Prese una stradetta pei campi; la più corta, la solita che faceva

quando andava a piedi al Villino. Quante volte aveva passeggiato con

Angelica in quei luoghi!... Cominciava allora a levarsi la luna, e

la notte si faceva chiarissima, bianca: la luce quieta rendeva tutte

le cose più vicine, in una tinta più morbida e più intima. Rivide

la viottolina dove era solito incontrare Angelica col suo grande

ombrellino rosso; lo amava quel colore; gli ricordava l'ombrellino di

Villagardiana: e quella viottolina chiara chiara gli fece battere il

cuore.--Com'era bella Angelica!...--Più oltre, passò dinanzi a una

casuccia adagiata nei verde di un collicello.... Angelica vi si era

fermata spesso con lui a bere dell'acqua, un'acqua freschissima che

cadeva da una cascatella. Nel silenzio della notte serena, ne udiva più

risonante il gorgoglìo....--Com'era buona Angelica!...

--Angelica! Angelica! Angelica!...--E anche il gorgoglìo limpido

dell'acqua pareva ripetere il nome di Angelica in mezzo alla luce

bianca e quieta.--Com'era cara, Angelica!...

--No, no, non è possibile! non è possibile!... mi ammazzo senza di lei!

Si sarebbe buttato alle sue ginocchia; l'avrebbe pregata,

supplicata!... Per salvar suo figlio non aveva diritto di far morir

lui disperato! ci doveva essere un altro scampo; l'avrebbero pensato e

trovato insieme! Il gorgoglìo dell'acqua si sentiva ancora lontano...

lontano... pareva il canto di un usignuolo.

--Angelica!... Oh Angelica!...--C'era una piccola salita da fare, poi

il Villino apparve tutto chiuso e muto fra le ombre.

....Fossero a dormire? come avrebbe fatto a chiamarla?...

Affrettò il passo, ma a un tratto, quando fu giunto dinanzi al cancello

scorse un'ombra bianca: era Angelica.

Allora, vedendola appena, la sua febbre, la sua smania, la sua

contentezza, i battiti stessi del suo cuore si arrestarono di colpo, e

gli ritornò tutta l'amarezza di prima e la gelosia fredda e sdegnosa.

XIV.

--Ancora in piedi, marchesa?...

--Sì, ti aspettavo; sarei rimasta qui tutta notte ad aspettarti; ero

sicura che saresti venuto.

--Potevi anche scrivermi.... come facevi sempre.

Angelica non rispose nulla; aprì adagio il cancello perchè non

cigolasse, e Andrea entrò. Essa pareva disfatta; aveva un semplice

abitino di percallo bianco stretto alla vita da una cintola di pelle,

e si era buttato sulle spalle un grande sciallo bigio di lana. Non

piangeva più: dagli occhi infossati, dal viso smunto, dalle labbra

smorte e gonfie, pareva non avesse più lacrime. I capelli snodati le

cadevano a ciocche sulle spalle, mentre l'umidore della sera aveva

ammolliti e stesi i riccioli della fronte.

--Entriamo in casa: ho freddo!--e si strinse nello scialle con un

tremito. Poi, toccando appena il braccio di Andrea,--faccia piano,--gli

disse,--la mia gente è tutta a dormire, e ho detto di essere andata a

dormire anch'io.

Angelica camminò innanzi; Andrea le tenne dietro in punta di piedi, per

non far rumore sulla ghiaia.

La porta che metteva nel salotto a terreno da lavoro, era socchiusa: vi

entrarono come ombre, poi Angelica tirò adagio il catenaccio: allora

respirò e tornò a parlare colla sua voce naturale.

--Siamo al sicuro; di sopra non ci possono più vedere, ne sentire.--Ma

era affatto buio.--Ha un fiammifero?--domandò più adagino appoggiandosi

ad Andrea.

--Sì,--e mentre Andrea con una mano cercava la scatoletta, coll'altra,

che le aveva posata sopra una spalla, si strinse Angelica forte, contro

il petto.

