s'inchina tutto quanto dinanzi al Commendator, e come se questo non
bastasse, anche re Vittorio in persona, _el ga stretto la man_!... E
ricordati, creatura benedetta, che se anche il governo _l'è birbon_, il
re, è sempre il gran re dei _galantomini_!
E ciò era verissimo. Mentre la soffitta di Giulio e della Mary si
faceva sempre più misera, Panigale riempiva i giornali e le bocche dei
Milanesi.
In quei dintorni era stata fatta una finta battaglia da un corpo
d'esercito, in presenza di Vittorio Emanuele, che per assistere più
da vicino alle operazioni militari, abitò due giorni nella Villa del
deputato di Panigale.
Vittorio Emanuele non avea mai sentito parlare di Pompeo Barbarò, ma
era stato subito informato dagli aiutanti della straordinaria ricchezza
del suo ospite, e avendolo invitato a colazione, scherzando con lui,
che impacciato non sapeva infilar due parole, gli disse con quella sua
bonarietà, finamente sarcastica, di re democratico:
"_Mi i soun un re ch'a ubidiss; ma chiel coun i so milioun a l'è un re
ch'a coumanda!..._"
Per il ricevimento e per la visita reale, Pompeo Barbarò avea speso 50
mila lire, che diventarono 100 e 150 mila nei discorsi della gente. Ed
anche il dottore del buon Giulietto ne era rimasto impressionato, tanto
da dar pienamente ragione a Donna Lucrezia, e torto marcio alla Mary.
Il brav'uomo, dopo aver tastato il polso all'ammalato e guardato la
lingua al bambino:--Biftecche ci vogliono,--esclamava crollando il
capo,--biftecche, passeggiate in carrozza all'aria buona, e una cura
climatica ricostituente. Poi distrazione, poi tranquillità d'animo. E
un giorno a sgravio di coscienza volle parlar chiaro anche alla signora.
--Suo marito,--le disse,--non può rimettersi, se non riprende la vita
agiata di prima, e suo figlio finirà col portare la conseguenza tutta
la vita, di questo stato di angosce e di privazioni.--Lui non voleva
dar consigli, ma ci pensasse la signora... finchè era in tempo.
Queste parole furono una trafitta al cuore per la povera Mary. Ne parlò
con Giulio, e Giulio, reso irascibile dal male, le rispose di lasciarlo
morire in pace. Si confidò all'Angelica, e questa, pur ammirando il suo
coraggio, le disse che, forse, poteva aver ragione il dottore, e che,
in tal caso, la salute di suo figlio doveva andare innanzi a tutto.
--Anche tu, anche tu!--mormorò la Mary scossa, e maravigliata.--Anche
tu, Angelica, anche tu così buona, anche tu così santa?...
Angelica si strinse al cuore la testina dell'amica e le sussurrò fra i
baci:
--Ormai il tuo dovere è quello di dimenticare!...
--Ma tu, nel caso mio, che cosa faresti?
--.... È per la tua creatura: in te non ci può più essere altro che la
madre!
Pure la Mary esitava ancora; e si lasciava mettere in croce
continuamente. In seguito alla visita reale e all'inaugurazione dei
lavori del _Canale Barbarò_, il commendator Pompeo era stato creato
nobile di Panigale, e la Balladoro dichiarava "a tutti quanti" che
avrebbe strozzato quella _mata da ligàr_, colle stesse sue mani,
vedendola così ostinata nel rovinarsi.
--La dignità! Le memorie del passato! I giuramenti! Tutta roba
bella e bona... ma per chi _ga_ tanto in pentola, da poter dire
le proprie ragioni!... A borsa vuota e a _digiun_, sono...
_mincionerie_!...--Minchionerie inperdonabili! E in quanto alla mia
eredità, non stia a far calcoli; il suo nome, sul mio testamento, non
lo vede di sicuro!... Sarà questo per la sua _punizion_... e po'...
Poi non son più giovane, è vero, ma forse una certa persona di garbo e
di talento potrà preferire alla bellezza passeggiera dell'_aseno_, la
devozione di una sposa fedele, congiunta al tenero _cuor_ di una madre!
La Mary voleva resistere, resisteva ancora e lasciava sempre gridare la
zia a sua posta, senza mai risponderle nulla; ma una sera Giulio si era
aggravato, il bimbo aveva fame, la cameretta squallida e fredda mancava
di tutto, e la Filomena, che avea sempre preso, tacitamente, le difese
della Mary le mormorò anche lei a bassa voce:
--Bisogna cedere, padrona, il Signore vuol così!... Non ci aiuta più.
