sarebbe disposto a trattare con lei.
--Il barone Castagneto?...
--No: qualche cosa di meglio... di molto meglio!
--_Saperlotte_!...
--Sarebbe un grosso banchiere di Livorno. Un mio corrispondente. Ma non
ho voluto sciuparlo per la bagattella di duemila lire.
--Ha fatto benissimo!... Prende un cognac, signor
Serafino?--Cameriere!... Cognac!
--Troppa bontà!... Appena ha udito il nome del signor marchese, m'ha
detto Bep...--il signor Bianchi si corresse a tempo,--Serafino,--m'ha
detto,--ti lascio trattare per sessantamila lire!
L'ufficiale ebbe una scossa che gli fece saltar la lente fuori
dell'occhio, ma l'altro tirò dritto, imperturbabile.
--E quali sono le condizioni?--ho soggiunto io, volendo battere il
ferro, mentre era caldo.
--Benissimo! Benissimo!
--Le condizioni sono presto dette.--E il signor Bianchi tacque un
momento, per dar più importanza alle parole, mentre l'altro aspettava
con ansiosa irrequietezza.
Il grosso banchiere di Livorno, per sua propria garanzia, voleva essere
il solo creditore del marchese Stefano di Collalto. Però, colle
sessantamila lire, il marchese Stefano di Collalto doveva pagare tutti
gli altri suoi debiti, e sottoscrivere una dichiarazione in piena
regola, colla quale si obbligava a non firmare nessun'altra cambiale,
nè come traente, nè come avallante, nè come giratario.
Le tratte, fino alla ricorrenza convenuta, delle sessantamila lire,
sarebbero state rinnovate di tre in tre mesi, sempre che il credito del
marchesino Stefano si mantenesse tale quale lo godeva presentemente.
Ma queste parole erano chiacchiere inutili. Stefanuccio non ci badava
nemmeno. Egli pensava che con quel contratto, pagati tutti i suoi
debiti (erano dalle trentacinque alle quarantamila lire) gli rimanevano
ancora ventimila lire da spendere, ed era contento. Accettò senz'altro.
In quel momento i tre mesi erano per lui un'eternità: avrebbe
sottoscritto per qualsiasi somma, per qualsiasi cosa.
Due o tre giorni dopo tutto era stato convenuto e preparato, e verso
sera, un poco prima che il marchesino uscisse per andare a pranzo, ci
fu la firma delle cambiali. In piedi presso lo scrittoio, colla lente
ficcata nell'occhio, colla sigaretta in bocca, col berretto sotto il
braccio, e i gomiti appuntati, egli si sbrigò in fretta di quella noia,
mentre il signor Bianchi lo guardava di sottecchi, rodendosi le unghie.
Ma anche quelle ventimila lire durarono pochino, pochino assai, nelle
mani bucate dello sventatello. Già, bisogna notare, che ventimila
proprio non erano mai state, perchè Pompeo Barbarò, che non voleva
buttar via quattrini più del necessario, aveva imposto al Micotti di
trattenersi il frutto dell'otto per cento, e di più una provvigione
di mille lire. Rimaneva sempre un bel gruzzolo, a ogni modo, ma il
marchesino non aveva mai avuto tanto danaro fra le mani; e quel
danaro non gli era costato nessuna fatica, e lo sciupava malamente,
stupidamente, passando da una bottega all'altra colla foga, colla
smania di spendere; empiendosi la casa di roba inutile, pagata il
doppio del valore; invitando sempre qualche amico a colazione, e
a pranzo; coprendo di regali madamigella Nicoly, che fece passare
dal quartierino di via _Borgo nuovo_, al piano nobile dell'_Hôtel
D'Angleterre_; giocando a rotta di collo, comperando un _tilbury_, poi
un cavallo da tiro, poi un altro cavallo da sella.... In capo a un mese
la cassa era vuota, e gli rimaneva ancora da pagare il _tilbury_, mezzo
cavallo e il conto dell'_Hôtel D'Angleterre_. Madamigella Nicoly era
partita per la Russia.
La marchesa, informata in parte della vita allegra del figliuolo, gli
aveva scritto una lunga lettera per supplicarlo di aver molto giudizio.
