Vacchetti è affar fatto?
--Per bacco! E poi ci sarebbe anche la Banca.
--La Banca?... Di Banche non ne voglio sapere per via di mio padre.
--Nella Banca che ti dico io, babbo Rothschild non ci ha a che fare. È,
nientemeno, che la _Banca Cooperativa_ fra gli agenti e i commessi di
negozio!... Vado a pranzo tutte le domeniche all'_Arena Nuova_ col suo
direttore, che mi vuole un bene dell'altro mondo.
--Preferisco il Vacchetti.
Giulio e Clementino entrarono da un tabaccaio a comperare la
cambiale, che uno firmò, e l'altro mise in tasca esclamando:--È cosa
fatta!--Stava per andarsene; ma Giulio lo fermò. Ricominciava ad essere
inquieto.
--Scusa e.... quando... quando....
--Lasciami pensare;--e Clementino si fregò la fronte colla mano.--Oggi
è un po' tardi; domattina devo andar attorno per un altro affare d'un
altro mio amico... Un affare in grande.... Trenta mila lire... ma ti
raccomando di non dir niente con nessuno!
--Sta sicuro.
--Alle dodici il Vacchetti (io potrei dirti anche quante volte si
soffia il naso in un giorno) alle dodici va sempre dal Campari a bere
l'amaro....--Basta che non lo faccia bere anche a noi l'amaro!
Giulietto sorrise a denti stretti.
--.... A casa sua,--continuò Clementino,--non si trova altro che alle
due. Ci vado alle due in punto, gli lascio la cambiale, torno alle
cinque per i danari, alle sei ci troviamo dall'Hagy, ti snocciolo la
sommetta (tu preparami la ricevuta, per ogni buon conto) e... ricordati
che sei stato Garibaldino, dunque... niente paura! Vorrei averla io la
tua firma, principe ereditario di tutte le Californie e del Perù!
Rimasto solo, Giulietto Barbarò si diede una fregatina di mani. Era
salvo. Ormai... niente paura, come aveva detto l'amico Clementino.
Prima il signor Vacchetti, poi la signora _Amalia di Via Torino_, poi
in caso disperato la _Banca cooperativa_ fra gli agenti e i commessi
di negozio. E dal presente che si rischiarava, Giulietto intravide
l'avvenire pienamente sereno. Colla signora Amalia avrebbe pagato il
Vacchetti, colla Banca avrebbe pagato la signora Amalia, poi sarebbe
ritornato da capo, e l'uno avrebbe servito per riempiere il buco fatto
coll'altro.
--Se Dio vuole non mi troverò più coll'acqua alla gola!--Che amico, che
amicone, quel Clementino Scettola!
La gioia, come succede in tutte le persone buone, gli si tramutava in
altrettanta tenerezza. Scappò a casa, dalla Mary, ma dietro via si
fermò a comperarle un cartoccio di dolci.
Cara, tanto cara, quella sua donnina! Era un angelo, una santa, era
tutto il paradiso!... La baciò, la ribaciò cogli occhi raggianti,
chiamandola con tutti i nomi più teneri, e finalmente, dopo infiniti
preamboli, le raccontò la fortuna che gli era capitata, facendole
grandi elogi dell'amico Clementino.
--Bada,--gli osservò la Mary, che stentava ad infervorarsi,--bada che
questo Vacchetti, non sia poi uno strozzino!
--Un po'... sì; ma coi guanti. Non tratta altro che con persone della
più alta nobiltà; con tutti quelli del club,--e per rassicurarla
meglio, le raccontò l'affare dell'ufficiale di _Savoia cavalleria_.
Mangiarono insieme una caramella fra due baci, poi il buon Giulietto
corse in cucina dalla Filomena, per regalare un dolce anche alla
vecchiarella, poi volle vedere il bimbo, gl'impiastrricciò il bocchino
di rosolio, e infine domandò alla moglie se aveva scritto alla marchesa
Angelica "un angelo proprio vero" e le raccomandò di fare un po' di
festa anche alla zia Lucrezia.
