecuzion delle leggi. Dalla radice delle alpi all'estremità della

Calabria tutti i nativi d'Italia nascevano cittadini romani. Le loro

divisioni di partito erano andate in obblio, ed essi insensibilmente

eran venuti a formare una gran nazione unita per la lingua, pe' costumi,

e pe' regolamenti civili, e proporzionata al peso di un Impero possente.

La Repubblica si gloriava della sua generosa politica, ed era

frequentemente ricompensata dal merito e dai servizj dei suoi figli

adottivi. Se essa avesse sempre ristretta la distinzione di cittadini

romani nelle antiche famiglie dentro le mura della città, quel nome

immortale sarebbe andato privo d'alcuno dei suoi nobili ornamenti.

Virgilio era nativo di Mantova: Orazio era disposto a dubitare se

chiamar si dovesse Pugliese o Lucanio: in Padova si trovò uno Storico

degno di raccontare la serie maestosa delle vittorie romane. La famiglia

dei Catoni, tanto amante della patria, venne da Tusculo; e la piccola

città di Arpino si vantò del doppio onore di aver prodotto Mario e

Cicerone, il primo dei quali meritò, dopo Romolo e Camillo, di esser

chiamato il terzo fondatore di Roma; ed il secondo, dopo aver salvata la

sua patria dalla congiura di Catilina, la rendette capace di contendere

con Atene la palma dell'eloquenza[132].

Le province dell'Impero (come esse sono state descritte nel precedente

capitolo) erano prive di ogni pubblica forza, o libertà costituzionale.

Nell'Etruria, nella Grecia[133] e nella Gallia[134], la prima cura del

Senato fu di sciogliere quelle pericolose confederazioni, le quali

insegnavano agli uomini, che come le armi romane erano state vittoriose

per le altrui divisioni, così l'unione sola poteva ad esse far

resistenza. Quei Principi, ai quali l'ostentazione di gratitudine o di

generosità permetteva per qualche tempo di reggere uno scettro precario,

venivan balzati dai loro troni, appena avean soddisfatto all'incarico

loro ingiunto di avvezzare al giogo le vinte nazioni. Gli Stati liberi e

le città, le quali avevano abbracciata la causa di Roma, erano

ricompensate con un'alleanza di nome, ed insensibilmente cadevano in una

real servitù. La pubblica autorità era per ogni dove esercitata dai

ministri del Senato e degl'Imperatori, e quest'autorità era assoluta e

senza freno. Ma le stesse salutevoli massime di governo, che avevano

assicurata la pace e l'obbedienza dell'Italia, erano estese fino alle

più remote conquiste. Una nazione di Romani si formò a poco a poco nelle

province, col doppio espediente d'introdurre le colonie, e di ammettere

i più fedeli e meritevoli tra i provinciali alla cittadinanza romana.

«Dovunque il Romano conquista, ivi abita» è una osservazione molto

giusta di Seneca[135], confermata dalla storia e dalla esperienza. I

nativi d'Italia, allettati dal piacere o dall'interesse, si affrettavano

a godere dei vantaggi della vittoria; e si può osservare, che circa

quarant'anni dopo la riduzione dell'Asia, ottantamila romani furono in

un giorno trucidati pei crudeli ordini di Mitridate[136]. Questi esuli

volontarj si occupavano per la maggior parte nel commercio, nella

agricoltura e nell'appalto delle pubbliche entrate. Ma di poi che

gl'Imperatori fecero permanenti le legioni, popolate furono le province

da una razza di soldati; ed i veterani, comunque ricevessero la

ricompensa del lor servizio o in moneta o in terreni, generalmente si

stabilivano con le loro famiglie nel paese, in cui avevano onorevolmente

consumata la lor gioventù. Per tutto l'Impero, ma più specialmente nelle

parti occidentali, i distretti più fertili, e le situazioni più

convenienti erano riservate allo stabilimento delle colonie; alcune

delle quali erano di un ordine civile, ed altre di un ordine militare.

Nei loro costumi e nell'interna politica le colonie formavano una

perfetta rappresentanza della loro gran madre, e siccome presto

divenivan care ai nazionali pei legami dell'amicizia e della affinità,

esse diffondevano effettivamente una riverenza pel nome romano, ed un

desiderio raramente inefficace, di parteciparne a tempo dovuto gli onori

ed i vantaggi[137]. Le città municipali insensibilmente uguagliarono il

grado e lo splendore delle colonie, e nel regno di Adriano si disputò se

preferire si dovesse la condizione di quelle società che erano uscite

dal grembo di Roma[138], o di quelle che vi erano state ricevute. Il

diritto del Lazio, come veniva chiamato, conferiva alle città, alle

quali era stato accordato, un più particolare favore. I Magistrati

solamente, allo spirar dei loro uffizj, assumevan la qualità di

cittadini romani; ma siccome questi uffizj erano annuali, in pochi anni

circolavano per le principali famiglie[139]. Quelli tra i provinciali a'

quali era permesso di portar le armi nelle legioni[140]; quelli che

esercitavano qualche impiego civile; tutti quelli, in una parola, che

servivano il pubblico, o mostravano qualche personale talento, erano

premiati con una ricompensa, il cui valsente andò continuamente

diminuendo con l'accrescersi della liberalità degl'Imperatori. Per

altro, anche nel secolo degli Antonini, quando la cittadinanza era stata

largita alla maggior parte dei sudditi, era questa sempre accompagnata

da vantaggi assai solidi. La massa del popolo acquistava con tal titolo

il benefizio delle leggi romane, particolarmente negli interessanti

articoli di matrimonio, di testamenti e di eredità; e la strada della

fortuna rimaneva aperta a coloro, le cui pretensioni erano secondate dal

favore o dal merito. I nipoti dei Galli, che aveano assediato Giulio

Cesare in Alesia, comandavano le legioni, governavano le province, ed

erano ammessi nel Senato di Roma[141]. La loro ambizione, in cambio di

disturbare la tranquillità dello Stato, era intimamente connessa con la

sua salvezza e grandezza.