Gli ricordava che del babbo non c'era più nulla, che la sua dote era
ben poca cosa; lo ammoniva di non farsi troppe illusioni sullo zio
Diego, e tutto ciò scriveva in un modo che toccava il cuore e strappava
le lacrime. E Stefanuccio pianse davvero: ebbe un giorno di luna, un
altro di disperazione.... Anche il tempo aveva la sua parte. Pioveva
sempre, con un buio, un vento caldo, un'uggia insopportabile.... Poi in
fine, un bel mattino, Superga riapparì sulla cima ridente illuminata
dal sole, e anche Stefano di Collalto si rasserenò. Scrisse alla "sua
buona mammina" che era stata male informata, e che si mettesse il
cuore in pace. _Mademoiselle_ Nicoly era partita per Pietroburgo,
il _tilbury_ lo aveva a prova da un amico, il cavallo era sempre
quello, che serviva da sella e da tiro; il giuoco lo aborriva, i
suoi compagni lo chiamavano il _certosino_, e lui non faceva altro
che studiare, studiare, studiare, tanto che certe volte, gli doleva
il petto. Finiva poi coll'inviarle "tanti baci" e col pregarla di
ricordarlo con simpatia al carissimo Andrea. Scrivendo la lettera buona
si sentì rimesso a nuovo, e allora, fischiettando un'arietta della
_Bell'Heléne_, mandò pure un bigliettino al signor Bianchi:
"_Carissimo_,
La prego di farsi vedere quanto prima. Venga a cercarmi a casa
mia; non al _Caffè di Parigi_, nè alla Scuola, e ciò per evitare
pettegolezzi."
Il marchesino aspettò il signor Bianchi il giorno dopo; ma questi,
nè il giorno dopo, nè il seguente non si lasciò vedere. Venne invece
la sera del terzo, e a Stefanuccio sembrò assai mutato. Era meno
espansivo; tutto pieno di dubbi e di reticenze.
Il ragazzo, tanto per incoraggiarlo, gli lesse una lettera molto
affettuosa dello zio Diego.
--Scusi, signor marchese.... scusi se le fo una domanda.
--Dica, dica....
--Da quanto tempo ha ricevuta questa lettera?
--Da una quindicina di giorni.
--Gli è, vede,--continuò l'altro con un tono particolare e assai
espressivo,--gli è che in questo tempo... il suo signor zio potrebbe
essersi mutato.
--Chè! mio zio non si occupa de' fatti miei.
--No, no,--continuò l'altro lentamente, lisciando il cappello col
dito.--Non si dubita di lei. Si dubita che il matrimonio della signora
marchesa possa spiacere al marchese Diego.
--Nessuno ha diritto di occuparsi e di parlare di un matrimonio che non
è stato ancora partecipato,--rispose Stefanuccio seccamente,--e ciò non
deve entrare nei nostri affari.
Il signor Bianchi si scusò, mostrandosi mortificato.
--Ora, da lei, non voglio sapere altro che una cosa: potrei avere due o
tremila lire, senza firmare nessuna cambiale?
--Non vuol sapere altro che questo?... Ebbene, no, signor marchese.
Stefano si scosse a quella risposta, si turbò, e guardò bene il signor
Serafino.
--Nemmeno.... millecinquecento?... mille?...
--Oggi sa, eccellenza, gli ufficiali sono un po' in discredito presso
la gente d'affari.
--Ma io.... io non sono il primo venuto.
--Nella _società_, nell'alta aristocrazia; ma sulla piazza, mi spiace
doverlo dire, il suo nome non è più così solido, come due o tre
settimane fa.
--Come mai?... Perchè ho perduto al giuoco qualche migliaio di lire?...
--Chi sa?... Forse per questo... forse,--e qui il signor Bianchi
marcò le parole e lisciò il cappello ancora più adagio e ancora più
forte,--forse.... per qualche altra ragione.... chi sa?...
L'ufficialetto camminò su e giù per la stanza, colla testa bassa e
battendo gli sproni, ad ogni passo. Anche il signor Bianchi stava
pensieroso, a capo chino. Non si lustrava più il cappello, che avea
messo sopra una seggiola accanto, ma gli anelli d'oro delle dita. A un
tratto Stefano gli si fermò dinanzi, e gli domandò a mezza voce:
--Se si facesse la proposta a quello di Livorno.... di portare il suo
credito a settan.... a settantacinquemila lire?
--Sarebbe uno sproposito. Se perde la fiducia c'è il rischio che alla
fine dei tre mesi non voglia più rinnovare le cambiali.
--Questo è impossibile!--esclamò l'altro vivamente.--È obbligato a
rinnovarle! Non è vero, signor Serafino che è impossibile? Che non farà
questo tiro?
--Eh!--balbettò l'agente d'affari stringendosi nelle spalle, e alzando
gli occhi al soffitto,--speriamo che non lo faccia!
