— Sì, sì — ripetette, seduto di faccia a me alla medesima tavola, il
mio compagno d'ufficio de Laurenzi — io son deciso a resistere! Staremo
a vedere! L'ufficio? I doveri dell'ufficio? L'orario? Ma l'ufficio non
conta nulla, mio caro, a fronte di tutta una vita, di tutti i ricordi
che v'inchiodano al posto ov'è stato il padre. Il padre, capisci? E
io dunque dovrei rinunziare alla scrivania di mio padre, alla stanza
dov'è stato mio padre, all'aria che ha respirato mio padre! Ah, sì per
esempio! Ma voglio vederlo, voglio!
S'interruppe. Il cameriere, un de' più anziani di quella ignobile
_gargotte_ ove s'andava a far colazione tra preti, avvocati, studenti,
e cantanti del teatro vicino ora gli poneva davanti un piatto di
baccalà alla livornese fumigante in una brodaglia rossastra. Gli occhi
miopi del de Laurenzi s'appressarono al piatto e vi si sprofondarono
e lo interrogarono avidamente: tra quel vapor succulento le nari d'un
lungo naso floscio palpitarono e si dilatarono.
— Alla livornese, professore — disse il cameriere — Poi me ne parlerà.
E appresso ha ordinato?
— Un formaggio e un finocchio.
— Il vino solito?
— Solito.
Si mise a mangiare, voracemente. E io, che avevo terminato il mio
modesto asciolvere, sorseggiando un caffè e fumando mezzo toscano mi
misi a guardarlo come se lo vedessi per la prima volta.
Alto, magro, con le spalle incurvate, con una gran barba grigiastra
e incolta pel cui pelo intricato or si disseminavano le briciole
del pane e le gocce del brodo untuoso, con orribili mani dalle dita
nodose e lunghe che parevano artigli, mal vestito, tutto chiuso in
un vecchio cappotto stinto e rattoppato il cui bavero che un tempo
era stato ornato di pelo marrone or ne serbava sol quattro o cinque
ignobili ciuffetti, il mio compagno di ufficio de Laurenzi, un uomo
sui cinquantacinque anni suonati, incarnava pittorescamente la pietosa
straccioneria del travettismo. Ammogliato, carico di figliuoli e di
piccoli debiti, pe' quali il suo stipendio era strappato a brani e
giorno per giorno alla cassa dell'economo, egli era un di quelli
sciagurati il cui contatto uggioso ve ne sollecita quasi a non
indulgere alle volgari abitudini e a' miserabili vizii, ma ch'io
m'inducevo a creder degno, il più delle volte, della più malinconica
commiserazione.
Era stato — raccontava — giornalista di grido, nell'Alta Italia, a'
suoi be' tempi: lo era ancora qui, adesso, in una gazzetta quotidiana
che stentava parecchio la vita e nelle cui trascurate colonne il de
Laurenzi poneva, di volta in volta, certe sue rievocative narrazioni
partenopee scialbe e sciatte, disseminate di ampollosi rimpianti e
miserabilmente intessute sulle cronache de' giornali del tempo, in cui
frugava tutta la santa giornata.
Nella biblioteca governativa ov'ero anch'io il de Laurenzi era entrato
quando essa aveva a capo un prelato di cui bastava soltanto soddisfare
l'olimpica vanità per guadagnare, se non la stima, la indifferente
acquiescenza. Morto costui la biblioteca non aveva più potuto offerire
alle gratuite libertà, che l'ex giornalista vi s'era conquistate,
un comodo asilo remuneratore. Ora bisognava lavorare e frequentare
l'ufficio. Il nuovo bibliotecario era severissimo: guardava nel
registro d'ingresso degl'impiegati, segnava le ore e i minuti a' tardi
arrivati, mandava in giro, di volta in volta, ordini del giorno in cui
si raccomandavano lo zelo, l'ossequenza all'orario, la diligenza ne'
compiti, e pretendeva che tutti firmassero quelli _ukase_ in segno di
rispettosa adesione.
Una schiavitù, sissignori: una soppressione spietata, implacabile
dell'ingegno e della personalità, una scettica considerazione dell'io
pensante e creante, degli altrui nervi, dell'altrui cultura quando non
fosse quella delle scienze naturali e delle matematiche, nelle quali
quel nuovo direttore era spaventosamente agguerrito.
Ah, sì: portate in questi polverosi e silenziosi antri foderati
della storia cartacea del pensiero umano, portatevi, se vi riesce, la
giovialità, l'arditezza, il libero arbitrio, la poesia, l'indipendenza:
portatevi il vostro talento, la vostra modernità, le vostre abitudini
sincere e svegliate, se vi vorrete vedere a mano a mano sfiorire
tutta codesta ancor viva giovinezza dell'animo vostro! Mio Dio, che
aridità e che tristezza tra queste mute pareti, gravi d'_in folio_ e
d'enciclopedie: tra queste mura sorde a ogni voce impulsiva e pur così
impregnate de' pettegolezzi, delle invidie e delle guerricciuole che
constituiscono il tessuto connettivo della vita degl'impiegati, il
continuo esercizio della loro parola aspra e mordace, l'alimentazione
quotidiana dell'ozio e dell'ignoranza del loro pensiero!