--Faccia presto!... accenda il lume!

Angelica sospirò; sospirò Andrea, poi il lume fu acceso.

--Ho pensato,--disse l'altro con voce grossa e malferma,--che potrei

parlare io stesso a tuo zio.

--Non otterresti nulla,--rispose la marchesa crollando il capo.--Mio

zio, oltre al resto, è felicissimo di questa occasione che gli offre

il modo di poter rompere il nostro matrimonio. Ti è sempre stato

contrario; ci va del suo interesse e della sua ambizione; pensa se

potresti indurlo a fare diversamente!

--Ma Stefano... Stefano medesimo dovrebbe opporsi.

--È un ragazzo; e poi, a che fine? Per andare sotto processo, ed essere

condannato per falso?

Ci aveva pensato tanto ormai, che Angelica disse queste parole senza

nemmen più trasalire.

--Sei sempre stata debole con quel ragazzo: lo hai sempre guastato.

--È vero: non sono stata severa con lui, come avrei dovuto. Ma perchè?

perchè avevo te nel cuore, e il rimorso mi faceva essere indulgente.

Ah, si sconta tutto a questo mondo... troppo!... troppo!

--E io?--domandò Andrea improvvisamente, fissandola pallido, risoluto.

Angelica, diafana, sfatta dal dolore e dalle emozioni di quei giorni

terribili, colle guance ancor molli e soffuse di pianto, come una

rosa oppressa da uno scroscio d'acquazzone, lo guardò atterrita, e

rispondendo con un brivido a quella domanda, si strinse addosso, sul

petto, lo scialle grigio. Le braccia rotonde, che uscivano dalle

maniche cortissime, spiccarono sulla lana scura nella lor candida

nudità.

--Parlerò io a... al Barbarò,--balbettò Andrea, ancora più pallido.

--È inutile.

--Come?... non ti sposa per il tuo nome... per la tua condizione... per

nobilitarsi?... E allora?

Angelica era preparata a quella domanda; riuscì a frenarsi, e crollò

il capo. Perchè doveva dire... ciò che aveva sempre taciuto?...

In quelle lunghe ore di riflessione e di strazio, essa aveva pur

dovuto convincersi che non poteva sottrarsi al suo destino. Perchè

doveva dunque accrescere inutilmente la gelosia e la disperazione di

Andrea?... e poi, sapendo tutto, egli non avrebbe conservato di lei una

memoria meno pura?... meno alta?

--No, no!--rispose,--quell'uomo è tutto calcolo: il mio nome deve dar

valore al suo.

--Per questo se sapesse....

--Che io sono innamorata di te?

--Sì....

Angelica non rispose subito; mentire gli costava assai, anche quando

doveva farlo, anche quando il mentire era pietà.

--Allora... forse non mi sposerebbe più!... Ma... Stefano?...

Andrea la guardò colla collera che gl'intorbidiva gli occhi, poi in un

impeto d'amarezza ironica, in cui c'era tutto il suo amore che in quel

punto si tramutava in odio, tutta la sua gelosia che diventava ferocia,

esclamò:

--Già!... ottantamila lire... io non le ho!

Angelica si scosse, lo guardò fisso alla sua volta, ma non rimase nè

umiliata, nè offesa. Invece essa pure con un sorriso amaro, che in

lei faceva più senso, perchè dovea costarle uno strazio ancora più

grande,--no, no!--rispose,--non hai ottantamila lire, povero Andrea!

Per questo bisogna cedere, bisogna dividerci, bisogna... morire!

Ma per giungere a tal punto, per giungere a dire tali parole, Angelica,

solitamente così mite, così tranquilla, e sempre coraggiosa, doveva

aver tutto sconvolto in quel terribile urto: il cuore, la testa, i

nervi e la coscienza.

