Chiuse l'uscio, e si buttò sghignazzando sul seggiolone. Era acceso

in viso, ansimava, e guardava, spiava la lettera da tutte le parti

cogli occhietti loschi, senza risolversi ad aprirla. Quel bigliettino

aristocratico, quell'indirizzo violetto, scritto con un caratterino

uguale e sottile, spirante la femminilità più delicata, lo rapiva, lo

faceva andare in estasi. Ci vedeva, ci sentiva dentro la marchesa,

tutta la marchesa col suo profumo, colla sua eleganza raffinata, col

suo fascino voluttuoso.

--Scrivermi è già una gran cosa, dopo quanto è successo fra di noi! È

il primo passo verso la riconciliazione. Ma... bisogna andar adagio,

non bisogna spaventarla un'altra volta! E sghignazzò di nuovo.

A un tratto strappò la busta, e divorò il biglietto tutto d'un fiato.

Sotto il nome c'erano soltanto poche parole.

LA MARCHESA DI COLLALTO

_Le rende noto di aver dato comunicazione al signor Giulio, e alla

signorina Mary Alamanni della lettera ricevuta._

La risposta era tanto asciutta che il Barbarò, su quel subito, provò

uno spiacevole disinganno. Ma si consolò presto. Essa, infine, gli

aveva risposto e questo era l'essenziale. Se proprio, dopo la scena

accaduta e dopo la perdita di Villagardiana, non avesse più voluto

aver a che fare con lui, non gli avrebbe nemmeno risposto. Non era

la quantità delle parole, nè la forma più o meno espansiva, era il

fatto per sè stesso che contava. Certo che voleva mostrarsi ancora

offesa, prima di perdonare. Voleva essere pregata; voleva far ancora

qualche smorfia,--facesse pure; la strada ormai era trovata. Alla

prima occasione egli le avrebbe scritto di nuovo; e allora la biondina

certamente avrebbe risposto più a lungo.... poi, chissà, sempre con

quella bella scusa dei figliuoli, avrebbe potuto chiedere un colloquio,

e così tornare ad entrarle in grazia.--Ma bisognava andar cauti,

per non rovinare le faccende, ed anche per non fare il minchione e

rimetterci più del necessario.

Fosse proprio vero, come gli avevano riferito, che il capitano l'avesse

piantata? In tal caso sarebbe stato più facile di farsi innanzi, ma

invece avrebbe avuto più gusto a portargliela via, a farlo crepare di

rabbia quello spiantato rubacuori!

Ed esaltandosi in questi pensieri, il Barbarò si pasceva golosamente

del profumo di quel bigliettino.

Frattanto alla _Villa delle Grazie_ c'era un gran da fare per i

preparativi del matrimonio: la Mary, sempre, un po' pallida, conservava

per altro la sua testolina a posto, e guidata da Angelica, regolava

bene ogni cosa. Invece Giulietto dimenticava tutte le commissioni, non

capiva più niente: era incretinito dalla felicità, e non faceva altro

che tener dietro ad ogni passo della Mary.

Alla vigilia del giorno solenne, ci fu poi un'altra sorpresa: capitò al

villino un _sotto-fascia_ raccomandato, diretto "_Agli impareggiabili

sposi_."

Era una romanza per tenore, che Donna Lucrezia Balladoro offriva in

dono per le _auspicate nozze_, accompagnandola con un proprio scritto.

"_Carissima Nipote_,

Quantunque bandita dal vostro Eden terrestre per suggestione

mefistofelica di quell'_Iscariotto_ dello Zodenigo, non posso a meno

di volarti vicina in questo fausto giorno, rivolgendoti un pensiero,

inviandoti un accento.