I Romani eran così persuasi dell'influenza della lingua su i costumi

nazionali, che la più seria lor cura fu di estendere col progresso delle

loro armi l'uso della lingua latina[142]. Gli antichi dialetti

dell'Italia, il Sabino, l'Etrusco ed il Veneto caddero in obblio; ma

nelle province l'Oriente fu men docile dell'Occidente alla voce dei suoi

vittoriosi maestri. Questa differenza distingueva le due porzioni

dell'Impero con una diversità di colori, la quale sebbene fu in qualche

parte nascosta, durante il chiaro splendore di prosperità, divenne più

visibile a misura che le ombre della notte scesero sul Mondo romano. Le

contrade occidentali furon tratte a civiltà dalle stesse mani che lo

sottomisero. Appena i Barbari furon ricondotti alla obbedienza, le loro

menti si aprirono a tutte le nuove impressioni delle scienze e della

cultura. La lingua di Virgilio e di Cicerone, sebbene con qualche

inevitabil mescuglio di corruzione, fu così universalmente adottata

nell'Affrica, nella Spagna, nella Gallia, nella Britannia[143] e nella

Pannonia, che soltanto nelle montagne, o tra i contadini si conservarono

le deboli tracce della lingua punica o della celtica[144]. L'educazione

e lo studio inspirarono insensibilmente ai nativi di quei paesi i

sentimenti dei Romani, e l'Italia diede le mode, come le leggi ai suoi

provinciali latini. Essi ricercarono con maggiore ardore, ed ottennero

con maggior facilità il titolo e gli onori di cittadino romano:

sostennero la dignità della nazione nelle lettere[145] e nelle armi: ed

al fine produssero nella persona di Traiano un Imperatore che gli

Scipioni non avrebbero ricusato per loro concittadino. La situazione dei

Greci era ben diversa da quella dei Barbari. I primi erano stati già da

gran tempo inciviliti e corrotti. Essi aveano troppo buon gusto per

abbandonare la loro lingua, e troppa vanità per adottare alcuna

istituzione straniera. Conservando sempre i pregiudizj dei loro

antenati, dopo averne perdute le virtù, affettavano di disprezzare le

rozze maniere dei romani conquistatori, mentre erano astretti a

rispettare la loro superior forza e prudenza[146]. Nè l'influenza del

linguaggio e dei sentimenti dei Greci era ristretta negli angusti

confini di quella, una volta, famosa regione. Il loro Impero, col

progresso delle colonie e delle conquiste, si era diffuso dall'Adriatico

all'Eufrate ed al Nilo. L'Asia era coperta di città greche, ed il lungo

dominio dei Re macedoni aveva sordamente introdotta una rivoluzione

nella Siria e nell'Egitto. Nelle loro magnifiche Corti quei Principi

univano l'eleganza ateniese al lusso orientale, e l'esempio della Corte

era, nella proporzionata distanza, imitato dai più distinti ordini dei

loro sudditi. Tale era la general divisione dell'Impero romano nelle

lingue latina e greca. A queste possiamo aggiungere una terza

distinzione pe' nazionali della Siria, e specialmente dell'Egitto. L'uso

dei loro antichi dialetti, segregandoli dal commercio degli uomini, era

d'impedimento alla cultura di que' Barbari[147]. La pigra effeminatezza

dei primi gli esponeva alla derisione; e l'ostinata ferocia dei secondi

eccitava l'avversione dei loro conquistatori[148]. Queste nazioni si

eran sottomesse alla potenza romana, ma raramente desiderarono, o ne

meritarono la cittadinanza; e fu osservato che passarono più di dugento

trent'anni dopo l'estinzione dei Tolomei, prima che un Egiziano fosse

ammesso nel Senato romano[149].

È osservazione giusta, sebben comune, che la vittoriosa Roma fu ella

stessa soggiogata dalle arti della Grecia. Quegli immortali Scrittori,

che fanno ancora l'ammirazione della moderna Europa, presto divennero

l'oggetto favorito dello studio e dell'imitazione nell'Italia e nelle

province occidentali. Ma non portavano danno le geniali occupazioni dei

Romani alle radicate massime della loro politica. Mentre riconoscevano

le bellezze della lingua greca, sostenevano la dignità della latina; e

l'uso esclusivo della seconda fu conservato inflessibilmente

nell'amministrazione sì del governo civile, che del militare[150]. I due

linguaggi esercitavano nel tempo stesso la loro separata giurisdizione

per tutto l'Impero; il primo come naturale idioma delle scienze, il

secondo come il dialetto legale degli atti pubblici. Quelli che univano

le lettere agli affari, erano egualmente versati nell'uno e nell'altro;

ed era quasi impossibile in qualunque provincia di trovare un suddito

romano di una educazion liberale, che non sapesse nel tempo stesso la

lingua greca e la latina.

Con tali regolamenti le nazioni dell'Impero insensibilmente si confusero

nel nome e nel popolo romano. Ma vi restava ancora nel centro di ogni

provincia e di ogni famiglia una infelice classe di uomini, che

sopportavano il peso senza godere dei benefizj della società. Negli

Stati liberi delle antiche Repubbliche, gli schiavi domestici erano

esposti al capriccioso rigore del dispotismo. Al perfetto stabilimento

dello Impero romano avean preceduto i secoli della violenza e della

rapina. Gli schiavi erano per la maggior parte Barbari prigionieri,

presi a migliaia per sorte di guerra, comprati a vil prezzo[151],

avvezzi ad una vita indipendente, ed impazienti di rompere e vendicare i

lor ceppi.

I più severi provvedimenti, ed il più crudel trattamento[152] contro

quegli interni nemici pareano quasi giustificati dalla gran legge della

propria conservazione, giacchè essi avean con disperate ribellioni

condotta più d'una volta la Repubblica all'orlo del precipizio[153]. Ma

quando le principali nazioni dell'Europa, dell'Asia e dell'Affrica

furono unite sotto le leggi di un solo Sovrano, la sorgente dei rinforzi

stranieri divenne meno abbondante, ed i Romani furono ridotti al più

mite ma più tedioso metodo della propagazione. Incoraggiarono i

matrimonj degli schiavi nelle lor numerose famiglie, e particolarmente

nelle loro campagne. I sentimenti della natura, gli abiti della

educazione, ed una specie di proprietà, benchè dipendente, contribuirono

ad addolcire la durezza della servitù[154]. L'esistenza di uno schiavo

divenne un oggetto di valuta maggiore; e sebbene la felicità di lui

dipendesse sempre dal carattere o dalle circostanze del padrone, pure

l'umanità del secondo, invece di essere scemata dal timore, era

incoraggiata dal sentimento del proprio interesse. La politica o la

virtù degl'Imperatori accelerò il perfezionamento dei costumi; ed

Adriano e gli Antonini estesero con i loro editti la protezion delle

leggi fino alla più abietta parte degli uomini. Si tolse ai privati il

diritto di vita e di morte sopra gli schiavi, del quale avevano per

lungo tempo e spesso abusato, e fu riservato ai soli magistrati. Furon

distrutte le sotterranee prigioni; e lo schiavo ingiuriato, se

giustamente si lamentava di un intollerabil trattamento, otteneva o la

libertà, od un padrone meno crudele[155].