In fatti il suo volto aveva un'espressione strana; le labbra erano

stirate e tremanti, le narici dilatate, gli occhi scintillanti. Certe

volte scrollava il capo con un'alzata di spalle, come per ribellarsi

contro tutto il suo passato, contro tutti i suoi pregiudizi di fede,

di virtù: sentiva un impeto di sdegno per tutto ciò che fino allora

le era stato sacro; un disamore insofferente per tutto ciò che le era

stato caro, aveva un bisogno veemente di negare tutto ciò in cui fino

allora aveva creduto.

La lampada, coperta da una spessa ventola rossa, illuminava appena un

cantuccio del salotto, dove sotto alla finestra grande, chiusa da una

giardiniera di palme e di sempreverdi, si stendeva un divano basso,

all'orientale, coperto da un gran tappeto e da cuscini ammonticchiati.

Angelica vi cadde a sedere, poi stese la mano ad Andrea per chiamarlo

vicino.

Andrea fece un passo appena, lentamente, e le si fermò ritto dinanzi.

Angelica gli teneva sempre stesa la mano, e lo guardava, ma egli non la

toccò.

--Che cosa farai?...

Andrea non rispose.

--Che cosa farai? Voglio saperlo!...--e così dicendo, mentre lo scialle

le scivolava dalle spalle, essa prese il braccio di Andrea, poi una

mano che strinse fra le sue che bruciavano, e lo tirò a sè così

fortemente da farselo cader vicino a sedere, sul sofà.

--Che cosa farai?

--Andrò... dalla contessa Florio!--rispose a capo basso, accigliato,

con voce roca.

--Non voglio: devi rimaner solo, capisci? devi rimaner solo, a soffrire

come me.--Che cosa farai?

Quei modi, quel fare così strano, fecero più impressione al Martinengo

di tutte le lacrime, di tutti i lamenti.

--Scriverò a... Roma, al colonnello Doncieu. Se si fa qualche cosa a

Tunisi, o in Egitto... riprenderò il servizio.

--E... non saprò più nulla?

Andrea non capì quella domanda per il suo verso: credè che Angelica

avesse in animo di continuare la corrispondenza con lui, come avea

fatto quando era ancor vivo il marchese Alberto, e le rispose con

durezza. Ma invece si era ingannato: essa sapeva di perdere Andrea per

sempre; pure il suo maggior dolore e il suo maggior timore, ciò insomma

che la faceva diventar matta in quel momento, era il dubbio di poter

essere dimenticata da lui. Non voleva essere un episodio della sua

vita, preferiva di essere stata, e sopratutto di essere sempre il suo

strazio. Non lo voleva confortato, lo voleva infelice, disperato, come

sarebbe stata lei disperata, infelicissima; voleva che la sua immagine

gli rimanesse fitta nell'animo eternamente, voleva che la sua memoria

gli bruciasse nel sangue: non potendo avere il suo amore, voleva il suo

dolore, ma per sempre, per tutta la vita, e anche dopo.

Adesso non era più la fanciulla, era la donna che amava. Per un

sacrificio imperioso, disumano, ma pur nobile e alto, poteva rinunciare

a vederlo, e morirne; ma che Andrea potesse perderla e darsi pace,

questo no! Ed anche in quel turbamento, in quel parossismo di dolore

e di amore, essa pensò che non aveva diritto forse a tutto ciò che

pretendeva. Essa non gli aveva dato altro che amarezze; mentre Andrea

le sacrificava tutto il suo avvenire, tutta la sua vita, ella non

avea voluto essere altro che la sua fidanzata... una fidanzata il cui

matrimonio andava a monte per la seconda volta!

No, non aveva diritto a un dolore eterno, eppure... eppure lo voleva.

Gli occhi suoi ebbero un lampo, non di luce, nè di amore, ma di

fuoco.... Ancora era padrona di sè, di disporre di sè stessa... Non

aveva ancora firmato il contratto col quale si sarebbe venduta per

ottantamila lire....--Che importa?... l'avrebbe detto a quell'uomo, e

se l'avesse voluta ugualmente, l'avrebbe presa così....

Stese le braccia aperte sul tappeto rosso, le labbra stirate sorrisero,

le nari fremevano, fissò Andrea e gli domandò con la sua voce fioca e

con tono strascicato:

--Non saprò più niente di te?

