Donna Lucrezia e Beppe Micotti, diventati buoni amici in quegli
ultimi tempi, perchè stretti da una causa comune: la solenne
ingratitudine,--di quel gran can della Scala,--del Barbarò.
I loro servizi non erano stati ricompensati secondo il merito. Beppe
Micotti si lagnava colla Balladoro perchè _el sciur_, dopo essere
riuscito deputato, lo avea messo da parte, allontanandolo dagli affari;
e Donna Lucrezia era furibonda perchè la pace fra il Barbetta (lei
adesso affettava di chiamarlo soltanto col suo nome _plebeo_) fra il
Barbetta e gli sposi, era successa per merito suo, rimettendoci _un'ala
de polmon_, ma _viceversa poi_ la _Regina delle Antille_ era rimasta
inedita, ad onta dei più sacri giuramenti, cosicchè il maestro Forapan,
invece di _dichiararsi_, era partito per Pietroburgo con una _gran
compagniona de cartel_.
--Meglio i Russi, tesoro mio,--gridava la Balladoro, schizzando ira e
spruzzi di saliva dalle gengive sdentate,--meglio i Russi di un governo
impotente che si lascia rubare dai Tedeschi anche la musica, il nostro
patrimonio nazionale!... meglio i Croati!... Mi ricordo appena dei
Croati perchè a quei tempi ero ancora una _piavoléta_ appena nata, ma
mi ricordo e posso dire,--meglio i Russi, i Croati e gli Ottentoti, di
un governo di pitocconi!...
--Brava Donna Lucrezia!... e i più pitocchi, sono i milionari!...
Ma la collera di Donna Lucrezia non si sfogava abbastanza cogli epiteti
ingiuriosi, e un giorno, conversando col suo nuovo _amigòn_, cominciò a
profetare un cumulo di sventure sul capo di "quel mostro."
--Adesso trionfa il nobile-commendatore-portinaio, ma,--la gioia dei
mortali,--caro Bepi,--è un fumo passeggier!--Alle mie supplicazioni,
alle mie lettere, alle lettere di una Balladoro la quale oltre al
resto, _nò fasso per dir_, ma sa scrivere con un _fiatin_ più di
grammatica, non si è degnato nemmeno di rispondere.--_Lù!_...--e
Donna Lucrezia cogli occhietti spelati fiammeggianti, curvandosi e
allungandosi col braccio e l'indice teso pareva volesse trafiggere il
Barbarò in effigie,--_lù!... quel... spion!... Lù_... che con un detto
solo, potrei distruggere dalle fondamenta!... Lui, che dovrebbe tremare
ad un mio cenno! Ma il giorno della _punizion_ sta per spuntare, caro
Bepi, e deve essere un terremoto da far spavento!...
Il Micotti, approvando con cenni del capo e con sorrisi, soggiunse alla
sua volta:--Già... con questo matrimonio, non s'è messo sulla buona
strada per aver pace!
--Noe, noe, caro _Bepi_!... È uno _spropositon_ grosso come una
casa!...--Ciò detto, Donna Lucrezia spalancò di più la bocca, alzò
la faccia a guardare il soffitto, e poi fece un lungo starnuto
che echeggiò nella stanza. Amante com'era della pulizia, si era
raffreddata, lo avea detto poco prima al Micotti, a star tutta la
mattina sguazzando nell'acqua fresca.
--Del resto,--continuò dopo un momento,--il vostro principale non lo
fa per amore, ma per sfogare il suo _caprizio_, e soddisfare la sua
_ambizion_. Una Collalto, una Castelnovo, una mia cugina, è sempre un
gran partito anche senza dote, e in tal modo il signor Barbetta riesce
a consolidare la sua nobiltà _taccada co la spuazza_! Ma allegri,
Bepi, che quel... Bucefalo, non solo è come si dice _predestinato_,
ma è anzi _anticipato_.--Sicuro; e parlo... perchè posso parlare: mia
cugina, la futura madama Barbetta, avrebbe potuto aiutarmi presso
_quel bell'amorin_ del suo sposo, e invece niente! dimenticandosi per
altro che ho in mio potere tutti i suoi segreti. Già, in quel tempo,
mi mettevo una mano sul _cuor_ e chiudevo un occhio: si sa bene, alla
_passion_, tesoro mio, non si comanda. Ma adesso no, non la stimo
più!... darsi in braccio per il solo interesse a quel satiro _impatinà_!
--Peu!--e Donna Lucrezia sputò per terra,--che schifezza!