La speranza, che è il miglior sollievo della nostra imperfetta

condizione, non era negata allo schiavo romano; e se trovava alcuna

opportunità di rendersi utile e gradito, poteva molto ragionevolmente

sperare che la diligenza e fedeltà di pochi anni sarebbe ricompensata

con l'inestimabil dono della libertà. La benevolenza del padrone era

così spesso animata dai più bassi motivi di vanità e di avarizia, che le

leggi crederono più necessario di raffrenare, che d'incoraggiare questa

profusa ed indistinta liberalità, la quale poteva degenerare in un abuso

molto pericoloso[156]. Secondo l'antica giurisprudenza uno schiavo non

avea patria: acquistando la libertà egli veniva ammesso nella società

politica, di cui il suo patrono era membro. Le conseguenze di questa

massima avrebbero prostituiti i privilegi della cittadinanza romana ad

una vile e promiscua moltitudine. Furon perciò stabilite alcune

opportune eccezioni; e l'onorevol distinzione di cittadino fu ristretta

soltanto a quegli schiavi, i quali per giuste cagioni, e con

l'approvazione del magistrato eran solennemente e legalmente manumessi.

Di più questi scelti liberti non ottenevan che i privati diritti di

cittadini, ed erano rigorosamente esclusi dagl'impieghi civili e dal

servizio militare. Qualunque esser potesse il merito o la ricchezza dei

loro figli, essi eran parimente stimati indegni di aver posto in Senato;

nè si cancellavano affatto le tracce della origine servile fino alla

terza o quarta generazione[157]. Così senza distrugger la distinzione

degli ordini, la libertà e gli onori si mostravano in lontananza anche a

quelli, che l'orgoglio e il pregiudizio sdegnavano quasi di annoverare

fra gli uomini.

Fu una volta proposto di dar agli schiavi per distintivo un abito

particolare, ma si temè con ragione che vi fosse qualche pericolo nel

far ad essi conoscere la grandezza del loro numero[158]. Senza

interpretare nel loro più stretto senso le pompose voci di legioni e di

miriadi[159], si può probabilmente asserire che la proporzione degli

schiavi, che si valutavano come proprietà, era più considerabile di

quella dei servi mercenarj[160]. I giovani di un ingegno che prometteva,

erano instruiti nelle arti e nelle scienze, ed il loro prezzo si

misurava dal grado della loro abilità e dei loro talenti[161]. Quasi

ogni professione o liberale[162] o meccanica, si trovava nella casa di

un ricco Senatore. I ministri della magnificenza e del piacere erano

moltiplicati oltre l'idea del lusso moderno[163]. Il mercante o il

manifattore trovava più utile a comprare, che a prendere a paga i suoi

lavoranti; e nella campagna gli schiavi erano impiegati come gli

strumenti meno costosi e più utili dell'agricoltura. Si possono portare

diversi particolari esempi per confermar la generale osservazione, e

mostrare la moltitudine degli schiavi. Un tristo avvenimento fece

scoprire che in un sol palazzo di Roma si mantenevano quattrocento

schiavi[164]. Ne apparteneva un numero eguale ad una villa, che una

vedova affricana di condizione molto privata cedè al suo figlio, mentre

si riservava per se una maggior porzione del suo patrimonio[165]. Sotto

il Regno di Augusto un liberto, le cui ricchezze erano molto diminuite

per le guerre civili, lasciò tremila seicento paia di bovi, dugento

cinquantamila capi di bestiame minuto, e quattromila cento sedici

schiavi, i quali venivano quasi inclusi nella descrizione de!

bestiame[166].

Il numero dei sudditi, i quali riconoscevano le leggi romane, cittadini,

provinciali e schiavi, non si può determinare con quella precisione, che

meriterebbe l'importanza del soggetto. Sappiamo che quando l'Imperatore

Claudio esercitò l'uffizio di Censore, il censo fu di sei milioni

novecento quarantacinquemila cittadini romani, i quali, computandovi in

proporzione le donne ed i ragazzi, dovevano ascendere al numero quasi di

venti milioni d'anime. La quantità dei sudditi di un grado inferiore era

incerta e variabile. Ma dopo aver valutata attentamente ogni

circostanza, che può influire nel comparto, sembra probabile, che al

tempo di Claudio, il numero dei provinciali fosse quasi doppio di quello

dei cittadini d'ogni età e d'ogni sesso; e che gli schiavi fossero

almeno eguali in numero agli abitanti liberi dell'orbe romano. La somma

totale di questo calcolo imperfetto ascenderebbe quasi a cento venti

milioni; popolazione, che forse eccede quella della Europa moderna[167]

e forma la più numerosa società che sia mai stata unita sotto lo stesso

sistema di governo.

La pace e l'unione interna erano le naturali conseguenze della moderata

ed illuminata politica dei Romani. Se volgiamo gli occhi alle Monarchie

dell'Asia, vedremo nel centro il dispotismo, e la debolezza nelle

estremità; la percezione delle entrate, o l'amministrazione della

giustizia sostenuta dalla presenza dell'armi; nemici barbari stabiliti

nel cuor del regno; satrapi ereditari che usurpano il dominio delle

province, e sudditi disposti alla ribellione, sebbene incapaci di

libertà. Ma l'obbedienza del Mondo romano era uniforme, volontaria e

costante. Le vinte nazioni, raccolte in un gran popolo, ponevano giù la

speranza, anzi il desiderio di riacquistare la loro indipendenza, e

consideravano appena la loro esistenza come distinta da quella di Roma.

L'autorità, già assodata degl'Imperatori, si stendeva senza fatica per

la vasta estensione dei loro dominj, ed era esercitata con la stessa

facilità sulle rive del Tamigi o del Nilo, come su quelle del Tevere. Le

legioni erano destinate a servire contro i pubblici nemici, ed il

magistrato civile rare volte implorava l'aiuto della forza

militare[168]. In questo stato di general sicurezza il Principe ed il

popolo impiegavano l'ozio e l'opulenza loro ad ingrandire e adornare

l'Impero romano.

Quanti fra gl'innumerabili monumenti di architettura costruiti dai

Romani, sono sfuggiti alla notizia della storia, e quanti pochi han

resistito alle distruzioni del tempo e de' Barbari! E pure le sole

maestose rovine che si vedono tuttavia sparse per l'Italia e per le

province, servirebbero a provare che quei luoghi furono una volta la

sede di un Impero colto e possente. La loro sola grandezza, o la loro

bellezza meriterebbe la nostra attenzione; ma esse divengono anche più

interessanti per due circostanze importanti, le quali uniscono la

dilettevole storia delle arti con la storia più utile degli umani

costumi. Molte di queste fabbriche erano erette a spese private, e

destinate quasi tutte alla pubblica utilità.