Tuo zio Francesco, inesorabile e spietato, non ha voluto porgere

ascolto alle mie discolpe; ma tal sia di lui, ed io non voglio con

questa mia rivolgermi altro che al tuo cuore; al tuo cuore dal quale

non invoco grazia, ma giustizia. E per ora basta così. In questo

giorno di supremo gaudio non voglio turbarti con lugubri fantasmi. Si

accendono per te le faci dell'Imene, e tu abbagliata da tanta luce

non devi più vedere altro che il caro oggetto che sta per impalmarti,

dinanzi all'ara santa dei tuoi voti più ardenti.

Ora lasciami, o cara, che io ti benedica, anche come unica

rappresentante della famiglia, nel nome mio e dei nostri antenati che

dal cielo ti guardano, e accetta compiacente il mio umile dono.

Il celebre maestro Forapan, di Verona, persona seria e gentiluomo

perfetto, che avrò l'onore di presentarti alla prima occasione, non

potendo nulla rifiutare alle mie preghiere, ti offre in omaggio una

vera primizia: il più bel pezzo, tutt'ora inedito, della sua opera la

_Regina delle Antille_, che verrà quanto prima rappresentata in uno dei

nostri principali teatri.

Addio, mia diletta; di più non ti scrivo perchè in mezzo a tanto gaudio

volano i giorni, e l'ore!

La romanza, benchè in chiave di tenore, si adatta anche per soprano e

contralto. A me, per esempio, va d'incanto: è nelle mie corde. Presenta

i miei saluti alla carissima mia cugina Angelica, e al mio carissimo

cugino Alberto. Un bacio al tuo sposo.

Ti stringe al cuore

_La tua desolata, ma in fondo alle viscere

pur felicissima zia_

LUCREZIA BALLADORO."

"_P. S._ Anche la Filomena (che diventa sorda e orba come una talpa,

e rompe tutta la roba che è una disperazione) vuol esserti ricordata,

domandandoti scusa della confidenza.

Ancora una volta: che il Cielo ti arrida propizio ed esultante.

Ricordati i confetti e, se non ti dispiace, aggiungi un piccolo

sacchettino anche per il maestro Forapan, che sarà sensibilissimo,

poveretto, a tanta attenzione. Ciao, mio unico tesoro!"

III.

Pompeo Barbarò correva troppo colla fantasia. Erano trascorsi ormai

vari mesi dal giorno del matrimonio, e i figli ribelli non piegavano

il capo. Certo, l'onorario che riceveva Giulietto dalla ditta

industriale, anche unito colla misera rendituccia della Mary, non

poteva loro bastare, abituati, com'erano, con molta agiatezza. Ma

il figlio del deputato Barbarò trovava danari a prestito quanti ne

desiderava, e nella sua inesperienza non s'immaginava nemmeno che il

credito ch'egli godeva lo dovea tutto a suo padre.

E il signor Pompeo capiva pure di essersi ingannato assai anche sul

conto della marchesa di Collalto. Dopo il primo biglietto, egli le

aveva scritto ancora, sempre col pretesto dei figliuoli, ma non avea

più ricevuto nessuna risposta. Pieno di rabbia contro l'alterigia di

quella pitocca, e contro la propria codardia, tornava allora a cercar

di persuadersi che _era tanto di guadagnato_.

--Infine, gli anni passano per tutti ed anche costei non dev'esser più

tanto fresca... finirei a spendere un occhio per avere il carico di una

_rovina_ sulle spalle!

Desiderava, desiderava con una smania crescente e cocente che la

marchesa diventasse tanto vecchia e tanto brutta, da non poter più

piacere nè a lui, nè a nessuno.

--Certo, certo; e si vede che il bell'Andrea ha voluto piantarla a

tempo.

E sghignazzava rodendosi i baffetti sempre più radi, che lasciavano

scorgere di sotto, sulla pelle, l'unto del cerone nero. Ma erano

consolazioni che non attaccavano, ed anzi ogni volta che vedeva la

marchesa, sempre più bella nella sua pallidezza abbagliante, gli

cresceva la febbre. Poi, come tutto ciò non bastasse, venne a sapere

che Andrea Martinengo non solo non l'aveva piantata, ma che era stato

visto un giorno a Gallarate, mentre a Somma c'erano gli esercizi

militari.