--Ha una trentina di milioni...--osservò il Micotti con un ghignetto
malizioso, che doveva aver imparato dal suo padrino.
--Una trentina di milioni!--strillò la vecchia indispettita;--non
saranno tanti quanti dicono!... e poi, fossero anche, tutti i tesori
di quel vecchio _bavoso, nò i me fa gola_, e lo posso dichiarare
altamente, perchè il vostro principale aveva posto gli occhi anche
sopra di me,--sicuro!--ma _mi, gnaffete_!--e così dicendo Donna
Lucrezia, che si era messa la mano aperta col pollice sulla punta del
naso, la richiuse agitando le dita in fretta.--_Mi nol me cuca_; e gli
ho subito risposto che con tutti i suoi milioni mi faceva _angossa_!...
Noe, noe, noe!... io non sono di buono stomaco come mia cugina!..
e poi, per piacere a me bisogna avere qualcosa qua dentro,--e si
battè la fronte,--un _pocheto de talento_ insomma, se no,--no...--e
_corocochè_!...
--Eh capperi, si sa bene: letterati e maestri!--esclamò Beppe Micotti
e, tanto per ridere, fece l'atto di volerla abbracciare.
--Giù le mani!--esclamò la vecchia alzando l'indice minacciosamente. Ma
fu un lampo solo di collera, che lasciò la nobile signora più affabile
e più confidente.
--Dite un po', _vecio mio_, che cosa contate di fare quando avrete
lasciato il servizio?...
--Eh!... Me ne andrò via da Milano.
--Oh _povareto_; me ne dispiace proprio tanto!
--Andrò a Napoli....
--Così _lontan_?--esclamò ancora flebilmente.
--Ho concorso all'appalto di un'esattoria.
Beppe Micotti diede quest'ultima notizia senza alcuna importanza, ma
gli occhietti della vecchia tradirono di subito una viva inquietudine,
e continuò per un poco a stringere e a muovere dentro la bocca chiusa
le gengive vuote, prima di rispondere.--Ha concorso all'appalto di
un'esattoria?--pensava fra sè;--e il danaro occorrente come lo aveva
trovato?--che il Barbarò non voglia comparire nell'affare, e la collera
e il disgusto non sia altro che una finta delle solite?--Allora ebbe
paura di essersi spinta troppo oltre nel dir male del Barbetta; e
infatti, in queste sue supposizioni, non era andata molto lungi dal
vero.
Beppe Micotti non era stato allontanato dagli affari di casa Barbarò,
ma soltanto da Milano e da Panigale, e ciò perchè il marchesino Stefano
non avesse a incontrarsi col signor Serafino Bianchi.
--Oh si tratta di un affare da poco!--soggiungeva intanto Beppe
Micotti, il quale aveva indovinato i timori della Balladoro.--Voglio
rigirarmi il capitaletto lasciatomi dalla vecchia!...
La Veronica, appunto, era morta in quei giorni nella casa di salute
dov'era stata ricoverata; ma Donna Lucrezia sapeva di sicuro che non
avea lasciato nemmeno un soldo.
--Che imprudente!... Che stupida sono stata, a dir tanto male del
Barbarò.--E continuava a masticare, inquieta e ansiosa di riparare
all'errore commesso.
--Tuttavia mi piace d'esser sincera,--esclamò dopo un momento,--il
commendator Pompeo in fin dei conti non è mio parente, e non ha nessun
obbligo del sangue... e poi gli affari, la politica, la fabbrica di
Panigale, la _deputazion_, il matrimonio!... ha tante cose per la
testa, quel benedett'omo, che _se pol_ anche compatirlo, e _mi no
ghe ne fasso_ una colpa _a lù_, ma alla Mary, a Giulio, ai miei due
nipoti. Quei _do tosi_ gli ho nutriti, posso dirlo, coi mio sangue!...
per educar la Mary, perchè _no' la mancasse de' gnente_, sono andata
in collera anche col mio _barba_, Francesco Alamanni, che mi ha
diseredata; per non abbandonarla, ho rifiutato, _un drio l'altro_,
tutti i più splendidi partiti, perchè quando ero giovane, posso dirlo,
facevo girar la testa a tutti quanti, e ho avuti conti, marchesi,
e anche un principe rumeno, un bel pezzo d'omo che incantava, ma
mi--gnente!--dura--_dighe de' no_, sempre _de' no_, e tutto per quella
ingrata, al cui confronto, siamo giusti, Don Pompeo diventa bianco come
un _colombin_!...