--È una balorda, ma non è cattiva!
Insomma, a sentir Giulietto, eran diventati tutti buoni, e il mondo,
a differenza del dì innanzi, non era più un mondaccio cane, e ci si
poteva stare passabilmente.
--Sì, sì, tutti buoni, ma nessuno per altro come la mia Mary... la mia
_Meretta_... la mia _Meruccia_... la mia _Merinòli_!...
In cassa c'erano ancora cinquanta franchi; Giulio li prese tutti con sè
prima di uscire, e quando ritornò per il pranzo ne aveva spesi quindici
dalla _Laforet_ per portare un paio di guanti, lunghissimi (allora
una primizia della moda) alla sua mogliettina bella!... e sotto la
_Galleria De-Cristoforis_ ne spese altri cinque per comperare un
cavalluccio di gomma elastica al suo bimbo. Quel giorno il desinaretto
fu una vera festa, e la Filomena, ogni tanto, compariva sull'uscio
col viso ridente fra le grinze e i ricciolini bianchi, per ricrearsi
l'animo anch'essa.
C'era tanto bisogno di un po' di buon umore!
Il giorno dopo Giulietto arrivò tardi all'ufficio. Continuava a fare e
a rifare il conto dei debitucci che voleva pagare colle due mila lire
che gli sarebbero rimaste dopo ritirate le cambiali, e quello delle
varie spesette che aveva in mente. Ma ogni volta diminuiva la somma
destinata al saldo dei debiti, e arrotondava quella delle spese.
--E... e se il Vacchetti non fosse a Milano?
Giulio, a questo pensiero, si sentì venir freddo, tanto più che ormai
non aveva in tasca altro che dodici lire.
--Smemorato che sono!... In un caso disperato si ricorre alla signora
Amalia di _Via Torino_, oppure alla _Banca cooperativa_.
Tornò a sorridere; per altro non più tanto serenamente, e alle sei,
dall'_Hagy_, visto che Clementino si faceva aspettare, cominciò ad
arrabbiarsi.
--Per Dio!... Negli affari bisogna essere precisi!...
Alle sei e mezzo, Clementino non si vedeva ancora.
Giulietto si avvicinò al banco rivolgendosi al padrone.--Se viene
Scettola gli dica di aspettarmi un momento. Vado e torno!--E corse,
sbuffando, a cercarlo a casa sua.
A casa non c'era; c'era la sorella, e gli disse di provare a cercarlo
dall'Hagy.
--Ne vengo adesso!... L'ho aspettato più di mezz'ora! Mi aveva dato
appuntamento per le sei.
--Oh, è il suo solito,--rispose la ragazza sorridendo.--Provi a
cercarlo in _Piazza Fontana_, alla trattoria del _Numero cinque_.
--Lo troverò?
--Può darsi.
Giulio scappò in furia al _Numero cinque_.
--Voglio insegnare a quel villano,--borbottava fra sè,--che non è
questa la maniera di trattare colla gente seria.
Clementino era proprio alla trattoria _Numero cinque_. Giulio lo scorse
subito a una tavola con un altro, e due donnette galanti. Ma appena
Giulio lo vide, le sue furie invece di aumentare, si calmarono un poco.
--Vieni avanti, vieni avanti,--esclamò Clementino colla bocca
piena.--Ti presento alla Rosa e all'Annetta!
Appena finita la presentazione, Giulio si avvicinò all'amico e gli
domandò ansioso all'orecchio:
--E così?...
--Che cosa?...
--Il Vacchetti?...
--Ah!... Ci son stato due volte da quel _pela-merli_!--rispose l'altro
gridando in modo che lo sentivano tutti nella sala, e i vicini si
voltavano, mentre Giulio, diventando rosso, gli faceva segno in fretta
di parlar piano.--Ci son stato due volte: è in campagna, è andato ai
freschi. Ma niente paura. Torna stasera, e domattina alle dieci,--ti va
bene alle dieci?--vengo io a trovarti all'ufficio, col morto.