--Canchero!... E noi ci facciamo tosare come pecore per mantenere

questo bell'esercito di Florindi!

Allora, vieppiù smanioso, il signor Pompeo mutò registro, e invece

di cercar conforto, pensò al modo d'imporsi subito alla marchesa,

di riagguantarla, ma tanto forte che non gli sfuggisse più; e per

ciò stimò opportuno di trar partito dalle cambialette che c'erano

alla Banca. In fatti alla loro prima scadenza non fece concedere la

rinnovazione dal _Comitato di Sconto_, in cui c'era una sua creatura;

le cambiali furono protestate, e allora Pompeo Barbarò scrisse subito

una lettera di gran premura alla marchesa Angelica mettendola a parte

dell'accaduto, e in pari tempo assicurandola che avrebbe parlato lui

stesso col direttore della Banca perchè non si procedesse oltre cogli

atti.

Ma il tiro non gli riuscì. Angelica, appena ricevuta la lettera

del signor Pompeo, era corsa a Milano dallo zio Diego, implorando

e supplicando il suo aiuto, e siccome la somma delle cambiali,

relativamente grossa per i Collalto, non era poi gran che per il

marchese Diego, e siccome, per di più, non c'era da scomodarsi a tirar

fuori quattrini, ma soltanto da firmare... firmò, _per avallo_, e

il _Comitato di Sconto_ dovette rinnovare le cambiali facendo solo

rimborsare alla Banca le spese del protesto.

Il Barbarò allora, fuor di sè dalla rabbia, vedendo di non poter far

nulla contro la marchesa volle almeno sfogarsi contro qualcuno, e

prese di mira il povero Giulietto.--Gli voleva resistere anche lui,

quell'asinaccio?...--Ebbene, avrebbe pagato lui per tutti!...

E cominciò a mettersi in sul grande, a fabbricare, e spendere, anche in

opere pubbliche. Diceva a tutti che era stufo di suo figlio, e che non

potendo diseredarlo avrebbe fatto in modo che alla sua morte non gli

restasse nemmeno un soldo. In breve fra i banchieri, fra i borsisti,

fra tutta la gente di affari della gran piazza di Milano, non si parlò

più altro che delle grandi spese del deputato Barbarò. Il suo credito,

ormai, era assicurato anche moralmente; la sua potenza formidabile.

Nessuno osava più di opporglisi; persino il Cammaroto avea dovuto

soccombere. Il Barbarò, aiutato anche in ciò dallo Zodenigo, avea

potuto comperare di sotto mano la _Colonna di fuoco_ dall'editore che,

giusta il contratto, avea subito mandato a spasso l'antico direttore.

Il Cammaroto strillò come un ossesso, scagliando anatemi; la signora

Apollonia, un giorno che incontrò l'editore sulla porta, gli si avventò

contro coprendolo di vituperi e facendo l'atto di pigliarlo per il

collo; poi fondarono insieme, "_La Sferza di Gerusalemme_" colla quale

volevano scacciare i trafficanti dal tempio della verità. Ma _La Sferza

di Gerusalemme_ fu sequestrata quattro volte in una settimana; fu

intentato un processo al direttore, al gerente del giornale, e alla

signora Apollonia, come comproprietaria. La _Sferza_, in seguito a

ciò, sospese le pubblicazioni, e Salvatore Cammaroto, minacciato dal

fallimento, perseguitato dai carabinieri, dovette scappare in Isvizzera

colla sua signora, e coi pochi quattrinelli che gli aveva potuto

procurare il buon Peppino Casiraghi... il solo amico rimastogli fedele

nella sventura.

Intanto, mentre il padre Salvatore passava il confine, il deputato

Barbarò, a cavallo alla sua cassa forte, passava di trionfo in trionfo.