E così, infilata la strada, Donna Lucrezia durò ancora per un pezzo a
scagionare il Barbarò di tutte le sue colpe, e a sfogarsi contro la
Mary, e contro Giulio che non avevano cuore, tanto è vero--diceva,--che
aveano lasciato morir d'inedia la povera Filomena, una santa donna,
un portento di fedeltà e di pulizia, che lei aveva ceduto loro a
_malincuor_, e che aveva amato quelle due creature come una madre
_sviscerata_;--tanto è vero, che non si erano mai curati di sapere
se Francesco Alamanni (sempre zio, in fin dei conti) era andato _a
finir_ come Giona, in _panza_ a una balena;--tanto è vero che avevano
dimenticato fino il nome degli Alamanni, non altro dediti che ai
_lussi_, agli _spassi_, ai divertimenti, e a far la corte a Don Pompeo,
per _cavàr bezzi_!
--Mah... il danaro!--il vile metallo! è proprio tutto al
mondo!--esclamò sospirando, e poi, battendo forte colla mano sul cuore,
concluse,--per chi, per altro, _no' ga de questo, e... corocochè_!
--Brava Donna Lucrezia! Evviva _el cuor_!--esclamò il Micotti
rifacendola con una sghignazzata.
Tuttavia bisogna avvertire che Donna Lucrezia avea trasceso nelle sue
accuse, e non poco. La povera Filomena non era morta d'inedia, ma di
vecchiaia, e la Mary, dopo averla assistita colla tenerezza di una
figliuola, le avea detto, chiudendole gli occhi con un bacio,--salutami
la mamma!
Certo che col passare degli anni Giulio e la Mary si erano pienamente
assuefatti a vivere della vita del babbo, e anche la Mary avea finito
col portare la corona e il titolo di nobile di Panigale sui biglietti
di visita, e lo stemma (le due teste di moro in campo rosso) sugli
sportelli della carrozza. Al loro secondogenito avevano messo nome
Pompeo, ma d'altra parte al cimitero era stato eretto un magnifico
monumento in onore dell'Alamanni, colla seguente epigrafe:
A GIULIO ALAMANNI
CHE D'ANIMO E D'ARDIMENTI ITALIANO
IMPERANDO L'AUSTRIA
DANNATO AL CAPESTRO
EBBE GRAZIA SUL PALCO
E MORÌ ALLO SPIELBERG
IL XX APRILE MDCCCLIII
LA FIGLIA
MARIA ALAMANNI BARBARÒ NOBILE DI PANIGALE
Q. M. P.
In quanto poi allo zio Francesco, non era loro colpa, se non ne avevano
alcuna notizia: egli si teneva ostinatamente celato alla famiglia.
Giulio aveva messo sossopra tutti i consolati dell'America, aveva
fatto pratiche dappertutto, anche in Europa e a Londra specialmente,
col mezzo del _Ministero degli Esteri_, ma sempre senza alcun effetto.
Forse le loro pratiche avrebbero sortito un miglior esito, se fatte
più vicino; forse dal Carpani, che invitato da Marco Minghetti e
da Quintino Sella era andato a Roma, a scrivere in un giornale di
opposizione, ne avrebbero potuto saper qualche cosa.
Il vecchio giornalista, sebbene potesse vantare l'amicizia e la stima
dei più illustri uomini del partito, lavorava assai, ma guadagnava
appena di che vivere, specialmente a Roma dove tutto costava caro.
Nè col suo carattere indipendente, nè colla sua modestia piena di
fierezza egli avrebbe voluto arricchire colla penna. Nicomede Carpani
non lavorava per sè, lavorava per il paese: era un combattente: a
Roma, abitava in una piccionaia più meschina ancora della cameretta
di Milano, sul _Corso Garibaldi_, e i suoi pasti li faceva in una
_Fiaschetteria_ del ponte a Ripetta.... E colà appunto egli notò,
fin dai primi giorni, una figura strana d'uomo, che gli fece molta
impressione... e non era altro che un venditore di giornali. Assai
vecchio, alto della persona, col viso smunto, macilento, colla lunga
barba di un bianco giallognolo, coperto da un cappellaccio stinto
indurito dall'unto e dalla pioggia, e da una giacchettina di tela
logora, stretta stretta, sempre abbottonata e col collo alzato per
nascondere la mancanza delle camicia, mentre le braccia rosse,
irrigidite dal freddo, uscivan nude fin quasi al gomito dalle maniche
cortissime: si era nel cuore dell'inverno, e anche a Roma non faceva
caldo.