La Mary, disperata, proruppe in pianto, mormorando
convulsamente:--padre mio!... Mamma mia, perdonatemi!
Sul tardi venne Donna Lucrezia come al solito, ma quella sera uscì
raggiante dalla povera soffitta.
--Corocochè!... La _Regina delle Antille_ anderà in scena di sicuro!
La Mary vinta, non dal proprio dolore, ma dal dolore dei suoi,
aveva ceduto, e sarebbe stata posta di mezzo Donna Lucrezia per la
riconciliazione.
V.
Successa la pace nella nobile famiglia Barbarò di Panigale, la Mary
e l'Angelica si videro assai meno frequentemente, per quanto il
commendatore cercasse tutti i modi di mantenere stretta l'intimità fra
le due cugine. La marchesa di Collalto schivava di recarsi in casa
Barbarò per non incontrare il signor Pompeo, ma d'altra parte, non
volendo che la Mary s'accorgesse della sua freddezza, si recava più di
rado a Milano, e ci andava solamente nei giorni di visita al Collegio
militare, dove Stefanuccio non si diportava troppo bene, e avea bisogno
continuamente di prediche e di esortazioni. Era negligente, svogliato,
e nemmeno mostrava molta intelligenza. Pieno del suo nome, dei suoi
titoli, ogni anno si trovava al punto di dover ripetere gli esami, e
ogni poco lo zio Diego doveva raccomandarsi ai suoi amici del Ministero
della Guerra perchè non fosse mandato via dal collegio. Angelica ne
soffriva assai, e dopo quelle visite, quando sapeva il Barbarò a
Panigale, o a Roma, non poteva resistere, e correva dalla Mary prima
di ritornare a Gallarate, per sfogare con lei tutte le sue pene.
Questo stato di cose durò così parecchio tempo, finchè un avvenimento
assai importante nella vita di Angelica sopraggiunse a mutare
totalmente il suo tenore di vita.
Il marchese Alberto, colpito da un nuovo insulto apopletico, era
rimasto per quasi tutto un anno immobile, senza poter muovere un dito,
nè profferire una parola. Gli occhi soltanto gli erano rimasti vivi per
ammiccare al cibo, e la bocca per inghiottirlo. Poi, una sera, la bocca
storcendosi non si era più mossa, gli occhi eran rimasti aperti, ma
fissi e vitrei: il marchese Alberto era morto del tutto.
La notizia arrivò subito a Milano, e prima ancora che si facessero i
funerali giunse da Milano alla marchesa Angelica una busta suggellata
col bollo della _Banca degli interessi Lombardi Provinciali_. Conteneva
una cambiale del marchese Alberto, avallata dalla moglie, e che scadeva
quel giorno stesso, accompagnata da un bigliettino rispettosissimo
del Barbarò, il quale le diceva che sapendola in quel momento troppo
sossopra per la disgrazia di cui era stata colpita, avea ritirato
lui la cambiale, assicurandola in pari tempo che la Banca l'avrebbe
rinnovata colla sola firma dell'Illustrissima Signora Marchesa.
"Che fare?..."
Angelica in sulle prime si sentì offesa da quell'atto. Ricorse allo zio
Diego per aver modo di pagare subito la Banca, ma lo zio le rispose che
non ce n'era affatto bisogno, dal momento che la Banca stessa, com'era
conveniente e naturale, le offriva il proprio credito.
--Il signor _Barabao_... _Barabò_ non c'entra; deve essere stata una
deliberazione presa dal Consiglio di sconto.--E siccome Angelica
insisteva, il marchese con galanteria si dichiarò "desolato di non
aver tesori da deporre ai piedini _mignons_ della cara nipote....
ma soltanto i voti del suo cuore, ch'ella manteneva in uno stato di
continuo bollore."
"Che fare?..."
Angelica, in quelle strette, in quello sbalordimento, non potè riparare
il colpo; dovette vincersi, nascondendo il dispetto in fondo al cuore,
e far buon viso alla garbatezza del commendator Pompeo, a cui inviò
la nuova cambiale con due parole di ringraziamento. Il primo passo
era stato fatto, e in breve, perchè quella cambiale non era la sola,
e molti erano gli affari che, per la morte del marito, rimanevano
alla marchesa da regolare, il Barbarò, legando destramente una cosa
coll'altra, riuscì a circondare Angelica come da una fitta rete di
cortesie. Sempre per gli affari, o colla scusa degli affari, trovò modo
d'incontrarsi spesso con lei, e tornò finalmente ad andarle per casa.