--Ti raccomando, proprio alle dieci precise!... Alle dieci e mezzo ho
un altro affare.
--Alle dieci in punto ci sarò, ci saranno, e tu fa conto di averli in
portafoglio. Non mi conosci, diamine?... Sono un orologio!
--E ancora non ti sei messo al _Monte di Pietà_?--interruppe l'altro
giovanotto ch'era con Clementino e che fin'allora aveva sempre taciuto.
Le signorine dettero in una risata, e Giulietto se ne andò ridendo
anche lui allegramente, intanto che l'amico gli gridava dietro "futuro
imperatore di tutte le Californie!"
Ritornò verso casa cantarellando. Credeva che l'altro ci fosse stato
davvero dall'Hagy e non passò nemmeno di là per sincerarsene. Passò
invece dalla Galleria Vittorio Emanuele e si fermò estatico dinanzi
alla mostra del Confalonieri.
--Quanta bella roba!... Più che una vetrina sembra un cielo stellato!
E dire che se mio padre fosse un altro, potrei coprire la Mary di
brillanti!... "Se domani... basta, domani si vedrà." Egli guardava
un braccialettino, un filo d'oro massiccio, con uno smeraldo e un
brillante, e pensava. "Quel braccialettino lì, non dovrebbe costare più
di otto o novecento lire...."
--Dunque?--domandò subito la Mary al marito, appena questi fa di
ritorno...--dunque?...
--Ci sono.
--Ah, finalmente, respiro!...
--Ci sono, e li avrò domattina.
Il respiro si fermò a mezzo.
--Li avrò domattina, alle dieci.
--Hai parlato col Vacchetti?
--No; è fuori di Milano, ma torna subito.
--Allora, Dio mio, sei al punto di prima.
--Niente paura. Il Vacchetti non può dir di no.
--Come lo sai?
--Ho la parola di Clementino.
--Speriamo!... Pensa, che doman l'altro siamo all'ultimo del mese!...
--Pagherò le cambiali, e poi, se mi riesce un certo giro che ho in
testa, vedrai... vedrai, _Merina_, mia, che bella improvvisata!
Invece l'improvvisata l'ebbe il buon Giulietto. Clementino fu puntuale,
ma l'altro che lo aspettava dietro i vetri della finestra, capì subito
appena lo vide venire dinoccolato, colla testa bassa, in mezzo alla
nebbiarella mattutina, che la spedizione era fallita. Non si camminava
a quel modo, con otto mila lire in tasca!
--Ha detto di no!... Ha detto di no, e non ho più un soldo!
Gli ultimi spiccioli gli aveva dati alla Filomena per la spesa di casa.
Non ebbe il coraggio di andare incontro a Clementino; si sedette sul
canapè, in faccia all'uscio.
--Niente?...--gli domandò appena l'altro fu entrato, con quella voce
cavernosa che indica il vuoto dello stomaco e della borsa.
--Non l'ho preso per il collo, quel cane, perchè non volevo
insudiciarmi le mani!--Clementino si buttò sopra una sedia, come
disfatto.
--Ha detto di no? Non si fida?
--Non ci mancherebbe altro!... Ti darebbe la casa, ti darebbe!... Tutta
la casa, e senza nemmeno la firma: basta la tua parola.--So che avrei
da fare con un gentiluomo,--ha detto;--ma... Mi confessò di non aver
quattrini. Me lo confessò colle lacrime agli occhi. Guarda se non
siamo sfortunati: ieri, come ieri, ha prestato ottanta mila lire ad uno
dei primi giovinotti della nostra aristocrazia, uno del _club_ che va a
Roma a sposare un'americana arcimilionaria come te!
Clementino si era alzato, e camminava per la stanza dandosi pugni sulla
testa da sbalordire.