È naturale il supporre che la maggior parte e la più considerabile dei

romani edifizj fosse innalzata dagli Imperatori, che potevano

illimitatamente disporre di tanti uomini e di tanti tesori. Augusto era

solito di vantarsi, che aveva trovata la sua capitale fabbricata di

mattoni, e la lasciava fabbricata di marmo[169]. La stretta economia di

Vespasiano fu la sorgente della sua magnificenza. Le opere di Traiano

portano il marchio del suo grand'animo. I pubblici monumenti con i quali

Adriano adornò ogni provincia dell'Impero, furono eseguiti non solo pe'

suoi ordini, ma sotto la sua immediata ispezione. Era artista egli

stesso, ed amava quelle arti che accrescevano la gloria del Monarca.

Esse furono incoraggiate dagli Antonini, come proprie a contribuire alla

felicità del popolo. Ma se gl'Imperatori furono gli architetti primarj

del loro Impero, non ne furono per altro i soli. Il loro esempio fu

generalmente imitato dai principali sudditi, i quali non temevano di

mostrare, ch'essi avevano spirito da concepire, o ricchezze da terminare

le più nobili imprese. Non era appena eretto e consacrato a Roma il

superbo Colosseo, che Capua e Verona innalzarono a spese proprie e per

uso loro altri edifizj, invero men vasti, ma costruiti sullo stesso

disegno e coi medesimi materiali[170]. L'iscrizione del maraviglioso

ponte di Alcantara attesta, che esso fu gettato sul Tago a spese di

poche comunità Lusitane. Quando a Plinio fu dato il governo della

Bitinia e del Ponto, province che non erano nè le più ricche, nè le più

considerabili dell'Impero, egli trovò le città della sua giurisdizione,

che gareggiavano in fabbriche, le quali per l'utilità e per l'ornamento

meritassero la curiosità dei forestieri, o la gratitudine dei cittadini.

Era dover del Proconsole di supplire a ciò che loro mancava, di regolare

il lor gusto, e talvolta di moderare la loro emulazione[171]. I ricchi

Senatori di Roma e le province consideravano come un onore, e quasi come

un obbligo l'accrescere lo splendore del loro secolo e della lor patria;

e l'influenza della moda bene spesso suppliva alla mancanza del buon

gusto o della generosità. Tra la folla di questi privati benefattori,

merita di esser distinto Erode Attico, cittadino ateniese, il quale

vivea nel secolo degli Antonini; e qualunque fosse il motivo che lo

faceva operare, la sua magnificenza sarebbe stata degna dei Re più

grandi.

La famiglia di Erode, almeno dopo che si trovò favorita dalla fortuna,

fu fatta discendere per linea retta da Cimone e Milziade, da Teseo e

Cecrope, da Eaco e Giove. Ma la posterità di tanti Numi e di tanti eroi

era caduta nello stato il più abbietto. L'avo di Erode era stato nelle

mani della giustizia, e Giulio Attico, suo padre, avrebbe finiti i suoi

giorni nella povertà e nel disprezzo, se scoperto non avesse un immenso

tesoro, sepolto sotto un vecchio casamento, ultimo avanzo del suo

patrimonio. Secondo il rigor della legge, l'Imperatore avrebbe potuto

far valere le sue pretensioni, ed Attico prudentemente prevenne lo zelo

dei delatori con una libera confessione. Ma il giustissimo Nerva, che

allora occupava il trono, non volle accettarne alcuna porzione; e gli

comandò di servirsi senza timore del dono della fortuna. L'accorto

Ateniese sempre insisteva dicendo, che il tesoro era troppo

considerabile per un suddito, e ch'egli non sapeva come _bene usarne_.

_Abusane dunque_, replicò il Monarca con una graziosa impazienza,

_giacchè ti appartiene_[172]. Molti saranno d'opinione, che Attico

eseguì litteralmente le ultime istruzioni dell'Imperatore; giacchè spese

in util del pubblico la maggior parte dei suoi beni, i quali erano

considerabilmente aumentati per un ricco matrimonio. Egli aveva ottenuta

pel suo figlio Erode la prefettura delle città libere dell'Asia; e

questo giovane magistrato, osservando che in quella di Troade mancava

l'acqua, ottenne dalla liberalità di Adriano trecento miriadi di dramme

(quasi dugentomila zecchini) per la costruzione di un nuovo acquedotto.

Ma nell'esecuzione della fabbrica la spesa montando a più del doppio, ed

i ministri dell'entrate publiche cominciando a mormorare, il generoso

Attico impose loro silenzio col supplicare che gli fosse permesso di

addossarsi il di più della spesa[173].

I più abili maestri della Grecia e dell'Asia erano stati invitati con

liberali ricompense a governare l'educazione del giovane Erode. Il loro

allievo divenne ben tosto un celebre oratore, secondo l'inutil rettorica

di quel secolo, la quale, confinandosi nelle scuole, sdegnava di

comparire nel Foro o nel Senato. Gli fu conceduto a Roma l'onor del

Consolato; ma egli passò la maggior parte della sua vita in un ritiro

filosofico in Atene e nelle ville adiacenti, continuamente circondato

da' Sofisti; i quali riconoscevano senza ripugnanza la superiorità di un

ricco e generoso rivale[174]. I monumenti del suo genio sono periti;

alcuni riguardevoli avanzi conservano tuttora la fama del suo buon gusto

e della sua munificenza: qualche viaggiatore moderno ha misurate le

rovine dello Stadio ch'esso fece costruire in Atene. Era lungo seicento

piedi, fabbricato tutto di marmo bianco, e capace di contener tutto il

popolo; fu finito in quattr'anni, mentre Erode era il presidente dei

giuochi ateniesi. Consacrò alla memoria di Regilla sua moglie un teatro,

di cui appena potea trovarsi l'eguale in tutto l'Impero; non vi si

impiegò altro legno che cedro squisitamente intagliato. L'Odeo,

destinato da Pericle per l'Accademia di musica e per le nuove tragedie,

sorgea come trofeo della vittoria riportata dalle belle arti sulla

grandezza asiatica; giacchè il legname impiegatovi era per la maggior

parte di alberi delle navi persiane. Benchè un re di Cappadocia lo

avesse una volta restaurato, era nuovamente sul punto di rovinare. Erode

gli rendè l'antica eleganza e munificenza. Nè la liberalità di questo

illustre cittadino rimase ristretta fra le mura di Atene. I più

splendidi ornamenti, fatti al tempio di Nettuno nell'Istmo, un teatro in

Corinto, uno Stadio in Delfi, un bagno alle Termopile, ed un acquedotto

in Canusio nell'Italia, non poterono esaurire i suoi tesori. L'Epiro, la

Tessaglia, l'Eubea, la Beozia ed il Peloponeso provarono i suoi favori;

e molte iscrizioni delle città greche ed asiatiche nominarono con

gratitudine Erode Attico loro patrono e benefattore[175].