Pure quella miseria non era volgare: incuteva alle anime buone un senso
di pietà e di simpatia.
--Oh, guarda, che bel tipo di Belisario!--mormorò il Carpani
fissandolo; poi soggiunse mentalmente--eppure devo averlo già veduto;
ma dove?...
Il vecchio attraversava la _Fiaschetteria_, senza mai gridare il nome
dei giornali, senza offrirli a nessuno. Soltanto alle sue pratiche
solite, metteva il giornale piegato sulla tavola, dinanzi al piatto,
dopo essersi toccato appena il cappello colla mano, e aspettava il
soldo, fermo, muto, impassibile. Gli altri, se volevan il giornale,
lo dovevano chiamare; e il Carpani in fatti, una sera lo chiamò: in
quei giorni, in occasione delle cerimonie e dei ricevimenti del Santo
Natale, c'era stata una fiera enciclica del Papa contro l'Italia, e
il Carpani voleva leggerla per intero. Gli avevano detto che sarebbe
uscita sull'_Osservatore Romano_, e domandò appunto l'_Osservatore_.
Il vecchio, che si era fermato dinanzi al Carpani, sentendosi domandare
la gazzetta clericale ebbe un moto di collera, e fissando il Carpani
cogli occhi lampeggianti, mormorò:
--_Canaglia... i preti!_...--e se ne andò.
Il Carpani rimase attonito, ma tutti gli altri che erano nella
_Fiaschetteria_ si misero a ridere, e gli spiegarono che il venditore
di giornali era matto, e che la sua manìa era di non voler vendere
altro che giornali radicali, il _Dovere_, la _Capitale_, la _Lega della
Democrazia_; essi poi, quando volevan divertirsi, gli domandavano
qualche giornale clericale o qualche giornale tedesco, e allora,
secondo le lune, o scappava via, come aveva fatto quel giorno, oppure
andava in furia e faceva tanto baccano che i camerieri eran costretti a
cacciarlo fuori.
--È Romano?--domandò ancora il Carpani.
--No... almeno non parla romano.
--È qui da parecchio tempo?
--C'è da un pezzetto; ma di giorno non si vede mai; esce appena la
sera, fa il suo giro, in due o tre locande come questa, poi, dove vada
a nascondersi, non si sa.
Il Carpani non domandò più altro; ma il giorno dopo, quando vide
entrare Belisario (anche alla _Fiaschetteria_ gli avevan dato quel
nome) lo chiamò, e gli domandò la _Lega della democrazia_.
--Sai, non amo i preti nemmeno io,--gli disse a mezza voce.
L'altro non rispose niente; aspettava il soldo muto, impassibile;
soltanto avvicinò la mano che aveva libera dai giornali alla bocca, e
ci soffiò sopra per sdiacciarla.
--Sei sempre stato a Roma?
--Sempre!...--rispose il vecchio stizzosamente.
L'altro gli diede il soldo continuando a guardarlo; ma, in quel punto,
gli avventori, che ricordavan la scena del giorno innanzi, vollero dare
spettacolo al Carpani, e cominciarono a chiamare il vecchio da una
tavola all'altra:--Ohi, Belisario, dammi l'_Osservatore Cattolico_!...
Belisario, dammi la _Presse_ di Vienna!... l'_Allgemeine Zeitung_!
Il vecchio s'irritò, montò in furore, coprì d'insolenze tutta quella
gente, piangendo di rabbia, mentre i camerieri lo cacciavan fuori, e
gli altri continuavano a ridere a crepapelle, gridandogli dietro per
far chiasso, evviva i preti! evviva i Tedeschi!
--Canaglia!--urlò il vecchio sulla porta, preso a spintoni fra i
camerieri,--canaglia! canaglia!--Ma un colpo più forte lo mandò a
ruzzolare in mezzo al fango della strada, sotto la pioggia che cadeva
a rovescio, e una raffica di vento gli sparpagliò lontano tutti i
giornali.
La scena aveva disgustato tanto il Carpani, che il giorno dopo scelse
un'altra trattoria dove andar a mangiare, e in breve dimenticò il
povero matto della _Fiaschetteria_ al ponte di Ripetta.
XVI.