--Vedi, quando si nasce colla iettatura? Io sono nato colla iettatura!
--Sono io, sono io che l'ho addosso la disdetta,--mormorò Giulio,
cupamente.--Tu mi avevi fatto la cosa tanto sicura che... che non ho
provvisto in nessun modo... capisci, Clementino?...
Clementino era andato alla finestra, e gli voltava le spalle.--Invece
di rispondere battè colle dita il tamburello sui vetri, fischiettando
piano la marcia funebre della _Jone_.
--La cambiale di tre mila lire...--seguitò l'altro, colla voce sempre
più rauca,--mi scade domani....
--Allora c'è tempo tre giorni.... In tre giorni col tuo nome, si deve
trovare a Milano... mezzo milione!...
--Proviamo alla Banca....
--Alla Banca?...--domandò Clementino interrompendo la marcia.
--Alla Banca, sicuro;--alla _Banca cooperativa_ fra gli agenti e i
commessi di negozio!
--La Banca non sconta altro che il Venerdì.
--Quasi una settimana da aspettare... È troppo tardi. E... e quella
signora Amalia di _Via Torino_?
--Andiamoci subito: se li ha, li dà.--Figurati; a uno che si chiama
Barbarò!...
--Allora non gli avrà,--mormorò l'altro con tono lugubre.
Clementino si cacciò il cappello in testa con un pugno, e poi giù
di corsa per le scale, con Giulietto dietro, pallido, ammusato, che
continuava a borbottare.--Allora non gli avrà, allora non gli avrà,--ma
sempre colla speranza, la speranza è l'ultima che si perde, di sentirsi
rispondere il contrario.
La signora Amalia di _Via Torino_ era una donnetta ancora giovane
e abbastanza piacente, ma col viso imbellettato e le sopracciglia
dipinte. Faceva un po' la sentimentale, un po' la sensitiva, arrossendo
con smorfiette pudibonde ai complimenti di Clementino.
Quando sentì la cifra che i due le domandavano, sospirò, alzò gli occhi
al cielo, e premendosi le mani sul cuore, mormorò languidamente:
--Otto mila lire?... Otto mila lire?... Oh pazzarello, pazzarellone!
Ma come vuole che una poveretta, con tante disgrazie,--e la signora
sospirò di nuovo, e di nuovo gemette,--possa disporre... ma è una dote,
un patrimonio, ottomila lire!
Clementino non si lasciò battere dai gemiti e le presentò il suo amico,
il quale "per un caso, di quelli che succedono a tutti nella vita, si
trovava, al momento, in bisogno di poche migliaia di lire. Il signor
Giulio Barbarò."
--Barbarò!--esclamò la signora Amalia, con un lampo di cupidigia negli
occhi.--Sarebbe forse parente del....
--È suo figlio: suo figlio unico e solo. Erede di tutti i milioni.
--Perdonerà... perdonerà, signore... ecco, le dirò, mio cognato....
Ma prego... mi faccia l'onore... Venga... s'accomodi!--e tutta
complimentosa e scodinzolando, la signora Amalia andò innanzi per
condurli nel salotto, spalancando gli usci con enfasi, voltandosi
quasi a ogni passo con un _s'accomodi_--_scusi tanto_, diretto al
figlio del Barbarò.
Clementino spinse innanzi Giulietto con un pugno nella schiena,
sussurrandogli piano, all'orecchio:
--Siamo a cavallo.... Ti dà le otto mila lire, e poi il cuore, e poi il
resto!...
Il salotto era buio; la signora Amalia si affrettò per tirar su le
tendine, ed aprir le finestre, ma le cordicelle non giravano, e ci
volle l'aiuto di Clementino.
--Non ci vengo mai,--esclamò quando entrò la luce.--Dacchè è morto mio
marito,--e sospirò per la terza volta,--vivo così ritirata.... Prima si
faceva un po' di musica, adesso non ricevo più... non vedo più nessuno.