Nelle Repubbliche di Atene, e di Roma, la modesta semplicità delle case

private annunziava l'egual condizione della libertà, mentre la sovranità

del popolo si spiegava nei maestosi edifizj destinati all'uso

pubblico[176]; nè questo spirito repubblicano si spense affatto per

l'introduzione dell'opulenza e della monarchia. Gli Imperatori più

virtuosi godevano di mostrare la loro magnificenza soltanto nelle

fabbriche fatte per l'onore e per l'utile della nazione. L'aureo palazzo

di Nerone eccitò una giusta indignazione, ma l'istesso terreno usurpato

dal suo sfrenato lusso, fu più nobilmente occupato sotto i successivi

regni dal Colosseo, dai bagni di Tito, dal portico di Claudio o dai

tempj dedicati alla Pace od al Genio di Roma[177]. Questi monumenti di

architettura, proprietà del Popolo romano, erano adornati dalle più

belle produzioni della greca pittura e scultura; e nel tempio della Pace

si aprì una libreria molto rara alla curiosità dei letterati. Poco lungi

di là sorgeva il Foro di Trajano. Questo era di forma quadrangolare,

circondato da un alto portico, nel quale quattro archi trionfali

aprivano un ingresso nobile e spazioso; nel centro era posta una colonna

di marmo, la cui altezza di cento dieci piedi indicava l'elevazione

della collina che vi era stata spianata. Questa colonna, che ancor

sussiste nella sua antica bellezza, presentava un esatto quadro delle

vittorie riportate, da chi l'innalzò, contro i Daci. Il soldato veterano

contemplava la storia delle sue proprie campagne, ed il pacifico

cittadino, per una facile illusione di vanità nazionale, si associava

agli onori del trionfo. Tutti gli altri quartieri della capitale, e

tutte le province dell'Impero erano abbellite dal medesimo liberale

genio di pubblica magnificenza, e ripiene di anfiteatri, teatri, tempj,

portici, archi trionfali, bagni ed acquedotti, tutti per diversi modi

utili alla salute, alla devozione, ed ai piaceri degl'infimi cittadini.

Gli acquedotti meritano la nostra particolare attenzione. L'ardire

dell'impresa, la solidità dell'esecuzione, e gli usi ai quali servivano,

assegnano ad essi un posto tra i più nobili monumenti del genio e

della potenza romana. Gli acquedotti della capitale giustamente esigon

la preeminenza; ma un viaggiatore curioso, il quale esaminasse senza il

lume della storia quelli di Spoleto, di Metz, o di Segovia,

concluderebbe naturalmente, che quelle città provinciali erano

anticamente state la residenza di qualche possente Monarca. Le

solitudini dell'Asia e dell'Affrica erano una volta coperte da floride

città, la cui gran popolazione, e fin l'esistenza, era dovuta a questi

artificiali soccorsi di una perenne corrente di acqua fresca[178].

Noi abbiamo computato gli abitanti, e contemplato i pubblici edifizi

dell'Impero romano. L'osservazione del numero e della grandezza delle

sue città servirà a confermare il computo dei primi, ed a moltiplicare

quella de' secondi. Non sarà disgradevole il raccorre alcuni sparsi

esempi relativi a questo soggetto, ricordandoci per altro che la vanità

delle nazioni e la povertà del linguaggio, hanno indifferentemente

conceduto il vago nome di città a Roma ed a Laurento.

I. Si dice che l'antica Italia contenesse mille cento novantasette

città; ed a qualunque epoca dell'antichità si debba applicare questa

espressione[179], non vi è alcuna ragione di creder l'Italia meno

popolata nel secolo degli Antonini che nel secolo di Romolo. I piccoli

Stati del Lazio erano contenuti nella metropoli dell'Impero, la cui

superiore influenza gli aveva attirati. Quelle parti dell'Italia, che

hanno poscia per tanto tempo languito sotto l'oziosa tirannia dei preti,

e dei vicerè, erano state soltanto afflitte dalle più tollerabili

calamità della guerra; ed i primi sintomi, ch'esse ebbero di decadenza,

furono ampiamente compensati dai rapidi progressi della Gallia

Cisalpina. Ne' suoi avanzi ancora mostra Verona l'antico splendore, e

pur Verona era men famosa di Aquileia o di Padova, di Milano o di

Ravenna.

II. Lo spirito di miglioramento aveva passato le Alpi, e si sentiva

perfino nei boschi della Britannia, che a poco a poco erano scomparsi

per dar luogo a comode ed eleganti abitazioni. York era la sede del

governo, Londra già si arricchiva col commercio, e Bath era celebre pel

salutare effetto delle medicinali sue acque. La Gallia poteva vantarsi

delle sue mille dugento città[180], e sebbene molte di queste nelle

parti settentrionali, senza eccettuarne Parigi stessa, fossero poco più

che rozzi ed imperfetti borghi di popol nascente, le province

meridionali nondimeno emulavano l'opulenza e l'eleganza italiana[181].

Molte eran le città della Gallia, Marsiglia, Arles, Nimes, Narbona,

Tolosa, Bordò, Autun, Vienna, Lione, Langres e Treveri, l'antica

condizion delle quali potrebbe benissimo e forse con vantaggio

gareggiare con il loro stato presente. La Spagna, che nello stato di

provincia era floridissima, divenuta un Regno, è andata in decadenza.

Spossata dall'abuso della sua forza, dall'America e dalla superstizione,

resterebbe forse molto umiliata la sua superbia, se si ricercasse da lei

il numero di trecento sessanta città, quanto Plinio ne contò sotto il

Regno di Vespasiano[182].

III. Trecento città affricane avevano una volta riconosciuta l'autorità

di Cartagine[183], nè si può credere che il lor numero diminuisse sotto

il governo degli Imperatori. Cartagine stessa rinacque con nuovo

splendore dalle proprie ceneri; e quella capitale, come Capua e Corinto,

ricuperarono ben presto tutti i vantaggi, che possono aversi senza una

indipendente sovranità.