Le nozze del deputato Barbarò di Panigale, riuscirono magnifiche oltre
ogni dire. Il Sindaco in persona, colla sua bella fusciacca e col
suo più amabile sorriso, unì civilmente gli sposi, e l'Arcivescovo
stesso accettò volentieri di celebrare il matrimonio religioso nella
cappella del palazzo nuovamente acquistato dal Barbarò, e appartenuto
già all'antichissima casa dei Visconti Bescapè. Il marchese di Rho
era il padrino dello sposo, e il marchese di Collalto quello della
sposa, la quale fu poi accompagnata in Municipio e assistita, durante
la cerimonia religiosa, dalla Mary, la sua dolce amica d'un tempo,
che stava adesso per diventar quasi una sua figliuola. La marchesa,
colla persona smagrita e incurvata, cogli occhi neri sbattuti, che
spiccavano maggiormente sul viso pallido, pareva uscita allora da
una gran malattia, sebbene non avesse avuto neanche un giorno di
letto. Invece la Mary si era fatta ancora più bella e fiorente; la sua
figura aveva acquistato un'aria matronale, una voce più rotonda, modi
più risoluti. Quella mattina era poi vestita assai semplicemente, e
sembrava anche più giovane: non portava gioielli, ma sul petto aveva
appuntato il velo del cappellino, come si usava allora, con una piccola
miniatura legata in oro e contornata di grossi brillanti. La miniatura
era ancora quella della mamma; invece la montatura era nuova. Stavale
dietro, mangiandola cogli occhi, il buon Giulietto Barbarò, un po'
impacciato colla sua persona mingherlina, mentre essa dava il braccio
a Stefano di Collalto, che per l'occasione pareva diventato più miope
e più sottile del solito. Per seguire la moda fino all'ultimo, oltre
al gestire e al camminare all'inglese, metteva l'accento inglese
anche nelle pochissime parole che diceva. Ma seriissimo e impassibile
fuori, dentro di sè era gongolante di quelle nozze: aveva sei cavalli
in scuderia, i più belli del reggimento, e, per gratitudine, aveva
già cominciato a chiamar _papà_ don Pompeo di Panigale. La calca
dei curiosi fuori del Municipio, e alla porta del palazzo era stata
enorme. A dar poi anche più lustro a quelle nozze, il Re, che non si
era dimenticato di essere stato ospite del deputato Barbarò, mandò
a regalare alla sposa uno splendido braccialetto: dono veramente
reale. Pompeo Barbarò, che per sua soddisfazione lo avea fatto
stimare segretamente dal proprio orefice, ci aveva riscontrato più di
quindicimila lire soltanto in pietre preziose.
Alla colazione che precedette la partenza degli sposi per il viaggio
di nozze, oltre a tutti gli amici, i migliori del bel mondo, oltre al
sindaco, al prefetto, a un paio di generali, e ad una mezza dozzina tra
deputati e senatori, c'era pure il marchese Brancaccio, presidente del
Luogo Pio dei _Sordo-Muti_, l'avvocato Terzi, presidente dell'Ospizio
di Santa Maria Segreta, e il cavalier Marnulfi, presidente della
_Congregazione di Carità_...: insomma una rappresentanza di tutti i
vari luoghi pii milanesi, ai quali il Barbarò nell'occasione del suo
matrimonio aveva regalato, complessivamente, la cospicua somma di
cinquecento mila lire. Splendida elargizione, che gli procurò lodi
universali colla proposta di una medaglia d'oro, da conferirgli al
suo ritorno, mentre lo Zodenigo gli telegrafava il proprio plauso da
Civitavecchia, con una solo parola: _Egregiamente_.
C'era stata anche donna Lucrezia al matrimonio, ma giù in strada,
dinanzi al Municipio, confusa tra la folla che brulicava in mezzo alle
carrozze. La Balladoro aveva scritto di suo pugno prima all'Angelica,
poi alla Mary e a quel _pandòlo_ di Giulio, e in fine allo stesso
Barbarò, significandogli, _in anticipazion_, che sarebbe rimasta
molto offesa e mortificata se non l'avessero compresa nella lista
degli invitati, tanto più che una Balladoro (di quei veri di Venezia)
poteva anche essere invitata a corte senza svergognar nessuno. "Ma
per via dell'ingratitudine della quale si vedeva ognora corrisposta
da tutti quanti, aveva pensato, caso mai, di prevenire lo smacco, non
maravigliandosi più di niente!"
