Il sole si levava in un immenso bagliore accecante. Si vedeva dalla
finestrella del casolare la via larga e deserta, sbarrata dai castagni.
Un cuculo piagnucolava, lontanamente.
Ora, sotto un panno che s'era posto sulla faccia per difenderla dalle
mosche, la Santella pareva assopita. Trascorse un'ora, quasi. Il
cagnolo, assetato, si metteva a lambir l'acqua tepida e sporca raccolta
in un vaso, e lo rovesciava. Il rosso rise forte. La Santella si mise a
sedere in mezzo al letto.
— Dov'è tata?
Il rosso si appressò, balbettando:
— Tata se n'è andato..... s'ha cavato le scarpe e se n'è andato.....
— Ah, Santa Caterina! E così mi lascia!.....
Allora lo scemo si pose per la via che aveva fatto Bernardino, pel
sentieruolo che metteva al bosco. Correva. Ove il bosco cominciava ad
apparire egli s'arrestò, trafelato.
Un gran pino spandeva per terra la sua ombra gigantesca: una piccola
pina, caduta dall'albero, s'apriva al sole. Il piccino la raccolse e
la mise in saccoccia. Poi si rincamminò, lentamente. Allo svoltare che
fece da un sentieruolo pieno di foglie cadute adocchiò una lucertola
che s'era stesa pigramente al sole. Si gettò carponi e l'acchiappò
sotto il berretto. Sedette a terra, avvolse la bestiolina palpitante in
una pezzuola e la cacciò in tasca. Si levò e si rimise a correre.
Dopo cinquanta passi gli si parò davanti il muricciuolo su cui
s'affacciava la pagliaia di Donato Auricchio. Era quasi diroccato tra
l'erbe selvaggie e un roveto arso lo assaliva alle spalle.
Il rosso s'arrampicò sul muricciuolo e sporse il capo dalla sua cresta.
La pagliaia bruciava ancora: il bizzarro scheletro delle ultime sue
canne ardeva, scoppiettando nella cenere nera; una spira di fumo saliva
nell'aria.
E lì, a pochi passi, tra l'erba arrossata, un corpo giaceva bocconi.
Il rosso riconobbe suo padre.
Chiamò, dal muretto:
— Tata!.... Tata!....
Gli rispose il silenzio. L'ammazzato si vedeva poco in faccia: si
vedeva appena l'adunco profilo del suo naso sotto una ciocca di capelli
rossastri e scompigliati. Una mano aperta, tutta pesta e sanguinosa,
spuntava tra l'erbe.
Lo scemo non si sentiva l'animo di saltare il muricciuolo. Guardava
quel corpo, senza comprendere.
Tornò a chiamare:
— Tata! Tata! Mamma piange e ti vuole!.... Ohi, Tata!
Scese dal muro, sedette per terra, e aspettò.
Il sole volgeva al tramonto. Pel puro cielo procedevano due nuvole
macchiate nel loro candore argenteo da strisce brunastre, come se per
entro vi fossero passati i denti d'un pettine immane. Nel lontano,
ove lo sguardo raggiungeva la immensa distesa dei campi, dalla parte
del sole, una nuvola aranciata s'orlava di rosso vivo. E dai campi,
dalla boscaglia respirante a ondate un caldo vento, arrivavano susurri
indefinibili e incessanti, ronzii d'insetti, pispigli brevi e sommessi.
— Tata! — balbettava il piccino — Mamma ti vuole!....
Poi non insistette oltre. Lo coglievano la stanchezza ed il sonno.
E laggiù, nel silenzio tragico ed alto, a un punto lo scemo si stese
sull'erba, chiuse gli occhi e s'addormentò.