continuamente, favolosamente, ma senza fatica; i milioni affluivano
spontaneamente nella sua cassa. Ormai non era più Pompeo Barbetta che
correva dietro ai denari, erano i danari che correvano dietro a Don
Pompeo Barbarò. Lui, data appena una capatina alla Banca, per far come
il solito e per godere il reverente omaggio de' suoi sudditi, del resto
passava le ore in un ozio sfarzoso. Amava adesso la vita politica, e
anche la vita mondana: si compiaceva della voga acquistata dal suo nome
e dalle sue ricchezze. Dava pranzi sontuosissimi, che dettavan legge
alla moda; feste, che facevano chiasso, e alle quali accorreva, con
tutta Milano, anche il meglio di Milano.
Ma c'era Donna Angelica che non era fatta, pel tenore di vita prescelto
dal commendatore. Intanto, dopo i primissimi giorni, la passione del
signor Pompeo per la bella marchesa, si era subito dileguata. Una donna
sempre in lacrime, che lo guardava con gli occhi spaventati e che
cadeva in convulsioni ogniqualvolta egli le si accostasse, non poteva
certo riuscirgli molto gradevole.
--Le lacrime delle donne,--diceva Don Pompeo quando si sfogava su tal
proposito col marchese Diego,--sono come il pepe nella minestra: un po'
la rende più gustosa: troppo, secca, e va a traverso!...
E oltre alla passione, così presto svanita, nemmeno il suo amor proprio
aveva di che esser contento. Dopo tanti anni di desideri e di sospiri,
dopo tanti e tanti ostacoli che avea dovuto combattere e vincere, si
era trovato... colle pive nel sacco. Invece di rapire l'innamorata al
proprio rivale, lui, buonuomo, aveva sollevato l'altro da un peso. E
che peso!...
In fatti, Andrea Martinengo si era messo quasi subito a far la corte,
con buon successo, alla contessa Florio... e il Barbarò, ch'era stato
dei primi a saperlo, andò in bestia contro la moglie, maltrattandola, e
dicendole ogni sorta di villanìe, come se essa l'avesse messo in mezzo.
Non poteva più vedersela dinanzi, con quel muso sfatto da
moribonda!--se c'era pranzo, levava l'appetito ai comensali; se c'era
una festa, la rendeva un mortorio: era una donna insopportabile!--Lui
l'aveva sposata per fare il galantuomo fino all'ultimo;--ma costava
d'essere galantuomo!... eccome se costava!...--Per il nome, per il
titolo non l'aveva sposata davvero!... non aveva da far altro che
scegliere, e gli avrebbero dato anche una duchessina di diciott'anni,
bella come il sole!--E per di più avea da pagare debiti sopra debiti
a quello scimmiotto del figliastro: ma avrebbe pensato lui a farlo
rigar diritto; gli voleva assegnare un tanto al mese, e se spendeva di
più, lo avrebbe costretto a dar le dimissioni, e lo avrebbe relegato a
Villagardiana, a fare il contadino.
Già... lui era un uomo di cuore, e non voleva togliere ai propri figli,
per dare agli altri: la sua discendenza l'aveva, erano i figli di
Giulio e della Mary. Quelli lì erano Barbarò di Panigale autentici;
erano la seconda generazione dei nobili di Panigale!...--E Pompeo,
voleva molto bene davvero ai suoi nipotini; era forse il primo affetto
sincero, che gli fosse spuntato nel cuore. Amava l'ultimo specialmente,
che aveva nome Pompeo, che assomigliava alla Mary, ed era bello come un
amorino. Tutti dicevano al Barbarò che era lui, nato e sputato, e il
nonno trovandosi grazioso nel visetto del piccolo nipote, se la godeva.