IV. Le province dell'Oriente presentarono il contrasto della

magnificenza romana con la barbarie ottomana. Le rovine dell'antichità,

sparse per le inculte campagne, e attribuite dall'ignoranza al potere

della magìa, danno appena un asilo al contadino oppresso, o all'Arabo

vagabondo. Sotto il regno dei Cesari, l'Asia, propriamente detta,

conteneva cinquecento città molto popolate[184], arricchite di tutti i

doni della natura, ed adornate da tutti i raffinamenti dell'arte. Undici

città dell'Asia si erano una volta disputato l'onore di dedicare un

tempio a Tiberio, ed il Senato esaminò i loro meriti respettivi[185].

Quattro di esse furono immediatamente rigettate come incapaci di un

tanto peso; ed una di queste era Laodicea, il cui splendore apparisce

ancora nelle sue rovine[186]. Laodicea ricavava una considerabilissima

entrata da' suoi greggi, famosi per la finezza della lana, ed avea

ricevuto, poco avanti a questa contesa, un legato di più di

ottocentomila zecchini lasciatole da un generoso cittadino[187]. Se tale

era la povertà di Laodicea, qual deve essere stata l'opulenza di quelle

città, le cui pretensioni parvero preferibili, e specialmente di

Pergamo, di Smirne e di Efeso, le quali sì lungamente si disputarono il

titolar primato dell'Asia[188]? Le capitali della Siria e dell'Egitto

erano di un ordine ancor superiore nell'Impero. Antiochia ed Alessandria

riguardavan con disprezzo una folla di città dipendenti[189], e non

cedevano, che con ripugnanza, alla maestà della stessa Roma.

Tutte queste città comunicavano una con l'altra, e colla capitale per

mezzo delle strade maestre, le quali partendosi dal Foro di Roma,

traversavan l'Italia, penetravano nelle province, e non terminavano che

ai confini dell'Impero. Se si prenda esattamente la distanza dal muro di

Antonino a Roma, e di là a Gerusalemme, si troverà che la gran catena di

comunicazione da maestro a scirocco si estendeva per la lunghezza di

quattromila ottanta miglia romane[190]. Le pubbliche strade erano

esattamente divise dalle colonne miliarie, e andavano in retta linea da

una città all'altra con assai poco riguardo agli ostacoli o della natura

o della privata proprietà. Si foravano i monti, e si gettavano

grand'archi su i fiumi più larghi e più rapidi[191]. Il mezzo della

strada era molto elevato sopra l'adiacente campagna, ed era fatto con

molti strati di sabbia, di ghiaia e di cemento, e lastricato di larghe

pietre, o di granito[192] in alcuni luoghi vicini alla capitale. Tale

era la stabile costruzione delle strade maestre dei Romani, la cui

solidità non ha interamente ceduto allo sforzo di quindici secoli. Esse

procuravano ai sudditi delle più distanti province una corrispondenza

facile e regolare; ma il loro oggetto primario era stato di facilitare

la marcia delle legioni; nè alcun paese si considerava come pienamente

soggiogato, finchè non era renduto in tutte le sue parti accessibile

all'armi ed all'autorità del conquistatore.

Il vantaggio di ricevere più sollecite le notizie, e di spedire con

celerità i loro ordini, indusse gl'Imperatori a stabilire, per tutto il

loro esteso dominio, le poste regolari[193]. Si eressero da per tutto

case in distanza soltanto di cinque o sei miglia; ciascuna delle quali

era costantemente provvista di quaranta cavalli, e con l'aiuto di queste

poste era facile di fare cento miglia in un giorno per le strade

romane[194]. Il comodo delle poste si concedeva a quelli, che avevano un

mandato imperiale; ma quantunque nella sua istituzione fosse destinato

al pubblico servizio, era qualche volta concesso al privato dei

cittadini[195].

La comunicazione dell'Impero romano per mare non era meno libera ed

aperta che per terra. Il Mediterraneo si trovava circondato dalle

province; e l'Italia, a guisa di un immenso promontorio, si avanzava nel

mezzo di questo gran lago. Sulle coste d'Italia vi sono pochi seni

sicuri; ma l'umana industria avea supplito alla mancanza della natura; e

il porto artificiale di Ostia, specialmente, collocato all'imboccatura

del Tevere, e fatto dall'Imperator Claudio, era un utile monumento della

romana grandezza[196]. Da questo porto, lontano dalla capitale sole

sedici miglia, i vascelli con un vento favorevole arrivavano spesso in

sette giorni alle Colonne d'Ercole, ed in nove o dieci in Alessandria d

Egitto[197].

Per quanti mali la ragione o la declamazione abbia imputato agl'Imperj

troppo estesi, la potenza di Roma era accompagnata da alcune conseguenze

utili al genere umano; e la stessa libertà di commercio, che dilatava i

vizj, diffondeva ancora i vantaggi della vita sociale. Nei più remoti

secoli dell'antichità, il Mondo era inegualmente diviso. L'Oriente era

da tempo immemorabile in possesso delle arti e del lusso, mentre

l'Occidente era abitato da rozzi e guerrieri Barbari, che o

disprezzavano o ignoravano affatto l'agricoltura. Sotto la protezione di

un governo assodato, le produzioni dei climi più felici, e l'industria

delle nazioni più culte s'introdussero a poco a poco nelle parti

occidentali dell'Europa; ed un libero ed util commercio incoraggiò i

nazionali a moltiplicare i prodotti, e a migliorare le arti. Sarebbe

quasi impossibile di numerare tutti i generi del regno o animale o

vegetabile, che furono successivamente trasportati nell'Europa dall'Asia

e dall'Egitto[198]; ma non disconverrà al decoro, e molto meno

all'utilità di una storia il toccar leggermente alcuni dei capi

principali. I. Quasi tutti i fiori, l'erbe ed i frutti, che nascono nei

nostri giardini europei, sono di estrazion forestiera, manifestata

spesso dai lor nomi medesimi; la mela era nativa d'Italia, e quando i

Romani ebber gustato il sapore più delicato dell'albicocca, della pesca,

della melagranata, del cedro, dell'arancia, si compiacquero di dare a

tutti questi nuovi frutti la comune denominazione di pomo,

distinguendoli con aggiunger l'epiteto del loro paese.

II. Al tempo d'Omero la vite cresceva inculta in Sicilia, e forse ancora

nel vicin continente: ma non era perfezionata dall'arte degli abitanti

selvaggi, i quali non sapeano estrarre un liquore soave al gusto[199].