--No.

--Mi dimenticherai dunque?

--Farò di tutto, e ci riuscirò; la seconda volta mi sarà più facile

della prima.

--Ti sarà più facile?... ti par possibile?... Andrea!... ti par

possibile?!

--Ieri no, non avrei creduto possibile; oggi lo spero. Se ieri mi

avessero detto che doveva accadere... qualche cosa di simile, avrei

creduto d'impazzire, di strozzar te, di ammazzar me... insomma...

tragedie. Invece... un sangue freddo eroico... quanto la tua virtù: ti

sto a sentire... e son calmo.

--Oh sì!... troppo calmo, e ragioni anche troppo!

--Troppo no... se basta appena per dimostrarti che, alla fine, non hai

nessun diritto su me.

--Ma dunque, tanti giuramenti... tante promesse.

--E i tuoi giuramenti?... e le tue promesse? No!... non voglio amarti

più!... voglio dimenticare....

--Non lo dire! almeno non lo dire! abbi pietà!--singhiozzava Angelica.

--E tu hai avuto, hai ancora pietà di me?--Andrea cominciava a

perdere la calma di cui davasi vanto; la passione lo vinceva, lo

trasportava; ogni sua parola era lenta, asciutta, vibrata come un colpo

di pugnale.--Tu fosti sempre la mia infelicità, la mia disperazione,

il mio martirio... adesso voglio vivere a modo mio! adesso voglio

respirare!... voglio dimenticarti, odiarti, non pensare più a te!

--È troppo!... è troppo!...--mormorò, gridò Angelica, e si buttò

singhiozzando distesa sul divano, cacciò la faccia contro i cuscini per

soffocare col respiro anche il dolore, li bagnò di lacrime, li morse,

li strappò, in fine, storcendosi ancora, sollevando la faccia rossa

e graffiata, li strinse sul petto, rabbiosamente, disperatamente per

frenare l'urto dei singulti, e i battiti del cuore.

--È troppo! è troppo! non hai cuore, non hai compassione... no, no,

no, non hai compassione... mi fai morire.... Andrea, oh Andrea! mi fai

morire.

--E tu, per due volte, mi hai straziato l'anima! mi hai assassinato!

Angelica rispose con un grido di angoscia, con un altro scoppio di

singhiozzi, e continuò a storcersi disperatamente. I capelli le si

eran del tutto snodati, essa si era stracciato l'abito sul petto per

poter respirare, ma tutto il disordine di quello spasimo, di quelle

convulsioni, invece di pietà, destarono nel cuore di Andrea, una

gelosia più feroce.

--Per due volte!...

--Andrea!... oh Andrea!... sii giusto... sii generoso!

--So, so che cosa mi puoi rispondere!... tutte due le volte sei stata

vittima; una vittima sublime di virtù, e di eroismo!... Ieri tuo

padre... oggi tuo figlio,--e io?... e mia?... mai! Molta virtù!...

grande eroismo! troppo!... troppo dell'uno e dell'altra!... non sei

morta allora... non morrai adesso!

--Morrò!... morrò!... oh se morrò!...

--Per tuo padre non ero abbastanza nobile.... per tuo figlio... non

sono abbastanza ricco... è il caso, il destino, Dio o il Diavolo che

mi porti! noi due, si vede, non dobbiamo, non possiamo essere uniti...

e pretenderesti che io conservassi la tua memoria nel mio cuore, in

eterno, per esser disperato in eterno?... coll'unica consolazione di

doverti ammirare? Ah no, ti ammiro, ma voglio dimenticarti!... a forza

di ammirarti spero bene che riuscirò a non amarti più!...