"Il delatore del quarantotto" il proprietario dell'Agenzia dei prestiti

sopra pegni di via del Pesce, "il mercante di Pellagra" e tutto il

resto, non erano più altro oramai che frasi stantie, che non era più

di _buon genere_ il ripetere. Appartenevano ad una specie di leggenda

inventata sul conto del Barbarò dall'odio e dall'invidia dei falliti e

degli spiantati. Ma le persone serie e _solide_, erano tutte per lui.

L'antica diffidenza era scomparsa, lo cercavano, lo accarezzavano,

lo stimavano... tanto lo stimavano, che nessuno credeva facesse sul

serio quando andava dicendo che voleva dar fondo ai suoi milioni. Chè!

Chè!... Il deputato Barbarò non era un minchione, anzi a guardarci

bene si vedeva che faceva sempre un affare, anche nelle opere di

beneficenza: e questo era il gran talento degli uomini moderni; degli

uomini all'americana: associare il bene altrui all'utile proprio.

In fatti si era messo a restaurare Panigale, a ridurre come una

reggia quella sua villa... ma per tal modo faceva lavorare la gente

del collegio, e raffermava la propria autorità, assicurandosi la

rielezione; e per lui, grosso banchiere, sempre in mezzo ai grandi

affari, l'essere deputato, oltre all'ambizione soddisfatta, gli

portava un utile assai rilevante. S'era mosso a iniziare i lavori

per un canale, che prendendo l'acqua dall'Olona doveva irrigare una

vastissima zona di territorio... ma egli pure, col nuovo canale,

quadruplicava, sestuplicava il valore dei fondi che aveva acquistati

per poco o niente, e in grazia di quest'impresa colossale "che dovea

emulare" scriveva lo Zodenigo nel _Moderatore_ "le grandi opere Romane"

era stato creato commendatore... e si buccinava che, presto o tardi, lo

avrebbero fatto conte o marchese di Panigale.

A Villagardiana (sicuro, anche a Villagardiana, che quantunque avesse

appartenuto alla marchesa, era quello dei suoi possedimenti che gli

stava meno a cuore, perchè rendeva meno degli altri) il Barbarò aveva

fabbricato un asilo per l'infanzia... ma col patto di vendere al Comune

un fabbricato che, vista la costruzione e la vastità, era per lui

inservibile, e imponendo il saggio del cinque per cento sul capitale,

in un momento che il danaro era molto abbondante. Tutto faceva così, e

gli riusciva bene, e con onore. Già i quattrini fanno i quattrini, e

poi il resto, anche la gloria, viene da sè.

Se per altro, ad onta delle sue chiacchiere, il credito del Barbarò

rimaneva solidissimo, quello del buon Giulietto, invece, ne scapitava

assai. Il Barbarò facea capire che chi stava per suo figlio stava

contro di lui, e la gente, adesso, ad aiutare il giovane avea paura

di esporsi a qualche rappresaglia. D'altra parte il commendatore

stava bene in salute, e prometteva di sotterrare anche il figliuolo,

e poi... Poi si raccontava dalla gente che a Panigale spadroneggiava

un certo signor Micotti (ormai nessuno più si ricordava del _Processo

dei fornitori_) un certo signor Micotti che per sua grande fortuna

possedeva le gambette corte, il viso olivastro, senza barba, e gli

occhietti loschi, tale e quale il signor Barbarò, il quale per di più

ne manteneva da anni la madre vedova, in una casa di salute, pagando

una vistosa pensione.

--E continuasse pure a far l'originale, il signor Giulio, e vedrebbe

questo Micotti portargli via i milioni sotto il naso.

I creditori cominciarono allora, intimoriti, a chiudere il borsellino;

allora, proprio allora che la Mary gli diede un bimbo, un maschietto,

al quale, d'accordo, posero nome Francesco, perchè colle tribolazioni,

e colla squallida miseria che batteva alla porta, era loro ritornato in

mente anche lo zio lontano.

C'era in casa un gran bisogno di tutto, e tutto cominciava a mancare.