Si faceva in quattro per servirla, e si prosternava dinanzi al marchese
Diego il quale lo trattava con alterigia, e consigliava alla nipote di
star in guardia, di ricordarsi di Villagardiana.... ma poi non faceva
nulla per aiutarla.
Angelica soffriva: soffriva nel suo amor proprio, nel suo cuore,
nel suo sentimento di donna. Ogni volta che vedeva avvicinarsi il
Barbarò, non poteva vincere un impeto di repulsione, ma era costretta
a dominarsi.... era bastato un momento, un momento solo, e ormai era
stata presa. Pure, essa affrettava con ansia indicibile il giorno in
cui tutti gli affari fossero accomodati, il giorno in cui sarebbe
ritornata libera, in cui non avrebbe più dovuto sopportare la presenza
e i servigi di quell'uomo.... ma se avea fretta lei, non aveva fretta
il Barbarò. Col fascino assorbente del danaro, senza che Angelica se ne
fosse accorta, era diventato il padrone di casa sua. Il nobile Barbarò
di Panigale, deputato al Parlamento, non era più il signor Pompeo, ed
ella pure sentiva, non potendo levarselo di torno, di doverlo trattare
assai diversamente. Gli altri, dai creditori alle persone di casa, che
andavano in visibilio quando arrivava lui, tutti dichiaravano che era
stata una gran fortuna per la marchesa, e più per il marchesino, che
Don Pompeo di Panigale avesse voluto occuparsi dei loro affari. Era
un suffragio universale al quale, tanto più perchè c'era di mezzo suo
figlio, Angelica non poteva, non osava ribellarsi.
E poi i danari, questa forza che il Barbarò sentiva di possedere,
pareva avessero affinata anche la sua furberia. Al _Villino delle
Grazie_ egli aveva saputo rendersi necessario a tutti. Mance non ne
dava, ma poteva rendersi molto utile con raccomandazioni. Un suo
biglietto di visita poteva far la fortuna di un uomo, ed essendo
prodigo di raccomandazioni e di biglietti di visita, diventava popolare
a buon mercato.
Il marchesino Stefano, lo avea fatto suo vezzeggiandolo, adulandolo,
facendogli credere che lo zio Diego era un ricco sfondato, e che
l'unico erede doveva esser lui.
--Che bell'ufficialetto dovrete diventare!--gli diceva spesso.--E ve
ne saranno da spendere, perchè se il babbo ha sciupato, lo zio ha
provveduto!
Il giovinetto montava in superbia a quelle parole, e non faceva altro
che sognar grandezze. Poi quando, più tardi, superati gli esami, si
trovò libero a Torino, alla Scuola d'Applicazione, cominciò a spendere
allegramente.... tanto più che gli era facile trovar quattrini, perchè
c'era sempre qualche usuraio che gli si metteva alle costole, pronto a
servirlo.
Per tutto ciò Pompeo di Panigale trionfava allegramente. Alla Banca
non lo riconoscevano più: sempre attento agli affari, ma di buon
umore. Siccome andava spesso al _Villino delle Grazie_, aveva mutato
il vecchio carrozzone in una _victoria_ elegantissima, e si era fatto
canzonare comperando a gran prezzo, e per due _puri sangue_, una
pariglia di poco valore.... Ma a un tratto, quando proprio era al
sommo di tutte le speranze, arrivando una sera a Gallarate, vi trovò
il maggiore Andrea Martinengo, che gli fu presentato dalla marchesa
Angelica, cogli occhi lampeggianti di contentezza.
Il Barbarò fece una smorfia, che dovea essere un sorriso, abbondò di
complimenti col maggiore, ma avea la voce grossa, e se ne andò quasi
subito.
Non vedeva il momento di trovarsi solo!--Invece quando fu solo si sentì
peggio. Era gonfio di gelosia e di odio.
--Quella santocchia mi ha ingannato! Si è servita di me come di un
ragioniere! Mi ha tenuto buono, mi ha accarezzato finchè aggiustavo
i suoi affari, e adesso che si crede a buon punto fa saltar fuori
l'amante e me lo butta in viso!... Svergognata! Sfrontata, peggio
di tutte le altre!--Poi, sfogata l'ira, un altro pensiero lo
accasciava.--Dunque.... si amano ancora?!... Dunque non è vero che
quello spiantato l'abbia abbandonata!... Si amano! Si amano! Potessi
farli crepare tutti e due!