Angelica si rizzò a sedere: lo fissò, e gli stese le braccia agitandole

con moto convulso: i capelli le cadevano sulle spalle e sulla faccia,

li cacciò indietro con una scossa; l'abito di percallo bianco, schiuso

sul petto, si apriva per il suo respiro rapido e anelante; tutta la sua

persona era presa da fremiti, da sussulti improvvisi. Guardò Andrea

negli occhi, co' suoi grandi occhi fissi, battendo forte le palpebre:

una tinta sanguigna le infocava le guance più scarne per la contrazione

nervosa. E, dopo esser rimasta muta ed immobile a guardarlo così per

alcuni secondi, proruppe a un tratto in un riso acuto, stridente,

spasmodico, e cadde dal divano dov'era seduta, battendo colla fronte un

colpo secco sul tappeto.

Andrea, spaurito, fu pronto a sollevarla, e mentre lei si dibatteva

la chiamava per nome teneramente: "Angelica! Angelica mia! Angelica

buona!" e così, confortandola l'adagiò pian piano sul sofà; poi fece

per sciogliersi da lei, per rialzarsi, ma Angelica all'improvviso,

con un nuovo impeto, con un nuovo spasimo nervoso, gli si avvinghiò

al collo, tenendolo stretto e quasi soffocandolo tra il freddo delle

braccia irrigidite e il bruciore del viso, mentre piangeva, rideva,

gemeva, perduta ogni padronanza di sè.

--No, no, no! tua e poi morire, tua e poi morire; dimenticarmi,

odiarmi no, tu no! tu no!... no, no, no!--ripeteva febbrilmente,--non

lo puoi... non lo devi... non lo voglio, no, no, no!--e continuava a

stringerlo contro il petto anelante, contro il cuore che palpitava,

a stringerlo con una forza nuova, strana.... Le sue unghiette si

affondavano nelle carni, i suoi denti mordevano le labbra di Andrea,

che inquieto e turbato e colla voce rotta, cercava di acquetarla, di

farla tornare in sè, giurandole che le avrebbe voluto sempre bene,

che non l'avrebbe dimenticata mai, che sarebbe morto come lei, con

lei.... A tanti baci, rispose infine con un primo bacio.... poi con una

furia di baci, stringendola, soffocandola alla sua volta, mentre essa

mormorava parole rotte tra risa convulse, coi denti che battevano pel

brivido della febbre e gli occhi socchiusi che continuavano a versar

lacrime calde, lacrime copiose e silenziose, come se il dolore che

colava traboccante dalla sua anima, scorresse a purificare, a lavare

quei baci ch'erano gemiti, quelle strette, quelle carezze ch'erano

singulti.

Quando Angelica si riebbe, Andrea che seduto vicino le teneva le mani

fra le sue, le diede un altro bacio sulle labbra... ma sentì che eran

diventate molli, fredde. L'abbracciò ancora... cercò parole tenere per

consolarla, ma mentre la guardava in quel disordine dell'abbandono e

del dolore non poteva allontanare un'immagine che lo agghiacciava, e lo

impietriva; quella del Barbarò.

--Potrai ancora dimenticarmi?--essa domandò con un filo di voce.

--Non potrò dimenticarti più....--rispose l'altro, rauco, e fece uno

sforzo per baciarla ancora, sui capelli.

Ma tutti e due sentirono in quel momento che la loro catena, invece di

stringersi, si era spezzata.

Angelica si rizzò, si accomodò il vestito, lo appuntò sul seno,

raccolse tutti i capelli fra le due mani e li annodò fermandoli in un

ammasso solo sul capo, poi prese lo scialle, lo distese sulle spalle e

vi si avvolse. Andrea la guardò fare stralunato, non le diede più un

bacio, nè Angelica glielo chiese.

Spuntava l'alba, e la prima luce del giorno, che penetrava nella

stanza, faceva un contrasto uggioso e spiacevole col chiaror rosso del

lume che ingialliva. I mobili, le suppellettili, tutto il salotto,

usciva dal buio a poco a poco, scolorito, in disordine, triste. Quella

luce scialba che appariva era la loro nuova vita che incominciava...

quella luce artificiale che s'infievoliva a poco a poco era il loro

sogno che finiva.