Mille anni dopo, l'Italia potè vantarsi, che delle ottanta specie dei

vini più generosi e celebri, più di due terzi eran prodotti dal proprio

suolo[200]. Questa pianta preziosa s'introdusse nella provincia

narbonese della Gallia; ma al tempo di Strabone il freddo nella parte

settentrionale delle Sevenne era così eccessivo, che si credeva

impossibile di farvi maturare le uve[201]. Questa difficoltà, non

pertanto, a poco a poco fu superata; e vi è qualche ragione di credere

che le vigne di Borgogna sieno d'antichità eguale al secolo degli

Antonini[202]. III. L'olivo, nel Mondo occidentale, era il compagno ed

il simbolo della pace. Due secoli dopo la fondazione di Roma, questo

utile albero era sconosciuto e all'Italia ed all'Affrica; ma vi fu poi

naturalizzato, e finalmente portato nel cuore della Spagna e della

Gallia. La timida ignoranza degli antichi, i quali pensavano, che gli

fosse necessario un certo grado di calore, nè potesse crescere che nelle

vicinanze del mare, fu insensibilmente distrutta dall'industria e

dall'esperienza[203]. IV. La coltivazione del lino passò dall'Egitto

nella Gallia ed arricchì l'intero paese, per quanto potesse impoverire

le terre particolari nelle quali era seminato[204]. V. L'uso dei prati

artificiali divenne familiare all'Italia e alle province, e specialmente

l'erba medica, ossia il trifoglio, che deve alla Media il nome e

l'origine[205]. Le sicure provvisioni di un cibo sano ed abbondante pel

bestiame nel verno moltiplicarono il numero delle mandrie, le quali a

vicenda contribuirono alla fertilità del terreno. A tutti questi

vantaggi si può aggiungere un'assidua attenzione alle pesche ed alle

miniere, le quali impiegando una moltitudine di mani laboriose,

servivano ad accrescere i piaceri del ricco, e la sussistenza del

povero. Columella, nel suo elegante trattato, descrive il florido stato

dell'agricoltura spagnuola sotto il regno di Tiberio; ed è da

osservarsi, che quelle carestie, dalle quali fu così spesso angustiata

la Repubblica nella sua infanzia, raramente o non mai si sentirono

nell'Impero esteso di Roma. La casuale scarsezza in una provincia, era

immediatamente riparata dall'abbondanza dei suoi più fortunati vicini.

L'agricoltura è il fondamento delle manifatture; giacchè le produzioni

della natura sono i materiali dell'arte. Sotto l'Impero di Roma, la

gente ingegnosa ed industre s'impiegava diversamente, ma continuamente

in servizio dei ricchi. Questi favoriti della fortuna univano ogni

raffinamento di comodo, di eleganza, e di splendore negli abiti, nella

tavola, nelle case e nei mobili; e volevano tutto ciò che poteva o

lusingar il fasto, o soddisfare il senso. Questi raffinamenti, sotto

l'odioso nome di lusso, sono stati severamente condannati dai moralisti

d'ogni secolo; e forse sarebbe più conveniente alla virtù, ed alla

felicità degli uomini, se ciascuno possedesse i beni necessarj alla

vita, e niuno i superflui. Ma nella presente imperfetta condizione della

società, il lusso, sebben conseguenza del vizio o della pazzia, sembra

esser l'unico mezzo di correggere l'ineguale distribuzione dei beni. Il

diligente meccanico e l'abile artista, i quali non ebbero parte alcuna

nelle divisioni della terra, ricevono una tassa volontaria dai

possessori dei terreni; e questi sono eccitati dal sentimento

dell'interesse a migliorare quei beni, col prodotto dei quali possono

procurarsi nuovi piaceri. Questa operazione, i cui particolari effetti

si provano in ogni società, esercitava un'energia molto più estesa nel

Mondo romano. Le province avrebber ben presto perduto la loro opulenza,

se le manifatture ed il commercio del lusso non avessero insensibilmente

restituite ai sudditi industriosi le somme, che da loro esigevano le

armi e l'autorità di Roma. Finchè la circolazione fu confinata nei

limiti dell'Impero, essa imprimeva alla macchina politica un nuovo grado

di attività, e le sue conseguenze, talvolta benefiche, non potevano mai

divenire perniciose.

Ma non è facil cosa di contenere il lusso dentro i limiti di un Impero.

I paesi più remoti del Mondo antico furono saccheggiati per supplire al

fasto ed alla delicatezza di Roma. Le foreste della Scizia fornivano

alcune preziose pelli. L'ambra si portava per terra dai lidi del Baltico

al Danubio, ed i Barbari stupivano del prezzo, che essi ricevevano in

cambio di una merce sì inutile[206]. I luppoli di Babilonia e le altre

manifatture dell'Oriente erano ricercatissime. Ma il ramo più

considerabile e ricco di straniero commercio si faceva con l'Arabia e

con l'India. Ogni anno, verso il solstizio d'estate, una flotta di cento

venti vascelli partiva da Mioshormos, porto dell'Egitto sul mar Rosso.

Con l'aiuto dei venti periodici traversavan l'Oceano quasi in quaranta

giorni. La costa del Malabar, o l'isola del Ceylan[207] era il solito

termine della loro navigazione, ed i mercanti delle più remote contrade

dell'Asia aspettavano il loro arrivo in quegli scali. Il ritorno della

flotta egiziana era stabilito nel mese di Dicembre o di Gennaio. Ed

appena il suo ricco carico era stato trasportato su i cammelli dal mar

Rosso al Nilo, ed era calato per quel fiume fino ad Alessandria, si

spargeva senza indugio nella capitale dell'Impero[208]. Gli oggetti del

traffico orientale erano splendidi, ma di poca utilità; la seta[209] che

si vendeva a peso d'oro, le pietre preziose, tra le quali la perla aveva

il primo posto dopo il diamante[210]; ed una moltitudine di aromati, che

si consumavano nel culto religioso, e nelle pompe dei funerali.