Il Barbarò, invece di rispondere, le mandò un suo ragioniere con un
biglietto da mille lire, e coll'incarico di farle intendere che,
quanto all'ingratitudine, non aveva ragione di lamentarsi, perchè
viveva, e viveva bene, colle elargizioni di donna Mary, la quale, non
avendo un soldo, era sempre lui che pagava; e circa poi all'invito,
doveva capire una volta per sempre, che Don Pompeo avrebbe continuato
a chiudere un occhio su ciò che faceva sua nuora, purchè la signora
Balladoro se ne stesse tranquilla e sopratutto in disparte.
Donna Lucrezia strepitò, pianse, parlò di ricorrere ai tribunali, ma
alla fine prese le mille lire facendosi promettere dal ragioniere che
sarebbe ritornato da lei un altro giorno, con più comodo, perchè aveva
bisogno di sfogarsi, di aprirgli tutto il suor _cuor_, di esporgli
tutte le enormi ingiustizie delle quali era "vittima giornaliera" per
parte della Mary, dell'Angelica, di quel _pandòlo_ del signor Giulio,
ed anche del commendatore, quantunque _omo de gran talento_, ma messo
su, contro di lei, da quel birbante dello Zodenigo. Il ragioniere non
era più ritornato, ma Donna Lucrezia non avea potuto resistere, era
andata al Municipio, il giorno delle nozze, contentandosi, per non
dar nell'occhio al Barbarò e non disgustarlo, di rimaner fuori in
istrada, a vedere, e a far sapere alla gente che la marchesa Angelica,
la sposa, era sua cugina, come marchesa di Collalto e come contessa di
Castelnovo, per cui quel gran milionario del commendator Barbarò di
Panigale, veniva a essere da quel giorno in poi, suo cugino _anca lù_,
e in primissimo grado.
Don Pompeo e Donna Angelica rimasero lontani da Milano parecchi mesi:
visitarono Vienna, Parigi, Londra, poi fecero una lunga dimora in
Iscozia. Quel viaggio era argomento di molte curiosità e di molti
discorsi, e Diego di Collalto ne riferiva l'itinerario e gli episodi al
_Club_ e al _Caffè Cova_, ridendo cogli altri di Don Pompeo che, poco
pratico del francese, faceva un gran studio di dizionari, e lasciava
sempre parlar la moglie e il cameriere.
Ma quando gli sposi ritornarono a Milano, e il marchese Diego andò
ad incontrarli alla stazione, non rise più. Il Barbarò, più grasso e
più elegante, pareva ringiovanito, dacchè smesso l'uso del cerone,
aveva adottata una tintura inglese, famosa. Angelica invece non era
più riconoscibile: era invecchiata, con quasi tutti i capelli bianchi,
col viso livido e smunto, colle guance infossate.... Soltanto gli
occhi erano lucidi come prima; ma guardavano fissi, smarriti, con
un'espressione di sbalordimento e di terrore: pareva chiedessero pietà
e aiuto. La poveretta era molto ammalata: la febbre e la tosse la
rovinavano.
--Nipotina mia,--le disse il marchese Diego che si sentiva scosso mal
suo grado,--bisogna mettersi in quiete, e curarsi.
--Eh, sicuro,--rispose il Barbarò con un gran sospiro di
compunzione,--bisogna curarsi: del resto l'ho fatta visitare dai
migliori medici inglesi!--poi soggiunse con una risataccia--e come
si fanno pagare, quei ladri!... costa caro anche il crepare in quei
paesi!...
I medici avevano dichiarato al Barbarò che la marchesa Angelica, per
quante cure facessero, non avrebbe potuto durare lungamente... e il
Barbarò riferì subito, appena a Milano, quella sentenza, facendosi
compiangere dalle signore, anche presente sua moglie, alla quale poi
soleva dire, quando c'era gente, in tono piagnucoloso:--che cosa farò
mai, io, senza di te?... che solitudine, se tu mi venissi a mancare!...
non potrei più vedermi in una casa così grande: dovrei venderla!
Ma non erano veramente questi i suoi disegni. Don Pompeo pensava già di
ammogliarsi una terza volta: ma voleva una giovane sana e allegra...
non più un funerale di prima classe. Si era ammogliato una volta per
compiere una buona azione, per far tacer la coscienza fino all'ultimo
scrupolo, per far la fortuna del marchesino Stefano, che era rimasto
forse un po' danneggiato dall'amministrazione di Villagardiana; ma
avendo soddisfatto ai suoi scrupoli di galantuomo e di gentiluomo,
quest'altra volta voleva soddisfare i suoi gusti: voleva allegria in
casa, e voleva ricevere e divertirsi!