La Mary era ammalata, il bimbo gracile e macilento.--Come il suo babbo

quando nacque!--diceva la Filomena che era stata ceduta, con grande

spargimento di lacrime, dalla Balladoro alla nipote.

--_Ringraziame, fia mia_, perchè ti affido un tesoro di fedeltà, un

mostro per far le conserve. In quanto a me, per il tuo bene mi son

ridotta in mani mercenarie.... Una testarda, una _beota_, e che _magna

fia mia, magna quanto magna sto_ governo _asenon_, che non incoraggia

nemmeno le arti!

La buona Filomena vecchia, sorda e mezzo cieca, ormai stentava anche

a reggersi in piedi e, tutt'al più, poteva aiutar la famigliuola a

digiunare. Tuttavia, se non recava molto soccorso alla Mary le era pure

di grande conforto. Mentre era costretta di tenersi a letto, e aveva

il marito tutto il giorno lontano, all'ufficio, ella sarebbe stata

quasi sempre sola se non avesse avuta la compagnia della Filomena, che

le prodigava sempre la sua tenerezza bonacciona e un po' brontolona,

come se la Mary fosse rimasta la bimba d'un tempo. Essa ogni poco

le offriva da bere vini squisiti, o da mangiare leccornie raffinate

mentre la cantina e la credenza erano vuote, e accomodandole la testina

sui guanciali le ripeteva ancora che "così malata" cogli occhioni

che parevano più grandi e più neri nelle guance pallide e sfinite

"somigliava anche più alla sua povera mamma...." E così dicendo la

vecchiarella si faceva il segno della croce, come quando nominava la

Madonna.

Angelica mandava spesso alla Mary bei cesti di frutta, e burro fresco,

e vino, e veniva a trovarla più che poteva; ma col marito che di giorno

in giorno peggiorava, dovea diradare assai le sue gite a Milano.

Anche Donna Lucrezia le faceva visita tutti i giorni, ma per empirle

la testa di consigli, di rimproveri, di offerte, di proteste e di

compassionevoli rammarichi. Donna Lucrezia, a vero dire, non si

presentava mai a mani vuote, ed anzi, prima di risolversi a far tutte

quelle scale, riposava in anticipazione dalla portinaia per pigliar

fiato, e le mostrava i regali che portava a quella sventurata, la quale

in fine era del suo sangue "--un sangue, non dico per vantarmi, di

prima qualità, tanto è vero, che è quello medesimo della Regina Corner,

e basta così!"

La portinaia stupefatta lodava i bei regali; non così la Filomena,

la quale un giorno, stizzita, vedendo che Donna Lucrezia non portava

alla Mary, altro che vestiti sbrindellati e cappellini impossibili le

domandò "se voleva fare della casa di sua nipote il deposito _di so'

strasc_."

La Balladoro si offese, strepitò, poi non portò più niente alla Mary,

ma invece le promise di regalarle un pianoforte, perchè la musica "era

il sollievo dei mortali!"

Per fortuna la Mary si rimise presto in piedi e potè attendere di nuovo

alla casa, e allattare e occuparsi lei del bimbo. Ma per ciò il buon

Giulietto non si appassionava meno del suo stato. Tutto il suo amore,

adesso, era un grande rimorso. Non sapea darsi pace; vedendo la moglie

in tali strettezze si avviliva; ogni poco le domandava perdono di

averla rovinata, si struggeva in lacrime, e per tal modo, e a furia di

compiangerla e di dolersi per lei, rendeva alla poveretta ancora più

penosa la vita.

IV.

Giulio Barbarò non era un esperto pilota nel mare torbido e scoglioso

dei debiti: la sua navicella si era trovata spesso sulle secche, e

faceva acqua da tutte le parti. Egli non dormiva di notte per il

pensiero affannoso dei creditori, e di giorno, sempre colla testa nelle

nuvole, sbagliava i conti della ditta industriale, mentre lo angosciava

pure il ricordo di suo padre, il disonore del suo nome e lo agitava il

dubbio (il dubbio e la speranza insieme) che la Mary e lo zio Francesco

si fossero, almeno in parte, ingannati.