La risposta non era troppo rassicurante; ma c'erano ancora due mesi di
tempo alla scadenza, e il ragazzo non voleva cominciare a inquietarsi
così per tempo. Del resto era convinto che quella titubanza fosse una
tattica dell'omino per farsi valere, e guadagnare un'altra provvigione.
Fatta una scrollatina, accese una spagnoletta; e persuaso che con
quella gente lì non bisognava mai mostrare di averne troppo di bisogno,
se ne sbrigò con poche parole:
--Lei ha capito, signor Bianchi. Se mi può trovare qualche migliaio di
lire, ci sarà un buon regalo.
Il signor Bianchi se ne andò mogio mogio, senza dire quando sarebbe
tornato, ma il marchesino era sicuro di rivederlo presto coi danari in
tasca. Invece non si fece più vivo, se non una settimana prima dello
spirare dei tre mesi. Nel frattempo Stefano di Collalto avea vissuto di
espedienti; aveva venduto il _tilbury_, i cavalli (anche quello che
gli rimaneva da pagare per metà) oltre a due selle inglesi.
--Senta,--furono le prime parole ch'egli rivolse al signor Bianchi
appena lo vide entrare, senza osservar subito che era vestito molto
dimesso e aveva il viso stravolto.--Senta, ella mi deve trovare la
piccola somma occorrente per i frutti del rinnovo delle sessantamila
lire, o ottenermi almeno che quello di Livorno, aggiunga i frutti al
ca....
Ma l'altro non lo lasciò finire: spalancò le braccia, mormorando con un
singulto:--Altro che frutti!... Altro che rinnovo!... Siamo traditi!...
Un momento fa ho ricevuto lettera da Livorno. Cose terribili: non
rinnovano più niente!
--_Cheèh!_--rispose il marchesino impallidendo e curvandosi, quant'era
lungo, per guardare in viso il signor Serafino.
--Ah, signor marchese, signor marchese!... mi lasci parlare.... non
mi chiuda più la bocca come l'altra volta: è il matrimonio della sua
signora madre che rovina lei, che rovina ogni cosa! Non se n'abbia a
male, eccellenza, perdoni il mio ardimento, ma al punto in cui siamo
bisogna dir tutto;--devo dir tutto.
--Si spieghi.
--Ma....
--Avanti!
--La gente d'affari è sospettosa, paurosa....
--Avanti!--ripetè Stefano battendo i piedi.
--E la fiducia... è riposta soltanto nell'eredità dell'illustrissimo
signor marchese di Collalto.
--Questo si sapeva! Ebbene?...
--Ma ora che il marchese Diego va dicendo che il matrimonio della sua
signora madre è il disonore della famiglia, e che....
--Non sono io che mi sposo!...
--Ma l'illustrissimo signor marchese dice di averla anche con lei,
perchè non si è mosso, perchè non ha impedita la cosa, perchè invece se
ne mostra contento, e dichiara a tutti, e grida forte, che nemmeno a
lei non lascierà più un soldo!... Tanto forte grida che l'han sentito
fino a Livorno, e le cambiali non le vogliono rinnovare!
--Questa, per altro, è un'azionaccia! Avevo la parola per il rinnovo, e
ci contavo!
--Oh Dio, si sa bene, la parola.... È al danaro che tengono. D'altra
parte... anche in quanto alla parola... loro si vantano di essere in
regola.
--Canaglia!...
--Non ricorda la clausola?
--Quale clausola?!... Mi faccia il piacere, anche lei, di non
inventarmi storie!--strillò il marchesino sempre più infuriato.
--Scusi, ma....--Non si riscaldi per amor del cielo!... Dopo si sentirà
male!...
--Non ci dovrà pensar lei, se mi sentirò male!... Un tiro simile... a
bruciapelo.... Mi avesse almeno avvertito in tempo!...
--Ho ricevuto la lettera in questo punto....
--E mi parla di clausole!--continuava a gridare il povero ragazzo,
pestando i piedi, camminando rabbiosamente in su e in giù per la stanza.
Il signor Serafino, a buon conto, stava sempre vicino all'uscio: non si
sentiva troppo sicuro.
--Legga... legga, signor marchese, la lettera di convenzione. Dice
espressamente: "_le cambiali saranno rinnovate di tre in tre mesi
sempre che il credito del marchese Stefano di Collalto si mantenga
quale lo gode presentemente...._" E a Livorno invece si crede che, dopo
le chiacchiere, le lagnanze e le dichiarazioni del marchese Diego,
anche il credito ne abbia molto scapitato.