La fatica ed il pericolo del viaggio venivano ricompensati da un

profitto quasi incredibile; ma questo profitto si faceva sopra i sudditi

Romani, e pochi individui si arricchivano a spese del pubblico. Come i

nazionali dell'Arabia e dell'India si contentavano delle produzioni e

manifatture del loro paese, così l'argento per parte dei Romani era il

principale, se non il solo strumento di commercio. Il Senato giustamente

si lagnava, che per femminili ornamenti si mandassero tra le nazioni

straniere e nemiche[211] le ricchezze dello Stato, che più non

ritornavano. La perdita annuale si fa ascendere da uno scrittore esatto

e critico a più di un milione e seicento mila zecchini[212]. Questo era

lo stile di uno spirito mal contento, e sempre occupato dal malinconico

aspetto di una vicina povertà. E ciò non ostante se si paragoni la

proporzione tra l'oro e l'argento, quale era nel tempo di Plinio, e qual

fu determinata nel regno di Costantino, si scoprirà in quel periodo un

considerabilissimo aumento[213]. Non vi è la minima ragion di supporre,

che l'oro fosse divenuto più raro: è perciò evidente che l'argento era

divenuto più comune, e che per grandi che fosser le somme trasportate

nell'India e nell'Arabia, erano ben lungi dall'esaurire l'opulenza del

Mondo romano; ed il prodotto delle miniere suppliva abbondantemente alle

esigenze del commercio.

Non ostante l'inclinazione degli uomini ad innalzare il passato, e ad

avvilire il presente, sì i provinciali che i Romani sentivano veramente,

e di buona fede confessavano lo stato prospero e tranquillo dell'Impero.

«Essi conoscevano che i veri principj della vita sociale, le leggi,

l'agricoltura e le scienze, già inventate dalla saggia Atene, erano

allora solamente stabilite dalla potenza romana, la quale con felice

influenza aveva uniti i barbari più feroci sotto un governo eguale ed un

linguaggio comune. Affermavano che con i progressi delle arti la specie

umana era visibilmente moltiplicata. Celebravano l'accresciuto splendore

delle città, il ridente aspetto della campagna, tutta coltivata ed

adorna come un immenso giardino, e le feste di una lunga pace, che si

godeva da tante nazioni, dimentiche delle loro antiche animosità, e

libere dal timore d'ogni futuro pericolo[214].» Qualunque dubbio possa

nascere dall'accento rettorico e declamatorio, che sembra dominare in

questo passo, esso nell'essenziale perfettamente combina con la verità

della storia.

Era quasi impossibile che l'occhio de' contemporanei scoprisse nella

pubblica felicità le nascoste cagioni della decadenza e della

corruzione. Quella lunga pace, ed il governo uniforme dei Romani,

introducevano un veleno lento e segreto nelle parti vitali dell'Impero.

Le menti degli uomini si ridussero a poco a poco al medesimo livello, si

estinse il fuoco del genio, e svanì fin lo spirito militare. Gli Europei

erano coraggiosi e robusti. La Spagna, la Gallia, la Britannia e

l'Illirico fornivano alle legioni soldati eccellenti, e formavano la

forza reale della Monarchia. Il loro valor personale ancor sussisteva,

ma essi non più avevano quel coraggio pubblico, che si nutrisce con

l'amor dell'indipendenza, col sentimento dell'onor nazionale,

coll'aspetto del pericolo, e con l'assuefazione al comando. Essi

ricevevano le leggi ed i governatori dalla volontà del Sovrano, ed

affidavano la loro difesa ad un esercito mercenario. La posterità dei

loro più valorosi generali si contentava del grado di cittadini e di

sudditi. Gli spiriti più ambiziosi correvano alla Corte o alle insegne

degl'Imperatori; e le province abbandonate, prive della forza o

dell'unione politica, caddero insensibilmente nella languida

indifferenza della vita privata.

L'amor delle lettere, quasi inseparabile dalla pace e dal raffinamento,

era di moda tra i sudditi di Adriano e degli Antonini, i quali erano

essi stessi e dotti e curiosi. Questo amore si sparse per tutta

l'estensione del loro Impero; le più settentrionali tribù della

Britannia avevano acquistato l'amore della rettorica: sulle rive del

Reno e del Danubio si copiavano e si leggevano Omero e Virgilio, ed ogni

più debol lampo di merito letterario veniva magnificamente

ricompensato[215]. La medicina e l'astronomia si coltivavano con qualche

reputazione; ma eccettuato l'inimitabil Luciano, quel secolo d'indolenza

non produsse un solo scrittore d'ingegno originale che meritasse

l'attenzione della posterità. Regnava ancor nelle scuole l'autorità di

Platone, d'Aristotile, di Zenone e di Epicuro; ed i loro sistemi,

trasmessi con cieca deferenza da una generazione di scolari all'altra,

impediva ogni sforzo generoso, che avesse potuto correggere gli errori

dell'umano intendimento, o estenderne i confini. Le bellezze dei poeti e

degli oratori, invece di accendere nei lettori un egual fuoco,

inspiravano solamente fredde e servili imitazioni; o se alcuno si

avventura ad allontanarsi da quei modelli, si allontanava nel tempo

stesso dal buon senso o dalla ragione. Al rinascere delle lettere il

giovanil vigore dell'immaginativa, la nazionale emulazione, una nuova

religione, nuove lingue, ed un nuovo mondo riscossero dal lungo letargo

il genio dell'Europa. Ma i provinciali di Roma, schiavi di una

artificiosa ed uniforme educazione straniera, erano molto deboli per

competere con quei valorosi antichi, i quali con esprimere i loro

genuini sentimenti nella lingua nativa, avevano già occupati tutti i

posti di onore. Il nome di poeta era quasi andato in obblio; e dai

Sofisti si usurpava quel di oratore. Un nembo di critici, di compilatori

e di commentatori oscurava le scienze; e la decadenza del genio fu

presto seguita dalla corruttela del gusto.

Il sublime Longino, che in un periodo meno remoto, ed alla corte di una

Regina della Siria conservava lo spirito della antica Atene, fa

lamentevoli osservazioni sopra questa decadenza de' suoi contemporanei,

che avviliva i sentimenti, snervava il coraggio, e deprimeva i talenti.

«Nello stesso modo (dic'egli) che quei ragazzi, i quali da bambini sono

stati troppo strettamente fasciati, rimangono sempre pimmei, così le

nostre tenere menti, incatenate dai pregiudizj e dagli abiti di una

stretta servitù, non sono capaci di dilatarsi, o di arrivare a quella

ben proporzionata grandezza, che noi ammiriamo negli antichi; i quali

vivendo sotto un governo popolare, scrivevano con la stessa libertà, con

la quale operavano[216].» Questa degradata statura del genere umano, per

continuar la metafora, andò giornalmente vie più scemando, ed il Mondo

romano era veramente popolato da una razza di pimmei, quando i fieri

giganti del Settentrione l'invasero, e rinvigorirono ed emendarono le

degenerate nazioni. Rinacque per essi lo spirito generoso di libertà; e

dopo la rivoluzione di dieci secoli, la libertà divenne la felice madre

del buon gusto e delle scienze.

Storia della decadenza e rovina dell'impero romano, volume 01 · 第 24 / 45 题