Qualche volta la tenerezza vigile della moglie, riusciva a confortarlo,

a stordirlo, ma l'incanto non durava a lungo... i tristi pensieri

tornavano a stormi... e il poveretto ripiombava nello scoramento al

riaffacciarsi terribile delle scadenze.

Ne aveva due per la fine del mese. Una di tre mila lire, l'altra di due

mila ottocento.

--Come farò a pagare, come farò!... E se non pago, il protesto, gli

uscieri, il sequestro!... Che cosa ho fatto di male per essere tanto

disgraziato?

Quel poco che avea la Mary era già stato ipotecato; non trovava

più danari da nessuno, e i creditori vecchi non accordavano

dilazioni....--Lo volevano morto!

--Com'è tristo il mondo e incostante!--mormorava rodendosi

dentro.--Prima si mette in lega per abbattere mio padre, adesso regge

il sacco a mio padre per opprimer me!

--Eh, incostante, d'accordo!--rispondeva crollando il capo Donna

Lucrezia, quando assisteva a quegli sfoghi.--Ma _el vecio ga_ la

forza... una forza che fa tremare!

--Io non accuso mio padre, anzi credo saranno tutte calunnie; soltanto

voglio vivere. Perchè non mi lasciano vivere?

--Perchè... perchè la _ribellion_ si vede chiara e lampante!...

Sapete in fine che cosa _dise_ la gente?... Dice che un figlio non ha

il diritto di farsi giudice dei propri genitori, e che voi dovreste

dimenticare certe storie ormai disperse in balìa dei venti, per

ricordarvi solo che siete padre.... Padre, _fio_ mio, padre!...--E la

vedova corrugava la fronte, e alzava tutte e due le mani, con grande

solennità.

Donna Lucrezia in quel momento era più che mai infervorata per

rappattumare gli sposi col genitore. I restauri e l'assetto di

Panigale erano compiuti. Tutta Milano discorreva di grandi feste che vi

preparava il deputato Barbarò, e la Balladoro stava sulle spine. Una

volta successa la pace si riprometteva d'installarsi a Panigale presso

la Mary, e potendo darsi un merito per quella riconciliazione sperava

di ottenere l'aiuto del Barbarò per la _Regina_ delle Antille.

--Che splendori, fia mia!--esclamava di continuo anche colla

nipote.--Quella sì, che _se pol_ proprio chiamarla la _Cà d'oro_! E

dire che... con un detto solo....--Senti, Mary, parlo come _el cuor_

m'impone:--fa il primo passo... e cerca di poter essere a Panigale, per

il giorno dell'_inaugurazion_. Animo, animo, _piavola_; ricordati che

sei madre, e movete, se non altro per la tua creatura!

Tanto calore e tante chiacchiere, se impressionavano Giulio e

sbalordivano la Mary, non riuscivano per altro a smuoverli dal loro

proposito. La Mary era inflessibile; aggrottava le ciglia, si faceva

pallida, non cedeva d'un punto; Giulietto era sempre dell'opinione

della Mary, e anche quando l'eloquenza di Donna Lucrezia lo impacciava

un poco, bastava un'occhiata della moglie per rimetterlo in

carreggiata. Insomma il coraggio e la costanza non mancavano... così

non fossero mancati i quattrini. Invece non venivano da nessuna parte,

e si avvicinava la fine del mese.

Dopo continui rifiuti, il poveraccio avea avuta l'idea di rivolgersi

alla _Ditta Industriale_ per chiedere un'anticipazione; ma in sul più

bello non ebbe il coraggio di farlo. I superiori, da qualche tempo, lo

trattavano con insolita durezza e si lamentavano delle sue distrazioni

e della sua negligenza. Giulietto ancora non ne sapeva niente, ma la

_Ditta Industriale_ voleva metterlo al punto di licenziarsi, per non

dar ombra all'onorevole Barbarò.