Stefanuccio, a tali parole, passò dalla collera all'abbattimento il più
profondo.
--Mi salvi, signor Bianchi, mi salvi o... succederà una catastrofe!
Il signor Bianchi, inorridito, gli fe' cenno di non dire di quegli
spropositi.
--Se fossi in lei, cercherei piuttosto di indurre la marchesa a... a
piegarsi al desiderio dello zio. Lo zio è vecchio, la sua signora madre
è giovane ancora e... potrebbe aspettare.
--No, mai. Non domanderò mai a mia madre di sacrificarsi per me.
--Che bel cuore!--esclamò il signor Serafino guardando Stefanuccio con
ammirazione.--Ma il bel cuore guasta sempre gli affari buoni!
--Mia madre... è sempre stata una....
--Gran dama!
--Una martire....
--Vero, vero!
--.... E io non voglio attraversare la sua felicità. No, no!...
Piuttosto, le ripeto, succederà una catastrofe, e il rimorso lo dovrà
sentir tutto lei!...
--Per amor del cielo,--io?...
--Sì: è stato lei che m'ha messo in un simile impiccio. Non sapevo io
che fossero al mondo nè lei, nè il suo strozzino di Livorno!...
L'ufficiale tornava ad accendersi. Il signor Bianchi si strinse la
fronte e gli occhi colla mano come per concentrare i pensieri, poi,
dopo un momento di silenzio, "Finiremo" disse "donde avrei dovuto
cominciare. Stasera stessa col diretto delle sette vado a Genova,
propongo l'affare al barone Castagneto, e domani son di ritorno colla
risposta."
--Bravo!... Avevamo dimenticato il barone Castagneto!--esclamò Stefano
consolandosi subito.--Egli non era fatto per soffrire. Pensò invece di
ingrazionirsi il signor Bianchi e, per renderlo più caldo nel servirlo,
uscì con lui, facendo i portici insieme, a braccetto (a quell'ora i
suoi conoscenti erano a pranzo, e sperava di non esser visto); gli
offrì un rhum al caffè di Roma, e in fine gli strinse forte la mano
nell'accomiatarsi, non senza raccomandargli di ritornare subito, con
buone notizie. Raccomandazione che, invero, dopo il grande onore che
gli aveva fatto, stimava un di più. Era sicuro che l'omino si sarebbe
fatto in quattro per corrispondere alla sua benevolenza, come era
sicuro di aver proprio sbandito ogni pericolo. Anzi, dopo pranzo,
quando venne l'ordinanza al _Caffè di Parigi_ a portargli _lo spençer_,
gli passò fra le mani, senza farsi scorgere dai compagni, un biglietto
da portar subito alla Stazione Centrale, al signor Serafino Bianchi. In
quel biglietto gl'ingiungeva di trovar modo, nel trattar l'affare, di
combinarlo addirittura per settantamila lire.
--Sta a vedere,--pensò poi il marchesino quando l'ordinanza se ne fu
andata.--Sta a vedere che, dopo tanto chiasso, finirò col guadagnare
diecimila lire!--e allegro e contento fece portare una bottiglia di
Sciampagna da bersi cogli amici.
VII.
L'ordinanza ebbe un bel cercare alla _Stazione Centrale_ il signor
Serafino Bianchi. Invece di partire col diretto delle sette, egli era
partito col direttissimo delle otto e un quarto... almeno così disse la
sera dopo, al marchese Stefano, che lo interrogava in proposito. Quanto
poi al combinar l'affare per settantamila lire, invece di sessanta,
erano ancora in tempo perchè anche il barone Castagneto aveva risposto
picche. Ma pure il diavolo non era tanto nero come il dì prima; anzi
il signor Serafino aveva trovato a Genova la persona che prestava i
danari, ma bisognava aspettare un quindici giorni, perchè la somma era
impiegata a mutuo, e il mutuo non spirava altro che fra un paio di
settimane.
--Allora è come non averli,--rispose l'officialino impensierito.--A me
occorrono subito.
--Si può offrire un regalo al mutuante e ottenere che paghi la somma
prima della scadenza.
--Sicuro!... Bravo!... Così si deve fare!...
Il signor Bianchi fece un sorrisetto di compiacimento.
--E mi assicura che si potrebbe combinare per settantamila?
--Anche per settantacinque.