Don Pompeo, quando non aveva pranzi di gala, o ricevimenti, quando non
era a qualche Banca, quando non era a Roma, finiva col passar tutto
il suo tempo nel quartiere della Mary, dove, con quei ragazzi, c'era
più vita, e più allegria: e così Angelica riusciva ad ottenere l'unico
bene che potesse desiderare: quello di morire in pace. Non vedeva più
nessuno: nemmeno lo zio Diego non veniva quasi più a vederla, perchè
gli faceva troppo pena; la Mary passava spesso da lei, ma eran visitine
corte; aveva tanto da fare!... entrava dappertutto: asili infantili,
visite all'ospedale, fondazione delle piccole suore, feste e fiere di
beneficenza: poi le caccie a cavallo, poi le corse a Castellazzo, poi
le regate, poi le recite: non aveva un minuto libero. E con tanto da
fare stava sempre bene, anzi se s'ha da dire, fin troppo bene. Le sue
fattezze si facevano alquanto pienotte, le forme si arrotondavano;
la voce e il riso non avevano più lo squillo argentino d'una volta;
Giulietto peraltro non se ne accorgeva: il suo amore per la moglie
cresceva ogni giorno, come lei e più di lei.
Anche rispetto ai pranzi e alle feste Angelica aveva un po' di tregua:
Don Pompeo, pareva li avesse sospesi per il momento, aspettando miglior
occasione.
Una delle ultime feste, anzi l'ultima forse alla quale avea assistito
Angelica, era stata più che altro una cerimonia di gran parata: le
deputazioni dei _Luoghi Pii_ che avevano avuto il mezzo milione, e che
avevano in benemerenza decretato una medaglia d'oro con una pergamena
miniata al Barbarò, dovevano recarsi in pompa magna a fargliene la
presentazione; e quindi ci sarebbe stato un gran rinfresco.
--Patti chiari,--avea detto Don Pompeo alla moglie, annunciandole
quella grande solennità,--non ci vogliono smorfie, nè deliqui: ti
domando di star bene per un paio d'ore soltanto!... dopo, se ti
accomoda, potrai tornare a star male quanto vorrai. Ho telegrafato a
Stefano perchè venga anche lui. Tu sciogli la lingua, mi raccomando:
prima puoi farti fare una puntura di morfina, per esser sicura di star
bene. E ricordati di metterti in gala: ti darò i _finimenti di lusso_.
Così, Don Pompeo, chiamava le gioie di famiglia (le più antiche delle
quali rimontavano fino all'_Agenzia di Via del Pesce_), gioie che il
Barbarò teneva sempre sotto chiave. Quando voleva che la moglie le
mettesse, gliele dava, numerandolo a una a una sotto i suoi occhi: poi
le riprendeva tornandole a contare, e le chiudeva nello scrigno.
La medaglia d'oro, da presentarsi a Don Pompeo Barbarò di Panigale, non
era stata votata a unanimità; anzi aveva suscitato vivaci discussioni,
ma finalmente il partito era stato vinto, e il marchese Brancaccio,
come presidente del comitato, aveva avuto l'incarico di farla coniare e
di portarla in forma solenne a Pompeo Barbarò.
Egli, in fatti, a capo della deputazione (di cui facevano parte tra gli
altri il cavalier Marnulfi e l'avvocato Terzi), nel giorno stabilito,
fu ricevuto nel Palazzo Barbarò tra due file di servitori, in gran
livrea, che facevano ala lungo lo scalone magnifico, coperto di soffici
tappeti, adorno di pregevoli statue e di piante bellissime. Altri
servitori, ma questi con calze e scarpini a fibbia, erano disposti
nelle anticamere, sotto il comando del maggiordomo, il quale invitò la
deputazione a entrare in una gran sala. dove la pregò di compiacersi di
attendere Don Pompeo di Panigale.
--Che sfarzo!--balbettò uno della Deputazione, un giovanetto magro
e irrequieto, che metteva il piede per la prima volta nel palazzo
Barbarò. Ma il marchese Brancaccio non rispose: guardava i quadri
appesi alle pareti della gran sala, dentro ricchissime cornici dorate.
Dovevano essere ritratti antichi, di famiglia; matrone in
guardinfante; guerrieri nelle armature lucenti; magistrati in toga
e porporati col cappello cardinalizio... Ma appunto, in uno di quei
guerrieri dal viso arcigno e superbo, il marchese Brancaccio, che
apparteneva ad una grande famiglia andata in rovina, avea riconosciuto
uno de' suoi avi più illustri.
Da un altro canto l'avvocato Terzi (vecchio legale dell'aristocrazia
milanese) chiamatisi vicini i colleghi, disse loro con comica gravità,
indicando i ritratti:
--Sono i nobili antenati di Don Pompeo di Panigale, comprati a ribasso
dal Baslini e dall'Arrigoni!