Pompeo tornava a infuriarsi, e strapazzava il cocchiere perchè non
faceva correre abbastanza i cavalli; ma poi a una voltata si arrabbiò
perchè correvan troppo, e lo percosse col bastone sulla schiena.
Non poteva star quieto; e borbottava a mezza voce:
--Le pianterò a mezzo tutti gli affari! Penserà il maggiore a
levarla dagli imbrogli. Sì.... Sì.... Domani le scriverò una lettera
fulminante. Le voglio dire che non mi garba di portare il moccolo!
I cavalli correvano sempre in mezzo alla notte buia d'estate, senza
stelle, senza chiaror di luna, pesa, soffocante. Un odor grasso di
campagna faceva presentire la pioggia vicina. Pompeo tacque a un
tratto, e si rincantucciò. Stette così lungamente, rimuginando e
rodendosi i peli dei baffi.... Pensava.... pensava cogli occhi fissi,
spalancati nel buio....
A un tratto si scosse, si rizzò a sedere, come per seguire un'idea
che temeva gli sfuggisse.... e in fine, così solo, scoppiò in una
sghignazzata.
--Ah! ah! ah!.... Sarà un colpo da disperato, ma non ho da scegliere; e
poi, con questo, se non riescirò dove voglio, mi sarò almeno vendicato!
Il giorno dopo egli non scrisse nessuna lettera alla marchesa; invece
continuò a prendersi cura de' suoi affari, andando al _Villino delle
Grazie_ colla solita frequenza, mostrandosi come prima servizievole e
rispettoso, facendo continui complimenti al Martinengo, e esprimendo
il desiderio di entrare con lui in buona amicizia.
VI.
Il prossimo matrimonio di Angelica e di Andrea era già l'argomento
del giorno nei vari discorsi dei conoscenti; ma ancora nè Angelica nè
Andrea volevano accettare le congratulazioni. Per tale riserbatezza
c'erano due ragioni del pari importanti: una di convenienza, perchè
avevano fissato di aspettare che fosse compiuto l'anno di lutto prima
di partecipare il matrimonio; l'altra di opportunità, non potendo
ancora sapere quando si sarebbero maritati. Nè la marchesa, la cui
piccola dote si poteva toccare, nè il Martinengo, che aveva solo la sua
paga di maggiore, si trovavano in istato di poter fornire la cauzione.
Per questo Andrea avea combinato, d'accordo colla marchesa, di dare le
proprie dimissioni e di ammogliarsi appena avesse ottenuto, mediante il
suo titolo d'ingegnere, un buon impiego alle strade ferrate. Intanto
aspettavano tutti e due, volendosi ogni giorno più bene. Andrea avea
chiesta l'aspettativa per ragioni di famiglia, e si era stabilito
anche lui a Nuvolenta, vicino a Gallarate, nella stessa casa abitata
per tanto tempo da Giulietto Barbarò. L'impiego alle strade ferrate
non gli poteva mancare, nè doveva tardar molto a venire, tenuto conto
della capacità di cui aveva dato prova, della grande stima che godeva
nell'esercito, e delle sue aderenze personali. La felicità dei due
amanti era dunque sicura, e il suo compimento non presentava ostacoli;
era appena questione di un po' di tempo. Nessuno poteva impedire il
loro matrimonio, proprio nessuno, nemmeno lo zio Diego, che, potendo,
lo avrebbe fatto molto volentieri.
--La marchesa di Collalto diventare la moglie di un impiegatuccio alle
strade ferrate?!... Diventare la signora Martinengo, _tout-court_!...
Era più che una _mésalliance_, era una _dégringolade_!... E non
soltanto per il decoro del nome, il marchese Diego era irritatissimo,
ma anche perchè temeva che i soldi dell'impiego fossero scarsi, e
toccasse a lui, a metter mano alla borsa.
Quel matrimonio lo faceva diventar verde come i suoi capelli, e al club
gli amici, quando volevano divertirsi alle sue spalle, glie ne facevano
le congratulazioni. Allora il marchese montava in bestia, dava del
babbuino al Martinengo, e della romantica sventata alla nipote.
--Che bisogno c'è di maritarsi?... Non era libera?... Non poteva fare
tutto quel diavolo che voleva, senza impitoccarsi cogli impieghi?--E a
chi, in proposito, gli citava la virtù, riconosciuta da tutti, della
marchesa di Collalto, il vecchio filosofo rispondeva con un'alzata di
spalle:
--La virtù?... Che virtù!... La virtù che apprezza il mondo è una sola,
e consiste per gli uomini nell'aver quattrini, e per le donne nell'aver
prudenza.