--Faccia, faccia tatto lei, come le pare, scriva subito, per il
regalo, per i frutti. Mi dirà poi anche la provvigione che le devo. Mi
metto nelle sue mani!...
--Ci sei da un pezzo, carognetta,--pensò il signor Bianchi, mentre
s'inchinava profondamente.
Stefanuccio era soddisfatto, e anche il giorno dopo si sentiva allegro
e leggero, senza quell'uggia addosso, che par foriera di cattive nuove.
Eppure il signor Bianchi non ne aveva di buone da dargli. Il mutuante
non poteva pagare altro che al giorno preciso della scadenza.
--_Saperlotte_!... come si fa?
--Scriverò a Livorno: cercherò, pagando, di far pazientare altri
quindici giorni.
--E crede, signor Serafino, che riusciremo?
--Perchè no?... in fine, non si domanda altro che quindici giorni.
--E c'è da guadagnare. Faccia lei, combini lei. Posso star
tranquillo?... mi assicura che posso star tranquillo?
--Direi di sì.--E per non perder tempo il signor Bianchi scrisse la
lettera lì su' due piedi, la fece leggere al marchesino, e la portò
subito alla posta.
Intanto passavano i giorni, quello della scadenza era imminente, e non
si era a capo di nulla. Anche da Livorno era venuta una risposta tale
da mandare il signor Serafino su tutte le furie.
"_Non si rinnova senza la firma del marchese Diego di Collalto. In
questo caso siamo disposti a portare la somma fino alle ottantamila
lire._"
Il buonumore di Stefanuccio si era dileguato il signor Bianchi
passeggiava sbuffando.
--Non è più possibile avere un soldo!... Bisogna lasciar protestare!
--Protestare?...--ripeteva Stefanuccio, sbigottito.
--Protestare!... È la rovina!... È il disonore!... Che colpo
dovrà essere per la illustrissima signora marchesa!... Un colpo
mortale!--E il marchese Diego?... Nelle disposizioni d'animo in cui si
trova?!...--Così, invece di medicar la ferita al povero ragazzo, il
signor Serafino l'inaspriva sempre più; e ogni poco barbottava fra i
denti le parole del telegramma spietato:
"_Non si rinnova senza la firma del marchese Diego di Collalto!..._"
--Canaglia!... Canaglia!... Cana....--A un tratto il signor Serafino
si fermò, colla bocca aperta, come sopraffatto da un'idea nuova, e
fissando gli occhi in viso al marchesino gli si avvicinò lentamente.
--Ha trovato qualche cosa di buono, signor Bianchi?
--Scusi... come si chiama lei?...
Stefanuccio lo guardò senza rispondere, maravigliato da quella domanda.
--Mi dica il suo vero nome di battesimo.
--Stefano!--rispose il marchese, con un'alzata di spalle.
--Stefano? soltanto Stefano?...
--Stefano, Diego, Maria....
--Diego!--esclamò il signor Serafino giubilante.--Siamo salvi!
--In che modo?
--In un modo semplicissimo, e che a suo tempo sveleremo a quella
canaglia di Livorno, che dovrà rimanere con un palmo di naso. Ha
mancato di parola con noi?... Ci vuol strozzare per un capriccio,
perchè infine non si tratta altro che di un capriccio?... Ebbene, noi
alla nostra volta lo pigliamo in trappola!
Il marchesino, senza capir nulla ancora, seguiva coll'occhio, e colle
labbra atteggiate a un sorriso ebete, le parole del signor Bianchi.
--Lei lascia il suo primo nome di Stefano nella penna, e firma le
cambiali _Diego di Collalto_....
--Chè?... È matto!...
--Senza falsificare il carattere, ben inteso: fa soltanto la firma un
po' più grossa....
--È matto.
--Io stesso mando le cambiali a Livorno--continuò il signor
Serafino senza lasciarsi scuotere da quelle interruzioni--con una
mia accompagnatoria. lo non nomino alcuno; non dico se le ho avute
dall'eccellenza vostra, o dal marchese Diego. A Livorno, appena le
ricevono, le chiudono in portafoglio, e fra un paio di settimane
vado io stesso a riprenderle. Allora mi deve permettere, signor
marchese,--aggiunse riscaldandosi,--mi deve permettere di dare una
buona lezione a tutta quella gentaglia, Voglio insegnare laggiù come
devono trattare colle persone di alto bordo. Credono forse d'aver per
le mani un mercantuccio, un plebeo, uno spiantato qualunque?... Non le
pare?
--Non mi pare niente affatto. Lei mi propone una firma falsa!