--Sì?... davvero!...--esclamò ringalluzzito il piccino, che poco
prima era rimasto mortificato vedendo lo sfarzo del palazzo
Barbarò,--davvero?...
Era costui un giovane rampollo di una ricca famiglia della provincia,
stabilitasi da poco a Milano, e l'avevano messo nella _Congregazione di
Carità_, perchè non aveva niente altro da fare.
--Davvero?... già ne ho sentito dire delle belle sul conto del
Panigale!...--E rideva, rideva sommessamente, fiutando la maldicenza,
col nasetto petulante.
--Che cosa avete sentito dire?--domandò colla sua solita prudenza e
gravità, il solenne cavalier Marnulfi.
--Ci saranno esagerazioni,--osservò il Brancaccio,--si sa...
l'invidia... ma per dire il vero quella _vita esemplare_ che avete
voluto mettere nell'epigrafe, mi par proprio un di più!
--Ci voleva quella parola per la simmetria dell'iscrizione,--osservò
l'avvocato Terzi.--Del resto lasciate correre, marchese; uno che dal
niente si fa un patrimonio di una trentina di milioni... è un gran
bell'esempio!
--È stato creato nobile da poco, non è vero?... e prima, faceva
soltanto il banchiere?--domandò il giovanetto provinciale.
--Prima si chiamava Barbetta, e faceva il portinaio!--esclamò
l'avvocato.
--Il portinaio?--e l'omino spalancò la bocca e gli occhi dalla
maraviglia,--e da portinaio è diventato... trenta volte milionario?
--Parlate piano,--avvertì il cavalier Marnulfi.
--Non ha fatto soltanto... il portinaio,--soggiunse il marchese
Brancaccio, accarezzandosi le fedine bianche, e sorridendo.
--No, no!--risposero insieme, pure ridendo, tutti gli altri della
commissione.
--Ha fatto anche un pochino... l'usuraio!--osservò uno.
--Già... un pochino!--rispose un altro strizzando l'occhio.
--Ha tenuto persino un'_Agenzia di Prestiti sopra Pegno_....
--E di collocamento delle ragazze... non da marito!--interruppe
l'avvocato.
--Oh!...--fece il provinciale scandolezzato--oh!...
--E colle forniture?--soggiunse il Brancaccio,--ha guadagnato tesori.
--Dava il cartone per cuoio!
--Ferri vecchi per fucili nuovi!...
--Oh!...--continuava a esclamare l'altro,--oh!...
--E ha avuto un processo....
--Anche un processo?... Oh!... oh!... oh!...
--Per altro se l'è cavata bene.
--Ma il paese è stato derubato!
--Parlate piano!--tornò a raccomandare il cavalier Marnulfi, che teneva
sempre d'occhio la porta da cui era uscito il maggiordomo.
--Se ha derubato il suo paese... ha fatto lo stesso altrove; a Verona,
nel _cinquantanove_... quando c'erano ancora i Tedeschi....
--Già,--interruppe il marchese Brancaccio, colla voce stridula e
tagliente,--i primi danari... gli ha fatti... coi Tedeschi.--Il
marchese guardò l'avvocato; l'avvocato guardò il marchese e sorrisero
insieme.
--Chi sa poi, se è vero!--disse il cavalier Marnulfi,--ma piano, piano,
pianissimo.
--Fra i praticanti del mio studio,--riprese l'avvocato Terzi,--avevo
un giovinotto, un buon diavolaccio lui, ma figliuolo d'un figuro, d'un
commissario austriaco... d'un tale che chiamavano allora _Don Miao_...
e costui mi ha proprio assicurato....
--Per Dio! parlate piano!--esclamò il Marnulfi, che aveva veduto
aprirsi la porta.
In quel momento, in fatti, entrò il maggiordomo, e fece passare la
deputazione nella gran sala dei ricevimenti, dov'era Don Pompeo Barbarò
di Panigale, circondato dalla sua famiglia.
Il marchese Brancaccio corse ad ossequiarlo, seguìto da tutti gli
altri, e fece la presentazione di quelli che non erano conosciuti
personalmente dal commendatore.