Ma poi, visto che l'arrabbiarsi e il gran predicare non portava
nessun frutto, anche il marchese Diego si stancò, Non voleva perdere
l'appetito, tanto più che lo stesso Stefanuccio sembrava contento,
e invece di gridare cominciò a sfogarsi burlandosi della nipote,
chiamandola la signora _Guarda-freno_, raccomandandole di non mostrarsi
troppo alla stazione, perchè avrebbe fatto perder la testa agli
impiegati, e accresciuto il numero degli scontri.
In quanto a Stefanuccio, per altro, non era vero che fosse contento
del matrimonio di sua madre; non gliene importava un fico. Per il
Martinengo aveva la considerazione e il rispetto disciplinare che un
allievo professa ad un maggiore di artiglieria: null'altro, e nulla più.
Il giovane scapestrato aveva ben altro in mente che il matrimonio
di sua madre. Fra i debiti, i cavalli, il giuoco, le ballerine e la
Scuola, era affaccendato tutto il giorno e tutta la notte, sempre
colla testa sossopra, sempre in moto, sempre in ansia, trascurando la
Scuola per rimediare ai debiti, dimenticando i debiti dietro le donne,
trascurando le donne per i cavalli.
Ma se i debiti egli li dimenticava, v'era bene chi li ricordava per
lui, e fra gli altri un omino piccolo, colle gambette storte ad arco,
il viso da vecchietto e gli occhi loschi. Costui, col cilindro lustro e
il grosso catenone d'oro dei giorni d'affari, era seduto a un tavolino
del caffè Florian, coll'aria di chi vi aspetta qualcheduno. Ma il
qualcheduno aspettato tardava a mostrarsi, e l'omino domandò a un
cameriere se sapeva dove abitava il marchese Stefano di Collalto.
--Sissignore: abita in _Piazza Vittorio Emanuele_, numero 36.
--E... sapreste indicarmi a che ora è più facile trovarlo in casa?...
--Di solito non saprei dire, ma in questi giorni lo deve trovar di
certo perchè è agli arresti: portava la visiera del berretto troppo
piccola, e il generale Casanova lo ha consegnato.
L'omino sorrise, poi si alzò quasi subito, e scese lentamente i
_Portici di Po_, avviandosi verso la Piazza Vittorio Emanuele.
Beppe Micotti, l'omino non era altri che lui, inviato dal Barbarò con
un incarico delicatissimo, rimuginava intanto nella sua testa ciò che
dovea dire al marchese.
--Lo liscieremo e lo aduleremo...--e subito trovatosi di fronte
all'ordinanza, gli domandò se Sua Eccellenza il marchese era in casa, e
lo pregò di andargli a domandare se si degnava riceverlo.
--Chi gli devo dire?...
--Serafino Bianchi,--rispose il Micotti che si era preparato lungo la
strada anche a quella domanda.
L'ordinanza scomparve per un uscio a cristalli smerigliati e il Micotti
rimase in anticamera ad aspettare. Dopo un momento, dietro i cristalli
apparve un'ombra, e dalla fessura dell'uscio si mostrò un'occhio nero
che spiava, e un pezzetto di testina riccioluta. Poi l'ombra scomparve,
e si sentì squillare nell'interno della camera una risata argentina di
donna. Intanto si presentò sull'uscio l'ordinanza ritta, impettita, e
senza dir motto fe' cenno all'altro di passare, e gli chiuse dietro la
porta, lasciandolo solo col marchese.
Stefano di Collalto si voltò per guardare il suo visitatore, e con
la faccetta imberbe rideva ancora dietro alla ragazza che avea fatto
scappare nel gabinetto di toeletta. Era un cosino lungo lungo,
magrissimo, straordinariamente calvo per la sua età, con la carnagione
diafana e lentigginosa dei biondi rossicci.
Il signor Bianchi, col cappello in mano, gli fece un inchino umilissimo.
--Il signor marchese... non mi conosce di certo....
--No, non mi pare.
--Oh, io invece ho avuto l'onore di ammirarla spesso al Valentino a
cavallo, e poi in _Piazza d'Armi_....
--Sarà benissimo!--rispose l'altro seccamente, squadrandolo d'alto
in basso, e tenendolo in piedi, presso l'uscio. Il marchesino, dal
preambolo, dubitò subito di aver a che fare coll'inviato di un suo
creditore.