Infatti nel salotto spirava un odorino di muffa e di richiuso. Era una
stanza di mezzanino, bassa e larga, coi mobili coperti di tela unta,
rossiccia. Qua e là vicino agli usci, e sotto le finestre pappagalli
e altri uccelli d'America imbalsamati, e dappertutto sulle tavole,
sulle mensole, sui palchettini, e appesi alle pareti orologi grandi e
piccoli, di ogni forma, di ogni qualità, a molla, a pendolo, a squilla.
Il marito della signora Amalia, era stato un orologiaio fallito.
--Si accomodino, signori. E lei,--soggiunse rivolgendosi al Barbarò con
tutta la grazietta della sua civetteria,--si compiaccia di deporre il
cappello,--e glielo tolse di mano per metterlo sul tavolino.
--Mio marito ha conosciuto moltissimo il signor deputato, e me ne
parlava sempre con grande ammirazione. Anche mio marito, sa...--e a
questo punto, la sensibile signora Amalia, alzò un'altra volta gli
occhi al cielo sospirando,--anche mio marito, non faccio per vantarmi,
era una testa fina. Ma il poveretto... non è stato fortunato.
--Non è stato fortunato?... Sacripante! Con un fior di donnina come
lei?--esclamò Clementino stringendo i denti e sgranando gli occhi.
La signora Amalia arrossì, e chinò il capo mormorando "pazzarello
pazzarellone!" poi facendo le più amabili smorfiette, e colla voce più
carezzevole, piegandosi mollemente sul canapè, disse al signor Giulio
di ripassare da lei il giorno dopo, che gli avrebbe dato una risposta.
Lei, la somma, non l'aveva proprio, assicurava, ma ne avrebbe parlato
con suo cognato, e riteneva di poter combinare.
--Per altro... devo avvertirla di una cosa...--Giulio tornò a passare
dal batticuore della speranza a quello del dubbio--mio cognato...
forse... poveretto, anche lui è tanto disgraziato! non avrà nemmeno
tutto il denaro, che le occorre, dovrà rivolgersi a terze persone...
e sa bene... in giornata il danaro è molto, molto caro....--Ma la
signora Amalia disse quel molto, molto caro, dolcemente, languidamente,
rivolgendosi colla testina piegata e socchiudendo gli occhi al giovane
Barbarò... come se il molto, molto caro, fosse proprio lui... il _molto
caro_ del suo cuore.
--Oh il mio amico è un gentiluomo,--esclamò Clementino, mentre l'altro,
che avea riacquistata la parlantina, assicurava la signora, che non
faceva questione per il frutto.--Il mio amico si trova per caso in un
piccolo bisogno. Ha da fare un viaggetto di qualche giorno.
--Oh il viaggiare!--esclamò la signora Amalia;--come sarei beata di
poter viaggiare!
--Deve andare a Genova.
--A Genova? Il mare?... Oh il mare!--e la sensibile signora socchiuse
gli occhi, respirando con abbandono.
--Sicuro, e il mio amico non vuol dipendere da suo padre, non vuol
rivolgersi, per estrema delicatezza, ai suoi mille e cento ragionieri
per cui se suo cognato gli volesse procurare la sommetta, ci sarà il
caffè anche per lui.
--Oh, a questo noi non ci si abbada. Se si può fare un piacere si fa...
per rendere servizio a una persona di garbo.
Clementino, vista la buona disposizione, domandò se non era possibile
aver la risposta in giornata.
La signora disse loro di tornare alle due, e quando gli amici si
accomiatarono, stringendo la mano di Giulio mormorò ancora, con voce
flebile:
--Mi saluti il mare!... Il mio bel mare!...
Appena in _Via Torino_, Giulio si sentì piovere un pugno, tra capo e
collo.
--L'hai magnetizzata!--esclamò Clementino.--Ti dà tutto quello che vuoi!
Andarono a far colazione: Giulio invitò l'amico in una trattoria, dove
era sicuro che gli facevano credito.