Si guardarono ancora: Andrea era livido, scomposto, col colletto molle

di sudore, coi capelli e i baffi arruffati; Angelica aveva perduta la

sua pallidezza diafana in una tinta da malata. Due solchi profondi le

scendevano dagli occhi fino all'angolo della bocca.

--Va, Andrea--disse infine sospirando con un lungo brivido e

stirandosi un poco,--va, Andrea. Comincia a farsi giorno; potrebbero

vederti.--Essa ritornava prudente.

Andrea si annodò la cravatta, aggiustò gli abiti e coll'occhio cercò il

cappello.--Quando ritorni a Milano?--le domandò.

--Stamattina, presto.

--E non hai proprio nessuna speranza di.... commuovere tuo zio?

--Proverò ancora... chi sa!...

Andrea e Angelica fingevano a vicenda. Non c'era più nessuna speranza

e lo sapevano, ma in quel momento sentivano entrambi il bisogno di

essere soli, di chiuder gli occhi, di provarsi a riposare, a dormire, a

dimenticare. E tutti e due si lasciarono, nel separarsi, quel filo di

speranza, più che per altro, per render più facile il loro addio.

Quando Andrea riprese, solo soletto, la lunga strada che dal _Villino

delle Grazie_ lo riconduceva a Nuvolenta, aveva la testa grave, lo

stomaco fiacco, gli occhi pesi. Tante scosse, tante emozioni, e poi il

non aver toccato cibo e il gran girare di tutto quel giorno, lo avevano

mezzo ammazzato. Camminava strascinando le gambe, coi piedi che gli

dolevano, dondolando la testa, dondolando le braccia, chiudendo gli

occhi, e anche dormendo di tratto in tratto. La giornata doveva essere

assai calda: non spirava alito di vento, e il sole pareva sorgere

dietro un grosso muraglione di nubi nere. Andrea non pensava più a

niente... altro che ad arrivare a casa: i suoi sensi erano attutiti;

l'anima stessa, affranta dalla fatica, non aveva altro bisogno che di

quiete.

In quel silenzio profondo della prima ora mattutina, la sottile voce

dell'acqua cadente si ripercoteva più forte, ma Andrea non l'udì. Non

udì il gorgoglìo dolce come il canto dell'usignuolo, l'eco soave, come

il nome di Angelica. La casetta, adagiata in mezzo al verde dell'ameno

collicello, appariva tutta bianca e gentile, alla prima luce, colle

finestre fiorite di garofani. Ma Andrea vi passò dinanzi assonnato,

cogli occhi chiusi; e neppure guardò alla stradetta dove incontrava

Angelica, dove la scorgeva da lontano.... Egli non vedeva più che

un punto bianco e soffice in una camera buia... il suo letto su cui

si sarebbe buttato e addormentato subito. Vi arrivò finalmente, si

spogliò in un attimo e, coricatosi, dormì profondamente, senza sognare.

Quando si svegliò, ancora intronato, si rizzò di soprassalto e guardò

spaventato l'orologio: in quel subito, temette aver fatto tardi per il

suo solito ritrovo con la marchesa. L'orologio segnava le undici!...

Allora ricordò, ricordò tutto in un lampo... pensò che non avrebbe più

riveduto lungo il viottolo dalle siepi alte e spesse la figurina bianca

e gentile, l'ombrellino sfolgorante al sole... pensò che il Villino

sarebbe stato chiuso, chiuso per sempre... pensò che Angelica non era

più sua... un gran vuoto sentì intorno a sè, e dentro di sè una gran

desolazione; un nodo di pianto gli salì alla gola, gli s'intorbidirono

gli occhi, e preso dalla disperazione gridò piangendo e singhiozzando

colla faccia sul guanciale:

--L'ho perduta!... l'ho perduta!...

XV.

La gran notizia delle illustri nozze fra il nobile commendatore Pompeo

Barbarò di Panigale, deputato al Parlamento, e la contessa Angelica di

Castelnovo, vedova del marchese Alberto di Collalto, fu data da tutti

i giornali cittadini, e dal _Moderatore_, con parole enfatiche per

la bellezza della sposa, e le virtù pubbliche e private dello sposo.