Invece, l'omino, era proprio un creditore in persona. Sempre col
cappello in mano e sorridente, il signor Bianchi levò di tasca un
grosso portafoglio, e dal portafoglio, con due dita, una cambiale che
dopo fatto un altro inchino, presentò al marchese. Questi guardò alla
sfuggita verso l'uscio del gabinetto di toeletta, poi invitando il
signor Bianchi ad accomodarsi, gli tolse di mano il cappello che posò
sopra una seggiola.
--Oh troppa bontà....
--_Saperlotte_! L'avevo dimenticata!--esclamò il marchesino dando
un'occhiata alla cambiale. Poi calando il tono della voce per non
farsi sentire nell'altra stanza:--Senta,--continuò,--non si potrebbe
rinnovarla, per qualche giorno? Sono agli arresti, capisce, e non mi
posso muovere, non posso provvedere.
--Si figuri!... Se dipendesse da me!... ma io, in questo caso, non fo
altro che rappresentare il barone Castagneto di Genova; una persona
stimabile quasi quanto vostra eccellenza, e che me l'ha girata per
l'incasso... solamente per l'incasso.
--E...--l'altro sorrise facendo l'occhietto al signor Serafino, come
usava colle donne quando voleva essere irresistibile,--e... non si
potrebbe telegrafare a Genova?...
--Conosco il signor barone, e so com'è fatto. Oggi, scaduta la
cambiale, vuole che sia pagata, pronto domani a scontarne una nuova,
com'è naturale, avendo da trattare con persona che ha un nome
illustre, un ricco patrimonio presentemente, e un avvenire (quello che
gli prepara l'illustrissimo marchese Diego di Collalto) di milioni
parecchi.--E il signor Bianchi spiegò di nuovo la cambiale, mettendola
distesa sul tavolino.
--E allora, quando mi conosce, e sa di poter essere sicuro, mi trovi
il modo lei, di rinnovare questa cambiale a tre mesi. In fine non
si tratta altro che di mille cinquecento lire, e se non fossi agli
arresti....
--So benissimo, signor marchese, so benissimo, che in tal caso non
avrebbe bisogno di me. Ma... gli è, vede... che io sono sprovvisto:
non sono un banchiere, come il signor barone; sono un agente d'affari
e nulla più. Tuttavia cercherò di servirla per due o tre giorni...
intanto... regolata questa pendenza, potrà rivolgersi ancora al signor
barone e, se crede, penserò io a tutto, mediante una provvigione.
--S'intende, s'intende....
--Io non sono un capitalista, ripeto, e vivo sugli affari che fo per
gli altri.
Dopo una simile dichiarazione Stefanuccio si sentì più tranquillo.
L'amico, pensava, avea subodorato un buon affare, e per questo era
venuto da lui con tanta premura.
Infatti il signor Bianchi, sempre più ossequioso, lasciò sul tavolino
la cambiale scaduta, e si portò via la firma in bianco, per duemila
lire, del marchese Stefano, che a quelle dimostrazioni di grande
rispetto rizzava la testa e, gonfiandosi, faceva la ruota come un
tacchino.
Per alcuni giorni l'agente d'affari non si fece vivo e Stefanuccio,
prosciolto dagli arresti, si era già dimenticato di lui, del barone
Castagneto, e della firma in bianco, quando vedendoselo una mattina
comparir dinanzi al _Caffè di Parigi_, si consolò tutto, pensando che
il signor Bianchi gli poteva procurare i quattrini che gli occorrevano
per la beneficiata di madamigella Nicoly; un fiore esotico, e molto
sbocciato, della compagnia equestre Ciniselli.
--Buone nuove?--gli domandò subito il Collalto che si era allontanato
dai compagni, coi quali stava facendo colazione.--Buone nuove?
--Sì... e no, signor marchese.
--Fuori il sì!...
--Mi scusi, l'eccellenza sua, ma dovrei cominciare dal no.
Stefanuccio aggrottò gli occhi miopi.
--L'effetto... sa... non l'ho ancora potuto scontare.
--Quale effetto?
--Quello che mi ha lasciato in bianco, per duemila lire.
--Ah, sicuro! rispose Stefanuccio, lustrando l'occhialino colla
pezzuola di battista.
L'altro lo guardò, disponendosi ad ascoltarlo colla più premurosa
attenzione.
--Per la cambiale delle duemila lire, ci penserà... con comodo. A me
occorrerebbe invece di conchiuder presto un altro affare....
La faccia verde del signor Bianchi si colorì a un tratto.