Come avrebbe potuto tornare all'ufficio?... Con ottomila lire da
intascare alle due?... All'ufficio ci sarebbe andato più tardi.
La colazione fu lietissima: e Clementino contraccambiò l'amico
dandogli, a bocca piena, i più preziosi consigli del mondo.
--La signora Amalia, è una gattina,--te lo dico io;--a saperla
lisciare, se ne fa tutto quello che si vuole. E poi tu le piaci; si
vede! Tu, dà retta a me; gli dovrai usare qualche piccola attenzione:
un mazzo di fiori alla sua festa, un panettone al Natale; e vedrai cosa
ti dico: ti rinnova per tutta la vita!
Rimasero a tavola fino al tocco e tre quarti. Giulio, cogli occhi
lustri, nuotava nell'azzurro.
--Dobbiamo avviarci?--disse per il primo all'amico.
--Andiamo!
--E se la risposta fosse negativa?
--Settemila e cinquecento lire, te le dò io, qui subito, tanto sono
sicuro di guadagnare il resto.
Dinanzi all'uscio della signora Amalia si fermarono per infilarsi
i guanti, poi fu Clementino, era lui l'uomo d'azione, che suonò il
campanello. Ma non si sentì venir gente.
--Ohi,--mormorò Giulietto, di subito impensierito,--che la signora non
si faccia trovare?...
--Chè!--rispose l'amico dando una strappata più forte.
Dopo un altro po' di silenzio si udì un rumore di ciabatte
nell'anticamera.
--Ecco la serva!...
Ma la serva, apparsa all'uscio, guardò i due quasi in cagnesco,
rispondendo loro con voce rauca, da beona, che la signora non era in
casa.
--Come,--esclamò Clementino, mentre Giulietto non avea più fiato,--non
è in casa?...
--Se sono que' due che dovevan venire per la risposta di suo cognato,
ho qui una lettera...--accidenti, dove l'ho ficcata!--La serva lasciò
nell'anticamera Giulio e Clementino che si guardavano senza dir motto,
e tornò brontolando con una lettera gialla, diretta a Clementino.
--A Clementino?... Brutto segno--pensò Giulietto, e il Chianti della
colazione, gli fece nodo alla gola.
Clementino aprì la lettera, ci dette un'occhiata, poi infilò mogio la
porta, senza lasciare i saluti per la padrona.
Giulietto gli teneva dietro colla testa bassa: le ottomila lire erano
andate in fumo.
Infatti la signora Amalia scriveva, che suo cognato era, come lei,
addoloratissimo di non poter servire l'egregio signor Giulio Barbarò,
causa i gravi e molteplici impegni della fine del mese.
--Se fo il cappellaio, nasce la gente senza testa!...--esclamò
Clementino stracciando la lettera.
--Son io il disgraziato,--borbottò Giulio cogli occhi torvi, e lasciò
l'amico salutandolo con un sorriso amaro.
--Maledetto te, e il tuo eccesso di buon cuore! Ora mi trovo senza
un soldo, e colla scadenza alla gola! Aveva ragione la Mary, di non
fidarsene... Povera Mary!...
A ritornare all'ufficio, per quel giorno non ci pensò nemmeno. Invece
corse dalla moglie, a sfogarsi con lei.
Pure, non c'era tempo nemmeno di piangere... un rimedio bisognava
trovarlo. D'accordo colla Mary scrisse una lunga lettera al signor
Ambrogio Vitalis, uno dei soci della Ditta Industriale, dipingendogli
il suo stato, e implorando il suo aiuto per le cambiali: egli lo
avrebbe pagato un tanto al mese sullo stipendio. Ma anche scritta, e
mandata la lettera, continuò a gemere. La notte, non dormì punto, e
la Mary dovette alzarsi due volte: la prima per fargli un caffè, e
l'altra una limonata.--Ah,--mormorava Giulietto fra le convulsioni,--se
non avessi sbagliato il colpo!... Sarebbe stato meglio per tutti!...