Che diamine, dunque, pretendeva di non volere lasciare qui, come un
brano del suo cuore dolente, il mio compagno de Laurenzi? E di dove gli
veniva tutto questo attaccamento atavo-topografico, espresso con tanto
impeto melodrammatico? Io non sapevo, in verità, figurarmi e ammettere
tra il baccalà alla livornese e l'evocazione paterna alcuna tollerabile
analogia. Quest'uomo dunque componeva con tanta assoluta ignoranza
della loro espressione dissimile le sensazioni della psiche con la più
brutale delle soddisfazioni fisiologiche?
— Comprenderai — disse lui, quasi come per rispondere al mio pensiero,
e dopo aver vuotato il suo terzo bicchiere di vino bianco siciliano
— comprenderai ch'io mi trovo nelle biblioteche non per le mie
aspirazioni, non per elezione mia. Ti pare? Un impiego governativo!
Cioè una sgobbatura! Una servitù! Ma, poi che là dentro mio padre,
ch'era uno studioso, v'è stato impiegato anche lui e vi ha vissuto metà
della sua vita io vi ho voluto iniziare come una tradizione metodica ed
esemplare nella storia di queste successioni familiari. Usciamo?
— Usciamo. Difatti è ora di tornare lassù.
De Laurenzi afferrò un tovagliolo e si forbì le labbra, in fretta,
e poi lo buttò sulla tavola tutto insudiciato, come uno straccio.
Si levò: cacciò la mano nella profondità d'una delle saccocce del
suo cappotto, vi pescò e ripescò per buon tratto e infine cavò fuori
quell'artiglio armato d'un mozzicone di sigaro.
— Andiamo — mi fece, dopo avere acceso il mozzicone.
Sulla soglia della trattoria s'arrestò, per ricominciare il discorso.
— E così eccomi in guerra aperta col signor direttore. Si capisce:
io sono uno straordinario, pel momento, io sono entrato nel _sancta
sanctorum_ senza i titoli che ci vogliono. Titoli? E il mio ingegno, il
mio passato? Questi signori non vedono che bibliografia, schedatura,
inventarii: e guai a chi è qualcuno o qualcosa! E poi sotterfugi,
rapporti segreti, denunzie: ecco la loro maniera di battagliare. Ora,
come l'hanno insegnata anche a me, loro mandano ufficii — e io mi dò
per malato e vado a Roma.
Si scappellò, con un saluto profondo.
Colui ch'egli avea salutato gli fece pur di cappello e passò via,
in mezzo a quattro o cinque altri che lo accompagnavano e con cui
discuteva calorosamente.
— _Lupus in fabula_ — disse de Laurenzi — L'onorevole Maliberti. Non lo
conosci?
— No.
— Vuoi che ti presenti, un'altra volta?
— Ma no!..
— Fai male. Una potenza sai. È lui che m'ha presentato al ministro. Ed
è così che sono a posto, adesso.
Riaccese il suo mozzicone di sigaro, che s'era spento. E soggiunse:
— Vedrai, mio caro. S'è battagliato, a Roma, giorni addietro. Ma
l'ho spuntata, questa volta. Francamente, se io fossi te, cercherei
di conoscere l'onorevole. Non sei elettore, tu? No? Come, non sei
elettore, non ti sei fatto inscrivere?..
Affrettavo il passo. Egli s'accorse della poca attenzione onde
accoglievo le sue parole e s'arrestò, a un tratto.
— Tu dunque rientri in ufficio?
— E tu non ci vieni?
— Io no. Vado al giornale. Ho un articolo da correggere in bozze di
stampa. E mi preme più quello, naturalmente.
Feci l'atto di rincamminarmi.
— Se domandano di me...
— Ebbene?
— Ecco Si potrebbe inventare una frottola. Un figlio malato, per
esempio. L'influenza. Si può dire che mi son venuti a chiamare da
casa mia, d'urgenza. Una malattia a tua scelta. E poi mi telefoni al
giornale. D'accordo?
— Sì — mormorai — d'accordo.
Egli s'era già allontanato, a gran passi, trascinando pel fango di via
Costantinopoli le sue scarpacce inzaccherate sulle quali sbattevano,
molli e intrise di mota, le bocche larghe e logore de' suoi pantaloni.
Ora passava un carro funebre, di quelli che fanno continuamente la via
di Foria e s'avviano al cimitero. Il de Laurenzi, curvo, con la mano
alla falda del cappello, scivolò accanto all'enorme e nero carrozzone,
dalla cui cimasa dorata pareva che volessero spiccare il volo, ad
ali spiegate, quattro deformi angioletti di legno. La via, su quel
transito, s'era fatta silenziosa, a un tratto. E a me parve che tanto
da quel lento carro come da quell'uomo pur funebre si sprigionasse in
quel punto una medesima espressione mortuaria il cui senso mi durò
dentro per qualche secondo. Poi tutto si tolse dalla mia vista. Ma
sopra di me e sull'animo mio, mentre m'avviavo alla porta del mio
ufficio, pesava ancora, come l'ultimo segno di tanta malinconia, un
cielo invernale plumbeo e greve. L'aria mi pareva satura d'una umidità
uggiosa, e associata a tutta quella tristezza, a tutta quella miseria.
— Spero che non mi chieggano di costui — m'auguravo, salendo le scale
della biblioteca.
Come mi seccava di dover mentire, se mai! Una collera sorda,
commista d'insofferenza e di sprezzo, or m'agitava contro quest'uomo
che intendeva piegarmi a una ripugnante complicità. Lui tenero
dell'ufficio, della stanza paterna, della vita di quel luogo severo e
nobile, lui così svogliato, così cinico, così pronto a barattare la sua
dignità e il suo amor proprio con una menzogna da scolare?
Un uomo di quasi sessant'anni!