Conoscenti ne contava parecchi, ma nessuno a cui poter ricorrere.

Di amici... di amici ne aveva uno solo: Clementino Scettola, già

suo compagno d'ufficio, ma poi licenziato perchè aveva il vizio di

alzarsi troppo tardi la mattina. E appunto a Clementino, non avendo da

scegliere, si rivolse il buon Giulietto, ridotto proprio in extremis.

Ma quando mai non ci aveva pensato anche prima a Clementino!...

Quello era un amico vero, pronto a buttarsi nel fuoco "per Barbarò

II, principe ereditario di tutte le Californie!..." Un giovane pieno

di espedienti, un furbaccio che in un amen faceva scaturire i soldi a

cappellate, uno che si vantava di essere il _Baedecker_ degli strozzini!

Appena Giulietto, arrossendo, gli ebbe confidato il suo misero stato,

e il bisogno urgente di danaro in cui si trovava, l'altro gli tirò un

forte pugno sopra una spalla:

--Ti chiami Barbarò, sei il principe ereditario di tutte le Califor....

--No, scusa, devi sapere...--obbiettava timidamente Giulietto,--ma

l'amico non lo lasciò continuare e gridando ancora più forte: "Hai un

nome che vale una Banca, e sei tanto bestia da sgomentarti per poche

migliaia di lire?" e gli scaraventò un secondo pugno.

Giulietto si ritirò un poco, grattandosi la spalla.--Scusa... devi

sapere....

--Quanto ti occorre?... Sei mila lire?... È poco: facciamo la somma

tonda, diciamo le otto....

--Ma....

--Non temere; lasciati guidare da chi ne sa. Più è grossa la somma e

più gli usurai sono pieghevoli. Mille lire occorrono soltanto a un

disperato, ma otto mila lire è la domanda di un signore. Vuoi che

tentiamo il colpo sulle dieci?....

--No... no... otto mi bastano!--rispose Giulietto spaventato.

--Ti bastano?... Le hai in tasca. Mi fai una cambialetta e io la porto

al Vacchetti, uno strozzino d'alto bordo, che non mi ha mai detto di

no. Non è un secolo, la settimana scorsa ho fatto dare dal Vacchetti

quindici mila lire a un ufficiale del _Savoia_, che le aveva perdute

al _club_ e che voleva suicidarsi.--Matto, lascia fare a me!--gli ho

risposto,--e Clementino diede un urtone a Giulietto, come quello che

dovea aver dato all'ufficiale di _Savoia cavalleria_.--Lascia fare a

me!... Vado dal Vacchetti, era a colazione, ma la serva mi conosce e

mi fa passare.--Caro Vacchetti, sono qui per un affare così e così, e

gli raccontò la storia. L'altro si alza, e senza dire nè hai nè bai, mi

conta l'una sull'altra le dodici....

--Le quindici....

--.... Le quindici mila lire!... Usuraio, ma coi guanti! Oh è vero che

non tratta altro che colla prima nobiltà. Soltanto....--Clementino si

fece serio a un tratto, sgranò gli occhi, strinse le labbra--soltanto

c'è un guaio....

--Che c'è?--domandò Giulietto cui dopo un così gran sollievo si era di

nuovo stretto il cuore.

--È capace di pretendere il dieci per cento!...

--Oh, anche il dodici!--esclamò l'altro tornando a respirare.--Anche il

dodici!...

--Allora è fatta. Se poi non si potesse combinare col Vacchetti....

--Dunque non è sicuro?

--Sicurissimo, dico per dire,--se non si potesse combinare col

Vacchetti, si potrebbe tentare dalla signora Amalia di _via Torino_.

--Preferisco il Vacchetti.

--Pure, se la signora Amalia avesse la somma... a farle un pochino di

corte si contenterebbe di un frutto minore.

I Barbarò: Le lagrime del prossimo. vol. 2 · 第 11 / 22 段