--Firma falsa?... Mi offenderebbe, signor marchese, se invece non
dovessi ammirarla, anche per questi scrupoli, ohe svelano il gentiluomo
compito. Firma falsa?...--in che modo? O che non sono nomi suoi
Stefano, Diego e Maria?...--Firma falsa?... Non Le dico già d'imitare
un'altra scrittura e nemmeno di alterare la sua. Scrivere il nome un
po' più grande o un po' più piccolo, è poi la stessa cosa!
--No, non mi pare.
L'ira del marchesino si era un po' calmata. Non era convinto, ma
sentendone parlare a lungo tranquillamente, la proposta non gli faceva
più tanto orrore. Stava a sentire quell'altro lisciandosi colla mano
tesa il cranio pelato, e raccogliendo in una ciocca sull'orecchio, i
lunghi capelli della nuca.
--Del resto, caro signore marchese, lei è molto giovane... mi
perdoni... è quasi un ragazzo ancora! in certi pasticci, per fortuna
sua, non c'è mai stato, e non conosce ancora tutte le arti, tutti i
ripieghi degli strozzini. Firma falsa!... Bisogna distinguere. Lei
non sa, per esempio, che io conosco capitalisti i quali, adesso che
han tolto l'arresto personale, obbligano il debitore, per essere più
sicuri di averlo nelle mani e di essere pagati alla scadenza, a mettere
un'altra firma, oltre la propria, sulla cambiale? Questa è una firma
falsa, ma non è una frode: l'hanno messa d'accordo!
--Nel caso mio non c'è questo accordo.
--Nel caso suo, signor marchese, non c'è nemmeno la firma falsa!
--Lei stesso, poco fa, mi diceva: _noi alla nostra volta lo si piglia
in trappola!_
--È vero, ma che cosa arrischia quel cane?... Siamo sicuri di aver la
somma del mutuo fra una quindicina di giorni. Il Genovese non ci ha
lasciato una promessa scritta?... Ci pensi un poco, signor marchese,
perchè anch'io sono una persona onorata, e ne' miei affari non c'è mai
stato niente di men che onesto!... Ci pensi, e mi dica se io le ho
mai fatto una proposta simile, quando non eravamo ben sicuri di avere
i danari?... Oh, se i danari ci sono, se son nostri (carta canta!)
dobbiamo far morire di crepacuore una buona signora... e perdere
un'eredità di parecchi milioni, perchè siamo caduti fra le mani di una
canaglia di livornese?... Ci pensi, marchesino.... Io sono un minchione
e posso sbagliare, ma sono un uomo di cuore.... Ci pensi bene. Al punto
in cui siamo non c'è altro scampo: o firmare o lasciar protestare.
Stefanuccio ebbe un fremito, ma si vinse subito, e continuò a lisciarsi
la testa e ad accomodarsi i capelli colla mano.
--Dica tutto quello che vuole, signor Bianchi, non riuscirà mai a
persuadermi.
--E allora... lasciamo protestare!...
Ma invece il protesto non ci fu. Il giorno dopo il signor Bianchi si
trovò due volte col marchesino, e tante gliene disse che lo persuase.
"Non c'era tempo da pensarci... L'ora della scadenza era sonata...."
Il signor Bianchi gli mostrò ancora la dichiarazione del capitalista
di Genova; gli evocò dinanzi lo spettacolo terribile della rovina; la
collera dello zio, la disperazione della mamma, tutti i bei sogni di
avvenire svaniti... e il ragazzo firmò.
--Un altro favore mi deve fare, caro marchese,--gli disse il signor
Bianchi mentre ripiegava le cartoline.
Stefanuccio lo guardò smarrito....
--Mi deve permettere di regalare cinquecento lire a quella canaglia di
Livorno, quando andrò a riprendere le cambiali.
--Oh sì, sì! questo sì! anche mille!--esclamò Stefanuccio con
enfasi.--E mi assicura proprio... che non corro nessun rischio per
quanto abbiamo fatto?...
--Si figuri!--esclamò il signor Serafino, e scappò via. Aveva fretta di
mandare le cambiali a Livorno, perchè non c'era tempo da perdere.
Il ragazzo rimase un paio di giorni sopra pensiero. E se il tiro fosse
stato scoperto?... E se a Livorno si vendicassero denunciandolo?... Se
scrivessero al colonnello?... Ma poi, gli giunse il vaglia bancario
colle migliaia di lire della differenza, e tornò a non pensar più ad
altro che a spendere. Non c'era nulla da temere.