La Mary, rimangiando le sue lacrime, cercava di consolarlo dicendogli
che non doveva lasciarsi abbattere in quel modo, e che forse il signor
Ambrogio avrebbe potuto rispondere una buona parola.
Ma la mattina dopo, era proprio il giorno della scadenza, il signor
Ambrogio invece di una buona parola, mandò un ottimo consiglio, quello
che "un giovane per conservare la quiete d'animo, e per vivere onorato,
non dovea mai mettersi a far cambiali." In quanto poi alla Ditta, aveva
il dispiacere di avvertirlo, che dovendo ridurre il numero dei propri
impiegati, per il mese venturo, lo lasciava in libertà.
Il povero Giulietto non disse una parola; si cacciò in letto, e la
Filomena fu mandata in cerca del medico. La vecchietta, di sua testa,
andò poi anche da Donna Lucrezia.
--È tempo, signora padrona, che si metta in moto per quei poveri
ragazzi!...
--Il mio dovere l'ho sempre fatto, _siora Pampaluga_!
--Bisogna aiutare quelle due creature che mancano di tutto, e che credo
minacciate da una gran rovina, per via di un pagamento grosso.
--Bagattelle!--esclamò la Balladoro trasecolata,--ci sarà per aria una
qualche cambiale!--Ma poi soggiunse con gravità:--In tutti i casi non
abbandonerò il mio sangue; _el cuor no l'è una patata_!
E gli aiutò in modo che i due giovani furono rovinati intieramente.
Ricorse a un cavalocchio il quale riuscì ad allontanare per altri tre
mesi la catastrofe, ma la Mary gli dovette metter nelle mani tutto il
suo, e così, con un'ipoteca messa sull'altra, il capitale fu coperto, e
alla nuova scadenza c'erano più debiti di prima, senza l'impiego, senza
danari, e senza più speranze di poterne trovare.
La Mary voleva resistere ad ogni costo, e resisteva ancora. Si era
messa a lavorare, e ricamava e cuciva di bianco, giorno e notte. Voleva
resistere e resisteva, ma erano colpi terribili per il suo coraggio
ogni volta che vedeva soffrire il marito, sempre ammalato, ogni volta
che vedeva il bimbo gracilino, languire e intristirsi. Si era trovata
in mezzo ai protesti, ai sequestri, agli insulti dei creditori; si era
ridotta a vivere in una soffitta. A poco a poco aveva venduta la roba
che le era rimasta, e la Filomena avea rifatte le luride scale delle
_Agenzie di prestiti_. Per il continuo lavorar d'ago le si sciupavano
gli occhi; si spezzava il petto sul tombolo, e Giulio imprecava
disperandosi, e si dava pugni nel capo, poi le domandava scusa, fra
i nodi di tosse. Il medico non prediceva nulla di buono pel bambino,
se non lo conducevano ai bagni di mare. Pure essa sentiva il dovere
sacro, imprescindibile che le incombeva verso la memoria del padre suo;
aveva fede nelle preghiere, in un miracolo della mamma, e si ostinava
a resistere fino all'ultimo, quantunque anche la gente si allontanasse
da lei perchè tutti la condannavano; tutti, meno la Filomena che non si
reputava da tanto di giudicarla, e meno la marchesa di Collalto, che
poco poteva fare, perchè era a corto di quattrini anche lei, col marito
che precipitava verso la fine, e pareva volesse ingoiare tutta la casa.
Quanto poi a Donna Lucrezia, era un nuovo tormento, invece di un aiuto.
La Mary era costretta colla zia a fingere di essere sempre allegra,
se no le piovevano prediche e strapazzate, che non finivano mai. Si
sentiva dare della testarda, della _mata senza cuor_, perchè non voleva
fare quell'atto di sommissione, doverosa per una fia, che l'avrebbe
ricondotta ad occupare, colla sua famiglia, la prima _posizion_ di
Milano!