Don Pompeo vispo, gaio, ridente, accolse la Deputazione con molta
cordialità. Egli era pienamente contento, beato. Una volta sola i suoi
occhietti ebbero un lampo d'inquietudine: Angelica, assai sofferente,
avea piegato il collo assottigliato, aveva chinato la testa, pareva
stesse per mancare.
--Ti senti poco bene?--le domandò Pompeo a denti stretti; e poi,
dandole un forte pizzicotto nel braccio:--su, su, animo!--le disse
piano,--non è questo il momento di svenire.
Angelica si fece forza, e trattenendo un sospiro, rialzò il capo,
coperto di gemme.
Scambiati i primi complimenti da una parte e dall'altra, il marchese
Brancaccio con acconce parole, in cui si lodavano le virtù private
e pubbliche, e la preclara filantropia dell'illustre benefattore,
gli consegnò in un astuccio aperto, insieme con una pergamena
artisticamente miniata, la medaglia d'oro. Anche la medaglia era un
capolavoro: da un lato si ammirava, riprodotto con finissima incisione,
il ritratto del Barbarò; dall'altra, la seguente epigrafe:
A POMPEO BARBARÒ
NOBILE DI PANIGALE
CHE NELLA VITA OPEROSAMENTE ESEMPLARE
CON ILLUMINATA BENEFICENZA
DEL PROSSIMO TERSE LE LACRIME
DELL'UMANITÀ SOFFERENTE ALLEVIÒ I DOLORI
LE RAPPRESENTANZE DEI LUOGHI PII MILANESI
INTERPRETI DELLA GRATITUDINE CITTADINA
IL I DI MARZO DEL MDCCCLXXVIII
O. D. C.
La medaglia, l'iscrizione, la pergamena, tutte quelle persone egregie e
rispettabili che lo encomiavano e lo ossequiavano, levando a cielo il
suo cuore, le sue virtù, la sua bontà, commossero al vivo Don Pompeo.
Guardò attorno... e non vide altro che visi sorridenti: anche la
povera Angelica impaurita, si sforzava di sorridere. Allora pensò,
sentì nell'animo, con un dolce tepore di contentezza, che l'epigrafe
diceva il vero. Nella sua vita operosamente esemplare (esemplare
per operosità) egli aveva asciugato le lacrime del prossimo, aveva
alleviato i dolori dell'umanità misera e sofferente.--E come no?...
aveva regalato mezzo milione ai luoghi pii, aveva fondato ospedali
e asili, bonificato terreni.... I suoi occhietti s'inumidirono: lo
spettacolo della sua propria bontà lo inteneriva al pari della meritata
gratitudine che lo circondava.
--Sì... sono buono,--pensava tra sè,--ma fa bene l'esser buono; fa
bene, l'esser galantuomo!
Se involontariamente aveva fatto qualche torto, come aveva saputo
rimediarci!... La Mary l'aveva fatta sua figlia, le aveva dato tutto il
suo; aveva dato uno stato alla marchesa di Collalto, e a Stefano....
Sì... sì, dovevano adorarlo tutti quelli che lo avvicinavano!...
Il coperto dei Figini era stato abbattuto da molti anni, e da molti
anni l'orefice del _Gobbo d'oro_ si era dileguato dalla memoria del
Barbarò.... Egli guardò sorridendo la medaglia d'oro, ma sul primo non
potè parlare... si strinse la medaglia sul cuore, mentre il marchese
Brancaccio, l'avvocato Terzi, il cavalier Marnulfi, tutti i membri
della deputazione si mostravano commossi alla lor volta.... Si asciugò
una lacrima, poi rivolgendosi alla Mary e a Giulio, che avevano pur gli
occhi rossi, balbettò:
--Fate... fate sempre del bene... figliuoli miei... ci troverete una...
una grande soddisfazione!...
A questo punto non potè frenarsi e proruppe in un singhiozzo
dolcissimo, mentre tutti gli altri assentivano in coro... e s'innalzava
nell'ampia sala un mormorio di approvazione.
FINE.
NOTE DEL TRASCRITTORE:
--Corretti gli ovvii errori tipografici e di punteggiatura.
--L'indice non è compreso nell'opera originale. Ne è stato prodotto ed
aggiunto uno dal trascrittore.