Tuttavia, se c'erano sul _Moderatore_ i complimenti soliti e la solita

deferenza per l'onorevole Barbarò, mancava la forma, lo stile eletto

dello Zodenigo, e ciò perchè il professore si era definitivamente

ritirato dalla _baaonda gioonalistica_ nella quale un gentiluomo,

diceva lui, del suo stampo, non poteva reggere a lungo. E però,

caldeggiato dalle raccomandazioni del deputato Barbarò, e da altri

pezzi grossi, aveva ottenuto, per il momento, una sottoprefettura:

quella brillantissima, nella stagione estiva, di Civitavecchia... a due

passi dalla capitale e dai ministeri. Se tutte le vie conducono a Roma,

quella di Civitavecchia era certamente la più breve.

L'avvocato Zodenigo (adesso in prefettura non lo chiamavano più

professore, ma avvocato) aveva venduto il _Moderatore_, che ormai gli

apparteneva interamente, facendo un ottimo affare per la borsa, e

insieme anche per la sua dignità e indipendenza di carattere. Egli

lo aveva venduto ad una Società di capitalisti Italiani, Tedeschi,

Svizzeri, di tutti i paesi insomma, la quale aveva presentato al

Comune di Milano una proposta d'appalto per certe grandi opere

edilizie; proposta vantaggiosissima, se non per la Città, certo per gli

imprenditori. Ma nell'opinione pubblica spirava un'auretta avversa alla

_camorra dei milioni_, come la chiamavano, onde occorreva alla Società

un organo diffuso e autorevole, che godesse molto credito fra le teste

quadre del Comune... e si rivolsero al _Moderatore_.

Lo Zodenigo, che già gli attendeva al varco, aveva subito presa

un'attitudine di aspettativa vigile e diffidente. Interrogato sulla

condotta che in tale argomento avrebbe tenuto il _Moderatore_, egli

la fece cascar dall'alto, gonfiandosi come una balena e dichiarando

che in una "_questione così gaave_, dalla quale poteva dipendere tutto

l'avvenire economico e industriale di Milano" lui voleva vederci chiaro

e parlar chiaro: vi era impegnato il suo carattere di pubblicista,

la sua coscienza di cittadino, la sua lealtà di gentiluomo. In fine,

preparava tutte le sue armi per una battaglia accanita... l'ultima

forse della sua vita giornalistica; era stanco, sfiduciato, nauseato

del mestiere; "la stampa non era più un sacerdozio, ma un impiego

privato o governativo... quando non nascondeva un ricatto."

--Oh i bei _giooni nostii_,--esclamava lo Zodenigo,--quando col

compianto Caldarelli, il mio illustre maestro e collega, si combatteva

soltanto per un ideale!... Mah!... quei tempi son passati... quegli

uomini son quasi tutti _mooti_....--E il professore apriva gli occhi,

si guardava attorno, poi li tornava a chiudere sospirando, col dolore

malinconico di chi si trova solo.

La società dei banchieri internazionali capì il latino... l'onorevole

Barbarò ci entrò di mezzo... e fu comperato il _Moderatore_ a peso

d'oro, pesata insieme anche la tipografia.

Ma, se in seguito a tali avvenimenti, lo Zodenigo non manifestò la

propria esultanza per il matrimonio dell'Onorevole di Panigale sulle

colonne del _Moderatore_, la espresse per altro, in una lettera da

Civitavecchia all'_Egregio Don Pompeo_, nella quale si doleva anche,

"della stanca mano, che non sapea più trar suoni dalla cetra antica," e

dichiarava che quel matrimonio insigne, "pel quale avea concesso Venere

i suoi doni più rari, e Minerva e Amaltea," non era soltanto un bel

matrimonio, ma una bella azione, che faceva onore al tatto e al cuore,

del carissimo Don Pompeo, e che certo doveva ottenere, "un plebiscito

unanime di simpatia."

I Barbarò: Le lagrime del prossimo. vol. 2 · 第 20 / 22 段